martedì 8 novembre 2011

OSSERVATORIO ACCREDIA: LA QUALITÀ PREMIA LE PERFORMANCE E SEMPLIFICA LA VITA DELLE IMPRESE

Sono 90.000 le imprese certificate ISO 9001. La certificazione di qualità migliora la redditività e la gestione corrente e per il 90% dei manager contribuisce al miglioramento delle prestazioni e alla razionalizzazione dell’organizzazione interna dell’azienda. Le imprese segnalano la necessità di una maggiore severità nel rilascio dei certificati.

Il trend degli ultimi 10 anni dell’export dei prodotti più forti del made in Italy (abbigliamento-moda, alimentare, arredamento-mobili, apparecchiature meccaniche, edilizia e vetro) dimostra che investire nell’innalzamento della qualità del prodotto e del processo produttivo risulta decisivo per il recupero di competitività su mercati turbolenti, come quelli attuali. In una fase di crisi prolungata, più qualità significa più crescita.

Con l’obiettivo di riflettere su quanto il sistema-Paese stia investendo in qualità e su quanto la relativa certificazione possa essere un moltiplicatore di competitività, Accredia, che verifica e riconosce 168 organismi di certificazione/ispezione in Italia, ha avviato il proprio Osservatorio, presentato oggi a Roma presso l’Auditorium di Via Veneto con il Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. L’Osservatorio Accredia, realizzato con il supporto tecnico-scientifico del Censis, analizza aspetti diversi, che vanno dalla misurazione dell’impatto della certificazione di qualità sul miglioramento dell’efficienza delle imprese, alle dinamiche dell’offerta e della domanda di certificati ISO 9001.

Le analisi condotte evidenziano in primo luogo come la certificazione di qualità migliori la redditività e la gestione corrente delle imprese. Indici come il Roi e il Roe, o la rotazione del capitale circolante e la gestione dei crediti, si rivelano sistematicamente migliori nelle imprese certificate rispetto alle imprese prive di certificazione.

Nel campione di aziende, analizzate con la collaborazione di Manageritalia, più del 60% dispone di certificazione di qualità, a cui in larga misura si attribuisce una funzione positiva. Il 90% di chi è in possesso di un certificato ISO 9001 ritiene, infatti, che il sistema di gestione per la qualità consenta all’azienda di migliorare le proprie prestazioni e di razionalizzare l’organizzazione interna. L’ISO 9001 viene vista dalle imprese come un’opportunità in quanto semplifica e migliora la possibilità di partecipare a bandi e gare d’appalto, oltre ad essere una scelta strategica legata al prestigio che la certificazione conferisce.

Elevate sono però anche le aspettative nei confronti degli organismi di certificazione. Per il 70% delle aziende analizzate, devono essere in grado di realizzare un’analisi seria della struttura da certificare e fornire consigli per migliorare costantemente il sistema di gestione per la qualità. Per più del 40% delle imprese l’organismo di certificazione deve dimostrare un elevato livello di competenza e specializzazione in specifici settori produttivi.

Non mancano gli elementi di debolezza, impliciti in un servizio che si presenta ormai maturo. La grande maggioranza delle aziende auspica una maggiore selezione nel rilascio del certificato per la qualità e non nasconde una certa disillusione. Il rischio è quello della perdita di valore e di visibilità dell’ISO 9001.

«Diversi sono i passi da compiere per riportare al centro dell’attenzione i sistemi di gestione per la qualità, nella consapevolezza che con essi si possa rafforzare la competitività del sistema produttivo nazionale», ha detto Federico Grazioli, presidente di Accredia. L’Osservatorio Accredia indica in questo senso quattro strategie che gli organismi di certificazione possono attuare: maggiore fidelizzazione dei clienti attraverso la leva della specializzazione per settore produttivo e per filiera, razionalizzazione interna degli organismi di certificazione, cross selling ovvero offerta di altre certificazioni (come quella sull’ambiente o sulla sicurezza) oltre a quelle sulla qualità, penetrazione di settori oggi scarsamente presidiati. «Le certificazioni rappresentano un vero e proprio passaporto per le nostre imprese, che vedono riconosciuta la propria qualità a livello internazionale e, soprattutto, sono una leva importante per snellire la burocrazia e semplificare il rapporto tra imprese e Pubblica Amministrazione», ha proseguito Grazioli. Un tema, questo, attualmente affrontato nel dibattito sulle misure per far ripartire lo sviluppo e la crescita.

