sabato 14 dicembre 2013

FINANZIAMENTO PUBBLICO AI PARTITI E ALLE CONFESSIONI RELIGIOSE. DUE PESI E DUE MISURE?

 “Non è una truffa”, ha detto il presidente del consiglio dei ministri, Enrico Letta, riferendosi al 2 per mille che, nella nuova legge che avrebbe abolito il finanziamento pubblico ai partiti, è quanto il contribuente può decidere di girare ad un partito politico sottraendolo alle tasse che versa allo Stato. Non e' un truffa -dice Letta- perché è su base volontaria e se il contribuente non indica nulla, lo Stato non girerà nulla a nessun partito.

Ci viene spontanea una domanda: allora l'8 per mille alle confessioni religiose e' una truffa? Visto che, nella fattispecie, lo Stato leva l'8 per mille da tutte le dichiarazioni dei redditi, anche di coloro che non hanno indicato la confessione religiosa a cui stornarlo, e lo ripartisce percentualmente cosi' come indicato dai contribuenti che hanno espresso la propria scelta.

Più di qualcosa non ci è mai tornato nell'8 per mille alle confessioni religiose, per cui, sentire che il premier Letta qualifica il metodo del 2 per mille ai partiti come una non-truffa, ci fa venire in mente che altri metodi di sottrazione millesimale dalle denunce dei redditi potrebbero essere truffaldini. E il parallelo con la piu' famosa sottrazione dell'8 per mille, e' consequenziale: esistono due pesi e due misure?

di Vincenzo Donvito


CRONICITÀ. RAPPORTO CITTADINANZATTIVA. TRA COSTI ELEVATI E DIFFICOLTÀ IN AMBITO LAVORATIVO, CURASI È UN LUSSO

Tra costi elevati e difficoltà in ambito lavorativo, curasi non è più permesso. Presentato il XII Rapporto sulle politiche della cronicità di Cittadinanzattiva

Avere una o più patologie croniche o rare, o accudire una persona malata, è diventato oggi un “lusso” che non ci si può più permettere, perché i costi diretti ed indiretti della malattia risultano insostenibili per un numero crescente di pazienti e di famiglie. E l’estremo risultato è non solo non curarsi nella maniera adeguata, ma addirittura “nascondere” la propria patologia in alcuni contesti, fra cui quello lavorativo. 

Sul piano sociosanitario, emerge una assistenza, soprattutto a livello di accesso ai farmaci, a macchia di leopardo, con regioni più avanti e altre che stentano a assicurare anche i LEA, mentre i tagli incidono maggiormente sull’assistenza domiciliare e sulla riabilitazione.

A descrivere questa situazione è il XII Rapporto nazionale sulle politiche della cronicità, dal titolo “Permesso di cura”, presentato oggi a Roma dal Coordinamento nazionale delle Associazioni dei malati cronici (CnAMC) di Cittadinanzattiva. 

“Ritardare o rinunciare alle cure necessarie, perdere il posto di lavoro, confrontarsi con la crisi dei redditi familiari e con le discriminazioni regionali nell’accesso alle prestazioni socio sanitarie è ciò che vivono sulla propria pelle i cittadini grazie ad anni di politiche di disinvestimento del Welfare e di erosione dei diritti. Non possiamo accettare che per “fare cassa” si continui a smantellare il SSN o peggio ancora a svendere i diritti dei cittadini alla salute, al lavoro e all’inclusione sociale”, ad affermarlo Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato e responsabile del CnAMC di Cittadinanzattiva. ”Chiediamo al Governo e al Parlamento un’azione concreta, a partire dalla Legge di Stabilità in discussione, eliminando l’insopportabile misura prevista dalla L. 214/2011 e dal nuovo regolamento ISEE secondo cui i trattamenti assistenziali come indennità di invalidità civile e di accompagnamento sono considerati “fonti di reddito” e quindi da considerare nel computo dei redditi familiari. Chiediamo inoltre al Governo e alle Regioni di avviare un confronto anche con le Associazioni di cittadini e di pazienti sia sul Patto per la Salute, sia sulla prossima Spending review, che rappresentano le vere partite per il nostro Servizio Sanitario Nazionale. Non vogliamo infatti correre il rischio che queste misure possano comportare un’ulteriore compressione di tutele e di diritti.

Ricordiamo al Governo che i cittadini hanno già dato tanto e sono invece ancora in attesa di ricevere quanto è stato previsto e promesso anche da leggi. Pensiamo solo all’aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza, al palo da oltre 10 anni, e che dovrebbe prevedere, tra l’altro, la revisione del Nomenclatore tariffario delle protesi e degli ausili e degli elenchi delle patologie croniche e rare esenti“

L’84% delle associazioni dichiara che i pazienti non riescono a conciliare l’orario di lavoro con le esigenze di cura ed assistenza, al punto che nel 63% dei casi hanno ricevuto segnalazioni di licenziamenti o mancato rinnovo del rapporto lavorativo per le persone con patologie croniche e invalidanti e nel 41% dei casi per i familiari che li assistono.  Il 60% ha riscontrato difficoltà nella concessione dei permessi retribuiti, il 45% nella concessione del congedo retribuito di due anni; il 49% evita di prendere sul lavoro permessi per cura, il 43% nasconde la propria patologia e il 40% si accontenta di eseguire un lavoro non adatto alla propria condizione lavorativa. 

L’assistenza sociosanitaria costa e non si può rischiare di perdere il posto di lavoro: il 54% ritiene troppo pesante o oneroso il carico assistenziale non garantito dal Servizio sanitario nazionale. Si spendono in media 1585 euro all’anno per tutto ciò che serve alla cosiddetta prevenzione terziaria (diete particolari, attività fisica, dispositivi e tutto ciò che è utile per evitare le complicanze), più di 1.000 euro per visite ed esami a domicilio, o ancora in media 3711 euro l’anno per adattare la propria abitazione alle esigenze di cura. Chi non può pagare, in una percentuale che arriva anche all’80% di chi è in cura, rinuncia alla riabilitazione, al monitoraggio della patologia, ad acquistare i farmaci non dispensati,  alla badante, all’acquisto di protesi e ausili non passati dal servizio sanitario nazionale.

