venerdì 31 dicembre 2010

AUTOSTRADE, AUMENTI AL VIA DA GENNAIO. RINCARI MEDI DEL 3,3%, CON PUNTE DEL 18%

Dal primo gennaio scatteranno i nuovi aumenti delle tariffe autostradali – denuncia l’Adico – con aumenti che potranno arrivare addirittura fino al 18%. I rincari riguardano quasi tutta la rete autostradale in concessione – rende noto l’Anas – precisando che l’aumento medio per l’intera rete è pari al 3,3%. Gli aumenti sono stati firmati dai ministri delle Infrastrutture e dell’Economia, sulla base dell’istruttoria condotta dall’Anas.

Ecco nel dettaglio: Asti-Cuneo S.p.A. 0,00%; Ativa S.p.A. 6,86%; Autostrade per l’Italia S.p.A. 1,92%; Autostrada del Brennero S.p.A. 1,39%; Autovie Venete S.p.A. 13,58%; Brescia-Padova S.p.A. 7,08%; Consorzio Autostrade Siciliane 0,00%; CAV S.p.A. (A4 Venezia Padova, Tangenziale Ovest di Mestre e Raccordo con aeroporto Marco Polo -1,00%; Passante di Mestre -1,18%); Centropadane S.p.A. 0,80%; CISA S.p.A. 6,13%; Fiori S.p.A. 4,70%; Milano Serravalle Milano Tangenziali S.p.A. 1,53%; Tangenziale di Napoli S.p.A. 3,80%; RAV S.p.A. 14,15%; SALT S.p.A. 4,76%; SAT S.p.A. 4,08%; Autostrade Meridionali (SAM) S.p.A. -6,56%; SATAP Tronco A4 S.p.A. (Novara Est-Milano 12,95%; Torino-Novara Est 12,38%); SATAP Tronco A21 S.p.A 9,83%; SAV S.p.A. 18,95%; SITAF S.p.A. (Barriera di Bruere 3,31%; Barriera di Avigliana 5,50%; Barriera di Salbertrand 5,00%); Torino-Savona S.p.A. 0,63%; Strada dei Parchi S.p.A. (Roma-Pescara e Roma-L’Aquila) 8,14%.

Si tratta dell’ennesima stangata che gli italiani troveranno rientrando dalle ferie natalizie – tuona il presidente dell’Adico, Carlo Garofolini – dopo quelli dei treni e dei trasporti pubblici; servizi bancari; carburanti; Rc auto; tariffe del gas; elettricità; acqua; tariffa rifiuti. Aumenti che secondo gli esperti dell’Adico incideranno nelle tasche degli italiani per oltre 800 euro annui a famiglia.

Fonte: ADICO

DINO BRANCIA SALUTA IL 2010 E AUGURA UN BUON 2011 A TUTTI


Dino Brancia saluta l'anno che si chiude e augura tutti i suoi lettori un fantastico e sereno 2011 pieno di salute, soddisfazioni, serenità e pace.

L’AQUILA, LO “STATO DI EMERGENZA” PROROGATO DAL GOVERNO PER TUTTO IL 2011

Commissari, ordinanze, deroghe: la gestione emergenziale confermata per tutto il prossimo anno. E ancora non c'è una legge quadro. Il sindaco Cialente: "Manca un disegno complessivo". Il decreto Milleproroghe, dopo proteste e rassicurazioni, contiene la sospensione degli arretrati delle tasse. Ma senza copertura finanziaria.    

Che l’emergenza aquilana sarebbe stata prolungata, era nell’aria. Ora è diventato un fatto: il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 17 dicembre 2010, reso pubblico soltanto ieri e a breve in uscita sulla Gazzetta Ufficiale, ha prorogato per un altro anno lo «stato d’emergenza in ordine agli eccezionali eventi sismici» che hanno interessato L’Aquila e gli altri comuni del cratere sismico lo scorso 6 aprile 2009.  

Cosa significa in concreto? Lo spiega Giovanni Lolli, deputato aquilano del Pd, che commenta duramente: «Significa che questo è l’unico terremoto che si ricordi in cui non c’è una legge-quadro. Lo stato di emergenza prolungato vuol dire che si pensa di organizzare anche la ricostruzione con le procedure emergenziali, con i commissari e le ordinanze. Il che determina confusione, mancanza di trasparenza, mancanza di controlli e di chiarezza sulle norme, che si sovrappongono e si annullano l’una con l’altra. Non a caso c’è la legge di iniziativa popolare che si propone di risolvere questo problema.» 

Dello stesso avviso il sindaco, Massimo Cialente, che spiega: «Il punto è che, se anche il Parlamento decidesse di prendere in considerazione la proposta di legge per la quale si stanno raccogliendo firme in tutta Italia, ci vorrebbe un anno per l’approvazione. Su questo, lancio un grido d’allarme dal 2009. Sono arrivato al punto di dimettermi dall’incarico di vice-commissario, di più non so che fare». Un’ulteriore prova dello stato confusionale in cui si trovano a operare le istituzioni locali all’Aquila.  

«La proroga dell’emergenza era ormai un fatto scontato», prosegue Cialente. «Siamo in un momento di grande confusione. Lo dico da tempo: L’Aquila è una nave in tempesta senza nocchiero. Si va avanti ad affrontare i problemi mano a mano che si pongono, si ragiona sulle “emergenze” a mano a mano che si presentano. Manca un disegno complessivo, una legge, appunto, sulla quale eventualmente intervenire con ordinanze correttive.»    

Invece, sono le ordinanze emergenziali a dettare, di volta in volta, le norme. E questo, in assenza di un quadro normativo generale di riferimento, invece di semplificare, complica le cose. Lo scrive, perentoriamente, l’Ordine degli Ingegneri della provincia dell’Aquila in un comunicato stampa: «La battuta di arresto della ricostruzione avuta nel 2010 è derivata dalla complessità della normativa posta in essere.»  

Come se non bastasse, arriva la beffa del Decreto Milleproroghe, che sospende la restituzione degli arretrati delle tasse fino a giugno del 2011, ma poi recita testualmente: «La ripresa della riscossione delle rate non versate [...] è disciplinata [...] in modo da non determinare effetti peggiorativi sui saldi di finanza pubblica.»   

 «Questo vuol dire» spiega ancora Lolli «che non c’è copertura finanziaria, e che quindi, nei successivi sei mesi del 2011, pagheremo una rata doppia, per non gravare ulteriormente sul bilancio dello Stato. E’ l’ennesima promessa mancata. Faremo tutto quel che sarà in nostro potere per cambiare le cose, ma ci vuole una soluzione definitiva. E’ impossibile andare avanti così, di sei mesi in sei mesi. Nessuno, all’Aquila, è più in grado di organizzare non solo la propria attività lavorativa, ma addirittura la propria esistenza.» 

Insomma, l’emergenza infinita rischia di non far rinascere mai più L’Aquila  

Lo stato d’emergenza all’Aquila non finisce più: è stato prorogato fino al 31 dicembre 2011. La ricostruzione non esce dalla logica dei commissari, delle ordinanze e delle deroghe. Non c’è una legge-quadro. E il decreto Milleproroghe, dopo proteste e rassicurazioni, contiene la sospensione degli arretrati delle tasse. Ma senza copertura finanziaria

di Alberto Puliafito

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/

AFGHANISTAN, UCCISO MILITARE ITALIANO

E’ stato ucciso da un cecchino il militare italiano morto oggi in Afghanistan. Il fatto è avvenuto un paio di ore fa, nel distretto del Gulistan, nell’ovest del Paese. Nel Gulistan (provincia di Farah), una delle zone più calde del settore affidato al controllo dei militari italiani, al confine con l’Helmand, dal primo settembre operano gli alpini del 7/o reggimento di Belluno, che costituiscono l’ossatura della Task force south east, composta anche da militari di altri reparti. Il 4 ottobre scorso, proprio nella valle del Gulistan, si verificò l’imboscata in cui morirono altri quattro soldati italiani. L’area affidata al controllo degli alpini, denominata Box Tripoli, era un tempo sotto comando statunitense.

