mercoledì 31 marzo 2010

Gaza: Amnesty International sollecita Hamas a non eseguire condanne a morte

Amnesty International ha sollecitato l'amministrazione de facto di Hamas a Gaza a non eseguire una serie di condanne a morte, inflitte per "collaborazionismo" e "omicidio" dai tribunali militari locali. Alti funzionari dell'amministrazione di Gaza hanno manifestato l'intenzione di procedere in tempi brevi a queste esecuzioni che, se avessero luogo, sarebbero le prime dal 2005.

Da quando ha assunto il controllo di Gaza, l'amministrazione de facto di Hamas non si è resa responsabile di esecuzioni, sebbene i tribunali militari abbiano continuato a emettere condanne a morte, a seguito di procedimenti non in linea con gli standard internazionali sui processi equi.

"Hamas non deve iniziare a eseguire condanne a morte. Sarebbe un profondo passo indietro e cozzerebbe contro la crescente tendenza verso una moratoria mondiale sulle esecuzioni" - ha dichiarato Malcolm Smart, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. "Sarebbe particolarmente orribile mettere a morte prigionieri che, come in questi casi, sono stati condannati a morte al termine di processi iniqui".

Hamas non ha reso noto il numero delle persone che rischiano l'esecuzione. Tuttavia è noto che nel 2009 14 persone sono state condannate a morte dai tribunali militari per "collaborazionismo", tradimento e omicidio.

Domenica 28 marzo, l'Ufficio della procura generale di Gaza ha affermato che la ratifica delle condanne a morte non è solo necessaria ma rappresenta anche un obbligo di legge.

Il 25 marzo Mohammed Abed, procuratore generale di Hamas nella Striscia di Gaza, aveva annunciato l'avvio della procedura di ratifica delle condanne a morte per i reati di "collaborazionismo" e tradimento. Il 23 marzo Fathi Hammad, ministro degli Interni di Gaza, aveva a sua volta dichiarato alla radio che il suo dicastero aveva deciso di andare avanti con le esecuzioni di prigionieri condannati per "collaborazionismo", nonostante la contrarietà degli organismi locali per i diritti umani.

Il ministro Abed aveva anche aggiunto che la pena di morte sarebbe stata usata contro persone accusate di traffico di droga. L'anno scorso l'amministrazione de facto di Hamas aveva approvato una modifica legislativa in questa direzione.

Secondo la legge palestinese, le condanne a morte devono essere ratificate dal presidente dell'Autorità palestinese prima di essere eseguite.

Tuttavia, a seguito delle tensioni tra i due principali partiti palestinesi, Fatah e Hamas, esplose a partire dal luglio 2007, la Cisgiordania ha un governo nominato dal presidente dell'Autorità palestinese Mahmoud Abbas, appartenente a Fatah, mentre Gaza è governata dall'amministrazione de facto di Hamas, guidata da Isma'il Haniyeh. Nel giugno 2007 il presidente dell'Autorità palestinese Abbas ha sospeso le attività delle forze di sicurezza e degli organismi giudiziari a Gaza, creando una situazione di vuoto legale e istituzionale. Hamas ha risposto creando una forza di sicurezza e un apparato giudiziario paralleli, privi di personale adeguatamente addestrato e senza prevedere meccanismi di controllo e garanzie procedurali.
Nel maggio 2009 Hamas ha annunciato che avrebbe istituito un comitato composto da consulenti legali e funzionari del ministero della Giustizia, competente per ratificare le condanne a morte emesse dai tribunali di Gaza.

Le ultime esecuzioni note ad Amnesty International hanno avuto luogo nel giugno e luglio 2005. Quattro uomini vennero impiccati nella prigione centrale di Gaza e uno venne fucilato nel quartier generale della Polizia, sempre a Gaza City. I cinque prigionieri erano stati condannati per omicidio.

martedì 30 marzo 2010

Blitz di Greenpeace in Finlandia sul reattore che il governo vuole in Italia


Olkiluoto, Finlandia — Tre attivisti di Greenpeace hanno scalato una delle gru nel cantiere del reattore nucleare di Olkiluoto 3, in Finlandia, srotolando uno striscione con la scritta “Più rifiuti nucleari per i nostri figli”. Gli attivisti chiedono lo stop della costruzione del terzo reattore di Olkiluoto a causa dei rischi per la salute e per l’ambiente dovuti alle scorie radioattive.

Il terzo reattore di Olkiluoto, un EPR della stessa tipologia di quelli che si intende costruire in Italia, è infatti progettato per bruciare uranio più intensamente e, di conseguenza, produrrebbe rifiuti molto più radioattivi di quelli prodotti dai reattori di seconda generazione già esistenti.

Tre attivisti che hanno partecipato al blitz sono stati arrestati.

«La costruzione del nuovo reattore a Olkiluoto va fermata per gli enormi rischi per la salute e per l’ambiente causati dalle scorie radioattive- spiega Andrea Lepore, responsabile della campagna nucleare di Greenpeace- Se i programmi nucleari del governo andranno avanti, ci ritroveremo questi stessi pericolosi reattori anche in Italia».

Il piano finlandese è quello di seppellire i rifiuti nucleari a elevata radioattività nella stessa isola di Olkiluoto, sulle coste del mar Baltico e in parte direttamente sotto il mare. Se il contenimento non riuscisse, i rifiuti radioattivi contaminerebbero il Mar Baltico in 50-100 anni. La prevista discarica di scorie nucleari a Olkiluoto sarebbe un crimine ambientale e non una soluzione per i rifiuti nucleari. In Italia, invece, il Governo non ha ancora comunicato come e dove intenderebbe smaltire le scorie nucleari.

«Non esiste un modo per smaltire le scorie radioattive in sicurezza in nessuna parte del mondo: questo deve essere molto chiaro a chi pensa di riportare il nucleare in Italia» conclude Lepore.

Greenpeace: ora gli eletti mantengano il loro impegno contro il nucleare


I risultati elettorali sono ormai definitivi. – Commenta Andrea Lepore, responsabile della campagna nucleare di Greenpeace- Tutti i governatori appena eletti hanno dichiarato in campagna elettorale di non volere il nucleare nelle proprie regioni: sette di loro hanno detto di essere contrari ai piani nucleari del governo, gli altri sei hanno dichiarato che comunque la loro regione non avrebbe ospitato una centrale».

«Le promesse della campagna elettorale non sono parole al vento: sono impegni.- Continua Lepore- I cittadini hanno votato nella consapevolezza che il territorio in cui vivono non sarebbe stato umiliato e messo a rischio dalla realizzazione di una centrale nucleare».