Spese medie annuali a carico del paziente

Badante
9.082 euro
Retta strutture residenziali o semiresidenziali
7.390 euro
Adattamento della abitazione
3.711 euro
Prevenzione terziaria (diete, att.fisica)
1.585 euro
Supporto psicologico
1.247 euro
Assistenza domiciliare non coperta dal SSN
1.070 euro
Parafarmaci (creme, integr.alimentari, pomate)
901 euro
Dispositivi medici (assorbenti, cateteri, siringhe, sacche)
737 euro
Farmaci non rimborsati
650 euro
Visite ed esami in intramoenia o nel privato
Oltre 600 euro
Protesi ed ausili
537 euro
Fonte: XII Rapporto CnAMC-Cittadinanzattiva

La prevenzione, eterna cenerentola

Il 53% delle Associazioni non ritiene sufficiente la prevenzione primaria (corretti stili di vita); il 60% considera inadeguata o del tutto carente la prevenzione secondaria (interventi per una diagnosi precoce e per la riduzione del danno). Per la prevenzione terziaria (relativa alle complicanze) sale al 64% la percentuale delle Associazioni che ritengono non si faccia. 
Anche chi si impegna personalmente nella prevenzione, riconoscendone l’importanza, ha difficoltà ad accedere alle visite specialistiche o esami diagnostici necessari nel 66% dei casi e l’89% è, quindi, costretto a sostenere costi privati per accedere a queste prestazioni.

La diagnosi troppo spesso in ritardo

Il 75% delle Associazioni dichiara di aver ravvisato ritardi diagnostici nella propria patologia di riferimento. Il sospetto diagnostico viene formulato generalmente dallo specialista di riferimento (67%) e solo nel 20% dei casi dal Medico di Medicina Generale che si interfaccia con lo specialista solo per il 59% delle associazioni.

Si può attendere, quindi, otto anni in media per una diagnosi di endometriosi o cinque per la diagnosi di Lupus Eritematoso Sistemico. C’è addirittura chi ha atteso 33 anni per la diagnosi della sindrome di Bechet. Le cose non vanno meglio per i tempi medi: c’è chi attende al massimo un anno, ma anche chi in media attende dai due ai sei anni. In generale dipende dal medico che incontri o dal trovarsi al Nord o al Sud.

Invalidità civile, l’odissea continua

Crescono le difficoltà per vedersi riconosciuti l’handicap grave (L 104/92, +44% rispetto al 2011)  e il contrassegno per invalidi (+21% rispetto al 2011), così come aumentano le difficoltà di accesso alla invalidità (+16%). Il 68% delle associazioni, a distanza di oltre due anni dall’entrata in vigore della nuova legge, non riscontra né semplificazione né riduzione nei tempi per il riconoscimento: il 65% afferma che i propri associati sono costretti a sottoporsi a doppia visita di accertamento, presso la ASL e l’INPS, anche perché il medico INPS continua a non essere integrato nella commissione di accertamento nel 45% dei casi. Le convocazioni a visita di verifica avvengono in maniera non regolare per il 41% delle associazioni, attraverso sms (59%), lettera semplice (47%) o addirittura messaggi lasciati in segreteria (12%). 

Una Italia a più velocità

L’assistenza farmaceutica, quella protesica, così come l’assistenza domiciliare e la riabilitazione sono erogati nel nostro Paese a macchia di leopardo. Anche i percorsi diagnostici terapeutici  e i registri di patologia (che indicano il numero di pazienti, suddivisi per patologia e regione di residenza) sono poco diffusi e segnalati principalmente al Nord.

Il 61% delle Associazioni dichiara di avere difficoltà di accesso all’assistenza farmaceutica in alcune regioni. Le principali criticità riguardano i tempi eccessivamente lunghi per l’autorizzazione all’immissione in commercio da parte dell’AIFA (50%), il costo dei farmaci non rimborsati dal SSN in fascia C (44%), le limitazioni da parte dell’Aziende ospedaliere o dalle ASL per motivi di budget ed i tempi di inserimento dei farmaci nei Prontuari regionali diversi da regione a regione (41%). Il 39% delle Associazioni, ancora, ha riscontrato l’interruzione o il mancato accesso a terapie perché particolarmente costose.
L’assistenza domiciliare integrata è adeguata alle esigenze di cura solo in alcune regioni (44%).Il principale problema in questo ambito è l’assenza di un supporto psicologico (41%) seguito dalla mancanza di alcune figure professionali (38%) e da un numero di ore di assistenza insufficienti (29%).
Anche la riabilitazione risente fortemente delle differenze regionali. Infatti risulta adeguata, ma solo in alcune regioni per il 65% delle Associazioni. La principale criticità riguarda i tempi di attesa incompatibili e la mancanza di posti letto e strutture (77%). Particolarmente critica la durata del ciclo riabilitativo, considerata inadeguata dal 73% delle Associazioni.

Le principali proposte:

·  prevedere all’interno del Patto per la salute 2013-2015 in discussione l’impegno a realizzare un Piano di azione nazionale sulle patologie croniche;
·      approvare il Piano nazionale sulle malattie rare 2013-2016;
·      istituire i Registri nazionali di patologia, per ciascuna di esse;
·  implementare lo sviluppo di PDTA nazionali in grado di garantire livelli uniformi di assistenza socio-sanitaria su tutto il territorio nazionale;

· garantire un accesso equo, tempestivo ed uniforme alle terapie farmacologiche, nonché la partecipazione delle Organizzazioni civiche e dei pazienti ai processi decisionali nazionali e regionali inerenti  l’assistenza farmaceutica

giovedì 12 dicembre 2013

35 anni, troppo giovane per morire

Il 23 dicembre la legge 833 compie 35 anni: è la legge che ha istituito il servizio sanitario nazionale, pubblico e universalistico, una conquista di civiltà che ci stiamo perdendo. Una legge bellissima, che tutto il mondo ci invidia, figlia dell’articolo 32 della Costituzione e sorella della legge 180 sulla salute mentale e della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Tutte del 1978.

