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sabato 28 settembre 2013

GLI SPRECHI ALIMENTARI GRAVANO SUL CLIMA, SULLE RISORSE IDRICHE, SUL SUOLO E SULLA BIODIVERSITÀ

Secondo un nuovo rapporto FAO i costi economici diretti sono di 750 miliardi di dollari l'anno - Necessarie migliori politiche

La perdita della strabiliante quantità di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo l'anno non solo causa gravi perdite economiche, ma anche grava in modo insostenibile sulle risorse naturali dalle quali gli esseri umani dipendono per nutrirsi, denuncia un nuovo rapporto FAO pubblicato oggi.

Il rapporto Food Wastage Footprint: Impacts on Natural Resources (L'impronta ecologica degli sprechi alimentari: l'impatto sulle risorse naturali N.d.T.) è il primo studio che analizza l'impatto delle perdite alimentari dal punto di vista ambientale, esaminando specificamente le conseguenze che esse hanno per il clima, per le risorse idriche, per l'utilizzo del territorio e per la biodiversità.

Il rapporto evidenzia che:

Ogni anno, il cibo che viene prodotto, ma non consumato, sperpera un volume di acqua pari al flusso annuo di un fiume come il Volga; utilizza 1,4 miliardi di ettari di terreno - quasi il 30 per cento della superficie agricola mondiale - ed è responsabile della produzione di 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra.

Oltre a questo impatto ambientale, le conseguenze economiche dirette di questi sprechi (esclusi pesci e frutti di mare), si aggirano secondo il rapporto intorno ai 750 miliardi di dollari l'anno.

"Queste tendenze mettono un'inutile e insostenibile pressione sulle risorse naturali più importanti, e devono essere invertite", ha affermato il Direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva. "Tutti - agricoltori e pescatori, lavoratori nel settore alimentare e rivenditori, governi locali e nazionali, e ogni singolo consumatore - devono apportare modifiche a ogni anello della catena alimentare per evitare che vi sia spreco di cibo e invece riutilizzare o riciclare laddove è possibile".

"Oltre all'imperativo ambientale, ve n'è anche uno di natura etica: non possiamo permettere che un terzo di tutto il cibo che viene prodotto nel mondo vada perduto, quando vi sono 870 milioni di persone che soffrono la fame", ha aggiunto Graziano da Silva.

Insieme al nuovo studio la FAO ha pubblicato anche Toolkit: Reducing the Food Wastage Footprint, un manuale di 100-pagine su come ridurre le perdite e gli sprechi di cibo in ogni fase della catena alimentare.

Nel manuale vengono presentati un certo numero di progetti che mostrano come governi nazionali e locali, agricoltori, aziende e singoli consumatori possono adottare misure per affrontare il problema.

Achim Steiner, Sotto-Segretario Generale dell'ONU e Direttore Esecutivo del Programma per l'Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP), ha dichiarato: "L'UNEP e la FAO hanno identificato lo spreco di cibo come una grande opportunità verso un'economia verde a basse emissioni di carbonio, che fa un uso efficiente delle risorse".  "Il rapporto presentato oggi dalla FAO sottolinea i molteplici vantaggi che possono essere realizzati - in molti casi attraverso semplici misure da parte delle famiglie, dei dettaglianti, dei ristoranti, delle scuole e delle imprese - che possono contribuire alla sostenibilità ambientale, a migliorare l'economia e la sicurezza alimentare, e alla realizzazione della sfida Fame Zero lanciata dal Segretario Generale delle Nazioni Unite".

L'UNEP e la FAO sono i cofondatori della campagna Think Eat Save per ridurre l'impronta ambientale lanciata all'inizio dell'anno, il cui scopo è dare assistenza e coordinare a livello mondiale l'impegno per ridurre gli sprechi alimentari.

Come e dove viene sperperato il cibo

Secondo lo studio FAO, il 54 per cento degli sprechi alimentari si verificano "a monte", in fase di produzione, raccolto e immagazzinaggio. Il 46 per cento avviene invece "a valle", nelle fasi di trasformazione, distribuzione e consumo.