«Ci aspettiamo quindi che i nuovi governatori rispettino i propri elettori mantenendo gli impegni e opponendosi a qualsiasi tentativo del governo di portare il nucleare nelle loro regioni e che si impegnino affinché vengano riconosciute e difese le legittime competenze delle regioni in materia di energia e nucleare» conclude Lepore.


Iran: dalla pena di morte un messaggio agghiacciante


I recenti sviluppi in Iran hanno reso palese la paura che le autorità iraniane ancora una volta ricorrano alla pena capitale per processare e reprimere gli oppositori politici, intimidire la popolazione e mandare un segnale che il dissenso non sarà tollerato.

C'è stato un evidente aumento delle esecuzioni durante le manifestazioni di massa dell'ultimo anno. Sebbene molte delle condanne a morte fossero state emesse per reati commessi prima delle proteste, eseguendole le autorità hanno mandato un messaggio agghiacciante a chi vi stava prendendo parte.

Nelle otto settimane trascorse tra le elezioni di giugno e l'inaugurazione della seconda presidenza di Mahmoud Ahmadinejad all'inizio di agosto, sono state messe a morte 112 persone, quasi un terzo del totale di 388 nel 2009, il più alto numero registrato da Amnesty International negli ultimi anni. Secondo i dati raccolti da diverse organizzazioni per i diritti umani, compresa Amnesty International, il numero annuale delle esecuzioni è quasi quadruplicato da quando il presidente Ahmadinejad è stato eletto per la prima volta, cinque anni fa. Molte persone sono state messe a morte al termine di processi iniqui.

Una serie di "processi spettacolo" hanno portato all'impiccagione di due uomini nel gennaio di quest'anno. Queste sono state le prime esecuzioni che le autorità hanno collegato direttamente alle proteste, sebbene sia successivamente emerso che i due uomini erano già in carcere al momento delle elezioni presidenziali dello scorso giugno.

I due uomini erano stati condannati anche per reato di mohabareh (comportamento ostile a Dio). Nasrin Sotoudeh, avvocato di Arash Rahmanipour, uno dei due condannati, ha dichiarato alla Reuters: "Un'esecuzione con questa velocità e fretta ha sola una spiegazione... il governo sta cercando di impedire che l'opposizione si estenda, come sta accedendo nonostante la diffusione della paura e delle intimidazioni".

Un numero sempre più elevato di persone viene condannato per mohabareh , un'accusa formulata in termini vaghi. Secondo Philip Alston, Relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, questa accusa "è imposta per una vasta serie di reati, spesso ambigui e generalmente di natura politico".
Almeno altre nove persone, condannate a morte dopo le manifestazioni, sarebbero in attesa dell'esecuzione.

Questa non è la prima volta che le autorità dell'Iran vengono accusate di ricorrere a esecuzioni sommarie o alla pena di morte come strumento di controllo politico. La pena capitale era ampiamente diffusa durante il regno dello Scià e all'inizio della Repubblica islamica per eliminare i nemici politici e reprimere l'opposizione.

Negli anni Settanta, il sempre più impopolare Scià ricorreva agli arresti di oppositori per eliminare i nemici politici e reprimere il dissenso. All'epoca, Amnesty International denunciava questi arresti e il "numero estremamente alto di esecuzioni" a seguito di processi iniqui da parte dei tribunali militari.

Nel 1979, nei mesi successivi alle Rivoluzione islamica, oltre 600 persone furono uccise sommariamente da plotoni di esecuzione. Molti erano ex ministri, ufficiali o funzionari dell'esercito durante il regno dello Scià; alcuni vennero messi a morte a termine di processi fortemente iniqui, durati solo pochi minuti. Dall'avvento della Repubblica islamica al 1982, Amnesty International registrò ben oltre 4000 esecuzioni.

Ma il numero maggiore di esecuzioni sommarie ha avuto luogo nel 1988. Si ritiene che fino a 5000 persone, molte delle quali prigionieri politici, siano state uccise nel cosiddetto "massacro delle prigioni" tra il 1988 e il 1989, in quello che Amnesty International ha descritto come una "deliberata uccisione di massa di oppositori politici". Molti di questi erano membri dell'Organizzazione dei mujahedin del popolo iraniano, accusata di collaborare con Saddam Hussein durante la guerra tra con l'Iraq. Altri appartenevano a uno storico partito di sinistra considerato una minaccia al sistema politico islamico. In molti casi, i "processi" nei loro confronti si risolsero in poche domande fatte ai prigionieri dentro le celle da quelle che venivano chiamate le "Commissioni della morte".

Negli anni Novanta le esecuzioni sono diminuite e le condanne a morte emesse nei confronti dei responsabili delle proteste studentesche del 1999 non sono mai state eseguite. Hanno invece conosciuto una brusca ripresa nel 2005, dopo l'elezione del presidente Ahmadinejad, che aveva promesso di migliorare la situazione dell'ordine pubblico, agire contro "delinquenti e teppisti" e far tornare l'Iran ai valori originali della Rivoluzione islamica. È aumentato anche il numero delle esecuzioni nei confronti di minorenni al momento del reato. L'Iran è uno dei pochi paesi che ancora mettono a morte minorenni, in aperta violazione delle norme internazionali.

Ancor prima delle proteste dell'estate 2009, c'erano stati segnali che il governo di Ahmadinejad intendeva ricorrere sempre più alla pena di morte per reprimere le proteste nelle aree in cui vivono ampie minoranze etniche. Gli attentati compiuti negli ultimi anni nella provincia a prevalenza araba del Khuzestan e nelle aree a maggioranza baluci del Sistan-Baluchistan sono state seguiti da un'ondata di esecuzioni, spesso in pubblico. Alcuni dei condannati sono apparsi alla televisione di stato per rendere delle "confessioni", con molta probabilità estorte con la tortura o altre minacce.

Centinaia, probabilmente migliaia di persone si trovano attualmente nei bracci della morte in Iran.

Rapporto di Amnesty International sulla pena di morte nel 2009: la Cina renda pubblici i dati


Nel 2009 sono state messe a morte almeno 714 persone in 18 paesi e condannate a morte almeno 2001 persone in 56 paesi. Questi dati non tengono conto delle migliaia di esecuzioni probabilmente avvenute in Cina, paese dove le informazioni sulla pena capitale rimangono un segreto di stato. Intanto il cammmino del mondo verso l'abolizione prosegue. Il numero dei paesi che hanno completamente abolito la pena capitale è salito a 95, grazie al Burundi e al Togo.