La conferma degli avvenimenti è arrivata dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che intervistato dal Gr1 ha spiegato: “Oltre che una tragedia e’ stato un fatto di grande sfortuna. Il militare era in una torretta di guardia, protetto da tutti gli accorgimenti, ma e’ stato colpito da un cecchino alla spalla, nella parte laterale non protetta. Il colpo e’ penetrato e ha leso organi vitali. Gia’ nei giorni scorsi vi erano stati scambi di proiettili, che pero’ non avevano avuto conseguenze. Un lutto che si va ad aggiungere a molti altri lutti, in un giorno che sarebbe dovuto essere di festa”.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/

ROMA- NELLA NOTTE, TESTA A TESTA TRA UNA FERRARI ED UNA FIAT 600 SUL GRANDE RACCORDO ANULARE CULMINATA CON UN'AGGRESSIONE: DUE ARRESTI

Un serrato testa a testa tra una Ferrari e una Fiat 600, con tanto di speronamenti, è la scena che si è presentata a diversi automobilisti in transito, questa notte, sul Grande Raccordo Anulare.

Quella che sembrava una folle gara si è rivelata essere un diverbio per futili motivi, conclusosi, sulla corsia d'emergenza, con botte da orbi da parte del conducente della Ferrari e dell'amico che viaggiava con lui contro il povero conducente della 600 che è finito in ospedale.

Per fortuna si trovava a passare anche un Carabiniere libero dal servizio che, chiamando il 112 prima e intervenendo a dare man forte ai colleghi poi, ha evitato il peggio.

A finire i manette sono stati due cittadini romani di 30 e 32 anni, entrambi già noti alle forze dell'ordine, che dovranno rispondere di violenza privata lesioni aggravate in concorso, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale.

I fatti si sono verificati sul Grande Raccordo Anulare, all'altezza dell'uscita "Pontina", dove il conducente della Fiat 600 non si è lasciato superare dalla Ferrari che lo seguiva. Probabilmente indispettito da tale atteggiamento, il Ferrarista ha prima speronato diverse volte l'utilitaria e dopo averla bloccata, è sceso dal veicolo e insieme al passeggero che viaggiava con lui, ha mandato in frantumi un finestrino della piccola macchina e preso a pugni il 32enne che la guidava. I Carabinieri del Nucleo Radiomobile di Roma, grazie alla segnalazione e alla collaborazione di un Carabiniere del Nucleo Investigativo di Roma che, libero dal servizio ha assistito alla scena, sono prontamente intervenuti bloccando e arrestando i due aggressori nonostante la dura resistenza opposta.

All'interno della Ferrari i militari hanno rinvenuto 27.500 Euro in contanti la cui provenienza dovrà essere chiarita.

Il conducente della 600 è stato trasportato presso il Sant'Eugenio dove visitato e medicato è stato dimesso con una prognosi di 21 giorni per le lesioni riportate, mentre la Ferrari e il denaro trovato all'interno, sono stati sequestrati.

Per gli aggressori si sono aperte le porte di Regina Coeli, dove si trovano a disposizione dell'Autorità Giudiziaria.

Fonte: Carabinieri.it

giovedì 30 dicembre 2010

IN ITALIA I COSTI DEL DEBITO SI AVVICINANO ALLA ZONA ROSSA

Con questa bella foto sulla munnezza del Napoletano, oggi il Telegraph pubblica un articolo di Ambrose Evans Pritchard in cui si comincia a gufare sul debito italiano...i rendimenti sono saliti, potrebbe essere un effetto temporaneo delle aste di fine anno, o protrarsi nel 2011...

Buona lettura:

In Italia i costi del debito sono saliti al livello più alto dalla crisi finanziaria di due anni fa, destando preoccupazioni sul più grande debitore d’Europa, che potrebbe slittare dal nucleo stabile della zona euro verso il gruppo ad alto rischio della periferia.

I rendimenti delle obbligazioni a 10 anni sono aumentati di 10 punti base, al 4.86 pc dopo una misera asta sui titoli decennali a Roma. Il Tesoro italiano ha dovuto pagare 1.7 pc per vendere 8.5 miliardi di € di titoli a sei mesi in un mercato post-natalizio molto fiacco, in aumento rispetto al 1.48 pc di un mese fa.

L’impennata dei tassi è avvenuta dopo che la Banca europea ha pubblicato i dati sull’offerta di moneta, dove l’aggregato M1 sui depositi è crollato del 2.8 pc negli ultimi sei mesi nel blocco UEM di Italia, Spagna, Grecia, Irlanda e Portogallo, mentre è in aumento nell’Europa settentrionale.

“Questo è paragonabile al calo che si è avuto all’inizio del 2008 poco prima dell’inizio della recessione”, ha detto Simon Ward di Henderson Global Investors. “La periferia della zona euro è bloccata in un ‘double dip’ (doppia recessione) che mina il riequilibrio fiscale”.

La contrazione di M1 in Italia è iniziata più tardi che altrove nell’ Europa meridionale, ma ora sta accelerando. M1 rappresenta di solito un preavviso di mutamenti economici di là da venire dai sei ai nove mesi.

Mr. Ward ha detto che i segnali di ripresa nei dati della BCE sull’aggregato monetario più ampio M3 sono meno rassicuranti di quanto sembrino, in quanto questo indicatore era trainato temporaneamente dall’espansione delle disponibilità liquide fondata sui timori per il debito UEM. 

A proposito dell’aggregato M1, vale la pena guardare questo grafico (relativo agli USA) riportato da Pierluigi Paolettti sul suo sito Centrofondi.it, in cui si vede chiaramente come la massa monetaria (linea blu) condiziona la produzione industriale e dunque ne anticipa l’andamento.

Tratto da: http://vocidallestero.blogspot.com/
Link

IN UNA REMOTA PROVINCIA DELLA MONGOLIA, MSF AIUTA LA POPOLAZIONE A PREPARARSI PER UN RIGIDO INVERNO

L’anno scorso, la Mongolia è stata colpita da un devastante “Dzud” – un inverno particolarmente rigido che segue a un’estate molto secca. Con nevicate intense e temperature dai -40° ai -50°C, la gran parte della popolazione nelle campagne non ha avuto accesso neanche all’assistenza sanitaria.  

Ospedali e cliniche sono stati danneggiati, la mortalità infantile è aumentata significativamente e il governo ha proclamato lo stato di emergenza nazionale.

Una volta che la neve si è sciolta nella tarda primavera, MSF è intervenuta inviando alcuni operatori e ha recentemente completato un progetto pilota per aiutare la popolazione in una delle province maggiormente colpite a prepararsi per il prossimo inverno. Progetto che ha avuto luogo tra settembre e i primi di novembre a Uvs, nel nord-ovest della Mongolia, dove circa il 70% delle persone, circa 80.000, sono state colpite dallo “Dzud”.

Lo “Dzud” dell’anno scorso ha compromesso la salute materna e neonatale. E inoltre i sistemi di riscaldamento nelle strutture sanitarie si sono rotti a causa dell’uso eccessivo e alcuni ospedali locali sono stati parzialmente chiusi”, ha dichiarato Christian Ferrier, Capo missione di MSF in Mongolia

Durante l’inverno, l’accesso a Uvs è possibile principalmente con l’aereo e durante l’estate la provincia è raggiungibile dalla capitale Ulan Bator con un viaggio di tre giorni attraverso la campagna. La maggior parte delle persone sono pastori nomadi che vivono in piccoli gruppi di isolati “gers”, tende di grosse dimensioni situate nelle vaste praterie, ricoperte di neve tra novembre e aprile. La gran parte di loro vive grazie all’allevamento di capre, pecore, cavalli, cammelli, vacche e yak ma durante lo “Dzud” dello scorso anno, gran parte del loro bestiame è deceduto, riducendo in miseria molti pastori e rendendoli, così, più vulnerabili alle malattie.