Annata speciale, segnata dalle lotte del mondo del lavoro, dei movimenti ambientalisti e dal movimento delle donne, da una cultura critica che ha costruito soggettività individuali e collettive, che ha cambiato il modo di vivere e di pensare di ognuno di noi.
Ma quella legge è stata tradita, da decenni di rimozioni, errori, ritardi. Era la legge del cambiamento, quello vero, non quello della cosiddetta modernizzazione che accetta le disuguaglianze e la devastazione sociale delle politiche di austerità. Quel cambiamento non è mai avvenuto. La salute doveva essere al centro di tutte le politiche, misura per l’equità e l’efficacia delle scelte, perché il diritto alla salute era considerato il diritto “forte” capace di riconoscere e promuovere tutti gli altri diritti: del lavoro, sociali, civili, politici. La salute come bene comune, capace di opporsi alle logiche del profitto e della speculazione.
La sicurezza sul lavoro, la tutela dell’ambiente erano compiti precisi dell’istituzione sanitaria pubblica, che doveva controllare, che aveva il primato  della responsabilità di fronte ai cittadini. Oggi? Il rischio è stato monetizzato, è vincente il ricatto “o la salute o il lavoro”, i territori - come la Terra dei fuochi - sono avvelenati. 
Oggi il diritto alla salute declina le vecchie e nuove disuguaglianze, quelle del censo e della vulnerabilità sociale, quelle del paese di origine. Sono ormai milioni che rinunciano alle cure perché non possono permettersi di pagare il costo dei ticket. E troppi non accedono alla qualità delle cure, perché non conoscono i servizi, o perché sono stranieri senza permesso di soggiorno, o perchè sono costretti ad aspettare i tempi lunghissimi delle liste di attesa.
Altro che qualità e appropriatezza, parole abusate perché mai realizzate.  La tempestività delle cure (che di queste dovrebbe essere un indicatore) segue ormai il ritmo di in una sanità diventata a due velocità:  intramoenia subito per chi può pagare, tempi biblici per chi non può.  
Il nostro sistema sanitario nazionale è devastato dalla scure dei tagli, dallo sperpero delle risorse pubbliche, dall’illegalità. L’ultimo dato: ogni anno la corruzione assorbe alla sanità oltre 1,5 miliardi all’anno, quanto basta per costruire 5 nuovi grandi ospedali modello.
Invece anche Zingaretti decide di tagliare dal prossimo anno 900 posti letto nella città di Roma, mentre i malati al Pronto Soccorso restano anche 10 giorni  sdraiati su una barella, in condizioni indegne di un paese civile, in attesa di essere ricoverati perché i posti letto non ci sono.
Mentre la programmazione resta una parola vuota e l’integrazione socio
sanitaria resta solo un capitolo di relazioni ai convegni, saltano tutti i percorsi di cura, lasciando i malati soli a rincorrere gli sportelli delle ASL. 
Allora, basta chiacchiere. Chi doveva agire è rimasto fermo e chi invece doveva restare fermo, si è mosso fin troppo. I tecnici cosiddetti “neutrali” oggi dettano il verbo: la sanità pubblica non è sostenibile, serve il soccorso dei fondi privati. E ormai il refrain è canticchiato da tutti: “Non si può più dare tutto a tutti, bisogna cambiare”. A 35 ani di distanza dalla legge 833, la speranza del cambiamento è stata manipolata da questo furore. Chi parla ancora di 833 è ideologico, chi sceglie i sistemi assicurativi è riformatore. 
Per questo non bisogna dimenticare, bisogna far ricordare a chi c’era e far conoscere a chi non c’era; bisogna riprendere un pensiero, valori, principi, le ragioni di quella conquista che restano più che mai attuali, ma più che mai inascoltate.
Per il 14 dicembre, proprio per ricordare questa legge, per difendere la sanità pubblica “Se non ora quando? Sanità” ha lanciato on line una petizione e ha organizzato un flash mob davanti all’ospedale San Camillo (circonvallazione Gianicolense 87, ore 12 ndr). Tutte e tutti in movimento! Questo è il nostro slogan. Donne e uomini, giovani, associazioni, operatori, artisti, pazienti si ritroveranno, ognuno con le proprie storie, ognuno con i propri linguaggi, perché per la sanità pubblica il tempo è scaduto. Se non ora, quando?  

di Maura Cossutta

PRIVILEGI PER DEPUTATI E PER SENATORI

«Io sono un delinquente onesto. Non ho mai fatto politica»
[AL CAPONE, Tribunale di Chicago – 17 ottobre 1931]
(dati aggiornati al 17 febbraio 2012)
A norma dell’art.56 della Costituzione, la Camera dei Deputati è composta da 630 membri, dodici dei quali eletti nella circoscrizione estero. La prima voce è l’indennità, quella che nel linguaggio comune è definita “stipendio”, seguono la diaria e i rimborsi: per le “spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettori”, per le spese accessorie di viaggio e per i viaggi all’estero, per le spese telefoniche. Completano la scheda le voci sull’assegno di fine mandato, le prestazioni previdenziali e sanitarie e sui trasporti.