In linea generale, nei paesi in via di sviluppo le perdite di cibo avvengono maggiormente nella fase produttiva, mentre gli sprechi alimentari a livello di dettagliante o di consumatore tendono ad essere più elevati nelle regioni a medio e alto reddito - dove rappresentano il 31/39 per cento del totale - rispetto alle regioni a basso reddito (4/16 per cento).

Il rapporto fa notare che più avanti lungo la catena alimentare un prodotto va perduto, maggiori sono le conseguenze ambientali, dal momento che i costi ambientali sostenuti durante la lavorazione, il trasporto, lo stoccaggio ed il consumo devono essere aggiunti ai costi di produzione iniziali.

Zone critiche

Lo spreco di cereali in Asia è un problema di notevoli dimensioni, che ha grandi ripercussioni sulle emissioni di carbonio, sulle risorse idriche e sull'uso del suolo.  Nella coltivazione del riso questo è particolarmente evidente, in considerazione dell'elevata emissione di metano che la sua produzione comporta e del grande livello di perdite.

Mentre il volume degli sprechi di carne in tutte le regioni del mondo è relativamente basso, il settore carne genera un notevole impatto sull'ambiente, in termini di occupazione del suolo e di emissioni di carbonio, in particolare nei paesi ad alto reddito e in America Latina, che insieme sono responsabili dell'80 per cento di tutti gli sprechi di carne.  Escludendo l'America Latina, le regioni ad alto reddito sono responsabili di circa il 67 per cento di tutto lo spreco di carne.

In Asia, America Latina ed Europa lo spreco di frutta contribuisce in modo significativo al consumo di risorse idriche, soprattutto a causa dell'alto livello di perdite.

Allo stesso modo, il grande volume di spreco di verdure in Asia, Europa, Sud e Sud-Est asiatico si traduce in una grande impronta di carbonio per tale settore.

Le cause dello spreco di cibo e i suggerimenti su come ridurlo

Alla base dell'alto livello di perdite alimentari nelle società opulente vi è il comportamento dei consumatori insieme alla mancanza di comunicazione lungo la catena di approvvigionamento. I consumatori non riescono a pianificare i propri acquisti, comprano più cibo di quel che serve, o reagiscono in modo eccessivo all'etichetta "da consumarsi entro", mentre eccessivi standard di qualità ed estetici portano i rivenditori a respingere grandi quantità di cibo perfettamente commestibili.

Nei paesi in via di sviluppo, le perdite avvengono principalmente nella fase post-raccolto e di magazzinaggio a causa delle limitate risorse finanziarie e strutturali nelle tecniche di raccolto, di stoccaggio e nelle infrastrutture di trasporto, insieme a condizioni climatiche favorevoli al deterioramento degli alimenti.

Per affrontare il problema, il manuale della FAO presenta tre livelli in cui è necessario intervenire:

  • La riduzione degli sprechi dovrebbe diventare una priorità. Limitando le perdite produttive delle aziende agricole dovute a cattive pratiche e bilanciando meglio la produzione con la domanda consentirebbe di non utilizzare le risorse naturali per la produzione di cibo non necessario. 

  • In caso di eccedenze alimentari, il riutilizzo all'interno della catena alimentare umana - la ricerca di mercati secondari o la donazione del cibo eccedente ai membri più vulnerabili della società - rappresenta l'opzione migliore. Se il cibo non è idoneo al consumo umano, la seconda alternativa è quella di destinare il cibo non utilizzato all'alimentazione del bestiame, preservando risorse che sarebbero altrimenti utilizzate per produrre mangimi commerciali.

  • Laddove il riutilizzo non fosse possibile, si dovrebbe pensare a riciclare e recuperare l'eccedenza di cibo: riciclaggio dei sottoprodotti, decomposizione anaerobica, elaborazione dei composti e l'incenerimento, con recupero di energia rispetto all'eliminazione nelle discariche. (Il cibo non consumato che finisce per marcire nelle discariche è per altro un grande produttore di metano, gas serra particolarmente dannoso).
Il rapporto Food Wastage Footprint ed il manuale su cosa fare contro gli sprechi sono stati finanziati dal governo tedesco.

mercoledì 24 novembre 2010

CLIMA, WWF: DALLE ECONOMIE EMERGENTI, ESEMPI POSITIVI DI AZIONI STRATEGICHE PER SALVARE IL CLIMA

Stando a uno studio del WWF pubblicato oggi, le più influenti economie emergenti stanno emergendo anche grazie ai loro piani di sviluppo che includono il taglio delle emissioni di carbonio che causano i cambiamenti climatici.