«Pur in un momento così difficile dal punto di vista economico resto dell’opinione che il sistema produttivo mostri una propria forza intrinseca sulla quale dobbiamo ricominciare a investire», ha detto Giuseppe De Rita, presidente del Censis. «Se la finanza distrugge valore, la nostra economia reale, fatta di piccole e medie imprese, ha ancora una capacità di respiro forte, ha una sua riconoscibilità solida all’estero, grazie alla qualità dei propri prodotti», ha proseguito De Rita. «Fa bene Accredia, a mio avviso, a indagare quanto e come il Paese stia investendo in qualità, perché da questo investimento, tra il materiale e l’immateriale, dipenderà la nostra capacità di ritornare a cavalcare l’onda. L’originalità improvvisata genera stupore e fa pensare a qualcosa di originale, ma dopo un po’ è destinata ad autoconsumarsi. La cura del dettaglio, la capacità di visione del futuro, l’organizzazione aziendale efficiente, in una parola la qualità con la q maiuscola, sono i mattoni con cui abbiamo costruito questo Paese e sono fattori su cui occorrerebbe ritornare a puntare seriamente».

Fonte: censis.it

sabato 5 novembre 2011

HPV: LE DONNE ITALIANE CHIEDONO UN’INFORMAZIONE COMPLETA E AUTOREVOLE SU PATOLOGIE E VACCINAZIONE

Vaccinato il 62,2% delle 14enni, ma solo il 2,9% delle donne con più di 18 anni. Per l’81% la vaccinazione gratuita andrebbe estesa alle ragazze più grandi, per il 78% anche ai maschi.

La maggior parte delle donne italiane effettua con regolarità le visite ginecologiche (il 66,5% almeno una volta l’anno) e il Pap test (54%). Ma l’informazione sulla prevenzione del papillomavirus umano (Hpv), uno dei nemici della loro salute più subdoli e diffusi, resta ancora generica, parziale e superficiale. È quanto emerge da una ricerca del Censis che ha coinvolto un campione nazionale di 3.500 donne dai 18 ai 55 anni.

Un’informazione ancora parziale e superficiale. L’80% dichiara di sapere che cos’è l’Hpv (la percentuale è più elevata tra le donne più istruite, residenti nel Centro-Nord del Paese e tra le madri che hanno una figlia nella fascia d’età interessata dalle campagne pubbliche di vaccinazione). Il 94% delle donne informate sa che l’Hpv è responsabile di diversi tumori, soprattutto di quello al collo dell’utero, mentre l’83% sa che può causare altre patologie dell’apparato genitale. Ma meno della metà collega il virus ai condilomi genitali e quasi il 70% ritiene erroneamente che colpisca solo le donne. L’8% crede che sia il virus responsabile dell’Aids, il 7% dell’epatite. Inoltre, prevale l’idea che il virus si diffonda solo mediante il rapporto sessuale completo (67,5%) e che pertanto l’uso del preservativo rappresenti una protezione sufficiente. Solo meno del 20% sa che non è possibile eliminare completamente i rischi di contagio quando si è sessualmente attivi.

Il ruolo centrale delle campagne di vaccinazione. Ben 4 donne su 5 sostengono che le informazioni che circolano sull’Hpv e la vaccinazione non sono chiare. In effetti, le principali fonti d’informazione sono i media: stampa e televisione vengono citate dal 30% circa delle donne. Piuttosto marginale risulta il ruolo dei professionisti della salute, tra i quali prevale comunque il ginecologo (12%). Tuttavia, tra le madri che hanno fatto vaccinare le figlie dai 10 ai 15 anni emerge in modo netto il ruolo svolto dai servizi vaccinali delle Asl, che nel 62% dei casi hanno rappresentato la fonte d’informazione principale al momento della chiamata diretta per la proposta di vaccinazione.