> Indennità parlamentare
L’indennità parlamentare è prevista dall’articolo 69 della Costituzione, a garanzia del libero svolgimento del mandato elettivo. La legge 31 ottobre 1965, n. 1261, ne fissa l’importo in misura non superiore al trattamento complessivo massimo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di Cassazione ed equiparate. Peraltro, in considerazione dell’esigenza di contenimento delle spese, l’Ufficio di Presidenza della Camera è intervenuto in più occasioni con misure volte a ridurre il trattamento economico dei deputati, che risulta oggi notevolmente inferiore rispetto al limite previsto dalla legge (*).
A decorrere dal 1 gennaio 2012, l’importo netto dell’indennità parlamentare, corrisposto per 12 mensilità, è pari a € 5.246,54, a cui devono poi essere sottratte le addizionali regionali e comunali, la cui misura varia in relazione al domicilio del deputato. Tenuto conto del valore medio di tali imposte addizionali, l’importo netto mensile dell’indennità parlamentare risulta pari a circa € 5.000. Tale misura netta è determinata sulla base dell’importo lordo di € 10.435,00, sul quale sono effettuate le dovute ritenute previdenziali (pensione e assegno di fine mandato), assistenziali (assistenza sanitaria integrativa) e fiscali (IRPEF e addizionali regionali e comunali). Inoltre, l’importo netto dell’indennità scende a circa € 4.750 per i deputati che svolgono un’altra attività lavorativa.
(*) In particolare, nel 2006, l’importo dell’indennità parlamentare è stato ridotto del 10%. Dal 2007 è stata disposta, per 5 anni, la sospensione degli adeguamenti retributivi. Tale misura è stata successivamente prorogata fino a tutto il 2013. Per il triennio 2011-2013, l’indennità è stata di nuovo e ulteriormente ridotta nella misura del 10% per la parte eccedente i 90.000 euro, e del 20% per la parte eccedente i 150.000 euro lordi annui. Tale riduzione è raddoppiata per i parlamentari che svolgono un’attività lavorativa per la quale percepiscono un reddito uguale o superiore al 15% dell’indennità parlamentare. Una ulteriore riduzione dell’indennità è stata da ultimo deliberata dall’Ufficio di Presidenza in data 30 gennaio 2012.

> Diaria
Viene riconosciuta, a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma, sulla base della stessa legge n.1261 del 1965. L’attuale misura mensile della diaria, a seguito della riduzione disposta dall’Ufficio di Presidenza nella riunione del 27 luglio 2010, è pari a 3.503,11 euro. Tale somma viene decurtata di 206,58 euro per ogni giorno di assenza del deputato dalle sedute dell’Assemblea in cui si svolgono votazioni con il procedimento elettronico. È considerato presente il deputato che partecipa almeno al 30% delle votazioni effettuate nell’arco della giornata. L’Ufficio di Presidenza, nelle riunioni del 25 ottobre 2011 e del 30 gennaio 2012, ha inoltre deliberato l’applicazione di una ulteriore decurtazione fino a 500 euro mensili in relazione alla percentuale di assenze dalle sedute delle Giunte, delle Commissioni permanenti e speciali, del Comitato per la legislazione, delle Commissioni bicamerali e d’inchiesta, nonché delle delegazioni parlamentari presso le Assemblee internazionali.

> Rimborso delle spese per l’esercizio del mandato
Nella riunione del 30 gennaio 2012, l’Ufficio di Presidenza ha istituito un “rimborso delle spese per l’esercizio del mandato” che sostituisce il contributo per le spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettori. Tale rimborso, di importo complessivo invariato rispetto al precedente contributo, è pari a 3.690 euro (dopo la riduzione di 500 euro del luglio 2010) ed è corrisposto direttamente a ciascun deputato con le seguenti modalità:
- per un importo fino a un massimo del 50% a titolo di rimborso per specifiche categorie di spese che devono essere documentate: collaboratori (sulla base di una dichiarazione di assolvimento degli obblighi previsti dalla legge, corredata da copia del contratto, con attestazione di conformità sottoscritta da una professionista); consulenze, ricerche; gestione dell’ufficio; utilizzo di reti pubbliche di consultazione di dati; convegni e sostegno delle attività politiche.
- per un importo pari al 50% forfetariamente.

> Spese di trasporto e spese di viaggio
I deputati usufruiscono di tessere per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea per i trasferimenti sul territorio nazionale. Per i trasferimenti dal luogo di residenza all’aeroporto più vicino e tra l’aeroporto di Roma-Fiumicino e Montecitorio, è previsto un rimborso spese trimestrale pari a 3.323,70 euro, per il deputato che deve percorrere fino a 100 km per raggiungere l’aeroporto più vicino al luogo di residenza, e a 3.995,10 euro se la distanza da percorrere è superiore a 100 km.

> Spese telefoniche
I deputati dispongono di una somma annua di 3.098,74 euro per le spese telefoniche. La Camera non fornisce ai deputati telefoni cellulari.

> Assistenza sanitaria
Il deputato versa mensilmente, in un apposito fondo, una quota della propria indennità lorda, pari a 526,66 euro, destinata al sistema di assistenza sanitaria integrativa che eroga rimborsi secondo quanto previsto da un tariffario.

> Assegno di fine mandato
Il deputato versa mensilmente, in un apposito fondo, una quota della propria indennità lorda, pari a 784,14 euro. Al termine del mandato parlamentare, il deputato riceve l’assegno di fine mandato, che è pari all’80% dell’importo mensile lordo dell’indennità, per ogni anno di mandato effettivo (o frazione non inferiore ai sei mesi).

> Pensione
Con deliberazioni del 14 dicembre 2011 e 30 gennaio 2012 l’Ufficio di Presidenza della Camera ha operato una profonda trasformazione del regime previdenziale dei deputati con il superamento dell’istituto dell’assegno vitalizio – vigente fin dalla prima legislatura del Parlamento repubblicano – e l’introduzione, con decorrenza dal 1 gennaio 2012, di un trattamento pensionistico basato sul sistema di calcolo contributivo, sostanzialmente analogo a quello vigente per i pubblici dipendenti.
Il nuovo sistema di calcolo contributivo si applica integralmente ai deputati eletti dopo il 1 gennaio 2012, mentre per i deputati in carica, nonché per i parlamentari già cessati dal mandato e successivamente rieletti, si applica un sistema pro rata, determinato dalla somma della quota di assegno vitalizio definitivamente maturato alla data del 31 dicembre 2011, e di una quota corrispondente all’incremento contributivo riferito agli ulteriori anni di mandato parlamentare esercitato.
I deputati cessati dal mandato, indipendentemente dall’inizio del mandato medesimo, conseguono il diritto alla pensione al compimento dei 65 anni di età e a seguito dell’esercizio del mandato parlamentare per almeno 5 anni effettivi. Per ogni anno di mandato ulteriore, l’età richiesta per il conseguimento del diritto è diminuita di un anno, con il limite all’età di 60 anni.
Lo stesso Regolamento prevede infine la sospensione del pagamento della pensione qualora il deputato sia rieletto al Parlamento nazionale, sia eletto al Parlamento europeo o ad un Consiglio regionale, ovvero sia nominato componente del Governo nazionale, assessore regionale o titolare di incarico istituzionale per il quale la Costituzione o altra legge costituzionale prevede l’incompatibilità con il mandato parlamentare. La sospensione è inoltre prevista in caso di nomina ad incarico per il quale la legge ordinaria prevede l’incompatibilità con il mandato parlamentare, ove l’importo della relativa indennità sia superiore al 50% dell’indennità parlamentare. Tale regime di sospensioni costituisce una deroga rispetto alla normativa generale, nell’ambito della quale le ipotesi di divieto di cumulo della pensione con altri redditi sono state ormai abolite.

