giovedì 31 maggio 2012

TERREMOTO: A MODENA ARRESTI PER SCIACALLAGGIO

Arrestate tre persone dalla polizia per tentato furto nelle zone del modenese colpite dal sisma. Nel pomeriggio di ieri una volante in servizio antisciacallaggio nel territorio di Mirandola, ha sorpreso tre persone che si aggiravano tra le abitazioni lasciate incustodite.
I poliziotti li hanno fermati e dal controllo sono risultati tutti con precedenti penali per reati contro il patrimonio.

Per i tre a quel punto sono stati applicati i provvedimenti dell'obbligo di lasciare la provincia. Provvedimento che non rispettavano perché qualche ora più tardi al 113 veniva segnalata la presenza di tre malfattori che da un cortile avevano rubato una bicicletta.

I poliziotti che prima li avevano identificati e intimato di lasciare la provincia se li sono di nuovo ritrovati davanti. Questa volta il finale è stato diverso perché i tre sono finiti in carcere, con l'accusa di furto aggravato, in attesa del processo per direttissima.

Sempre nelle zone terremotate della provincia di Modena vengono segnalati altri metodiche gli sciacalli usano per depredare le case lasciate incustodite: alcune persone girando in macchina, senza alcuna autorizzazione attraverso un megafono comunicano alla cittadinanza di abbandonare le proprie abitazioni per imminenti scosse di terremoto.

La stessa informazione viene data con attività "porta a porta" da persone con indosso pettorine false, o attraverso telefonate presso le varie abitazioni private.

Si sottolinea che tali avvisi sono da considerarsi assolutamente infondati. 

SVELATE LE BUGIE DI ENEL: QUARTO EMETTITORE DI CO2 IN EUROPA E PRIMO IN ITALIA

I dati pubblicati oggi dal Carbon Market Data, l'istituto che raccoglie le informazioni sulle emissioni di CO2 in Europa dai grandi impianti, danno ragione a Greenpeace: con 78 milioni di tonnellate di CO2 emesse nel 2011, Enel è il quarto emettitore assoluto europeo di anidride carbonica e il primo in Italia. Si tratta di un dato peggiorativo: con 10 milioni di tonnellate di CO2 in più rispetto al 2010, le emissioni del gruppo Enel in Europa aumentano, nonostante la crisi.

"È la conferma di un primato negativo che già conoscevamo e che l'azienda si ostina a negare - commenta Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace - Non solo Enel mente, ma denuncia chi osa ricordarle quanto emette e i danni che produce. Un atteggiamento che non ti aspetti da un'azienda che si pubblicizza come 'l'energia che ti ascolta'". 

Dopo l'avvio dell'operazione "bollette sporche" - che vede Greenpeace impegnata a recapitare nelle case di 100mila italiani i dati sui veri costi ambientali, sanitari ed economici inflitti al Paese dalla produzione elettrica da carbone di Enel - l'azienda ribadisce l'intenzione di denunciare Greenpeace e risponde alle accuse dell'associazione con dati inesatti o fuorvianti. 

In una nota diffusa pochi giorni fa, Enel condensa in poche righe numerose bugie:

Prima bugia: "le attività dell'azienda […] si svolgono nel pieno rispetto delle leggi che tutelano l'ambiente e la salute". Falso. Enel è già stata condannata, anche per "emissioni moleste, danneggiamento all'ambiente, al patrimonio pubblico e privato e violazione della normativa in materia di inquinamento atmosferico" per la centrale di Porto Tolle. Per quella stessa centrale tutto il management risulta oggi rinviato a giudizio per "omissione dolosa di cautele contro disastri". Altre indagini sono in corso - anche per omicidio colposo - in relazione alle emissioni della centrale a carbone di Brindisi. Su cui, inoltre, sono aperte inchieste per smaltimento illecito di rifiuti pericolosi e disastro ambientale.

Seconda bugia: "circa metà dell'energia elettrica che Enel produce è priva di qualunque tipo di emissione, compresa l'anidride carbonica". Non è così, se a livello globale quella percentuale è inferiore al 50 per cento e in Italia supera di poco il 40. Nella stima di Enel è inclusa anche la produzione nucleare, il cui livello di pericolosità va ben oltre le emissioni di CO2. Ma quanto viene emesso per produrre oltre il 50 per cento dell'elettricità fatta da Enel? Alcune delle sue centrali, a livello europeo, sono tra le più inquinanti, come testimoniato anche dall'Agenzia Europea per l'Ambiente.