L'esigenza di un'informazione completa e autorevole. La campagna vaccinale gratuita ha un ruolo centrale nell’informazione, sia sull’Hpv che sul vaccino, e finisce per influenzare le convinzioni delle italiane. Le donne intervistate tendono a confondere le scelte di sanità pubblica con le indicazioni dei vaccini, per cui credono che questi siano efficaci solo nelle bambine 11enni, in quanto sono le uniche a cui la campagna gratuita si rivolge. E la maggioranza delle madri con figlie vaccinate, di fronte alla proposta della vaccinazione gratuita per le adolescenti, è stata indotta a ritenere che il problema dell’Hpv non riguardi gli uomini.

Quante si sono vaccinate? Al momento la quota di bambine, ragazze e donne italiane fino a 55 anni che hanno effettuato il vaccino è pari complessivamente al 7,2%. Il dato è molto variabile a seconda dell’età e rispecchia le scelte sull’accesso gratuito alla vaccinazione per le 11enni compiute a livello nazionale e regionale. Risulta vaccinato il 62,2% delle 14enni (cioè le ragazze che avevano 11 anni nel 2008, anno dell’avvio effettivo delle campagne vaccinali). La quota decresce tra le attuali 13enni (59,9%) e 12enni (54,3%), segnalando così una flessione nel tempo delle adesioni alle campagne di vaccinazione gratuita. Scarsa è invece la diffusione della vaccinazione tra le donne adulte e al di fuori del regime di gratuità: la quota delle donne di 18 anni e oltre vaccinate è pari appena al 2,9%.

L’atteggiamento positivo verso i comportamenti di prevenzione. L’atteggiamento prevalente nei confronti della vaccinazione è comunque positivo. Il 30% delle donne dice di non essere interessata, né per se stessa né per le figlie. E solo il 5% si dichiara contraria alle vaccinazioni perché le ritiene pericolose in generale. Il 28% è favorevole solo alle vaccinazioni obbligatorie. La posizione più diffusa (44%) è quella prudenziale, che prescinde da prese di posizione favorevoli o contrarie alle vaccinazioni in linea di principio, ed è orientata a valutare le singole situazioni facendosi guidare dal consiglio esperto di un medico. Anche la valutazione sulle campagne di vaccinazione gratuita è positiva: per l’81% dovrebbe coinvolgere anche le ragazze più grandi, per il 78% andrebbe estesa ai coetanei di sesso maschile.

Il rischio di un calo di attenzione sul tema. In conclusione, le donne italiane si dimostrano inclini alla prevenzione delle malattie dell’apparato riproduttivo e approcciano la vaccinazione contro l’Hpv con un atteggiamento aperto, in cui però è fondamentale l’accesso alle informazioni e la possibilità di confrontarsi con un esperto in grado di guidarle nella scelta. A fronte della disponibilità generica di informazioni veicolate dai media e del ruolo marginale svolto dai medici, l’occasione della campagna vaccinale assume una funzione strategica. L’informazione specifica sull’Hpv e sulla vaccinazione viaggiano insieme, e solo le donne che vi hanno già partecipato sembrano aver trovato un interlocutore autorevole e affidabile nel servizio vaccinale delle Asl. Solo una fascia della popolazione femminile, quella direttamente coinvolta nella vaccinazione gratuita per le adolescenti, viene raggiunta dall’informazione in modo corretto, ma la progressiva riduzione del numero delle ragazze vaccinate nelle fasce d’età che vi possono accedere gratuitamente dimostra che c’è stato un calo di attenzione sul tema.

Che fare? Affinché la prevenzione dell’Hpv si realizzi in modo efficace, e si estenda alla popolazione femminile e maschile per cui esiste l’indicazione, anche attraverso l’accesso in regime di prezzo agevolato, è necessario un impegno ulteriore da parte delle istituzioni. Prima di tutto attraverso il potenziamento della funzione informativa che le italiane attribuiscono al Servizio sanitario nazionale. Il ruolo svolto in modo efficace dai servizi vaccinali delle Asl deve essere sviluppato ed esteso alle donne che non sono target della campagna gratuita. E non possono non essere coinvolti anche i medici curanti, dal ginecologo al pediatra, chiamati a svolgere il loro ruolo di guida esperta: possono rappresentare una fonte d’informazione strategica e «vicina» per favorire una maggiore diffusione tra le donne italiane dei comportamenti di prevenzione delle patologie Hpv-correlate.


martedì 1 novembre 2011

GIOCHI D’AZZARDO, CONTRIBUENTI.IT: 33% DELLE GIOCATE SONO DI MINORENNI, +8,1% NEL 2011.