Secondo il rapporto di Amnesty International, nel 2009 sono state messe a morte almeno 714 persone in 18 paesi e condannate a morte almeno 2001 persone in 56 paesi. Questi dati non tengono conto delle migliaia di esecuzioni probabilmente avvenute in Cina, paese dove le informazioni sulla pena capitale rimangono un segreto di stato.

Sfidando la mancanza di trasparenza da parte della Cina, Amnesty International ha deciso di non rendere pubblici gli scarsi dati in suo possesso. Le stime basate sulle informazioni disponibili forniscono infatti un quadro fortemente sottodimensionato dell'effettivo numero di condanne eseguite ed emesse nel paese nel 2009.

"La pena di morte è crudele e degradante, un affronto alla dignità umana" - ha dichiarato Claudio Cordone, Segretario generale ad interim di Amnesty International, che ha aggiunto: "Le autorità cinesi affermano che le esecuzioni sono in diminuzione. Se questo è vero, perché non dichiarano al mondo quante persone hanno messo a morte?".

Le ricerche di Amnesty International mostrano che i paesi che ancora eseguono condanne a morte costituiscono l'eccezione piuttosto che la regola. Oltre alla Cina, i paesi col più alto numero di esecuzioni sono risultati l'Iran (almeno 388), l'Iraq (almeno 120), l'Arabia Saudita (almeno 69) e gli Stati Uniti (52).

Lo scorso anno ha visto la pena di morte usata diffusamente per inviare messaggi politici, ridurre al silenzio oppositori o promuovere agende politiche in Cina, Iran e Sudan. In Iran, 112 esecuzioni hanno avuto luogo nelle otto settimane d'intervallo tra le elezioni presidenziali del 12 giugno e l'inaugurazione della seconda presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, il 5 agosto.

Il rapporto di Amnesty International descrive il modo discriminatorio in cui la pena di morte è stata applicata nel 2009, spesso al termine di processi gravemente irregolari. La pena capitale è stata utilizzata in modo sproporzionato contro i poveri, le minoranze e gli appartenenti a comunità etniche e religiose.

Eppure, questi dati dimostrano anche che il cammino del mondo verso l'abolizione prosegue. Il numero dei paesi che hanno completamente abolito la pena capitale è salito a 95, grazie al Burundi e al Togo.

Per la prima volta, da quando Amnesty International ha iniziato a raccogliere i dati, nel 2009 in Europa non c'è stata alcuna esecuzione. La Bielorussia rimane l'unico paese europeo ad applicare la pena capitale. In tutto il continente americano, gli Usa sono stati l'unico paese in cui sono state eseguite condanne a morte.

"Sempre meno paesi fanno ricorso alle esecuzioni. Come in passato con la schiavitù e l'apartheid, il mondo sta respingendo questo affronto all'umanità. Siamo più vicini a un mondo libero dalla pena di morte, ma fino a quel giorno bisognerà opporsi a ogni esecuzione" - ha concluso Cordone.

In Asia, migliaia di esecuzioni hanno avuto probabilmente luogo in Cina, dove le informazioni sulla pena di morte rimangono un segreto di stato. Esecuzioni, di cui 26 note ad Amnesty International, si sono verificate in soli altri sette paesi: Bangladesh, Corea del Nord, Giappone, Malaysia, Singapore, Thailandia e Vietnam. Per la prima volta negli ultimi anni, il 2009 è stato un anno senza esecuzioni in Afghanistan, Indonesia, Mongolia e Pakistan.

In Medio Oriente e Africa del Nord sono state registrate almeno 624 esecuzioni in sette paesi: Arabia Saudita, Egitto, Iran, Iraq, Libia, Siria e Yemen. Arabia Saudita e Iran hanno messo a morte complessivamente sette persone che avevano meno di 18 anni al momento del presunto reato. Un gruppo di paesi (Algeria, Libano, Marocco e Sahara Occidentale, Tunisia) ha continuato a mantenere una moratoria sulle esecuzioni.

In Europa non sono state registrate esecuzioni nel 2009. L'unico paese europeo che continua a ricorrere alla pena capitale è la Bielorussia, dove due persone sono state messe a morte quest'anno a marzo.

Nell'Africa subsahariana sono stati solo due i paesi a eseguire condanne a morte: Botswana e Sudan. La più grande commutazione di massa, di cui Amnesty International abbia mai appreso, è stata disposta in Kenya, quando il governo ha annunciato che le condanne a morte di oltre 4000 prigionieri sarebbero state ridotte a pene detentive.
Esecuzioni nel 2009 note ad Amnesty International
Arabia Saudita (almeno 69), Bangladesh (3), Botswana (1), Cina (+), Corea del Nord (+),
Egitto (almeno 5), Giappone (7), Iran (almeno 388), Iraq (almeno 120), Libia (almeno 4),
Malaysia (+), Singapore (1), Siria (almeno 8), Stati Uniti d'America (52), Sudan (almeno 9),
Thailandia (2), Vietnam (almeno 9), Yemen (almeno 30).

I metodi utilizzati comprendono decapitazione, fucilazione, impiccagione, iniezione letale, lapidazione e sedia elettrica.

Condanne a morte nel 2009
Afghanistan (almeno 133), Algeria (almeno 100), Arabia Saudita (almeno 11), Autorità Palestinese (17), Bahamas (almeno 2), Bangladesh (almeno 64), Benin (almeno 5), Bielorussia (2), Botswana (2), Burkina Faso (almeno 6), Ciad (+), Cina (+), Corea del Nord (+), Corea del Sud (almeno 5), Egitto (almeno 269), Emirati Arabi Uniti (almeno 3), Etiopia (almeno 11), Gambia (almeno 1), Ghana (almeno 7), Giamaica (2), Giappone (34), Giordania (almeno 12), Guyana (3), India (almeno 50), Indonesia (1), Iran (+), Iraq (almeno 366), Kenya (+), Kuwait (almeno 3), Liberia (3), Libia (+), Malaysia (almeno 68), Mali (almeno 10), Marocco e Sahara Occidentale (13), Mauritania (almeno 1), Myanmar (almeno 2), Nigeria (58), Pakistan (276), Qatar (almeno 3), Repubblica Democratica del Congo (+), Sierra Leone (almeno 1), Singapore (almeno 6), Somalia (12, sei delle quali nel Puntland e sei nel territorio sotto la giurisdizione del Governo federale di transizione), Siria (almeno 7), Sri Lanka (108), Stati Uniti d'America (almeno 105), Sudan (almeno 60), Taiwan (7), Tanzania (+), Thailandia (+), Trinidad e Tobago (almeno 11), Tunisia (almeno 2), Uganda (+), Vietnam (almeno 59), Yemen (almeno 53), Zimbabwe (almeno 7).

venerdì 26 marzo 2010

Oleodotto in Perù: nuova minaccia per gli Indiani incontattati


La compagnia petrolifera anglo-francese Perenco ha svelato il progetto di costruzione di un oleodotto nel cuore della foresta amazzonica abitata dagli Indiani incontattati.