La Costituzione Italiana prevede che il Senato della Repubblica sia composto da 315 membri eletti tra i cittadini italiani che abbiano compiuto i 40 anni d’età.

Premessa

Il principio per cui debba essere garantito ai parlamentari, rappresentanti del popolo sovrano, un trattamento economico adeguato ad assicurarne l’indipendenza è un punto qualificante della concezione democratica dello Stato ed è generalmente riconosciuto in tutti gli ordinamenti ispirati a tale concezione. In Italia è stato introdotto con la Costituzione repubblicana, che all’art. 67 afferma: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” e poi all’art. 69 stabilisce: “I membri del Parlamento ricevono un’indennità stabilita dalla legge”.
Le due norme, intimamente connesse, hanno trovato attuazione nella legge che disciplina l’indennità – la legge 31 ottobre 1965, n. 1261 – in cui l’istituto è precisamente definito come “l’indennità spettante ai membri del Parlamento (…) per garantire il libero svolgimento del mandato”.
Il trattamento economico dei parlamentari, nel complesso, è dunque concepito come condizione dell’esercizio indipendente di una fondamentale funzione costituzionale e, al tempo stesso, come garanzia che tutti i cittadini, senza riguardo al patrimonio o al reddito, possano realmente concorrere alla elezione delle Camere. Tale trattamento, di cui è parte essenziale anche l’assegno vitalizio spettante dopo la cessazione dal mandato, è finalizzato a creare le condizioni per cui il parlamentare possa impegnarsi nelle sue funzioni – a scapito del lavoro o di altre attività economiche – senza dover dipendere da altri soggetti, incluso il partito politico cui appartiene.
La componente principale dello status economico del parlamentare è l’indennità, non soltanto perché è espressamente prevista dalla Costituzione, ma anche perché costituisce il vero “reddito” del parlamentare laddove le altre componenti – di seguito analiticamente indicate – hanno natura di rimborsi spese e sono dunque volte a soddisfare specifiche esigenze.

> Indennità parlamentare
L’art.1 della legge n. 1261 del 1965, già citata, attribuisce agli Uffici di Presidenza delle Camere il compito di determinare l’ammontare della indennità mensile in misura tale che non superi “il dodicesimo del trattamento complessivo massimo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di cassazione ed equiparate”.
In tal modo il legislatore ha voluto stabilire un criterio preciso per la determinazione dell’indennità parlamentare, rispettando così la riserva di legge stabilita dall’art. 69 della Costituzione, ma al tempo stesso ha lasciato alle Camere la possibilità di scegliere un livello più basso rispetto all’ammontare massimo possibile nel rispetto della legge.
Tale discrezionalità è stata impiegata dagli Uffici di Presidenza delle Camere per individuare un parametro stipendiale di gran lunga inferiore al “trattamento complessivo massimo” dei magistrati su indicati. Si è così scelto di parametrare l’indennità al 96 per cento del trattamento complessivo dei magistrati di Cassazione nominati alle funzioni direttive superiori e collocati, come progressione economica, al sedicesimo scatto biennale dell’ottava classe stipendiale, che si articola in ben trenta scatti. (Per il Senato, vedi delibera del Consiglio di Presidenza 30 giugno 1993, n. 45).
Successivamente l’importo dell’indennità è stato ridotto del 10 per cento con la legge finanziaria 2006 e poi bloccato per cinque anni, dal 2008 al 2012, con la legge finanziaria 2008. Per effetto di queste decisioni, attualmente l’importo lordo dell’indennità dei Senatori è pari a 12.005,95 euro cioè al 70,59% del trattamento complessivo massimo dei magistrati di riferimento, all’ultimo aumento biennale. Peraltro, in virtù di quanto disposto dall’articolo 13 del decreto-legge n. 138 del 2011, infine, si segnala che per il periodo 1 ottobre 2011 – 31 dicembre 2013, l’indennità parlamentare è ridotta del 10% per la parte eccedente i 90 mila euro annui. Tale riduzione è invece applicata nella misura del 20% ai Senatori che svolgono qualsiasi attività lavorativa per la quale sia percepito un reddito uguale o superiore al 15% dell’indennità parlamentare (pari a euro 21.610,71 annui). Pertanto, dal mese di ottobre del 2011 sino al dicembre 2013 l’importo lordo dell’indennità mensile è pari ad euro 11.555,37 in caso di riduzione del 10% e ad euro 11.104,79 in caso di applicazione della riduzione in misura doppia.
Benché non sia una retribuzione derivante da un rapporto lavorativo, ai fini fiscali l’indennità è un reddito assimilato a quelli di lavoro dipendente e, dal 1 gennaio 1995, è interamente assoggettato all’imposizione tributaria (è quindi abrogato l’art.5 della legge n. 1261/1965 nella parte in cui prevedeva una parziale esenzione fiscale per l’indennità parlamentare).
Al netto delle ritenute fiscali e dei contributi obbligatori per l’assegno vitalizio, per l’assegno di fine mandato e per l’assistenza sanitaria, l’indennità mensile si riduce ad euro 5.613,63 (euro 5.356,73 al netto della decurtazione del 10 per cento di cui sopra) ed è erogata per 12 mensilità. Nel caso in cui il Senatore versi anche la quota aggiuntiva per la reversibilità dell’assegno vitalizio, l’importo indicato scende a 5.355,50 euro (ridotto ad euro 5.098,60).
Ovviamente da tali importi vanno poi sottratte le addizionali all’IRPEF, che variano a seconda della Regione e del Comune di residenza: l’indennità netta mensile corrisposta ai Senatori nei nove mesi in cui sono trattenute le predette addizionali attualmente oscilla da 4.970,65 a 4.709,09 euro.
Non è possibile cumulare l’indennità con alcun reddito da lavoro da impiego pubblico, ai sensi dell’art. 68 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, che ha previsto per i pubblici dipendenti l’obbligo di aspettativa senza assegni per mandato parlamentare. Tale disposizione ha esteso il divieto di cumulo – che la legge n. 1261 del 1965 limitava a quattro decimi dell’indennità – abrogando ogni disposizione contraria.