Cinque delle diciannove province sono state scelte per il progetto a causa della loro distanza dalla capitale e all’alto livello di mortalità tra i bambini con meno di cinque anni durante lo “zud”. Il progetto pilota prevedeva una serie di attività, tra cui il miglioramento delle infrastrutture in cinque centri sanitari regionali, l’approvvigionamento costante di farmaci essenziali e materiali negli ospedali di provincia e regione, la distribuzione di kit di primo soccorso a 3.000 famiglie di pastori nonché lo svolgimento di corsi di aggiornamento e la fornitura di medicine a 16 medici delle comunità. 

Nei centri sanitari selezionati, la fornitura di energia elettrica e la messa in sicurezza sono stati ripristinati e nei reparti ospedalieri è stato migliorato il livello di isolamento delle finestre.

A livello locale i medici hanno diverse età e diversi livelli di educazione. Alcuni di loro hanno 60 anni, altri 20, ma tutti si sono rivelati entusiasti e desiderosi di imparare“, ha dichiarato il Dott. Mark Stover, Coordinatore medico del progetto.

Durante la formazione, ci siamo concentrati su come aiutare i medici a riconoscere le emergenze sanitarie e abbiamo approfondito lo studio di quelle malattie che ci hanno detto essere le più diffuse durante l’inverno“, ha spiegato Mark.

Fornire i kit di primo soccorso alla popolazione di pastori è stata una sfida logistica, perché molte persone vivono in tende isolate e non hanno accesso a telefoni cellulari o fissi.

Alla fine il passaparola ha funzionato bene perché è stato l’unico modo per far circolare l’informazione sulle nostre distribuzioni”, ha detto Christian Ferrier.

In Mongolia sta iniziando un inverno rigido e in primavera il team di MSF ritornerà per valutare l’esito del progetto. Intanto, MSF sta cercando di avviare delle attività sulla tubercolosi a Ulan Bator, per soddisfare i bisogni sanitari di migliaia di famiglie che vivono in insediamenti “ger” alla periferia della capitale.

Fonte: http://www.medicisenzafrontiere.it/

LAVORO, FIAT E SINDACATI (SAGGI?): IL DIBATTITO NOVECENTESCO DELL'ITALIA DIMENTICA I CITTADINI

A leggere le cronache del lavoro, quelle che fanno le prime pagine e animano il dibattito politico e sindacale, sembra che l'Italia sia in pieno '900. Il contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici è al centro di polemiche ideologiche che contengono contraddizioni grosse quanto il nostro debito pubblico, ma che raramente vengono evidenziate.  

Primo punto: è il settore metalmeccanico il fulcro attorno al quale costruire il futuro?

I metalmeccanici sono circa il 10% della forza lavoro, che danno un forte contributo alla produzione di Pil e alle esportazioni (non c'è solo la Fiat). Ciò nonostante è paradossale che l'unico grande dibattito avvenga in questo settore, mentre il magmatico mondo dei cosiddetti lavori atipici (collaborazioni, partite Iva, ecc.), è lasciato ai margini, salvo aumentargli sempre più l'imposizione previdenziale.

La fabbrica automobilistica era sicuramente emblema del sistema produttivo del secolo scorso, industria innovativa che trascinava la ricerca in altri ambiti.

Ma oggi è così? No, la centralità è in altri settori, ed ha al centro Internet, e tutto ciò che ne deriva. Si pensi solo alle società a maggior capitalizzazione in borsa: una volta dominavano i costruttori di automobili, oggi in quella statunitense Google, Apple e Microsoft la fanno da padroni.

Secondo punto: il settore metalmeccanico è quello che più necessita di flessibilità e stimoli alla produttività?

Nessun dibattito serio, invece, sul settore meno produttivo in Italia quello pubblico. E non è il caso di fare polemichette a tratti popolari scimmiottando il ministro Renato Brunetta (che scimmiotta se stesso). L'improduttività non dipende dai 'fannulloni', ma dalla politica che ha più interesse a piazzare lavoratori (per catturare consensi), piuttosto che erogare servizi di qualità ai cittadini: giustizia, istruzione, sicurezza, ecc.. Una propensione ideologica, non solo in malafede.

Tale pratica continua anche in regime di blocco delle assunzioni nel pubblico: basta creare società municipalizzate che sfuggono a questo blocco (vedi il recente caso che ha coinvolto diverse società del Comune di Roma).  

Terzo punto: i sindacati più 'moderati' sono realmente quelli più saggi?

Ci limitiamo a constatare che le due confederazioni che da anni sono considerate più moderate ed aperte ai cambiamenti (Cisl e Uil, in contrapposizione all'ideologica Fiom-Cgil) hanno diversi scheletri nell'armadio. La Cisl ha la sua roccaforte di iscritti (oltre che tra i pensionati) tra i dipendenti pubblici, e in quest'ambito è sicuramente più conservatrice e meno propensa all'innovazione. Per quanto riguarda la Uil, basti ricordare come ha contribuito a devastare la società statale Tirrenia, compagnia navale dove Uiltrasporti è dominante e detta legge, in barba a tutti i soldi buttati a mare dai contribuenti.

di Domenico Murrone

Fonte: ADUC

BENZINA: IL TRISTE CONSUNTIVO 2010 DELLE SPESE.

Come, purtroppo, gli automobilisti ben sanno, quella relativa ai carburanti è una spesa che incide pesantemente sulle tasche delle famiglie.

L’O.N.F. - Osservatorio Nazionale Federconsumatori, ha effettuato un calcolo di quanto, a consuntivo 2010, gli automobilisti hanno speso in più per tale voce.

Le cifre emerse sono da capogiro:

PER LA BENZINA, nel 2010, vi è stato un aumento complessivo di 18 centesimi (da 1,30 di gennaio a 1,48 Euro al litro oggi), pari, secondo una media statistica, ad un esborso di 9 centesimi in più al litro, di cui 1 centesimo (sempre in media statistica) in più per l’Erario. 

Tali aumenti si traducono in una spesa complessiva degli automobilisti di 1,51 miliardi di Euro in più rispetto al 2009, di cui 168 miliardi in più per l’Erario.  

PER IL GASOLIO, nel 2010, vi è stato un aumento complessivo, anche qui, di 22 centesimi (da 1,14 di gennaio a 1,36 Euro al litro oggi), pari, secondo una media statistica, ad un esborso di 11 centesimi in più al litro, di cui 1,2 centesimi in più per l’Erario. Tali aumenti si traducono in una spesa complessiva degli automobilisti di 3,3 miliardi di Euro in più rispetto al 2009, di cui 360 miliardi in più per l’Erario.  

COMPLESSIVAMENTE, quindi, gli automobilisti hanno speso 4,81 miliardi di Euro in più per i carburanti, di cui ben 528 milioni in più per l’Erario per via dell’aumento della tassazione.   

È questo il triste consuntivo del 2010, un altro anno all’insegna dei rincari nel settore dei carburanti. Per questo, affinché il 2011 non registri andamenti ancora peggiori, è indispensabile intervenire per la realizzazione dei punti sottoscritti nell’accordo con l’intera filiera petrolifera, a partire da:   

 - la realizzazione della commissione istituzionale di controllo sulla doppia velocità,

- la razionalizzazione della rete,

- l’apertura della vendita attraverso il canale della grande distribuzione,

- il blocco settimanale dei prezzi.