Si stima che l’oleodotto trasporterà trecento milioni di barili di petrolio estratto dalle viscere dell’Amazzonia peruviana settentrionale. Nel rapporto di impatto ambientale e sociale, la compagnia non accenna minimamente alla presenza degli indigeni, nonostante i rischi fatali che il contatto con gli operai della Perenco potrebbe comportare per loro.

“Il fatto che abbiano trascurato di citare che le attività si svolgono in terre abitate da Indiani incontattati evoca il comportamento adottato dagli Inglesi in Australia: rendere i popoli indigeni invisibili, in modo da poter rivendicare la terra per se stessi”, ha dichiarato Stephen Corry, direttore generale di Survival.

Il dossier della Perenco è stato recentemente reso pubblico sul sito del Ministero dell’Energia peruviano. Quello che non dice è che l’oleodotto dovrebbe passare esattamente nel cuore di un’area proposta come riserva per gli Indiani incontattati.

Il ministero ha risposto a questa grave lacuna sospendendo per il momento l’approvazione del progetto della compagnia, a cui ha chiesto di stendere un “piano di contingenza antropologica”, data la “possibile esistenza” di Indiani isolati nella regione.

Se costruito, l’oleodotto sarà lungo 207 km, si collegherà ad un altro impianto già esistente e trasporterà il petrolio dal Perù verso la costa del Pacifico. Secondo Perenco, interferirà con la foresta per 500 metri su ogni lato delle tubature.

Le alte cariche peruviane sperano che questo oleodotto possa trasformare l’economia del paese. Insieme a molte altre organizzazioni, Survival sta facendo pressione sul governo perché l’impianto non venga costruito.

Il rapporto della Perenco prevede l’entrata in funzione per il 2013. La società petrolifera, guidata da François Perrodo, laureato a Oxford, ha negato l’esistenza di Indiani incontattati nella regione nonostante le compagnie che avevano lavorato precedentemente nell’area avessero ammesso che il contatto con i gruppi incontattati fosseprobabile”.

PAKISTAN: 1,7 MILIONI DI AFGHANI RICEVONO LA CONVALIDA DEI LORO DOCUMENTI DI REGISTRAZIONE


L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) è lieto della decisione del Pakistan di permettere a un milione e 700mila afghani registrati di rimanere nel Paese per altri tre anni, mentre continua il programma di rimpatri volontari in Afghanistan. Negli ultimi 30 anni il Pakistan ha dimostrato un grande impegno nella protezione dei rifugiati afghani, i quali sono intrappolati in una della situazioni di esilio protratto peggiori del mondo. Il Pakistan ospita la più numerosa popolazione di rifugiati nel mondo con l’aiuto dell’UNHCR.

La nuova Strategia per la Gestione degli Afghani in Pakistan, approvata mercoledì dal governo afghano, prevede l’estensione, fino alla fine del 2012, della validità dei documenti che attestano la registrazione. Questi documenti vengono emessi a favore dei rifugiati afghani registrati. I documenti di registrazione già esistenti, scaduti lo scorso 31 dicembre, saranno sostituiti da nuovi documenti che conterranno migliori elementi di identificazione.

Il documento è un’importante forma di identificazione per i rifugiati afghani che attesta il loro diritto legale di restare nel Paese, quindi li protegge anche in modo significativo contro un’eventuale detenzione o deportazione - soprattutto a seguito dei severi provvedimenti contro gli stranieri e gli immigrati irregolari sospetti sulla scia di attacchi terroristici.

Oltre 3,5 milioni di afghani sono tornati dal Pakistan con l’aiuto dell’UNHCR dal 2002, mentre più di un milione sono tornati con mezzi propri. L’operazione di rimpatrio volontario è ripresa questa settimana dopo la pausa invernale, dai centri dell’UNHCR a Peshawar, città della Provincia delle Frontiera di Nord Ovest, e a Quetta, nella provincia meridionale del Balochistan. L’UNHCR continua ad impegnarsi per proseguire il suo lavoro con i governi del Pakistan e dell’Afghanistan al fine di individuare soluzioni durature per i rifugiati afghani.

La nuova Strategia per la Gestione degli Afghani in Pakistan inoltre estende l’Accordo Tripartito tra UNHCR, Pakistan e Afghanistan per altri tre anni affinché il rimpatrio graduale di afghani continui in sicurezza e dignità e in considerazione della situazione della sicurezza e della capacità dell’Afghanistan di assorbire i rifugiati rimpatriati.

L’UNHCR mobiliterà ulteriori aiuti per le comunità locali pakistane che hanno ospitato rifugiati afghani. In questo modo si affronteranno i problemi legati al degrado ambientale, alla ristrutturazione delle infrastrutture e dei servizi sociali come previsto dal programma per le Aree di Accoglienza dei Rifugiati - un programma della durata di 5 anni che dispone di 140 milioni di dollari creato da diverse agenzie delle Nazioni Unite.

Ieri l’Alto Commissario dell’UNHCR Antonio Guterres ha chiesto alla comunità internazionale di incrementare i suoi sforzi per aiutare il Pakistan ad ospitare i rifugiati afghani. La nuova strategia del Pakistan include anche dei provvedimenti per alcuni degli afghani non registrati e apre la strada per una politica di gestione dei confini più ampia. Un sistema di visti regolerà la permanenza degli uomini d’affari, degli studenti e di altre categorie. Le famiglie che hanno perso il capofamiglia e sono quindi guidate da donne avranno l’autorizzazione a restare.

Greenpeace in Puglia: forza Regioni contro il nucleare


Bari, Italia — Per incitare tutte le Regioni ad andare avanti in un percorso antinucleare, questa mattina gli attivisti di Greenpeace hanno aperto sulla facciata dell’edificio della Regione Puglia, sul lungomare di Bari, uno striscione con la scritta ‘FORZA REGIONI CONTRO IL NUCLEARE’. La Puglia è una delle Regioni che si è dotata di una legge che blocca il nucleare e che, invece, secondo i piani del Governo, rischia di ospitare a breve un reattore.

Contemporaneamente la nave ammiraglia di Greenpeace, la Rainbow Warrior, ha raggiunto Bari per consegnare simbolicamente alla Puglia l’appello contro il nucleare dell’associazione, firmato in poche settimane da ben 75mila cittadini italiani. L’appello è stato già inviato nei giorni scorsi a tutti i candidati alle elezioni regionali che non hanno ancora preso una posizione contraria ai progetti nucleari del governo.