> Rimborsi forfettari di spesa
— Diaria. E’ prevista dalla legge n.1261/1965 e spetta a tutti i parlamentari, a titolo di rimborso delle spese di soggiorno. Periodicamente aggiornata in funzione dell’aumento del costo della vita, la diaria è stata erogata dal 2001 al 2010 nella misura di 4.003 euro al mese. È stata poi ridotta a 3.500 euro a decorrere dal 1 gennaio 2011, per effetto della deliberazione adottata dal Consiglio di Presidenza in data 25 novembre 2010. Tale somma viene ridotta di un quindicesimo se il Senatore non partecipa almeno al 30% delle votazioni effettuate nell’arco della giornata (in una o più sedute dell’Assemblea).
— Contributo per il supporto dell’attività dei Senatori. A titolo di rimborso forfettario delle spese sostenute per le attività connesse con lo svolgimento del mandato parlamentare, è previsto un contributo mensile erogato, fino al 31 dicembre 2010, nella misura di euro 4.678,36. Dal 1 gennaio 2011 è ridotto a 4.180 euro (1.680 corrisposti direttamente al Senatore e 2.500 versati al Gruppo parlamentare di appartenenza).
Nell’ambito dell’attività dei Senatori sono inclusi non solo gli atti e gli adempimenti direttamente collegati alle funzioni svolte nelle Commissioni e nell’Assemblea, ma anche tutte le iniziative politiche, sociali, culturali che il parlamentare assume quale rappresentante della Nazione (ai sensi dell’art. 67 della Costituzione). La divisione del contributo in due quote rispecchia la distinzione tra l’attività generale del Senatore – le cui spese sono rimborsate attraverso il Gruppo – e l’impegno particolare nel territorio in cui è eletto.
Rimborso forfettario delle spese generali. A decorrere dal 1 gennaio 2011 i Senatori ricevono un rimborso forfettario mensile di euro 1.650, che sostituisce e assorbe i preesistenti rimborsi per le spese accessorie di viaggio e per le spese telefoniche.
L’importo è stato determinato dal Collegio dei Senatori Questori, nell’ambito del riordino delle competenze economiche dei Senatori, mantenendo invariato l’onere complessivo che gravava sul bilancio del Senato per i due rimborsi soppressi.

> Facilitazioni di trasporto
I Senatori usufruiscono di tessere strettamente personali per i trasferimenti sul territorio nazionale, mediante viaggi aerei, ferroviari e marittimi e la circolazione sulla rete autostradale.

> Assegno vitalizio
Il Regolamento per gli assegni vitalizi prevede che il Senatore cessato dal mandato riceva tale prestazione a partire dal 65° anno di età, purché abbia svolto il mandato parlamentare per almeno 5 anni. Il limite di età è ridotto di 1 anno per ogni anno di mandato effettivo oltre il quinto, fino al limite inderogabile di 60 anni.
A tal fine il Senatore versa ogni mese una quota dell’indennità lorda – l’8,6 per cento, pari a 1.032,51 euro – e facoltativamente una quota aggiuntiva per la reversibilità (il 2,15% pari a 258,13 euro).
Lo stesso Regolamento prevede la sospensione del pagamento del vitalizio qualora il Senatore sia rieletto al Parlamento nazionale ovvero sia eletto al Parlamento europeo o ad un Consiglio regionale. Tale sospensione è stata estesa – con la riforma approvata dal Consiglio di Presidenza nel luglio 2007 – a tutti gli incarichi incompatibili con lo status di parlamentare, agli incarichi di Governo e a tutte le cariche di nomina del Governo, del Parlamento o degli enti territoriali, purché comportino un’indennità pari almeno al 40% dell’indennità parlamentare lorda.
Nel contesto della medesima riforma regolamentare è stata approvata la nuova tabella relativa alla misura degli assegni vitalizi, che è entrata in vigore con la XVI legislatura. In base a tale tabella l’importo dell’assegno vitalizio varia da un minimo del 20% a un massimo del 60% dell’indennità lorda, in proporzione alla durata del mandato, e si calcola tenendo conto solo degli anni effettivamente svolti (in precedenza gli assegni variavano da un minimo del 25% a un massimo dell’80% dell’indennità lorda).

> Assegno di solidarietà (o di fine mandato)
Al termine del mandato parlamentare, il Senatore riceve dal Fondo di solidarietà fra i Senatori l’assegno di solidarietà, che è pari all’80% dell’importo mensile lordo dell’indennità, moltiplicato per il numero degli anni di mandato effettivo. Tale assegno viene erogato sulla base di contributi interamente a carico dei Senatori, cui è trattenuta mensilmente una quota dell’indennità lorda (il 6,7%, pari attualmente a 804,40 euro).