Pubblicato mentre i delegati dei singoli paesi si dirigono alla Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima a Cancun, Messico nel dossier Economie emergenti – In quale modo il mondo in via di sviluppo inizia ad affrontare la nuova era della leadership nel settore dei cambiamenti climatici, vengono esaminate le linee di tendenza per le emissioni e i piani di azione per il clima in relazione a cinque tra le maggiori economie in via di sviluppo del mondo – Brasile, Cina, India, Messico e Sudafrica.

Ne emerge che complessivamente queste grandi economie emergenti stanno agendo con maggiore determinazione, ambizione ed energia rispetto a molti dei paesi del mondo sviluppato. Le economie emergenti potrebbero fare molto per evitare i peggiori impatti potenziali dei cambiamenti climatici e il rapporto indica quali potrebbero essere le prossime mosse per ciascun paese.

“In alcune delle principali economie emergenti del pianeta, la gara per la creazione di mercati per le tecnologie pulite e per abbracciare un futuro a basse emissioni di carbonio appare bene avviata,” ha dichiarato Mariagrazia Midulla responsabile clima del WWF Italia. “Questi paesi hanno ora la possibilità di costruire robuste iniziative a livello nazionale, per dimostrare la loro leadership internazionale nell’ambito dell’azione delle Nazioni Unite per il clima".

“A Cancun, Brasile, Sudafrica, Cina, India e Messico sono ben posizionati per spingere all’azione sulla base di innovative fonti di finanziamento pubblico e per un accordo sul clima legalmente vincolante nell’ambito dell’UNFCCC”, ha dichiarato Midulla.

L’analisi del WWF dimostra come tutte e cinque le economie hanno adottato standard energetici e piani per la riduzione delle emissioni ragionevolmente solidi, ponendo così le basi per le ulteriori azioni che saranno necessarie nel futuro.

Il Messico sta integrando i suoi piani per la mitigazione dei cambiamenti climatici e per l’adattamento, e si è impegnato a ridurre le emissioni del 50% entro il 2050, rispetto ai livelli registrati nel 2000.

La Cina sta modificando il suo mix energetico e si è impegnata ad offrire almeno il 15% di tutte le energie derivanti da fonti rinnovabili entro il 2020, emergendo al tempo stesso come principale produttore mondiale di prodotti per il settore delle energie rinnovabili (2009). Questo fa tutto parte dell’obiettivo di garantire la riduzione dell’intensità energetica del 20% nel 2010, rispetto ai livelli registrati nel 2005, impegno preso dalla Cina in occasione del Summit Sul Clima delle Nazioni Unite a Copenhagen.

Nel frattempo, il Sudafrica sta perseguendo un coerente approccio che coinvolge la sua intera economia ed è finalizzato alla pianificazione di uno sviluppo caratterizzato da basse emissioni di carbonio, e sta lavorando per ottenere una riduzione pari a circa il 34% entro il 2020, un obiettivo particolarmente lodevole in considerazione della elevata dipendenza dal carbone che caratterizza questo paese.

Il Brasile ha ridotto la deforestazione del 56% a partire dal 2004 e ha stabilito un obiettivo per il 2017 che prevede ulteriori riduzioni fino al 70% al di sotto del livello medio registrato tra il 1995 e il 2006.

L’India sta facendo progressi nel campo dello sviluppo dell’energia solare ed eolica, nell’ambito del suo piano nazionale per la lotta ai cambiamenti climatici, e potrebbe addirittura registrare risultati superiori al suo obiettivo di aumento del 10% della generazione di energia mediante risorse rinnovabili entro il 2012.

“Questi paesi dovrebbero spingere sull’acceleratore per raggiungere tutti gli obiettivi previsti dai rispettivi impegni nazionali, e con queste iniziative dovrebbero riuscire a incoraggiare ed aiutare i paesi che appaiono ancora in ritardo nella corsa verso le energie rinnovabili”, ha dichiarato Midulla.