Terza bugia: l'azienda sostiene di avere "in programma investimenti nelle fonti rinnovabili per oltre 6 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, un impegno che ha ben pochi paragoni a livello globale". La verità è che gran parte dei 6 miliardi, su un piano complessivo di oltre 27, è destinata a grandi impianti idroelettrici in Sud America e non riguarda le nuove tecnologie rinnovabili. Per un confronto, la banca Goldmann&Sachs ha annunciato di stanziare 40 miliardi di dollari nelle rinnovabili nei prossimi 10 anni e ha un fatturato annuo inferiore alla metà di quello di Enel. 

Infine, Enel ricorda che "solo il 12 per cento dell'energia elettrica italiana è prodotta con il carbone contro una media europea di circa il doppio". Con questa affermazione l'azienda parla d'altro per non ammettere la verità. Greenpeace non contesta il dato nazionale della produzione di elettricità da carbone, bensì fa riferimento al carbone di Enel, i cui documenti riportano una produzione che nel 2011 ha superato il 41 per cento. 

TRASPARENZA DEGLI ATTI DELLA PA, APPELLO A MONTI

PER IL DIRITTO DI ACCESSO ALLE INFORMAZIONI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Presentata alla Camera dei Deputati il 29 maggio 2012 l’iniziativa per un ‘Freedom of information act in Italia’, con cui si chiede la totale trasparenza degli atti della pubblica amministrazione. Tra i promotori, Critica Liberale e la Società Punnunzio, numerose associazioni, giornalisti, giuristi, politici, professori e singoli cittadini. Sul sito www.foia.it è possibile aderire all’appello, che recita:

“Noi riteniamo che uno dei mali, e tra i più gravi, che colpisce la nostra Repubblica sia il cattivo rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione, e l’attuale legislazione che fa della pubblica amministrazione un corpo separato e opaco.

Riteniamo essenziale il riconoscimento del diritto di tutti di chiedere conto delle scelte e dei risultati del lavoro amministrativo, con una legge sul modello del Freedom of Information Act presente in moltissimi paesi democratici.
Vogliamo quindi l’introduzione, anche nella disciplina italiana, dell’obbligo per la pubblica amministrazione di rendere trasparenti i propri atti.

Consideriamo che un passo fondamentale sarebbe anche l’introduzione in Italia della Convenzione del Consiglio d’Europa del 18 giugno 2009 sul diritto di accesso ai documenti ufficiali, così da garantire «il diritto di ognuno, senza discriminazioni di alcun tipo, all'accesso, su semplice richiesta, dei documenti detenuti dalle pubbliche autorità».
È fondamentale per uno stato democratico che – come è scritto nella stessa Convenzione – il cittadino si formi «una opinione sullo stato della società e sulle autorità pubbliche» e rafforzi «l’integrità, l’efficienza, l’efficacia e la responsabilità delle autorità pubbliche favorendo così l’affermazione della loro legittimità».

Consapevoli che l’assenza di un rapporto paritario tra cittadino e pubblica amministrazione ha un peso crescente nel progressivo declino della nostra Repubblica, chiediamo che una nuova normativa in grado di garantire il diritto di accesso alle informazioni della pubblica amministrazione entri con urgenza nell'agenda governativa e parlamentare”.


Aderisci firma su  http://appello.foia.it/

IN ITALIA CI SONO 90 BOMBE ATOMICHE E 113 BASI DEGLI STATI UNITI

In Italia ci sono 90 bombe nucleari americane. La loro presenza ha un'importanza militare limitata per gli Stati Uniti, ma risponde anche ad esigenze politiche del governo italiano, che vuole avere voce in capitolo nella Nato. Lo ha rivelato all'Unità Hans Kristensen, uno specialista del Natural Resources Defense Council (NRDC), autore di un rapporto sulle armi atomiche in Europa che sarà pubblicato tra qualche giorno.

Secondo il rapporto nelle basi americane in Europa ci sono ben 481 bombe nucleari, dislocate in Germania, Gran Bretagna, Italia, Belgio, Olanda e Turchia. In Italia ve ne sono 50 nella base di Aviano e altre 40 in quella di Ghedi Torre, in provincia di Brescia. Sono tutte del tipo indicato dal Pentagono come B 61, che non si presta ad essere montato su missili ma può essere sganciato da cacciabombardieri.