> Assistenza Sanitaria Integrativa
Il Fondo di solidarietà fra i Senatori eroga un rimborso parziale di determinate spese sanitarie sostenute dagli iscritti, nei limiti fissati dal Regolamento e dal Tariffario. L’iscrizione è obbligatoria per i Senatori in carica, che versano un contributo pari al 4,5% dell’indennità lorda; è facoltativa per i titolari di assegni vitalizi, il cui contributo è pari al 4,7% dell’importo lordo del proprio assegno. Con il versamento di quote aggiuntive è possibile l’iscrizione dei familiari.

> La riduzione del trattamento economico dei Senatori
Nel corso degli ultimi anni il trattamento complessivo dei Senatori è stato più volte ridimensionato, al fine di partecipare al generale sforzo di riduzione della spesa pubblica. Si segnalano solo le più importanti novità.
Come si è già visto, con la legge finanziaria 2006 l’importo dell’indennità parlamentare è stato ridotto strutturalmente del 10%. Successivamente la legge finanziaria 2008 ha bloccato per cinque anni gli incrementi dell’indennità spettanti a diritto vigente, dal 2008 al 2012. Con la deliberazione del Consiglio di Presidenza già ricordata, dal 1 gennaio 2011 i rimborsi spesa forfettari sono stati ridotti complessivamente di 1.000 euro al mese (500 euro decurtati dalla diaria di soggiorno e 500 dal contributo per il supporto dell’attività dei Senatori).
Nel 2007 è stata approvata una riforma degli assegni vitalizi, che ha sensibilmente ridotto la misura di tali prestazioni e ha raddoppiato il periodo minimo di mandato richiesto per maturare il diritto all’assegno vitalizio: fino alla XV legislatura erano sufficienti 2 anni e 6 mesi – con il pagamento dei contributi figurativi per il completamento del quinquennio contributivo – mentre dalla legislatura in corso sono richiesti almeno 5 anni effettivi di mandato, in una o più legislature.
Già nel 1997 era stato elevato il requisito di età richiesto per fruire del vitalizio, che in precedenza variava da un minimo di 50 a un massimo di 60 anni, a seconda del numero di legislature svolte, mentre ora l’intervallo è tra i 60 e i 65 anni.

Inoltre, a partire dal 1 gennaio 2010, sono state notevolmente ridotte le facilitazioni di viaggio a favore degli ex senatori, con la soppressione di ogni rimborso dei pedaggi autostradali e con l’introduzione di un tetto annuale per i viaggi aerei e ferroviari sul territorio nazionale. Tali benefici sono stati altresì limitati a un periodo di 10 anni dalla cessazione dal mandato, oltre il quale cessa ogni facilitazione. 

CARO RCAUTO: CASSAZIONE CON SENTENZA 27527 RIAPRE IL CONTENZIOSO SUI RIMBORSI DEL 20% IN PIU’ PAGATI DA MIGLIAIA DI AUTOMOBILISTI SU POLIZZE A CARTELLO COMPAGNIE SANZIONATO DA ANTITRUST CON MULTA 700 MLD DI LIRE.

Buone notizie per migliaia di automobilisti che subirono un salasso da accordi di cartello tra le maggiori compagnie di assicurazioni già sanzionato dall’Antitrust con una multa da 700 miliardi di vecchie lire, che avranno il sacrosanto diritto al rimborso dell’aumento del 20% del costo delle polizze Rca pagato per gli anni 1996-2000, oggetto del verdetto dell’Autorità garante del mercato e della concorrenza che, con la decisione 8.546 del 2000, ha sanzionato le società assicuratrici per aver stretto una “intesa orizzontale” con il risultato che in Italia le polizze erano più care che nel resto d’Europa.

La Corte di Cassazione con la sentenza n.27527 della Terza sezione civile depositata martedì 10 dicembre 2013,  riapre la possibilità dei rimborsi azionati da migliaia di automobilisti, che nei primi anni duemila a seguito della condanna Antitrust al cartello delle compagnie, avevano maturato il diritto al risarcimento del 20% sui premi pagati in più e come al solito sottratto dal Governo dell’epoca ai Giudici di Pace e devolute dal 2007 alla competenza delle Corti di Appello, con la data della prescrizione che decorre dalla pubblicazione del provvedimento sanzionatorio dell’Antitrust,base certa del diritto al rimborso.  La Suprema Corte accogliendo il ricorso di un automobilista campano contro la decisione con la quale la Corte di Appello di Napoli, nel 2006, aveva escluso che la società assicuratrice da lui chiamata in causa nel 2003 per l’illecito caro-polizza dovesse restituirgli alcunchè per gli anni da assicurato 1997-2000 e che, comunque, il diritto alla restituzione si era in parte prescritto. Pertanto il ricorrente potrà essere rimborsato di circa 1.051,85 euro più interessi, cifra pari al 20% dei premi pagati per i tre anni richiesti, compreso il 1997 che secondo i giudici napoletani – ora sconfessati – si era prescritto essendo trascorso, nel 2003, il termine dei cinque anni.

Inoltre, in favore degli automobilisti salassati, la Cassazione obietta che se è vero che l’Antitrust ha sanzionato l’ipotesi di intesa illecita e non quella del cartello dei prezzi, tuttavia “non è esatto però sostenere che il Garante non si sia affatto pronunciato sul collegamento causale tra l’intesa illecita e l’abnorme incremento dei premi che ne è conseguito”. “Ha formulato al contrario – proseguono gli ermellini – ampi rilievi in proposito, tali da giustificare la presunzione, o quanto meno da prospettare significative ragioni di sospetto, circa la sussistenza di un tale collegamento”.

La stessa Agcm – nota l’alta Corte – ha evidenziato che “lo scambio di informazioni è andato ben oltre le finalità, lecite e fisiologiche per le imprese del assicuratrici, di comunicarsi i dati rilevanti per la determinazione del premio puro e si è esteso a comprendere i dati sensibili che concorrono a determinare il premio commerciale”, creando un “equilibrio di mercato collusivo, anche in assenza di accordi espliciti sui prezzi”. Rimandando la causa ai magistrati d’appello, gli ermellini li ammoniscono a ricordarsi che “indicazioni emerse in sede comunitaria” ritengono sia “sommo interesse dell’ordinamento giuridico economico” assicurare il risarcimento alle vittime delle violazioni al libero mercato, “anche in funzione preventiva e dissuasiva rispetto ad ulteriori illeciti” e ai danni che ne “derivano alla collettività intera”.