L’Italia ha il primato, in Europa, per la maggior cifra giocata al tavoli da gioco, una media quasi 2.205 euro a persona, che vengono sottratti all’economia reale, minorenni inclusi, il cui numero è passato in tre anni da 860 mila unità a 3,3 milioni. L’Erario si preoccupa più di fare cassa che di sensibilizzare sulle tematiche di dipendenza da gioco.” Lo afferma Vittorio Carlomagno, presidente dell’Associazione Contribuenti Italiani alla presentazione dello studio “L’annientamento dell’individuo attraverso il gioco d’azzardo legalizzato”, avvenuta ad Aosta, che sarà prossimamente pubblicato su “Contribuenti.it Magazine”.

Nei primi nove mesi del 2011 si è registrato un aumento delle perdite legate alla dipendenza da giochi e scommesse del 20,4%. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente sono stati lasciati sul tavolo da gioco circa 962 MLN in più, con un tendenziale annuo che potrebbe arrivare al 29,2%.

I giocatori più incalliti sono quelli residenti in Molise con il 57%, segue la Campania con il 51% e dalla Sicilia 50,7%. In ultimo posto troviamo quelli del Trentino Alto Adige con il 31,9%.

In Italia, il solo gioco legalizzato coinvolge circa 31,7 MLN di persone, di cui 7,9 MLN con frequenza settimanale, e sviluppa un fatturato di circa 72 MLD di euro. Anche il coinvolgimento dei minorenni è aumentato del 8,1%, passando, in tre anni, da 860 mila unità a 3,3 milioni, raggiungendo il 33% di tutte le giocate.

Secondo l’indagine di Contribuenti.it, nel nostro Paese, il consumo e l’abuso di alcol e droghe viene visto come un problema sociale per la collettività e di salute per il singolo, mentre la dipendenza da gioco non viene riconosciuta dallo Stato, e chissà perché, come una malattia sebbene a livello psichiatrico, invece, venga catalogata come una vera e propria patologia. E così, tra il Superenalotto che presenta un montepremi per il “6″ fuori da ogni logica razionale, ed il poker on line legalizzato, non mancano le tentazioni di chi, affetto in maniera latente dal vizio del gioco, rischia di entrare nel tunnel della dipendenza. Ai tempi della crisi, tra l’altro, il fatturato dei giochi di Stato, anziché scendere, aumenta, a conferma di come gli italiani, sempre più disperati, sono alla ricerca di un full d’assi o di una sestina vincente per ottenere ciò che non gli è permesso nella vita reale.

L’Associazione Contribuenti Italiani chiede misure restrittive nei confronti del gioco legalizzato, identificando tutti i giocatori per evitare il riciclaggio del denaro sporco e l’accesso ai minorenni, il divieto al gioco d’azzardo in tutti i luoghi pubblici, sulla scia del divieto delle sigarette e l'aumento della tassazione sulle vincite al fine di renderle meno appetibili, introducendo un’imposta unica sostitutiva su tutti i giochi legalizzati (IUG) pari al 50% della vincita.

"Lo scopo delle istituzioni è quello di educare i cittadini, proteggere la loro salute, mentale e fisica - afferma Vittorio Carlomagno, presidente dell’Associazione Contribuenti Italiani - non di certo quello di indurli a giocare al poker o ad indebitarsi con persone senza scrupoli. Senza contare che sono non pochi i giocatori fanno uso di sostanze stupefacenti o si prostituiscono per racimolare i soldi. Per un reale rilancio dell'economia e per accompagnare il paese dall'uscita della crisi economica - conclude Carlomagno - i risparmi degli italiani dovrebbero entrare in circolazione nel mercato attraverso canali legali e produttivi e non lasciare che le perdite al gioco diventino prima fonte di entrate nelle casse statali."