Oltre a ciò è indispensabile agire anche sul versante dell’accisa, affinché questa si riduca in misura pari all’aumento dell’IVA, per mantenere identica almeno la tassazione, e non permettere anche allo Stato di lucrare sulle tasche dei cittadini.

EFFETTO DOMINO DELLA FINANZA EUROPEA

GRECIA→ IRLANDA → PORTOGALLO → SPAGNA → ITALIA → INGHILTERRA → ?

DAL WASHINGTON’S BLOG
E’ oggi di dominio comune il fatto che ci sia un potenziale effetto domino conseguente al contagio del debito sovrano europeo all’incirca in questo ordine:

Grecia > Irlanda > Portogallo > Spagna > Italia > Inghilterra.

Se qualche persona ha iniziato a occuparsi dell’argomento già da più di un anno, altri si sono invece accorti della questione in ritardo (da una ricerca su Google risulta che questo tema viene ora discusso in circa 600.000 link).

Tutti sanno inoltre che, se da un lato Grecia e Irlanda sono delle economie relativamente contenute, ci saranno dei grossi problemi se cadesse la tessera del domino della Spagna. 

L’economia dell’Islanda si posiziona al 112° posto nel mondo, quella dell’Irlanda al 38°, il Portogallo al 36°. Di contro, la Spagna è al 9° posto, l’Italia al 7° e il Regno Unito al 6°. Il crollo di una di queste ultime tre avrebbe effetti devastanti per l’economia mondiale.

Secondo quanto ha scritto Nouriel Roubini a febbraio:    

Il vero incubo quanto all’effetto domino è la Spagna. Roubini si riferisce ai problemi del debito spagnolo come all’“elefante nella stanza”.

“Si può provare a sostenere economicamente la Spagna. E si può anche provare a provvedere un supporto finanziario ufficiale all’Irlanda, al Portogallo e alla Grecia per tre anni. Lasciarli fuori dal mercato. Magari ristrutturare il loro debito fino a un certo punto”.

“Ma se la Spagna rotola giù dalla collina, non ci sono sufficienti risorse monetarie ufficiali nella busta delle risorse europee per salvarla. La Spagna è da un lato troppo grande per fallire, dall’altro troppo grande per essere salvata”.

Il primo problema per quanto riguarda la Spagna è l’entità del debito pubblico: 1 trilione di euro (quello della Grecia ammonta € 300 mila). La Spagna ha anche 1 trilione di euro a titolo di debito estero privato.

E, viste le dimensioni, le risorse – governative o sopra- nazionali – non sono semplicemente sufficienti per girarci attorno.   

Come ho già rilevato in passato, la Germania e la Francia – rispettivamente al quarto e quinto posto nella classifica delle maggiori economie- sono i paesi maggiormente esposti al debito portoghese e spagnolo. Per un approfondimento sulle interconnessioni tra le economie della zona euro che si aggiungono al rischio di contagio, si veda qui.

Se è allettante pensare che il salvataggio dell’eurozona stia a significare che le nazioni creditrici hanno saputo gestire bene le loro economie risparmiando grosse cifre di denaro, che hanno concesso a prestito, Sean Corrigon sottolinea che gli interventi europei sono uno schema di Ponzi:

Sotto l’egida delle regole di questo gioco delle tre carte da miliardi di dollari, i sovrani garantiscono la Banca Centrale Europea, che sovvenziona le banche, che comprano i debiti del governo, che fornisce garanzie per tutti gli altri.  

(L’America non è diversa: Bill Gross, Nouriel Roubini, Laurence Kotlikoff, Steve Keen, Michel Chossudovsky e il Wall Street Journal sostengono tutti che l’America sta seguendo anch’essa un enorme schema di Ponzi. E sia l’America sia l’Europa stanno cercando di mascherare l’insolvenza delle loro banche ricorrendo a finti stress test). 

Non doveva essere necessariamente così. Gli stati europei non erano costretti a sacrificare se stessi per la causa delle grandi banche.   

Come ha scritto Roubini a febbraio:

Abbiamo deciso di condividere le perdite private del sistema bancario (…)”

***

Roubini crede che ulteriori tentativi di intervento abbiano solo amplificato i problemi con il debito sovrano. Egli dice “Ora c’è un gruppo di super sovrani – il FMI, la UE, la zona euro- che mettono in salvo quei sovrani”.

Sostanzialmente, i super sovrani sottoscrivono i debiti sovrani – aumentando l’ampiezza e concentrando i problemi.

Roubini definisce l’intervento dei super sovrani come un semplice calciare la lattina sull’asfalto.

Afferma ironicamente: “Non c’è nessuno che viene da Marte o dalla luna per soccorrere il FMI o l’Eurozona”.

Ma nonostante il passaggio di carte a livello nazionale e a livello di entità sopranazionali, la realtà alla fine interviene: “Quindi ad un certo punto si ha bisogno di una ristrutturazione. Ad un certo punto c’è bisogno che i creditori delle banche prendano una batosta – altrimenti tutto questo va a ricadere sul bilancio del Governo. E poi il governo si spacca la schiena– e il governo diventa insolvente”.  


Come ho già sottolineato nel dicembre 2008: 

La Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) è spesso chiamata “la banca centrale delle banche centrali”, nella misura in cui coordina le transazioni tra banche centrali.  

La BRI ha sottolineato in un nuovo report che i pacchetti di salvataggio delle banche hanno trasferito rischi considerevoli nei bilanci governativi, cosa che si è riflessa nel corrispondente ampliarsi del credit default swap sovrano: 

“Lo scopo e la consistenza dei pacchetti bancari di salvataggio hanno implicato altresì che dei rischi significativi sono stati trasferiti sui bilanci del governo. Ciò era particolarmente evidente nel mercato dei credit default swaps sovrani impiegati nel salvataggio di singole grosse banche o in pacchetti di supporto su base più ampia nel settore finanziario, compresi gli Stati Uniti. Se tali credit default swaps sono stati commercializzati in modo sottile prima degli annunciati pacchetti di salvataggio, gli spread sono improvvisamente cresciuti sulla base di un’aumentata domanda di protezione del credito, mentre i corrispondenti spread del settore finanziario si sono ristretti”.

In altre parole, prendendo ampie porzioni del rischio dal commercio in derivati nocivi effettuato dalle banche, e spendendo i miliardi che non hanno, le banche centrali hanno messo i loro paesi di riferimento a rischio fin da principio.

***

Ma non avevano altra scelta, giusto?

Gli stati non avevano altra scelta eccetto quella di mettere in salvo le loro banche?

Beh, in realtà ce l’avevano.  

La leader dell’economia monetaria ha detto al Wall Street Journal che questa non era una crisi di liquidità, ma di insolvenza. Ha detto che Bernanke sta combattendo la sua ultima guerra, e sta tenendo l’approccio sbagliato (così come le altre banche centrali). 

Il premio nobel per l’economia Paul Krugman e il grande economista James Galbraith concordano. Dicono che i tentativi compiuti dal governo di alzare i prezzi degli asset tossici che nessuno vuole non aiuta.  

La BRI ha stroncato la politica di credito facile tenuta dalla Fed e dalle altre banche centrali, il fallimento della regolamentazione del sistema bancario d’ombra, l’ “utilizzo di stratagemmi e di palliativi” e ha detto che qualunque cosa diversa dal 1) lasciare che gli asset price scendano al loro vero valore di mercato, 2) aumentare i tassi di risparmio e 3) obbligare le aziende a cancellare i debiti negativi “peggiorerà semplicemente le cose”. 

Ricordiamoci che l’America non è stato l’unico paese ad avere a che fare con la bolla immobiliare. Le banche centrali mondiali hanno permesso lo sviluppo di una bolla immobiliare globale. Come ho scritto nel dicembre 2008: 

‘..la bolla non era limitata agli USA. C’era una bolla mondiale nel settore della proprietà immobiliare.  