Il rapporto inoltre dimostra che è essenziale che tutti i paesi responsabili delle emissioni attuino le iniziative collettive per combattere le minacce derivanti dalle emissioni di gas serra storiche, attuali e future.

“Considerate le sfide della riduzione dei livelli di povertà e dell’investimento nello sviluppo, è incoraggiante notare come queste economie emergenti si siano impegnate per ribaltare le attuali tendenze crescenti delle emissioni e stiano seguendo strategie finalizzate a uno sviluppo caratterizzato da basse emissioni di carbonio.”

“Riteniamo che queste iniziative dovrebbero basarsi su un clima di maggiore collaborazione tra i paesi sviluppati, come la UE, e le economie emergenti, e che un simile contesto potrebbero imprimere un nuovo slancio ai negoziati delle Nazioni Unite sul clima,” ha aggiunto Midulla.

Fonte: WWF

CLIMA, WWF- ECOFYS: I PAESI UE DOVRANNO TRIPLICARE I LORO SFORZI PER OTTENERE LA DECARBONIZZAZIONE ENTRO IL 2050

Lo rivela il “Climate policy tracker”, il nuovo strumento di monitoraggio delle politiche dell’unione in materia di clima lanciato da WWF e Ecofys.

Il Climate Policy Tracker, un nuovo strumento di monitoraggio lanciato oggi dal WWF e da Ecofys a pochi giorni dal Summit sul clima, Cop16, che si terrà dal 29 novembre al 10 dicembre a Cancun, in Messico, rivela che attualmente vengono implementate solo un terzo delle azioni necessarie per indirizzare i paesi dell’UE verso il raggiungimento dell’obiettivo di una economia a basse emissioni di carbonio entro il 2050 (con la riduzione dell’emissione dei gas serra dell’80-95%).

Il rapporto e il relativo sito (http://www.climatepolicytracker.eu/), il cosiddetto Climate Policy Tracker dell’Unione Europea, forniscono per la prima volta un quadro aggiornato delle misure di controllo dei gas serra in tutta l’UE basato su un’analisi dei singoli Stati Membri e dei singoli settori. Il Climate Policy Tracker è uno strumento potente, capace di misurare l’impatto delle politiche e la loro efficacia. Questo strumento consente al pubblico di identificare i settori delle politiche che richiedono maggiore attenzione e nei quali l’azione per la riduzione delle emissioni risulta più efficace”, ha dichiarato Niklas Höhne, Direttore della divisione Energy & Climate Policy di Ecofys.

Il Climate Policy Tracker è in grado di evidenziare le principali differenze in termini di obiettivi e pratiche migliori tra i paesi dell’UE riguardo la riduzione delle emissioni di gas serra; e il rapporto mostra come i risultati complessivi appaiano piuttosto deludenti.

“I tagli radicali delle emissioni necessari per raggiungere gli obiettivi per il 2050 dovranno essere attuati in tutta l’economia. Gli Stati Membri dovranno analizzare a fondo tutte le loro politiche per affrontare i punti deboli. Inoltre, dovranno impegnarsi per perfezionare l’implementazione delle politiche UE”, ha dichiarato Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia che seguirà il Summit a Cancun insieme alla delegazione del WWF internazionale.

I 4 Paesi che registrano le valutazioni più elevate, tra cui Germania, Danimarca, Irlanda e Svezia attualmente raggiungono solo la metà degli obiettivi necessari, il che equivale al punteggio ‘D’. Pertanto non sarebbe adeguato definirli come dei leader, perché dovranno raddoppiare i loro sforzi per orientarsi verso un’economia a ‘bassa intensità’ di carbonio. Il rapporto evidenzia anche in una speciale MAPPA DELE POLITICHE VIRTUOSE alcune politiche nazionali particolarmente efficaci, tra cui il ‘conto energia’ applicato in Italia sul fotovoltaico. I risultati evidenziati dal Climate Policy Tracker evidenziano infatti un aspetto incoraggiante: se gli Stati Membri seguiranno l’esempio del paese che registra i risultati migliori in relazione a ciascuna area delle politiche e in ciascun settore, potranno raggiungere i due terzi degli obiettivi necessari, pari al doppio della media attuale. Questo significa che gli strumenti sono disponibili, ma le politiche non vengono attuate in modo diffuso.