CARO ESTINTO, CONTRIBUENTI.IT: AUMENTI RECORD PER FIORI E LUMINI

Aumenti record per la festa dei morti. Anche quest'anno costerà molto alle famiglie italiane andare a trovare i propri cari a causa della tendenza al rialzo dei prezzi che si stanno registrando in questi giorni.

Dall'indagine a campione effettuata nelle 10 principali città italiane emergono speculazioni che non risparmiano chi soffre per aver perso i propri cari.

Una sola rosa, in questi giorni, può arrivare a costare a Milano fino a 5 euro, se acquistata nei pressi di un cimitero. La media italiana comunque è di 4,10 euro, +5,6% rispetto al 2010. Ma se raffrontato con il mese di settembre l’incremento è del 410%.

Contribuenti.it ha, infatti, rilevato che il prezzo medio di una rosa nella prima metà del mese di ottobre era di 1 euro.

La festa dei morti – afferma Vittorio Carlomagno presidente di Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani - è vissuta dai vivi come la festa delle speculazioni. I fiori freschi, diversamente dagli altri beni, non possono che essere acquistati in loco, essendo beni deperibili”.

Alla speculazione dei fiori si aggiunge quella dei lumini che vengono accesi sulle tombe, che sono passati da 2,50 euro del 2010 a 5 euro del 2011, con un aumento del 100%.

Secondo le stime effettuate da Krls Network of Business Ethics per conto di Contribuenti.it Magazine, ogni famiglia italiana spenderà, per questa ricorrenza, mediamente 22,30 euro per ricordare i propri cari. Una speculazione da 410 milioni di euro che i contribuenti italiani subiscono, molto spesso, senza neanche ottenere, all’atto dell’acquisto, uno scontrino fiscale.

«Dall’analisi degli studi di settore – conclude Carlomagno – emerge che i fiorai, unitamente alle agenzie di pompe funebri dichiarano redditi sotto la soglia della povertà».

IL 26 NOVEMBRE IN PIAZZA PER L’ACQUA. I BENI COMUNI E LA DEMOCRAZIA

PER IL RISPETTO DELL'ESITO REFERENDARIO, PER UN'USCITA ALTERNATIVA DALLA CRISI

Il 12 e 13 giugno scorsi la maggioranza assoluta del popolo italiano ha votato per l'uscita dell'acqua dalle logiche di mercato, per la sua affermazione come bene comune e diritto umano universale e per una gestione pubblica e partecipativa del servizio idrico.

Un voto netto e chiaro, con il quale 27 milioni di donne e uomini, per la prima volta dopo decenni, hanno ripreso fiducia nella partecipazione attiva alla vita politica del nostro paese e hanno indicato un'inversione di rotta rispetto all'idea del mercato come unico regolatore sociale.

Ad oggi nulla di quanto deciso ha trovato alcuna attuazione: la legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua continua a giacere nei cassetti delle commissioni parlamentari, gli enti locali - ad eccezione del Comune di Napoli - proseguono la gestione dei servizi idrici attraverso S.p.A. e nessun gestore ha tolto i profitti dalla tariffa.

Non solo. Con l’alibi della crisi e dei diktat della Banca Centrale Europea, il Governo ha rilanciato, attraverso l’art. 4 della manovra estiva, una nuova stagione di privatizzazioni dei servizi pubblici locali, addirittura riproponendo il famigerato”Decreto Ronchi” abrogato dal referendum.

Governo e Confindustria, poteri finanziari e lobbies territoriali, resisi conto che il popolo ha votato contro di loro, hanno semplicemente deciso di abolire il popolo, producendo una nuova e gigantesca espropriazione di democrazia.

IL RISULTATO REFERENDARIO DEVE ESSERE RISPETTATO E TROVARE IMMEDIATA APPLICAZIONE

Per questo, il movimento per l’acqua si prepara a lanciare la campagna nazionale “Obbedienza civile”, ovvero una campagna che, obbedendo al mandato del popolo italiano, produrrà in tutti i territori e con tutti i cittadini percorsi auto organizzati e collettivi di riduzione delle tariffe dell’acqua, secondo quanto stabilito dal voto referendario.