Nel 2005 l’Economist aveva scritto che il boom mondiale dei prezzi degli immobili residenziali in questo decennio era ‘la più grande bolla della storia’. L’Economist aveva notato che, all’epoca, il valore totale degli immobili residenziali nei paesi sviluppati era cresciuto da più di 30 trilioni di dollari a 70 trilioni di dollari negli ultimi cinque anni – un incremento pari al PIL combinato di quelle nazioni.   

Le bolle immobiliari stanno ora scoppiando in Cina, Francia, Spagna, Irlanda, Inghilterra, Europa dell’est e in molti altri paesi.  

E la bolla degli immobili commerciali sta anche esplodendo a livello mondiale. Si veda questo

***

La BRI ha altresì messo in guardia dal fatto che gli aiuti avrebbero potuto mettere in pericolo l’economia (cosa che ha fatto anche il precedente capo delle operazioni di mercato aperto della Fed). In effetti, le sovvenzioni creano un clima di pericolo morale che incoraggia comportamenti più rischiosi. Il premio Nobel per l’economia George Akerlof aveva predetto nel 1993 che i credit default swap avrebbero portato a un crollo maggiore, e che i crolli futuri si sarebbero certamente verificati a meno che il governo non avesse impedito ai grandi della finanza di darsi al saccheggio piazzando scommesse che non avrebbero mai potuto ripagare quando le cose fossero iniziate ad andare male, e continuando a sovvenzionare gli scommettitori.   

Queste verità sono applicabili in Europa così come in America. Le banche centrali hanno commesso azioni sbagliate. Non hanno aggiustato niente ma semplicemente trasferito i derivati tossici e altre bombe finanziare dalle grandi banche alle nazioni stesse.  

***  

Attenzione: anche se il rapporto debito/PIL dell’Italia sembra elevato, c’è un elevato tasso di risparmio sulla proprietà immobiliare e potenzialmente tutto il debito del governo è posseduto internamente dai proprietari immobiliari.   Quindi potrebbe essere non così vulnerabile come si crede.

Titolo originale: "Greece → Ireland → Portugal → Spain → Italy → UK → ? Europe's Financial Domino Effect" 

Fonte: http://washingtonsblog.com/   
27.11.2010
Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org/ a cura di RACHELE MATERASSI


Tratto da: http://www.comedonchisciotte.org/

SALERNO - SEQUESTRATI 32 QUINTALI DI POMODORI FALSI DOP SAN MARZANO E KG 100 DI DOLCIUMI IN CATTIVO STATO DI CONSERVAZIONE.

Militari del Nucleo Antifrodi Carabinieri (NAC) di Salerno, nell'ambito dei controlli disposti dal Comando Carabinieri Politiche Agricole e Alimentari hanno svolto controlli straordinari a tutela dei consumatori nel periodo delle festività natalizie.

Presso il porto di Napoli, unitamente a personale dell'Agenzia delle Dogane sono stati posti sotto sequestro 32 quintali di barattoli di pomodori falsamente etichettati come "San Marzano dell'agro sarnese-nocerino" D.O.P. destinati all'esportazione in India.

Il titolare della ditta produttrice è stato deferito alla competente Autorità Giudiziaria per frode in commercio e contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari.

In Castellammare di Stabia, in collaborazione con l'Arma territoriale e con personale della locale A.S.L., hanno controllato diversi esercizi commerciali, procedendo al sequestro di oltre 100 kg di alimenti dolciari in cattivo stato di conservazione.

I controlli straordinari nel comparto agro-alimentare continueranno per tutto il periodo delle festività a tutela dei consumatori. Presso il Comando Carabinieri Politiche Agricole e Alimentari è attivo 24 ore su 24 il numero verde 8000 20320, per segnalare ogni situazione illecita.

Fonte: Carabinieri.it

mercoledì 29 dicembre 2010

BANCA VATICANA: RATZINGER IMPONE LE NORME ANTIRICICLAGGIO

di Emilio Fabio Torsello
Dopo le indagini che hanno portato al congelamento di 23 milioni di euro e all’inchiesta a carico di Gotti Tedeschi, un motu proprio di Benedetto XVI in pubblicazione domani, impone alla Banca Vaticana (l’Istituto per le Opere religiose, Ior) di adeguarsi alle normative europee sull’antiriciclaggio, sottoscritte il 17 dicembre dello scorso anno con Bruxelles. 

Per l’istituto di credito della Santa Sede si tratta di una svolta. Da sempre considerato un’isola autonoma opaca, la decisione di Ratzinger potrebbe sconvolgere l’assetto interno della banca pontificia. L’applicazione dei regolamenti europei, infatti, sarà immediata. Per volontà di Ratzinger, inoltre, sarà istituita una speciale autorità di controllo chiamata a vigilare sull’applicazione delle normative in questione. In questo modo, il Vaticano potrebbe rientrare nella cosiddetta “white list” dell’Ocse e “normalizzerà” i rapporti con le banche nostrane.

Altro punto fondamentale, saranno coniati euro con l’effigie di Oltretevere. Da sempre appannaggio dei collezionisti, la moneta papale inizierà ad essere usata nel commercio comune. La percentuale di euro diffusi sarà comunque minima perché prodotta in relazione alla popolazione dello Stato ma ogni anno potranno essere coniati fino a 2.300.000 euro con lo stemma vaticano.    

PRESENTE E PASSATO  

Conti cifrati difficilmente riconducibili al reale possessore, una finanza interna fatta di autorizzazioni e diversi livelli di sicurezza, la decisione di Ratzinger è un passo fondamentale verso un regime di trasparenza interna dello Ior.  

Se si guarda al passato, agli scandali del Banco Ambrosiano ed Enimont, a figure ambigue come quella del vescovo Paul Marcinkus – a capo dello Ior dal 1971 al 1989, sotto  il pontificato di papa Woytila, più volte indagato per riciclaggio, bancarotta fraudolenta e chiamato in causa per la scomparsa di Emanuela Orlandi – ci si rende conto che nello scorso trentennio proprio lo Ior ha fatto parte di quella zona grigia italiana popolata da pidduisti, massoni, mafiosi e banchieri, in cui sono maturati numerosi scandali dai contorni ancora poco chiari.   

Quella di Ratzinger, dunque, è una vera e propria opera di “pulizia interna”, annunciata prima ancora della sua elezione a papa – durante la veglia pasquale del 2005 parlò di “sporcizia all’interno della Chiesa” – concretizzatasi nei fatti con la rimozione prima di monsignor Degollado – a capo dei Legionari di Cristo, accusato di pedofilia e “protetto” sotto il pontificato di Woytila – e poi con il “trasferimento” dalla direzione di Propaganda Fide al arcivescovado di Napoli – ancor prima delle indagini per corruzione che l’avrebbero coinvolto insieme a Diego Anemone e Guido Bertolaso – del cardinale Crescenzio Sepe. A questo si aggiungono i numerosi appelli al perdono per i casi di pedofilia maturati e cresciuti durante il pontificato di papa Woytila, per i quali Ratzinger ha già abolito ogni tipo di prescrizione del reato e invitato le diocesi a collaborare con la magistratura.

IL CAVALIERE DELL'ATOMO

                                                       di Giuliano Luongo
Volendo riassumere l’interessante percorso della nostra politica energetica nel periodo più recente dell’era di Silvio I, si può osservare quanto le liaisons con noti personaggi del panorama politico internazionale abbiano influito sulle “nostre” scelte, più che il vero intento a cercare nuove soluzioni energetiche per un paese non esattamente benedetto dalla presenza di combustibili fossili.

Le ipotesi riguardanti l’introduzione dell’atomo tra le fonti energetiche del paese hanno ripreso a farsi sentire a partire dal secondo governo Berlusconi, come una delle tante armi di propaganda e campagna elettorale continua. Un’eventuale (re)introduzione dell’energia nucleare non veniva vista come un atto contrario alla volontà popolare, la quale - secondo l’entourage di Arcore - era stata viziata, all’epoca del referendum del 1987, dal disastroso incidente di Chernobyl.