«La Puglia, rifiutando il nucleare con una legge regionale, ha dato dimostrazione di avere una visione illuminata del suo futuro energetico - sostiene Andrea Lepore, responsabile campagna Nucleare di Greenpeace - Tutte le Regioni devono seguire questo percorso e continuare a opporsi al nucleare: è fondamentale che i primi a esserne convinti siano proprio i nuovi governatori». E con loro gli elettori, che Greenpeace invita a votare tenendo in considerazione la posizione sul nucleare dei differenti candidati, andando anche a informarsi su http://www.nuclearlifestyle.it/.

Le Regioni e i loro futuri governatori avranno, infatti, un ruolo determinante per impedire il ritorno del nucleare in Italia. Il Governo, attraverso la Legge 99 e il decreto sulle localizzazioni, sta prepotentemente cercando di escludere le regioni dalle decisioni sul nucleare. Nel 2009, tredici Regioni, spinte da una nota di Greenpeace e altre associazioni, hanno già fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge 99 ed è necessario che continuino la loro battaglia contro l’imposizione governativa del nucleare.

Il Governo, infatti, sta procedendo in silenzio: come previsto, la localizzazione dei siti, che dovevano essere indicati un mese fa, è “slittata” per paura di perdere voti nelle elezioni regionali. Sempre in silenzio, il 9 aprile a Parigi verrà firmata l’intesa che dovrebbe portare in Italia quattro centrali nucleari francesi EPR: un prototipo mal funzionante e pericoloso. Intanto, Berlusconi fa l’”ipocrita nucleare” in Puglia, dichiarando come un disco rotto che il nucleare si farà ma che non serve a questa Regione.

«Se il governo riuscirà a imporre alle Regioni il nucleare, l’Italia sprecherà anni e risorse perdendo la possibilità di diventare un Paese moderno e indipendente dal punto di vista energetico. Al contrario si metterà in casa centrali pericolose, dannose per l’ambiente e la salute e si caricherà sulle spalle per migliaia di anni il problema irrisolto delle scorie radioattive» conclude Lepore.

Greenpeace ha invitato sulla Rainbow Warrior, per un dibattito proprio sui temi del nucleare e dell’energia, entrambi i principali contendenti alla sfida elettorale pugliese, l’attuale governatore Niki Vendola e Rocco Palese. Vendola ha accettato l’invito e sarà sulla Rainbow Warrior alle ore 15.

http://www.nuclearlifestyle.it/

Parapendio e deltaplani in volo a Borso del Grappa (Treviso)


Nei giorni dal 1 al 5 aprile i cieli di Borso del Grappa (Treviso) e della pedemontana veneta saranno attraversati da centinaia di parapendio e deltaplani impegnati nel Trofeo Montegrappa, gara internazionale ormai assunta a principale evento europeo di volo libero, presenti i migliori piloti al mondo. Lo scorso anno se ne contarono ben 239 in volo, in rappresentanza di 18 nazioni, Argentina e Brasile le più lontane.

Iscrizioni ormai chiuse con oltre 300 richieste pervenute; per ragioni organizzative, solo 260 piloti saranno ammessi al trofeo. Gli esclusi ed altri piloti in visita si consoleranno con una gara di precisione in atterraggio, novità dell'edizione 2010.

Dal centro operativo, presso l'atterraggio Garden Relais a Semonzo di Borso del Grappa, con navette ed altri mezzi i piloti raggiungeranno i decolli da dove spiccheranno il volo lungo tragitti di decine di chilometri. In passato condizioni meteo favorevoli hanno permesso di volare fino a località come Caltrano (Vicenza), Feltre (Belluno) e Possagno (Treviso), sfruttando le correnti d'aria ascensionali, unico "motore" a disposizione di deltaplani e parapendio.

La manifestazione, organizzata dalla Aero Club Montegrappa e dal consorzio turistico Vivere il Grappa grazie ad un volontariato che conta decine di addetti, prevede anche un'area espositiva di tutte le migliori aziende di attrezzature per il volo, oltre a stand gastronomici e prodotti tipici locali.

Altre attività collaterali saranno a disposizione delle migliaia di visitatori, quali voli in parapendio biposto, arrampicata, nordic walking, escursioni guidate, intrattenimento per bambini e un'area riservata alla costruzione di aquiloni con esperti di questa specialità.

Al termine dell'evento il comitato organizzatore premierà il video più bello della manifestazione.

Marocco, MSF denuncia la violenza sessuale sulle donne migranti durante il viaggio verso l'Europa


Sono sempre di più le donne migranti, provenienti dall’Africa sub-sahariana, esposte a violenza sessuale durante il loro soggiorno forzato in Marocco, paese che sono costrette ad attraversare nel tentativo di raggiungere l’Europa.

Molte di loro fuggono dal proprio paese d’origine a causa della violenza generalizzata o per gli abusi domestici che avvengono all’interno di matrimoni combinati contro la loro volontà. Durante il viaggio, in particolare in Marocco, subiscono altri attacchi e abusi sessuali e spesso cadono nelle mani di organizzazioni dedite allo sfruttamento della prostituzione. Poche di queste donne osano parlare per paura di ritorsioni. Medici Senza Frontiere (MSF) ha raccolto una serie di testimonianze che rivela un fenomeno di dimensioni preoccupanti che richiede una risposta urgente da parte del Marocco e dai paesi dell’ Unione Europea.

«Il Governo del Marocco deve assumersi le proprie responsabilità e deve migliorare la presa in carico dei migranti sub-sahariani vittime di violenza sul proprio territorio» dichiara Alfonso Verdú., responsabile delle operazioni di MSF in Marocco. «Ma i paesi dell’Unione Europea devono essere anche coscienti delle gravi conseguenze derivanti dalle politiche restrittive messe in atto, in maniera crescente, dagli stessi paesi membri in materia di immigrazione e asilo. Le prime vittime di questa condotta sono le categorie più deboli: donne talvolta molto giovani», continua Verdú. Tra maggio 2009 e gennaio 2010, una donna su tre, visitata all’interno delle strutture di MSF a Casablanca e Rabat, è stata vittima di una o più violenze sessuali subite nel paese d’origine, durante il viaggio in Marocco. In totale MSF ha raccolto le storie di 63 pazienti, il 21% delle quali minorenni. Le testimonianze di queste donne mostrano la condizione di estrema vulnerabilità che si trovano a vivere.