Quello che avviene per l’acqua è solo il paradigma di uno scenario più ampio dentro il quale si colloca la crisi globale. Un sistema insostenibile è giunto al capolinea. I poteri forti invece di prenderne atto invertendo la rotta, ne hanno deciso la prosecuzione, attraverso la continua restrizione del ruolo del pubblico a colpi di necessità imposte dalla riduzione del debito e dai patti di stabilità, la consegna dei beni comuni al mercato, tra cui la conoscenza e la cultura, lo smantellamento dei diritti del lavoro anche attraverso l'art. 8 della manovra estiva, la precarizzazione dell’intera società e la conseguente riduzione degli spazi di democrazia.

Indietro non si torna. Dalla crisi non si esce se non cambiando sistema, per vedere garantiti: il benessere sociale, la tutela dei beni comuni e dell’ambiente, la fine della precarietà del lavoro e della vita delle persone, un futuro dignitoso e cooperativo per le nuove generazioni.

Un altro modello di società è necessario per l’intero pianeta. Insieme proveremo a costruirlo anche nei prossimi appuntamenti internazionali, come la conferenza sui cambiamenti climatici di Durban di fine novembre e a Marsiglia nel Forum Alternativo Mondiale dell'acqua a Marzo 2012.

Siamo vicini ai popoli che subiscono violenze, ingiustizie e vengono privati del diritto all’acqua come in Palestina, di cui ricorre il 26 novembre la Giornata internazionale di solidarietà proclamata dall’Assemblea della Nazioni Unite.

Per tutti questi motivi il popolo dell’acqua tornerà in piazza il prossimo 26 novembre e invita tutte e tutti a costruire una grande e partecipata manifestazione nazionale.

Vogliamo che sia il luogo di tutte e di tutti, da qui l’invito a costruirlo insieme, come sempre è stata l’esperienza del movimento per l’acqua. Un movimento che ha sempre praticato la radicalità nei contenuti e la massima inclusione, con modalità condivise, allegre, pacifiche e determinate nelle forme di mobilitazione, considerando le une inseparabili dalle altre.

Per questo, nel prepararci a costruire l’appuntamento con la massima inclusione possibile, altrettanto francamente dichiariamo indesiderabile la presenza di chi non intenda rispettare il modo di esprimersi di questa ricchissima esperienza.

Vogliamo costruire una giornata in cui siano le donne e gli uomini di questo paese a riprendersi la piazza e la democrazia, invitando ad essere presenti tutte e tutti quelli che condividono questi contenuti e le nostre forme di mobilitazione, portando le energie migliori di una società in movimento, che, tra la Borsa e la Vita, ha scelto la Vita.

E un futuro diverso per tutte e tutti.

Promuove: Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua

Aderiscono: Alternativ@Mente, Associazione Altramente, Coordinamento Lavoratori Autoconvocati, Italia Nostra Castelli Romani, Osservatorio Europa,

Sostengono: Comunisti Sinistra Popolare, Laboratorio politico-culturale Alternativa

Per info e adesioni scrivere a segreteria@acquabenecomune.org

lunedì 31 ottobre 2011

ANCHE GLI ITALIANI OVER 50 RIFIUTANO QUESTA POLITICA

Non servono guide carismatiche, meglio persone oneste (per il 60%), sagge (43%) e preparate (37%)

Non sono solo i giovani ad avere uno scarso senso di identificazione ideologica, anche gli italiani over 50 anni rifiutano ormai solide appartenenze politiche e si affidano alla propria capacità di discernimento. È quanto emerge dai risultati della ricerca «Prima delle leggi» promossa e realizzata dal Censis e dall’associazione 50&Più attraverso un’indagine su un campione di 1.200 italiani dai 50 ai 65 anni.

Non si tratta di un rifiuto emotivo della politica, di un generico sentimento di antipolitica. Gli intervistati sembrano avere le idee molto chiare. Dichiarano di farsi guidare nelle scelte della vita dalla propria testa (66,3%) piuttosto che dall’impulso del momento (17,7%), dal cuore (8,8%), dai desideri (7,2%). Qui le sregolatezze non sono di casa. Gli over 50 sono convinti che la loro identità si basa sull’esperienza personale (44,6%), sull’eredità culturale familiare (43,2%), sul carattere (42,3%). L’appartenenza politica, gli schieramenti, le appartenenze di classe sociale o anche religiosa, etnica, sessuale, contano poco e raggiungono percentuali di aggregazione minime (l’appartenenza politica conta solo per l’1,1%).