«Le ragioni di un arsenale nucleare così grande in Italia - ha spiegato Kristensen all'Unità - sono nebulose e la stessa Nato non ha una strategia chiara. Le atomiche continuano a svolgere il tradizionale ruolo dissuasivo nei confronti della Russia, e in parte servono per eventuali obiettivi in Medio Oriente, come l'Iran. Un'altra ragione è di tipo politico istituzionale. Per l'Italia è importante continuare a fare parte degli organi di pianificazione nucleare della Nato, per non essere isolata in Europa. Altri paesi come la Germania hanno lo stesso atteggiamento».

Tra Italia e Stati Uniti esiste un accordo segreto per la difesa nucleare, rinnovato dopo il 2001. William Arkin, un esperto dell'associazione degli scienziati nucleari, ne ha rivelato recentemente il nome in codice: Stone Ax (Ascia di Pietra). Nel settembre 1991, dopo il crollo del muro di Berlino, il presidente George Bush padre aveva annunciato il ritiro di tutte le testate nucleari montate su missili o su mezzi navali. In Europa erano rimaste 1400 bombe atomiche in dotazione all'aviazione. In dieci anni il numero si è ridotto di circa due terzi.

Le bombe nucleari in Italia sono di tre modelli: B 61 -3, B 61 - 4 e B61 - 10. Il primo ha una potenza massima di 107 kiloton, dieci volte superiore all'atomica di Hiroshima, è può essere regolato fino a un minimo di 0,3 kiloton. Il secondo modello ha una potenza massima di 45 kiloton e il terzo di 80 kiloton.

CASTA, DEPUTATO RIPRESO MENTRE DORME E GLI ONOREVOLI SI SCAGLIANO CONTRO IL REPORTER

Nel corso della seduta parlamentare del 30 maggio, il deputato Aldo Di Biagio (Fli) solleva un problema di “straordinaria gravità”: “Un giornalista ha immortalato un parlamentare mentre con gli occhi chiusi era seduto su un divano in un momento di riflessione”. L’onorevole fotografato mentre schiacciava un pisolino è Deodato Scanderebech, altresì noto per i suoi frenetici passaggi da Forza Italia all’Udc al Pdl fino a Fli (dopo un breve ritorno nell’Udc), ma anche per aver creato due anni fa una lista per supportare il leghista Roberto Cota in Piemonte con l’aiuto di Pippo Franco e di un jingle rap. Con nobile generosità, Di Biagio esprime vicinanza al collega, accusa gli utenti dei social network di aver ingiustamente investito di minacce ed insulti Scanderebech, stigmatizza l’”antipolitica” e chiede provvedimenti esemplari contro il giornalista, reo del fattaccio. Perché, sostiene Di Biagio, “sappiamo bene che in questo dato momento sociale, contaminato da una galoppante antipolitica, eventi come questi – afferma – rischiano di alimentare riflessi drammatici. Il linciaggio mediatico portato avanti da un giornalista di discussa professionalità – continua – rappresenta un elemento da condannare”. E indirizza il suo “j’accuse” contro certi giornalisti che attentano all’incolumità dei politici: “Vi sono giornalisti, i cosiddetti ‘uomini di informazione’, privi di alcuna morale, forse alimentati da chissà quale altra virtù” di Gisella Ruccia

mercoledì 30 maggio 2012

UNICEF: BAMBINI ITALIANI, DALLO STATO POCO O NIENTE PER ALLEVIARE LA POVERTÀ

I dati che emergono dal rapporto sulla povertà e sulle deprivazioni nell'infanzia e nell'adolescenza pongono il nostro Paese in una posizione poco invidiabile, se confrontati con i risultati raggiunti da altri Paesi europei. 

Nonostante l'Italia sia tra i 15 Paesi europei più ricchi, il 15,9% dei bambini e degli adolescenti tra 0 e 17 anni vive in una condizione di povertà relativa. In questa classifica, l’Italia è agli ultimi posti: 29° su 35 Paesi. Anche considerando il poverty gap (divario tra la soglia di povertà e il reddito mediano di coloro che si trovano al di sotto di tale soglia), l’Italia è agli ultimi posti (32° su 35 Stati).

L'AZIONE DELLO STATO ININFLUENTE NEL RIDURRE LA POVERTÀ 

 

Confrontando i tassi di povertà relativa tra i bambini e gli adolescenti prima delle imposte e dei trasferimenti (reddito di mercato) e dopo le imposte e i trasferimenti (reddito disponibile), la performance dell’Italia in termini di riduzione della povertà è fra le più deludenti (34° su 35 paesi). 

Infatti, il tasso di povertà infantile relativa senza l’intervento del Governo risulterebbe pari al 16,2%, quasi invariato rispetto all’effettivo tasso di povertà infantile relativa al netto delle imposte e dei trasferimenti (15,9%). 