Per chi non lo avesse a mente, ricordiamo che in Italia il processo di “nuclearizzazione” della produzione energetica era già stato avviato: dalla metà degli anni ’60 il nostro paese faceva parte di un progetto di sperimentazione anglo-americano di differenti tecniche di produzione di energia tramite centrali nucleari.

Con l’americana Westinghouse come impresa “madrina”, erano state approntate tre strutture, modelli simili a prototipi per sperimentare all’estero dei reattori capostipite delle filiere presenti rispettivamente oltremanica ed oltreoceano. La prima centrale nucleare, sita nei pressi di Latina, entrò in funzione nel 1963: nell’arco di una ventina di mesi videro la luce quelle site a Sessa Aurunca (CE) ed a Trino (VC). I lavori di costruzione della quarta centrale iniziarono il 1° gennaio del 1970 a Caorso (PC).

Durante gli anni ’70 fu studiato un piano energetico nazionale, che dava grande risalto a questa nuova fonte: esso ebbe tuttavia un rallentamento come conseguenza dell’incidente avvenuto alla centrale americana di Three Mile Island, a seguito del quale vennero ripensate molte delle procedure di sicurezza da mantenere in un impianto, in particolare riguardo ai circuiti di raffreddamento.  

In ogni caso, il 1982 vide gettare le prime pietre di un ulteriore impianto, sito a Montalto di Castro (VT). Il resto è storia nota, nel 1987 passarono quattro referendum abrogativi, forieri del rifiuto della maggior parte dei cittadini italiani sui seguenti quesiti: possibilità al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) di decidere sulla localizzazione delle centrali nel caso in cui gli enti locali non decidono entro tempi stabiliti; compenso agli enti locali che avrebbero dato l’ok all’installazione di centrali nucleari o a carbone; alla norma che consente all’ENEL di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all'estero.

Referendum quasi plebiscitario (si arrivò sull’80% dei non-consensi per uno dei quesiti), grazie al quale non si testimoniava solo il mancato apprezzamento della soluzione nucleare, ma anche un determinato modo di amministrare lo “sviluppo” energetico del territorio a livello sia locale che nazionale. Il piano energetico andò pian piano abbandonato: le centrali di Latina e Trino, progettate per funzionare 25-30 anni dall’accensione del reattore, furono lasciate spegnersi. Solo Caorso, in effetti, fu spenta in “anticipo”, senza poi dimenticare che, a causa di guasti, l’impianto di Sessa Aurunca era già KO dal 1982 e le riparazioni erano state definite “antieconomiche” e pertanto abbandonate. Le scorie radioattive prodotte sono tuttora stoccate per la maggior parte in Francia ed Inghilterra: quelle rimaste presso Trino hanno prodotto dei rilasci incontrollati nel 2006, ma al momento il sito di stoccaggio sembra pulito. Sembra.

E torniamo a noi: le prime idee lanciate dai “forzisti” erano alquanto vaghe, apparentemente legate solo alle solite logiche di propaganda neo-maccartista contro i misteriosi comunisti e le loro scarsamente applicabili idee di energie alternative. In seguito però, con lo stringersi dei legami tra Arcore e Mosca, sono state paventate ipotesi ben più “tangibili” per il ritorno all’atomo. A margine dei tanti accordi in tema di forniture di gas, Berlusconi ha allacciato con Putin numerose trattative per l’ottenimento di nuove tecnologie per la costruzione di centrali nucleari.

L’ultimo capitolo di questa avventura è alquanto recente, risalente allo scorso aprile, quando il nostro premier decretava la nuova svolta del nucleare in Italia grazie al supporto russo. L’incontro tenutosi a Lesmo ha gettato le basi per una partnership di ricerca tra i due paesi (programma Ignitor) e l’annuncio di una prima nuova centrale in tre anni. Al momento di tali dichiarazioni c’era ancora Scajola a piede libero, ergo pesate il tutto. Il premier inoltre prendeva l’esempio francese come esempio di successo “opera di convincimento” dell’opinione pubblica per far meglio accettare questo nuovo trend.     

Ecco, i francesi: siamo in partnership anche la con la EdF per le tecnologie nucleari. Sarkozy è stato ed è tutt’ora uno dei più grandi sostenitori del nucleare sia in Francia che in Europa tutta: si è impegnato largamente per sabotare i progetti di approvvigionamento energetico differente (si veda il Nabucco) o semplicemente per mantenere il controllo francese sul nucleare stesso (si veda come ha fatto finire la divisione nucleare della Siemens nelle mani della russa Rosatom).

Tale genietto della geoeconomia non ha potuto fare a meno di contare Silvio nei suoi piani, e per far ciò ha siglato un’ampia intesa politica sullo sviluppo del nucleare, con particolare attenzione- almeno sulla carta - al fattore sicurezza, probabilmente nell’ottica di captatio benevolentiae dell’opinione pubblica di cui sopra.

Soffermiamoci ora un secondo a riflettere su questa duplice alleanza su due fronti opposti, partendo da quello più enigmatico, ossia quello russo. Mentre i giornali davano ovviamente molto meno risalto a Mosca rispetto a Parigi, dobbiamo far notare che la base della rinuclearizzazione viene proprio dalle steppe, incrementando ancor più la dipendenza energetica dai russi.

Le centrali Rosatom hanno inoltre la peculiarità di fungere solo tramite combustibile prodotto dalla TVEL, altra ditta russa: come hanno imparato a proprie spese gli ucraini in sede di molte centrali riattivate, rifornirsi da una delle due compagnie russe impone di farlo anche dall’altra, vista l’incompatibilità critica dei prodotti di queste imprese con quelli di altre (specie con la Westinghouse).

Pare che per bilanciare questo problemino sia stata fatta l’apertura ai francesi, ma è evidente che stiamo solo cercando di dividerci tra due cresi dell’energia che sfrutteranno solamente il nostro territorio come sede di sperimentazioni tecniche e per fare oggettivamente soldi a palate. Tutto questo senza dimenticare le eventuali difficoltà di installazione di centrali sul suolo italiano, vista la legislazione fallace sul tema e la pioggia di clamorosi NO venuti da un po’ tutte le amministrazioni locali in tema di localizzazione impianti, anche da quelle ufficialmente sotto l’egida del Cavaliere.

Senza dimenticare quanto stia divenendo sempre più bipartisan l’idea del revival atomico: dal caro Veronesi fino a Morando, persino la pseudo sinistra nostrana mostra un’apertura, segnale del fatto che la torta da spartire sembra appetitosa e realizzabile. Dunque, possibilità predatorie non stop? Siamo in Italia, non facciamo domande retoriche

Tratto da: http://www.altrenotizie.org/

EURISPES: BAMBINI E ADOLESCENTI DISORIENTATI E SEMPRE PIÙ SOLI NELLA SOCIETÀ DELLE CRISI

Cosa significa essere bambini e adolescenti ai nostri giorni? I cambiamenti intervenuti a modificare i modelli sociali, la cultura e l’economia negli ultimi anni, soprattutto in relazione alla massiva presenza di nuovi strumenti tecnologici e di comunicazione, hanno in buona parte ridefinito i concetti dell’infanzia e dell’adolescenza. I mutamenti nelle strutture familiari, i rapidi avanzamenti tecnologici, la grave instabilità economica hanno influito profondamente sul modo in cui i bambini e gli adolescenti vivono, sulle sfide che si trovano ad affrontare, sul modo in cui sono accuditi, educati, aiutati a crescere, sulla speranza con cui possono guardare al futuro.