Potrebbero sembrare tutti ripiegati sulla propria soggettività, ma i risultati della ricerca smentiscono questa interpretazione. Non si tratta degli epigoni dell’individualismo egoista che ha dominato negli ultimi trent’anni. Al contrario, gli over 50 sono fortemente aperti agli altri: l’84,5% vede il rapporto con gli altri come una forma di arricchimento, l’82,4% dice che questo confronto è servito per migliorarsi.

Hanno ricevuto dai propri genitori una trasmissione di valori che oggi sanno apprezzare. Con il proprio padre (la figura in cui hanno identificato l’autorevolezza, secondo il 37%) hanno avuto un rapporto equilibrato, fatto di amore e rispetto. Riconoscono di dovere la propria maturazione a uno dei genitori (50,1%), nel proprio scrigno mentale conservano il nome di uno scrittore o di un filosofo, o anche semplicemente il titolo di un bel film, che ha un significato importante nella loro vita.

Sono persone che amano fare autocritica e mettere a frutto le esperienze (31,5%), cercano di non lasciarsi condizionare dalle emozioni e valutare con obiettività le situazioni (29,3%). Rifiutano una concezione solo materialistica del rapporto uomo-donna, che riconducono sì all’attrazione dei corpi, ma con un’intesa mentale in più (52,7%).

Nelle situazioni di disagio ritengono opportuno guardarsi dentro con coraggio (38,2%), confrontarsi con gli amici più veri (36%), chiedere consiglio a uno psicoterapeuta (33,8%), non pretendono di risolvere tutto con i farmaci (solo il 2%).

Ora pensano che la società abbia bisogno più che mai di guide. Ma non devono essere guide carismatiche o dotate di una forte leadership: è molto meglio che siano innanzitutto di specchiata onestà sia in pubblico che in privato (59,8%), persone illuminate da profonda saggezza e consapevolezza (43%), che siano preparate (37,3%). Alla classe dirigente politica e istituzionale chiedono innanzitutto di saper ascoltare i bisogni della gente (57,3%), di recuperare giustizia sociale (39%), di guardare al futuro (34,1%). Non vogliono guide che sappiano coinvolgere (solo il 5,2%) o far sognare (1,7%). Devono essere invece seri e onesti (59%), saggi (54%), dotati di forza morale (34%) e onore, umiltà e semplicità.

Questi sono i principali risultati emersi da una ricerca realizzata dal Censis e dall’associazione 50&Più, presentata a Rimini nell’ambito del forum «Gold Age» da Giuseppe De Rita, Presidente del Censis, ed Elisa Manna, responsabile del settore Politiche culturali.

giovedì 22 settembre 2011

SIETE UNA LUNA SORDA E CIECA E NON VEDETE CIÒ CHE OSCURA IL PAESE



Oggi io mi considero il dito e il Parlamento si considera la Luna. E io sono orgoglioso di essere il dito che indica una luna sorda e cieca che non vede ciò che accade e ciò che oscura il Paese.

Il problema non sono io che ho lanciato l'allarme nel dire che c'è la rivolta alle porte perché fuori da questo Parlamento a scioperare non c'erano solo i giovani senza lavoro, gli insegnanti ecc. ma c'erano i poliziotti. In questo momento c'è una disperazione nel paese nel vedere che tutto sta crollando e al Senato ci occupiamo del conflitto di attribuzione perché Ruby rubacuori deve essere considerata la nipote di Mubarak e alla Camera delle intercettazioni.

Milioni di persone sono sull'orlo della disperazione sociale e da lì alla rivolta sociale e alla violenza non ci vuole molto. Denunciarlo non vuol dire non rispettare la Costituzione ma assumersi una responsabilità di fronte a un Parlamento irresponsabile e senza attributi che si vende l'anima e il corpo e ogni dignità solo per far credere che tutto va bene, solo per mantenere la poltrona. Questo governo sta rischiando di portare a morte l'economia e la Costituzione. Guardatevi allo specchio, sarete i complici politici di quello che accadrà nel nostro Paese.