ITALIA: UN PAESE A METÀ

Secondo il report l’Italia ha introdotto alcune valide iniziative attraverso le sue politiche ma che non si combinano tra loro per creare una strategia completa verso il raggiungimento di una “zero carbon economy”. Inoltre, la scelta di tornare al nucleare in campo energetico probabilmente sottrarrà importanti risorse alle future politiche per la riduzione delle emissioni di carbonio. L’energia nucleare è un elemento importante della Strategia Energetica Nazionale (che attualmente non esiste ) e nel futuro il 25% dei consumi dovrebbe provenire da questa fonte. Oltre ad altri aspetti ambientali, è prevista una forte opposizione alla costruzione di impianti nucleari, che molto probabilmente ritarderà e ridimensionerà i risultati attesi in termini di riduzione dei gas serra.

Un successo per l’Italia è rappresentato dall’uso delle energie rinnovabili, stimolato garantendo un sistema di feed-in-tariff (conto energia) di lungo termine. A seconda della tecnologia, l’orizzonte temporale varia dai 15 ai 20 anni. Questo si abbina a un impegno per le rinnovabili che viene sostenuto da un programma per il rilascio di certificati verdi. Inoltre, durante gli ultimi due anni (2009 e 2010) è stato in vigore un incentivo fiscale del 55% per le misure finalizzate all’efficienza energetica negli edifici, compresi i sistemi solari-termici, isolamento e sostituzione dei vetri, un provvedimento che si auspica venga riconfermato in futuro.

Un passo ulteriore dell’Italia verso la ‘decarbonizzazione” è l’intenzione di obbligare l’utilizzo del fotovoltaico per gli edifici con superfici superiori a 1.000m2 e dei sistemi solari termici nel caso di installazioni o sostituzioni di sistemi di riscaldamento: purtroppo la legislazione in materia è stata rinviata al gennaio del 2011 e i decreti attuativi non sono ancora stati emessi.

Tra le aree che richiedono miglioramenti vi è sicuramente l’implementazione delle varie strategie e politiche, ancora non sufficiente. Nel settore edilizio gli standard esistono, ma in mancanza di sanzioni e di applicazione delle disposizioni l’attuazione non è completa mentre le strettoie burocratiche ostacolano fortemente il processo.

Nel report le politiche italiane vengono analizzate nei diversi settori : elettricità, edifici per rinnovabili e efficienza energetica, agricoltura, trasporti, foreste.

“Ciascun paese può vantare i suoi successi, e i policy maker dovrebbero apprendere le lezioni che derivano dalle pratiche migliori attuate in tutta l’Europa. Tuttavia, nel complesso i punteggi registrati sono bassi. Il sostegno alle energie rinnovabili è molto diffuso in tutta l’Europa e in questo settore si registrano i progressi più significativi, mentre i settori dell’efficienza energetica, dei trasporti e dell’industria sono in ritardo,” ha proseguito Höhne.

“Tutti i paesi e la UE nel suo complesso hanno bisogno di implementare la legislazione finalizzata alla decarbonizzazione entro il 2050, altrimenti la situazione sarà ingovernabile. Attualmente notiamo anche che gli obiettivi climatici del 2020 richiedono un potenziamento e che chiedere una riduzione del 20% non è sufficiente, un simile obiettivo non ci permetterà di raggiungere l’obiettivo di una low-carbon economy entro il 2050,” conclude Midulla.

Fonte: WWF

domenica 24 ottobre 2010

Clima, Rapporto Ispra: 2009 quinto anno più caldo dal 1961, +1,19 °C

L’anno 2009, analogamente ai tre che lo hanno preceduto, è stato un anno sensibilmente più caldo della norma con un’anomalia media di + 1.19 °C rispetto al trentennio di riferimento 1961-1990; inoltre, come negli ultimi undici anni - ad eccezione del 2005 - l’anomalia positiva della temperatura media nel nostro Paese è stata superiore a quella media globale sulla terraferma (+0.76°C).