Il caso di O.A. è emblematico. Si tratta una congolese di 26 anni, fuggita dal conflitto che colpisce il suo paese, e poi violentata da un gruppo di uomini. Si trovava in Mauritania senza passaporto, quando un autista si era offerto di trasportarla nascosta sotto il suo sedile. Durante il tragitto il veicolo si è fermato nel mezzo del deserto. «L’autista e il suo amico hanno cominciato a discutere, poi il primo mi ha colpito, sono caduta e l’altro mi ha violentata. Io urlavo ma nessuno poteva sentirmi in quel luogo isolato. Quando hanno finito mi hanno lasciata lì», racconta O.A., che è riuscita poi a raggiungere il Marocco grazie a un passaggio.

La strada tra Maghnia in Algeria e Oujida in Marocco, è una delle zone più pericolose. Dalle testimonianze raccolta da MSF, il 59% delle 63 donne intervistate che hanno compiuto questo percorso ha subito delle aggressioni a sfondo sessuale. Anche se ufficialmente il confine tra Algeria e Marocco rimane chiuso, le forze di sicurezza marocchine espellono i migranti verso questa zona di notte, aumentando così le probabilità di subire aggressioni.

T.D., una donna di 19 anni era stata arrestata dalla polizia mentre stava andando al mercato di Oujida ed è stata portata in un commissariato dove si trovavano altri 28 migranti sub-sahariani. Tutto il gruppo è stato espulso verso la frontiera in pieno deserto la sera stessa. Mentre T.D. stava camminando in compagnia di tre donne e tre uomini, un gruppo di banditi marocchini li ha attaccati. «Ciascuna donna è stata violentata da tre banditi, uno dopo l’altro», ha dichiarato.

Le equipe di MSF in Marocco, hanno constatato che l’applicazione delle politiche restrittive dell’Unione Europea hanno fatto aumentare il numero di migranti che non possono né andare verso l’Europa, né tornare nel loro paese d’origine. In questa situazione fattori come la paura, sentimenti di perdita del controllo sulla propria vita, o le condizioni di vita precarie nelle quali si trovano, aumentano la vulnerabilità dei migranti e in particolare delle donne. Esclusa Oujida, un terzo dei migranti intervistati da MSF ha affermato di aver subito abusi sessuali sul territorio marocchino.

«Non possiamo ignorare la realtà in cui vivono queste donne abbandonate a loro stesse con un sentimento di grandissima frustrazione e disperazione», continua Alfonso Verdú; «è necessario rispondere su tutti i fronti a questa terribile situazione: sul piano sociale , medico, psicologico e legale».

giovedì 25 marzo 2010

MSF. La diagnosi di TBC nei bambini: gravissime negligenze

Malgrado la tubercolosi (TBC) sia ormai un problema sanitario di dimensioni globali, rimane una malattia molto trascurata.

I bambini più piccoli, ad altissimo rischio di decesso a causa della TBC, sono tra le principali vittime di questa situazione di negligenza che si protrae da anni.
Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ogni anno un milione di bambini sviluppano la TBC e la maggior parte di questi vive in contesti a risorse limitate. Il numero effettivo potrebbe anche essere più elevato perché la diagnosi di TBC nei bambini può essere molto complessa.

La dottoressa Marianne Gale, medico consulente di MSF per HIV e TBC che ha curato bambini affetti da TBC in Tailandia e Niger, espone le principali criticità legate alla diagnosi di TBC nei bambini.

Perché è così difficile diagnosticare la TBC nei bambini?

Ci sono diversi motivi. Per prima cosa, i bambini presentano sintomi che sono presenti anche in altre malattie come HIV, malnutrizione, malaria e altre infezioni batteriche e virali. Questi sintomi sono perdita di peso, inappetenza, tosse e febbre che possono protrarsi per molti mesi. Di conseguenza, è molto difficile diagnosticare la TBC basandosi unicamente sui sintomi.
In secondo luogo, il test diagnostico impiegato comunemente per gli adulti non è assolutamente adeguato ai bambini. Il test richiede un campione di espettorato (catarro proveniente dai polmoni) molto difficile da ottenere nei bambini perché non sanno tossire come gli adulti. Esistono delle procedure per ottenere i campioni dai polmoni o dallo stomaco dei bambini ma possono risultare traumatiche per il bambino e richiedono personale qualificato, strutture sanitarie adeguate e un buon laboratorio di analisi, tutte cose difficili da trovare nei contesti a risorse limitate.

Le difficoltà aumentano se il bambino è anche HIV - positivo?

Sì. A causa dell’indebolimento del loro sistema immunitario, i bambini con HIV sono particolarmente a rischio di TBC e possono anche morirne. In questi bambini le difficoltà legate alla diagnosi e al trattamento della malattia si acuiscono per la complessità dei meccanismi delle patologie multiple. Tuttavia l’aspetto positivo è che la maggioranza dei bambini, con una diagnosi tempestiva, risponde molto bene al trattamento per la TBC e guarisce completamente.

Perché non sono disponibili mezzi più efficaci per la diagnosi di TBC nei bambini?

Una delle principali ragioni per cui i bambini affetti da questa malattia sono stati trascurati per anni è costituita dal fatto che sono meno contagiosi degli adulti. I bambini producono meno germi nei polmoni e quindi quando tossiscono non diffondono la malattia come gli adulti. Ciò significa che i bambini non sono stati considerati una priorità all’interno dei programmi di controllo della TBC, mirati ai membri più contagiosi delle comunità.
Inoltre i ricercatori spesso escludono i bambini dalle indagini sulla TBC perché presentano maggiori complessità rispetto agli adulti. Attualmente MSF sta lavorando con un gruppo di esperti internazionali alla messa a punto di strategie volte a superare questo ostacolo, per far sì che i bisogni sanitari dei bambini diventino una priorità nella ricerca sulla TBC.

Che tipo di test deve essere sviluppato?

È necessario un test diagnostico che non sia basato sull’espettorato e che dia risultati rapidi: in questo modo i bambini, a rischio elevato di decesso a causa della TBC, possono essere trattati tempestivamente. Attualmente ci sono degli sviluppi che fanno ben sperare tuttavia, senza un impegno e un finanziamento adeguati, non potremo avere quei rapidi progressi che sono necessari per salvare vite umane.

Cosa si può fare per migliorare la situazione?