Nelle nostra società non si fa che parlare di bambini e adolescenti, dei loro diritti, della necessità di promuovere la loro partecipazione attiva alle scelte che li riguardano, anche di tipo politico e amministrativo. Tuttavia nessuna azione o iniziativa concreta e di qualità sembra seguire al dibattito, che si è fatto ormai sterile e ripetitivo.

Quando si concede realmente ai bambini il diritto di parola e contemporaneamente si riconosce loro il fondamentale diritto all’ascolto, il quadro che emerge costringe gli adulti - amministratori tra i primi - ad una seria riflessione sulle proprie responsabilità. In un certo senso, potremmo dire che le parole dei bambini mettono nell’angolo gli adulti. Svelando che il re è nudo.

Non si tratta, banalmente, di individuare dei responsabili o di suscitare sensi di colpa: è sotto gli occhi di tutti come gli stessi adulti siano affannati, disorientati, in crisi – non solo nel proprio ruolo genitoriale – di fronte ad un contesto sociale che con i suoi mutamenti li costringe a riformulare aspettative, a riadattare stili di vita, a ricostruire il proprio avvenire in termini personali e professionali. Non è un caso che nella maggior parte delle famiglie italiane la scelta della genitorialità avvenga sempre più tardi, sia spesso limitata ad un solo figlio e, in molti casi, prevalga la rinuncia, per quanto sofferta. La scelta di un figlio all’interno di contesti familiari sempre più parcellizzati, in reti sociali sempre meno supportive, scoraggia i più, in quanto difficilmente sostenibile.

La sfida è invece quella di rispondere concretamente ai bisogni dei bambini e degli adolescenti, con un impegno che non può essere, ovviamente, demandato a singoli - non importa se individui o istituzioni - ma congiunto e composto di un piano integrato di azioni a più livelli: istituzioni ed enti locali ma anche comunità, scuole e famiglie.

Le famiglie non possono occuparsi dei figli se non adeguatamente sostenute da politiche che realmente favoriscano il progetto genitoriale, dalla scuola, e dalle altre istituzioni educative. Con rammarico constatiamo come le risposte ai bisogni dei bambini e degli adolescenti continuino ad essere frammentate e poco incisive: non ci riferiamo solo a cyberbullismo, rischi di Internet o pedofilia.

Parliamo di questioni più ampie, che rischiano di compromettere le fondamenta del benessere dei bambini e degli adolescenti: la promozione delle competenze genitoriali ed il sostegno alla genitorialità, il contrasto all’isolamento dei nuclei familiari più problematici, lo sviluppo di un chiaro progetto educativo nelle scuole, la facilitazione dell’integrazione dei bambini stranieri, la riduzione dei fattori di rischio ambientali, dei traumi e delle altre condizioni che possono accrescere i livelli di disadattamento e malessere dei bambini e degli adolescenti.

Si ripete da anni che i bambini sono il nostro futuro, quando è evidente che le logiche che muovono le singole Amministrazioni sono a breve termine. Ciò è ancor più vero in una società quale quella odierna che stenta ad intravvedere e progettare un domani possibile.

Coerentemente con lo scenario appena tratteggiato, nell’indagine realizzata quest’anno – grazie al prezioso contributo offerto dalle scuole che vi hanno preso parte su tutto il territorio nazionale e da 3.100 studenti, dai 7 ai 19 anni di età, delle scuole primarie e secondarie – si è dato ampio spazio al tema della famiglia con uno sguardo alla crisi che la attraversa e ai fattori che incidono sulla possibilità di svolgere la sua funzione educativa.

In questo senso, abbiamo ritenuto importante guardare alla crisi economica - e ai suoi inevitabili strascichi nonostante i segnali di ripresa - con gli occhi dei figli, cercando di capire se e in che modo questa abbia influito su ruoli e compiti genitoriali, rendendoli più gravosi di quanto fossero fino a qualche anno fa, e sul generale clima familiare.

Un adolescente su quattro del campione intervistato dichiara che la propria famiglia è stata colpita dalla crisi economica. Quando poi si chiede ai ragazzi di illustrare la condizione di amici, parenti o conoscenti, il dato si fa ancora più drammatico: la maggioranza assoluta, infatti, corrispondente al 52,3% degli adolescenti, dichiara di conoscere altre famiglie che hanno risentito dalla congiuntura economica negativa.

Quali, allora, gli effetti della crisi economica sul benessere di adulti e bambini? Gli adolescenti dichiarano che le famiglie devono stare più attente per arrivare a fine mese, che hanno ridimensionato le spese per cibo e vestiti. Quasi metà del campione dichiara che la sua famiglia è stata più attenta alle spese extra. Ancora, un adolescente su quattro dichiara che i propri genitori nell’ultimo periodo sono diventati più nervosi. E, dato ancora più interessante, oltre la metà del campione ammette di essere più nervoso che in passato, mentre circa un adolescente su tre litiga più spesso con i propri genitori. Il nervosismo e la conflittualità all’interno del contesto familiare non aiutano i bambini a crescere sereni.

Bambini sempre più soli? I rapporti con i genitori sembrano caratterizzarsi per una marcata ambivalenza. Da un lato cresce la solitudine, il dialogo si riduce spesso ad un’occasione mancata e la condivisione di pensieri, emozioni, interessi e attività divengono sporadici quando non inesistenti. I bambini, ad esempio, riferiscono di raccontare ai genitori episodi relativi alla vita scolastica (72,2%), ma di rado parlano delle proprie paure (35,2%) o aspirazioni (38,2%).

Gli adolescenti, invece, nel 46,5% dei casi hanno un dialogo assente (5,1%) o assai sporadico (41,4%) con i genitori. Pochissimi parlano apertamente con gli adulti di paure (27%), questioni sentimentali (12,8%) o sessualità (8,9%). Se nel caso del periodo adolescenziale il silenzio è riconducibile ad momento di crescita nel quale il rapporto con gli adulti si modifica e nasce il bisogno di creare le basi per la propria individualità, per i bambini questo dato induce a riflettere sulle difficoltà incontrate dai genitori nell’avvicinarsi al mondo dei ragazzi, nel comprenderne il linguaggio, o anche solo nel ritagliarsi spazi di incontro e condivisione. Eppure, e qui emerge l’ambivalenza, i bambini e gli adolescenti temono più di ogni altra cosa - più delle catastrofi naturali, più della paura di ritrovarsi in condizioni di indigenza, di non trovare in futuro un lavoro oppure l’amore - di deludere i genitori.

A fronte di evidenti difficoltà nell’individuazione di momenti di dialogo, se si sposta l’attenzione sulle questioni materiali, come gli acquisti o il ruolo svolto dagli oggetti all’interno delle relazioni familiari, il modello sembra essere sempre più “bimbocentrico”. Il genitore, per quanto limitate siano le risorse economiche, sembra preoccuparsi soprattutto della rispondenza tra desideri materiali dei figli e soddisfazione degli stessi, in una tendenza all’accumulo di oggetti e di beni con i quali riempire lo spazio fisico e mentale dei bambini e degli adolescenti.

Questo tentativo degli adulti di rispondere, sempre e comunque, alle richieste dei figli, di fatto, alimenta la presenza sui mercati di prodotti sempre più a misura dei baby e young consumer. Non sorprende, allora, constatare che attorno ai desideri dei bambini e degli adolescenti si muova un giro d’affari fiorente che, rispetto ad altri settori, non conosce crisi: l’infanzia e l’adolescenza si sono trasformate in un vero e proprio business.

Come accennato, i mercati, soprattutto quello delle nuove tecnologie, individuano oggi non solo negli adolescenti ma anche nei bambini un target specifico di grande interesse e dalle potenzialità ancora non del tutto sfruttate. Alcune compagnie telefoniche hanno lanciato sul mercato modelli di telefonino semplificati per i bambini. La moltiplicazione dei canali televisivi ha comportato anche un’offerta inedita di canali tematici rivolti all’infanzia e all’adolescenza. È in costante aumento l’offerta di videogiochi, in particolare quelli online; e aumentano i portali web dedicati a queste due fasce d’età.