Allo stesso modo, risulta interessante confrontare l’impegno dei Governi nei confronti della protezione dell’infanzia e dell’adolescenza, attraverso l’analisi del livello delle risorse stanziate: l’Italia si colloca al26° posto su 35 Paesi con meno dell’1,5% di PIL investito in trasferimenti in denaro, agevolazioni fiscali e servizi per minorenni e famiglie.

In Italia il tasso di povertà infantile (15,9%) è più alto rispetto al tasso di povertà della popolazione complessiva (11,5%): nella graduatoria relativa a questa variabile, l’Italia si colloca al 32° posto su 35 

UN BAMBINO SU SETTE SOFFRE DI DEPRIVAZIONI MATERIALI

 

I dati mostrano che il 13,3% dei minori italiani vive in una condizione di deprivazione materiale, intesa come la mancanza di accesso ad alcuni beni ritenuti “normali” nelle società economicamente avanzate come almeno un pasto al giorno contenente carne o pesce, libri e giochi adatti all'età del bambino, un posto tranquillo con spazio e luce a sufficienza per fare i compiti. L’Italia in questa classifica è al  20° posto su 29 Paesi considerati.

Il dato colpisce se confrontato ad esempio con Islanda, Svezia e Norvegia, che presentano percentuali di deprivazione inferiori al 2%..

Venendo più nello specifico alla percentuale di bambini (tra 1 e 16 anni) che non ha accesso ai seguenti beni e servizi o attività, perché le famiglie non possono permetterseli: 

·      2,5% dei bambini italiani non può permettersi frutta e verdura fresche ogni giorno - 5,4% è la  media degli altri Paesi 
·      1,2% dei bambini italiani non può permettersi tre pasti al giorno - media 1,3%  
·      4,4% dei bambini italiani non può permettersi almeno un pasto al giorno a base di pollo, carne o pesce - media 5,5% 
·      6,2% dei bambini italiani non può permettersi di comprarsi indumenti nuovi - media 7,6%
·      2,6% dei bambini italiani non può permettersi di comprarsi due paia di scarpe della misura giusta - media 4,7% 
·      5% dei bambini italiani non ha una connessione ad Internet - media 8%
·      6% dei bambini italiani non può permettersi di comprare libri adatti all’età e al livello di conoscenza (esclusi testi scolastici) - media 5,4%
·      9,3% dei bambini italiani non ha a disposizione un posto tranquillo con spazio e luce a sufficienza per fare i compiti - media 5,4%
·      6,1% dei bambini italiani non ha l’opportunità di celebrare occasioni speciali, come compleanni, onomastici, eventi religiosi, ecc. - media 6,2% )
·      6,7% dei bambini italiani non ha l’opportunità di invitare a casa gli amici per giocare e mangiare insieme - media 7,9%
·      6,1% dei bambini italiani non può permettersi di partecipare a gite ed eventi scolastici - media 6,8% 
·      4% dei bambini italiani non può permettersi attrezzature per giocare all’aperto, quali biciclette, pattini, ecc. - media 7,8% 
·      12,2% dei bambini italiani non può permettersi di frequentare attività ricreative regolari, come nuotare, suonare uno strumento musicale, partecipare ad organizzazioni giovanili - media 11,6% 
·      4.6 % dei bambini italiani non può permettersi giochi in casa - media 5,9%

Il rapporto presenta anche delle analisi che misurano il tasso di deprivazione materiale tra i bambini e gli adolescenti in alcuni gruppi considerati a rischio: 

- Tra i bambini che vivono in famiglie con un solo genitore il tasso di deprivazione materiale è del 17,6%; 
- Tra i bambini che vivono in famiglie con genitori con un basso livello di istruzione il tasso è del 27,9%; 
- Tra i bambini che vivono in famiglie senza lavoro: il tasso è del 34,3%; 
- Tra i bambini che vivono in famiglie migranti: il tasso è del 23,7%. 


Fonte: http://www.unicef.it

RAPPORTO UNICEF SU POVERTÀ INFANTILE NEI PAESI RICCHI: ITALIA AGLI ULTIMI POSTI

Mentre prosegue il dibattito sulle misure di austerità e sui tagli alla spesa sociale, un nuovo rapporto dell’UNICEF rivela la portata dellapovertà e della deprivazione materiale infantile nelle economie avanzate del mondo.