La mancanza di nuovi strumenti diagnostici e di nuovi farmaci significa che sono necessari approcci innovativi per dare la migliore assistenza medica possibile al maggior numero di bambini affetti dalla malattia. Ci sono tanti bambini che non hanno neanche una possibilità di sopravvivenza perché non ricevono una diagnosi né tantomeno cure adeguate. Sviluppare nuovi approcci e condividere ampiamente la nostra esperienza e conoscenza con altri attori sono le nostre sfide costanti.
Stiamo lavorando non solo su strategie a livello del paziente ma anche a livello internazionale, facendo pressioni per ottenere più impegno e più investimenti nella lotta alla TBC e ribaltare questa annosa situazione di negligenza. In particolar modo siamo impegnati a combattere l’effetto devastante della TBC sui bambini, con l’obiettivo di dare al maggior numero di bambini, indipendentemente dal luogo in cui vivono, la possibilità di sopravvivere e crescere adeguatamente.

Stimolare lo sviluppo di un test della TBC attraverso l’istituzione di un “prize fund”

Lo strumento diagnostico più comunemente usato per la TBC, l’analisi al microscopio dell’espettorato del paziente, è sostanzialmente uguale a quella sviluppata oltre un secolo fa. Nei contesti a risorse limitate questo test individua solo il 50% dei casi di TBC ed è particolarmente inadeguato nell’individuare la malattia nei pazienti coinfetti da HIV/AIDS e nei bambini.
Sono necessari test che diano risultati rapidi e certi. Per accelerare la creazione di un nuovo test per la TBC, MSF sta proponendo una gara con un “prize fund” (fondo premio). I “prize fund” possono stimolare l’innovazione attraverso l’offerta di larghi compensi in denaro per le scoperte vincenti a fronte dell’attuale modello basato su prezzi di vendita elevati protetti dal regime monopolistico dei brevetti. Inoltre i “prize fundconsentono ai governi di dare la priorità a ricerca e sviluppo poiché corrisponderebbero denaro solo in caso di risultati positivi e concentrerebbero la ricerca verso le aree dove si concentrano i maggiori bisogni sanitari.
Il test deve funzionare al livello “Point of Care”, cioè eseguire degli esami diagnostici nel luogo dove si assiste il paziente, un test che deve essere preciso e affidabile e in grado di diagnosticare la TBC nelle persone HIV - positive e nei bambini.
Fonte: MSF

martedì 23 marzo 2010

Gigantesca diga ‘made in Italy’ minaccia la sopravvivenza di 200.000 indigeni


Survival lancia una campagna urgente

Nella bassa Valle dell’Omo, in Etiopia, la sopravvivenza di 200.000 persone è messa a rischio dal progetto Gibe III, un’enorme diga destinata a distruggere un ambiente ecologicamente molto fragile e tutte le economie di sussistenza legate al fiume e ai cicli naturali delle sue esondazioni.

Per prevenire le conseguenze catastrofiche del progetto, l’organizzazione per i diritti umani Survival International ha lanciato una grande campagna internazionale. Survival chiede al Governo etiope di sospendere i lavori di costruzione, appaltati alla società italiana Salini Costruttori, e raccomanda ai possibili finanziatori – tra cui la Banca Africana di Sviluppo (AfDB), la Banca Europea per gli Investimenti (BEI), la Banca Mondiale e anche il Governo italiano attraverso la Cooperazione allo Sviluppodi non sostenere il progetto.

La società Salini è la stessa azienda costruttrice dell’impianto idroelettrico Gilgel Gibe II parzialmente collassato pochi giorni dopo la sua inaugurazione, avvenuta il 25 gennaio scorso alla presenza del Ministro degli Esteri Frattini.

L’interruzione delle piene del fiume provocata dalla Gibe III potrebbe avere conseguenze catastrofiche sulle vite di tutti i popoli della valle, già da tempo messe a dura prova dalla progressiva perdita di controllo e di accesso alle loro terre. La loro sicurezza alimentare dipende infatti da una varietà di tecniche di sostentamento che si alternano e completano a vicenda con il mutare delle stagioni e delle condizioni climatiche: dalle coltivazioni di sorgo, mais, fagioli nelle radure alluvionali lungo le rive dell’Omo, alla pesca, alla pastorizia praticata nelle savane e nei pascoli generati dalle esondazioni.

La diminuzione del pesce, per esempio, potrebbe portare allo stremo la piccola tribù di cacciatori-raccoglitori Kwegu. Sei membri della tribù, tra cui due bambini, sono già morti di fame per il mancato arrivo delle piogge e delle piene.

Nella Valle dell’Omo, il governo etiope progetta anche di affittare vaste aree di terra indigena a compagnie e governi stranieri per coltivazioni agricole su larga scala, biocarburanti inclusi. Per l’irrigazione verrà attinta acqua dalla diga.

La maggior parte dei popoli colpiti non sa nulla del progetto e il governo si sta avventando contro le organizzazioni tribali. L’anno scorso, nella parte meridionale del paese le autorità hanno sciolto almeno 41 associazioni locali rendendo impossibile il dialogo e lo scambio di informazioni sulla diga tra le varie comunità.

Il fiume Omo è il principale affluente del famoso Lago Turkana del Kenia. Modificando la portata del fiume, la costruzione della diga minaccia anche la sopravvivenza di circa 300.000 persone che pescano e pascolano le loro mandrie sulle sponde del lago. La valle dell’Omo e il Lago Turkana sono ambienti di straordinaria importanza archeologica e ambientale, dichiarati entrambi Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

“Per le tribù della valle dell’Omo” ha dichiarato Stephen Corry, direttore generale di Survival, “la diga Gibe III sarà un cataclisma di ciclopiche proporzioni. Perderanno le loro terre e tutti i loro mezzi di sussistenza ma, ciò nonostante, ben pochi sanno cosa sta per accadere. Nell’assegnazione dei lavori, il governo etiope ha violato la sua costituzione e la legge internazionale. Nessuno ente degno di rispetto dovrebbe finanziare questo atroce progetto."

Survival International, in cordata con le associazioni Campagna per la Riforma della banca Mondiale, Counter Balance coalition, Friends of Lake Turkana e International Rivers, ha lanciato una petizione internazionale per fermare la diga.

Alcuni numeri della diga Gibe III:

La diga raggiungerà i 240 metri di altezza diventando la più alta dell’Africa.
Il bacino sarà lungo 150 km.
Il costo originariamente preventivato per la sua realizzazione: 1,4 miliardi di euro.
I lavori di costruzione sono iniziati nel 2006 e dovranno essere completati nel 2012.
La diga avrà una potenza di 1870 MW (più del doppio dell’attuale potenza installata nel paese).

Se volete aiutare queste 200.000 persone, vi invito a firmare la petizione come ho fatto io

Corea del Sud. UNHCR: primo caso di cittadinanza ad un rifugiato

Per la prima volta da quando nel 1992 la Corea del Sud ha aderito alla Convenzione per i Rifugiati del 1951, è stata garantita la cittadinanza sudcoreana ad un rifugiato. Il nuovo cittadino è un trentottenne etiope sfuggito alla persecuzione nel suo Paese e arrivato in Corea del Sud nel 2001.