Il 2009 è stato anche il diciottesimo anno consecutivo con anomalia termica positiva, con un valore medio, per il territorio nazionale, che si attesta al quinto posto nel periodo che va dal 1961 ad oggi. Circa 770 le stazioni distribuite sull’intero territorio nazionale da cui sono stati tratti gli indicatori di temperatura e precipitazione.

Questi i dati contenuti nel “Quinto Rapporto sul clima in Italia”, che illustra l’andamento nel 2009 dei principali indicatori climatici derivati dal Sistema nazionale per la raccolta, l’elaborazione e la diffusione dei dati Climatologici di Interesse Ambientale (SCIA, http://www.scia.sinanet.apat.it/), realizzato dall’ISPRA in collaborazione con il Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare, l’Unità di Ricerca per la Climatologia e la Meteorologia applicate all’Agricoltura, Agenzie Regionali e Provinciali per la Protezione dell’Ambiente, il Servizio Informativo Agrometeorologico Siciliano (SIAS) e il Servizio Agrometeorologico delle Marche.

Nel Rapporto sono descritti gli aspetti salienti del clima a scala globale e continentale e gli eventi meteo-climatici significativi in Italia nel 2009. Come già nel 2008, il valore più alto di anomalia della temperatura media è stato registrato nelle regioni settentrionali (+1.44 °C), seguito da +1.31°C al Centro e +0.92 °C al Sud e sulle Isole. I valori di anomalia mensile sono stati positivi in tutti i mesi dell’anno, ad eccezione dei mesi di dicembre al Nord e febbraio ed ottobre al Centro, al Sud e sulle Isole. Maggio e agosto sono stati i mesi più caldi rispetto alla norma.

Anche gli indicatori degli estremi di temperatura confermano l’anomalia termica positiva che ha caratterizzato il 2009. Il numero di giorni con gelo - cioè il numero medio di giorni con temperatura minima minore o uguale a 0 °C - è stato inferiore al valore normale del trentennio di riferimento, mentre il numero di notti tropicali - cioè con temperatura minima maggiore di 20 °C - e il numero di giorni estivi - cioè con temperatura massima maggiore di 25 °C - sono stati superiori ai rispettivi valori normali. Il numero medio di notti tropicali nel 2009, pari a 38 giorni, è il quarto valore più alto a partire dal 1961. Relativamente agli indicatori di intensità, durata e numero delle onde di calore, il 2009 si colloca rispettivamente al 7°, 7° e 6° posto, dell’intera serie dei valori medi a partire dal 1961.

Per quanto riguarda le precipitazioni, al Nord sono state complessivamente superiori alla media climatologica, ad eccezione di alcune zone dell’Emilia Romagna e del Piemonte; al Centro l’anomalia è stata quasi ovunque negativa ad eccezione dell’Abruzzo, mentre al Sud e sulle Isole l’anomalia è stata positiva, con punte di eccedenza di precipitazione rispetto alla media sulla Sicilia occidentale.

Il 2009 sembra confermare la tendenza ad un aumento delle precipitazioni al Sud, interrotta lo scorso anno. Negli ultimi otto anni al Sud le precipitazioni sono state sempre superiori alla media ad eccezione del 2008 e il valore medio della precipitazione cumulata annuale del 2009 si colloca al sesto posto della serie dal 1961. Viceversa, al Nord nel 2009 le precipitazioni sono state in media lievemente inferiori al valore normale, e dal 2003 l’anomalia media di precipitazione annuale è stata sempre negativa ad eccezione del 2008.

“Come noto”, ha commentato Franco Desiato, climatologo dell’ISPRA e curatore del Rapporto, “lo studio del clima e il riconoscimento di eventuali segnali di cambiamento climatico, non possono basarsi su dati di breve periodo, né tantomeno sull’analisi di singoli eventi, anche estremi. Essi necessitano invece dell’analisi di lunghe serie di dati e dell’aggiornamento costante, anno dopo anno, degli indicatori climatici”.

Vedi i Grafici della temperatura


Fonte: ISPRA