Nell'Unione Europea (più Norvegia e Islanda) a circa 13 milioni di bambini e adolescenti mancano gli elementi di base necessari al loro sviluppo. Nel frattempo, 30 milioni di minorenni – nei 35 paesi a economia avanzata dell'OCSE – vivono in povertà.

Il rapporto "Misurare la povertà tra i bambini e gli adolescenti" - il numero 10 della serie denominata Innocenti Report Card - realizzato dal Centro di Ricerca Innocenti dell’UNICEF, esamina la povertà e la deprivazione materiale infantile in tutto il mondo industrializzato, presentando classifiche di paesi e analisi comparate.

Questo confronto internazionale, dice il rapporto, dimostra che la povertà infantile in questi Paesi non è inevitabile, ma è legata alle scelte politiche. Inoltre, alcuni paesi stanno facendo meglio di altri per proteggere i bambini più vulnerabili.

«Nonostante l'Italia sia tra i 15 Paesi europei più ricchi, il 15,9% dei bambini e degli adolescenti tra 0 e 17 anni vive in una condizione di povertà relativa. In questa classifica, l’Italia è agli ultimi posti: 29° su 35. I dati del Rapporto mostrano che il 13,3% dei minori vive in una condizione di deprivazione materiale» ha ricordato il Presidente dell’UNICEF Italia Giacomo Guerrera durante la presentazione del rapporto a Roma, alla presenza della sociologa Chiara Saraceno e del curatore del rapporto UNICEF Leonardo Menchini.

Povertà materiale nei Paesi ricchi, deludono Francia e Italia


Il Report Card esamina la povertà e la deprivazione materiale infantile in due modi completamente diversi. L’analisi su questi due diversi tipi di povertà infantile è scaturita dall’elaborazione dei dati più recenti e disponibili sulla povertà e sulla deprivazione infantile in tutte le economie industriali avanzate del mondo.

La prima misura è un Indice di deprivazione dell’infanzia, derivato da un’indagine condotta dalla European Union’s Statistics  on Income and Living Conditions (EU-SILC) su 29 Paesi europei, che include per la prima volta una sezione sui bambini.

Per deprivazione materiale si intende la percentuale di bambini e adolescenti che non ha accesso ad alcuni beni, servizi o attività  ritenuti “normali” (sono 14 in tutto)  nelle società economicamente avanzate, come fare almeno tre pasti al giorno, disporre di libri e giochi adatti all'età del bambino, di un posto tranquillo con spazio e luce a sufficienza per fare i compiti, di una connessione Internet ecc.

I tassi più alti di deprivazione materiale vengono riscontrati in paesi come Romania, Bulgaria e Portogallo (rispettivamente con più del 70%, 50% e 27% dei bambini  e adolescenti esclusi), anche se alcuni paesi tra i più ricchi come Francia e Italia hanno tassi di deprivazione superiori al 10%. I paesi nordici hanno il minor tasso di deprivazione tra i minorenni, inferiore al 3%.

Bambini più poveri senza protezione sociale


La seconda misura esaminata nel Rapporto riguarda la povertà relativa, prendendo in esame la percentuale di bambini e adolescenti che vivono al di sotto della “soglia di povertà” nazionale – definita come il 50% del reddito medio disponibile dalle famiglie.

I paesi nordici e i Paesi Bassi hanno i tassi più bassi di povertà infantile relativa, intorno al 7%. Australia, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito hanno tassi compresi tra il 10 e il 15 %, mentre oltre il 20% dei bambini in Romania e Stati Uniti vivono in povertà relativa. 

Particolarmente evidenti, nel Rapporto, sono i confronti tra i Paesi con economie simili, che dimostrano come la politica dei governi abbia impatti significativi sulla vita dei bambini e degli adolescenti.

Ad esempio, Danimarca e Svezia hanno tassi molto più bassi di povertà infantile rispetto a Belgio o Germania, ma tutti e quattro i Paesi hanno gli stessi livelli di sviluppo e reddito pro capite.

«I dati sottolineano che troppi bambini e adolescenti continuano a non avere accesso a beni o servizi di base necessari al proprio sviluppo in Paesi che hanno tutti i mezzi per fornire loro la possibilità di un completo sviluppo e determinazione» ha dichiarato Gordon Alexander, Direttore del Centro di Ricerca dell’UNICEF.

«Il rapporto ha anche mostrato che altri Paesi hanno lavorato bene – visto che ci riferiamo in gran parte a dati pre-crisi – grazie ai sistemi di protezione sociale. Il rischio è che con la crisi attuale, le conseguenze di decisioni sbagliate saranno visibili solo tra molto tempo».