Chi è bambino oggi guarda con familiarità a new media e moderne tecnologie, ne apprende rapidamente e con facilità l’utilizzo: del resto, pc e Internet sono sempre più presenti nelle case delle famiglie, i cellulari sono oggetti di uso quotidiano, i canali digitali e quelli satellitari hanno già raggiunto una diffusione capillare, i lettori Mp3 hanno praticamente soppiantato i vecchi cd e la lettura digitale si sta rapidamente diffondendo accanto a quella di libri, riviste e giornali. Quasi tre bambini su quattro giocano abitualmente con le consolle per videogiochi, sempre più sofisticate e con un’offerta multiprodotto. Se nel 2009, il 41,1% dei bambini di 7-11 anni non giocava con le consolle, ad un anno di distanza la quota è scesa al 25,8%. I “nativi digitali” sono quindi naturalmente votati a condividere la quotidianità con le tecnologie e rappresentano un target da conquistare e fidelizzare per chi pianifica le strategie di marketing.

Accanto alla diffusione delle nuove tecnologie, del cosiddetto hardware, sia crescono l’attenzione e l’interesse per le modalità di socializzazione che esse supportano.

È il caso del social networking e, più in particolare, del fenomeno Facebook. La rilevazione di quest’anno ci indica che l’84% dei ragazzi dai 12 ai 19 anni ha un profilo su Facebook, nel 2009 erano il 71,1%. In generale, i social network attraggono anche i bambini dai 7 agli 11 anni, che navigando su Internet li usano nel 42% dei casi.

E’ di grande attualità studiare come le nuove tecnologie stiano profondamente modificando il modo in cui bambini e adolescenti pensano, apprendono, parlano ed esprimono le proprie emozioni. Cambiano le modalità comunicative e il linguaggio: stringato, essenziale, impoverito e sgrammaticato nei cellulari, in Internet si caratterizza per una scarsa focalizzazione su emozioni, sentimenti e aspetti morali, che pure sono indispensabili per lo sviluppo della pro-socialità. Mutano le modalità di apprendimento, sempre più multitasking. Aumentano le possibilità di esplorare il mondo ed ampliare le proprie conoscenze.

Se il 17% dei bambini fino a 11 anni - che nel 40% dei casi naviga da solo in Internet - dichiara di preferire in Youtube filmati con scene forti, è inevitabile domandarsi che posto occuperanno e come verranno gestiti “mentalmente” dal bambino gli script di azione appresi nei videogiochi e su Internet che non sono codificabili nella vita reale (come war games e combattimenti). E’ sorprendente come i genitori sembrino invece ignorare completamente questi effetti a breve e a lungo termine, adottando comportamenti di acquisto dei videogiochi centrati sulla preferenza del figlio (come dichiarato dal 29% dei bambini). Restando al mondo degli adulti, ci si chiede anche se e in che modo la scuola si stia preparando per affrontare questi importanti cambiamenti nelle strutture cognitive e nelle modalità di apprendimento.

Il discorso sui pericoli di Internet continua ad essere centrato su pedopornografia e rischi di adescamento, mentre si sottovalutano le questioni relative alla salute mentale, allo sviluppo cognitivo, emozionale e relazionale, dimenticando quanto questi aspetti siano strettamente correlati con lo sviluppo fisico. Una delle conseguenze dirette di queste difficoltà emozionali, relazionali e dello sviluppo morale è il fenomeno del cyberbullismo, che sta iniziando a dare, nel mondo virtuale, segnali di sostanziale pervasività, proprio come accade nell’approccio face-to-face dei più giovani con gli episodi e le azioni di bullismo.

Seguendo il trend delle indagini degli scorsi anni, nel 2010 è stato rilevato un aumento in termini quantitativi del bullismo: il 25,3% degli adolescenti italiani è stato più volte vittima di provocazioni e prese in giro da parte di uno o più compagni. Una percentuale pressoché analoga afferma di essere stata offesa ripetutamente e senza motivo (25,2%). Ad essa si aggiungono quanti sono venuti a conoscenza dell’esistenza di informazioni false diffuse sul proprio conto (23,5%). Nel 10,9% dei casi, si sono verificate anche situazioni di esclusione e isolamento all’interno del gruppo di riferimento.

La vittima ideale per il bullo, secondo il parere degli adolescenti, è principalmente un soggetto debole che non ha sviluppato meccanismi di auto-protezione tali da permettergli di reagire al sopruso subìto (52,2%).

Coerentemente con i dati internazionali, la nostra indagine indica che nell’ultimo anno sono stati principalmente i bambini ad essere più volte oggetto di offese immotivate da parte di uno o più compagni di scuola (27,8%) o di provocazioni e prese in giro (27,4%). Due bambini su dieci hanno dovuto sopportare la diffusione di informazioni false sul proprio conto (15,2%).

Nella lista di soprusi che spesso i bambini mettono in atto tra loro compaiono, con un valore pari al 16,8%, le azioni volte a provocare danni ad oggetti e le minacce (11,4%). Infine, tra i comportamenti prepotenti permangono le percosse (7,8%), i furti di merendine (9%) e di denaro (4,9%).

Il trend in crescita riguarda soprattutto le prepotenze subite dai ragazzi per via telematica: al 18,1% di essi è capitato almeno una volta di scoprire, navigando in Rete, la presenza di informazioni false diffuse sul proprio conto, al 7,8% di messaggi, foto o video offensivi o minacciosi e il 5,5% è stato invece escluso intenzionalmente da gruppi on line.

Da ultimo, è interessante porre l’attenzione su un aspetto che rappresenta ormai una realtà del nostro Paese: la crescente presenza di immigrati ha come naturale conseguenza la multietnicità della scuola, confermata quest’anno anche dal consistente numero di ragazzi che hanno compagni di nazionalità diversa dalla propria (46%).

La maggior parte dei giovani stranieri che vive in Italia deve convivere con le tante difficoltà generate dall’avere nome, colore della pelle, religione o tradizioni familiari differenti da quelle della maggioranza della popolazione. Deve combattere contro i pregiudizi e l’ignoranza e convivere con una cultura di origine e una circostante che, a volte, non riescono a trovare un punto di incontro. Sono, dunque, i ragazzi italiani e stranieri che sperimentano in prima persona i limiti e le carenze di una società solo demograficamente multiculturale.

I ritardi del Paese su questo delicato tema rischiano di diventare emergenza soprattutto tra le mura scolastiche. Se non si sapranno valorizzare le differenze culturali, amalgamandole e facendole convivere armoniosamente, difficilmente potrà esistere una società realmente multiculturale, in cui le diversità sono una ricchezza e non causa di divisioni e dissidi.

Questi sono solo alcuni degli spunti che emergono dal lavoro di quest’anno e che ci indicano comunque come siamo arrivati ad un punto di rottura. Il rischio che intravvediamo è che la mancanza di una coerente politica educativa nel presente comporti nel lungo periodo costi ben più rilevanti in termini di disadattamento, difficoltà emotive e relazionali, antisocialità, problemi nell’inserimento lavorativo e produttività.

A 150 dall’Unità d’Italia, nella riflessione su come uscire dalla delicata fase economica e sociale che interessa il nostro Paese, recuperando identità e senso del futuro, è indispensabile includere i bambini e gli adolescenti. Il benessere delle nuove generazioni passa da un ripensamento delle azioni a beneficio delle famiglie e delle comunità, e da una ri-valorizzazione delle relazioni a livello sociale che sole possono supportare lo sviluppo morale, la visione del futuro e il benessere.
di Ernesto Caffo e Gian Maria Fara
Fonte: http://www.eurispes.it/