Adusbef e Federconsumatori, che avevano fatto una dura battaglia denunciando all’Antitrust il salasso delle compagnie, daranno assistenza legale a migliaia di assicurati scippati dal cartello  Ania-Isvap-Compagnie, a favore delle quali il Ministro Marzano aveva confezionato l’ennesimo regalo con la devoluzione dei ricorsi - che costavano più dei rimborsi dovuti - alle Corti d’Appello e non più ai Giudici di Pace, come precedentemente previsto dalla normativa.

Elio Lannutti (Adusbef) - Rosario Trefiletti (Federconsumatori) 

Fonte: http://www.adusbef.it

mercoledì 11 dicembre 2013

HIV: 1 DICEMBRE - GIORNATA MONDIALE.

MSF, milioni di persone ancora in attesa di cure. la rivoluzione è ancora lontana


La lotta contro l'HIV/AIDS è stata salutata come uno dei progetti di salute pubblica più riusciti nella storia, ma – in occasione della Giornata Mondiale per la lotta all’HIV, il prossimo 1 dicembre - l'organizzazione medico-umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF) ricorda che si tratta di una rivoluzione incompiuta per milioni di persone che ancora oggi non hanno accesso alle cure. 

A pochi giorni dalla riunione per il quarto rifinanziamento del Fondo Globale per la lotta all'AIDS, la tubercolosi e la malaria – che si terrà negli Stati Uniti il 2 e 3 dicembre - MSF esprime la propria preoccupazione sull’impegno dei donatori. Se non riusciranno a destinare almeno i 15 miliardi di dollari necessari alla ricostituzione del Fondo, alcuni paesi in cui l’HIV/AIDS è endemico verranno lasciati indietro, paralizzando lo slancio costruito negli ultimi 12 anni. 

“I decessi legati all’AIDS sono ormai rari nei paesi sviluppati, ma ogni giorno 4.000 persone, la maggior parte nei paesi in via di sviluppo, continuano a morire inutilmente a causa della malattia”, dichiara Stella Egidi, responsabile medico di MSF Italia. 

Nella maggior parte dei paesi con alti tassi di HIV, come il Sud Africa, lo Swaziland e il Malawi, l'accesso alle terapie antiretrovirali salvavita (ART) è notevolmente migliorato negli ultimi dieci anni. Ma oggi, secondo l'UNAIDS, nei paesi a basso e medio reddito una persona su quattro inizia il trattamento per l’HIV pericolosamente in ritardo. 

In molti altri paesi in cui opera MSF - come la Repubblica Democratica del Congo (RDC), la Guinea, la Repubblica Centrafricana, la Nigeria, il Sud Sudan e il Myanmar – un trattamento precoce rimane fuori dalla portata per la maggior parte delle persone che ne avrebbero urgente bisogno, nonostante questi paesi siano considerati a bassa prevalenza di HIV. 

“Qui a Kinshasa la situazione è estrema. Spesso le persone arrivano nel nostro ospedale già in fase avanzata dell’infezione. Per molte persone, è troppo tardi e stanno letteralmente morendo alle nostre porte. Il 25 per cento non sopravvive e il 39 per cento dei decessi si verifica entro 48 ore", racconta Maria Machako medico dell'ospedale per l’HIV di MSF in RDC. “L'accesso al test e alla terapia è troppo basso per chi ne ha bisogno, mentre la stigmatizzazione è ancora molto alta in tutto il paese”.

La diffusione del trattamento in Africa occidentale e centrale rimane la più bassa del continente, con il solo 34 per cento. In Guinea, meno del 20 per cento dei bambini che necessitano il trattamento lo ricevono, e meno della metà delle donne incinte sieropositive hanno accesso ai farmaci antiretrovirali per proteggere i loro bambini dall’infezione. Oggi, l'AIDS è ancora il killer numero uno delle giovani donne in età fertile - non solo nell'Africa sub-sahariana, ma a livello globale. Ma, dato ancora più allarmante, tre donne incinte su quattro affette da HIV non fruiscono del trattamento, tutte in paesi in via di sviluppo. 

Il Lesotho ha uno dei tassi di mortalità materna più alta al mondo. "Qui la copertura antiretrovirale per le donne incinte è scesa dal 76 per cento nel 2011, al 58 per cento nel 2012", afferma Syanness Tunggal, coordinatore dei progetti di MSF in Lesotho. “Con una copertura così bassa, ridurre la mortalità materna diventa estremamente difficile, soprattutto quando il 58 per cento di questi decessi sono associati all'AIDS”.

MSF, in occasione del 1 dicembre, presenta alcune video-storie che raccontano ciò che il personale di MSF sperimenta ogni giorno in prima persona e evidenziano le strategie messe in atto a livello comunitario per aiutare sempre più persone a iniziare prima il trattamento e rimanere sotto trattamento a lungo termine. 

“Vogliamo dimostrare che è possibile anticipare l’inizio del trattamento per l'HIV e che le persone possono organizzarsi per ricevere i farmaci attraverso reti comunitarie, sgravando lestrutture sanitarie già sovraccariche di lavoro e aumentando l'aderenza al trattamento. Ma alcuni governi si oppongono a dare alle comunità un ruolo più importante. Questo deve cambiare”, conclude Stella Egidi, responsabile medico di MSF Italia. 

MSF fa attività di prevenzione e fornisce cure ai pazienti affetti da malattie legate all’HIV dalla prima metà degli anni 90. lI primo trattamento antiretrovirale è stato somministrato nel 2000. Oggi, MSF fornisce il trattamento a più di 280.000 persone affette da HIV/AIDS in 21 paesi del mondo. Tutte le cure mediche e i trattamenti sono completamente gratuiti.