Si tratta di un importante passo per l’Asia, dove solo pochi Paesi hanno firmato la Convenzione per i Rifugiati del 1951, e ancor meno hanno esteso il diritto alla cittadinanza ai rifugiati.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) è grato alla Repubblica di Corea per il ruolo leader che ha assunto nel processo di integrazione locale, una delle tre soluzioni definitive a disposizione dei rifugiati, alla quale in Asia si fa ricorso molto di rado. Naturalmente la concessione della cittadinanza è la forma più completa di integrazione locale. Sarebbe molto incoraggiante se anche altri Paesi asiatici prendessero come esempio il caso della Corea del Sud.

Nel 2001 la Corea del Sud ha riconosciuto per la prima volta lo status di rifugiato a un migrante. Da quando il governo ha iniziato a ricevere domande di asilo nel 199, il Paese ha riconosciuto 175 rifugiati e ha concesso lo status umanitario ad altre 93persone che non sono stati riconosciuti come rifugiati, ma come bisognosi di protezione internazionale.

Tra il 1994 e la fine del 2009, il governo sudcoreano ha ricevuto 2.492 domande di asilo, 321 delle quali ancora pendenti.

Immigrazione: UNHCR, invasione domande asilo mito da sfatare


Il numero totale di richiedenti asilo nei paesi industrializzati rimane stabile per il 2009. È quanto emerge dal rapporto statistico preliminare dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) che misura i livelli e le tendenze dell’asilo nei paesi industrializzati.

“L’idea secondo la quale c’è un’invasione di richiedenti asilo nei paesi più ricchi va smitizzata,” ha detto l’Alto Commissario ONU per i rifugiati António Guterres. “Nonostante quanto affermano alcuni populisti, i nostri dati ci indicano che i numeri sono rimasti stabili.”

Rispetto al 2008 il numero totale di richiedenti asilo è rimasto stabile con 377mila domande, nonostante le significative differenze regionali evidenziate dal rapporto. Il numero di domande di asilo è aumentato in 19 paesi, mentre è calato in 25. Da rilevare l’incremento del 13% nei paesi del nord Europa con 51.100 nuove domande, la cifra più alta negli ultimi sei anni. Al contrario il numero di domande presentate nei paesi dell’Europa meridionale è calato del 33% con 50.100 richieste di asilo, ciò è dovuto principalmente ad un significativo calo in Italia (-42%), Turchia (-40%) e Grecia (-20%).

In Italia tale diminuzione può essere anche attribuita alle politiche restrittive attuate nel Canale di Sicilia da Italia e Libia. Va rilevato come una gran parte di coloro che hanno raggiunto le coste italiane fino al mese di maggio 2009 aveva fatto domanda di asilo.

In aumento i richiedenti asilo afghani

Il principale paese di provenienza dei richiedenti asilo è l’Afghanistan con 26.800 domande di asilo, 45% in più rispetto al 2008. L’Iraq scende al secondo posto con circa 24mila domande, mentre la Somalia scende in terza posizione con 22.600 domande di asilo. Fra i principali paesi di origine è anche il caso di menzionare Federazione Russa, Cina, Serbia e Nigeria.

Il rapporto annuale dell’UNHCR analizza i livelli e le tendenze relative alle domande di asilo nei 27 paesi dell’Unione Europea, in Albania, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Islanda, Lichtestein, Montenegro, Norvegia, Serbia, Svizzera, Macedonia e Turchia. L’analisi statistica copre inoltre Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Repubblica di Corea.

Gli Stati Uniti si confermano come principale paese di destinazione di richiedenti asilo per il quarto anno consecutivo con il 13% delle domande per un ammontare di circa 49mila domande, presentate in particolare da cittadini cinesi.

Come seconda meta di asilo c’è la Francia che ha ricevuto 42mila nuove domande nel 2009, un incremento del 19% rispetto al 2008, dovuto principalmente all’aumento di richieste provenienti da cittadini serbi, prevalentemente di origine kosovara.

Il Canada, pur rimanendo al terzo posto, nel 2009 ha visto diminuire il numero di domande presentate del 10% con 33mila richieste.

Il calo è dovuto principalmente alla riduzione di domande presentate da cittadini messicani e haitiani. Di seguito, anche il Regno Unito ha registrato un calo e si attesta sulle 29.800 domande di asilo, il numero più basso negli ultimi 15 anni. D’altro canto, la Germania registra un aumento del 25% con 27.600 domande presentate nel 2009 e rappresenta il quinto paese di destinazione di richiedenti asilo.

Questi cinque paesi insieme hanno ricevuto il 48% del numero totale di domande di asilo presentate nel 2009.

Per quanto riguarda i paesi di origine, circa la metà del totale dei 377mila richiedenti asilo proviene da Asia e Medio Oriente (45%) seguiti da Africa (29%), Europa (15.5%) e Americhe (9%).

venerdì 19 marzo 2010

Repubblica Democratica del Congo (RDC), soldati congolesi entrano nell’ospedale di MSF nell’Hauts Plateaux, Sud Kivu e prelevano pazienti feriti


Medici Senza Frontiere condanna un grave incidente accaduto nel villaggio isolato di Katanga, nella regione dell’Hauts Plateaux, in Sud Kivu. Nei giorni scorsi (l’11 marzo) soldati armati dell’Esercito Congolese (FARDC - Forces Armées de la République Démocratique du Congo) sono entrati nell’ospedale di Katanga, dove un’equipe chirurgica di MSF garantisce assistenza medica d’emergenza ai feriti. Nonostante la mediazione e le proteste da parte di MSF, i soldati congolesi, dopo aver maltrattato i pazienti feriti, hanno lasciato l’ospedale il giorno dopo con quattro di loro.

“Questo grave episodio è una violazione dei principi di base dell’azione umanitaria: tutte le persone malate e ferite hanno diritto all’assistenza medica”, dice Philippe Havet, capomissione di MSF in Sud Kivu. “Chiediamo a chi è armato di rispettare le strutture mediche e la sicurezza dei feriti e delle equipe mediche. Anche i combattenti feriti e disarmati hanno diritto a questa protezione come tutti gli altri pazienti”.

L’incidente ha già avuto un effetto negativo sull’assistenza sanitaria alla popolazione colpita dal conflitto nell’Hauts-Plateaux. Quando nel villaggio è aumentata la tensione, MSF ha deciso di evacuare la propria equipe medica per salvaguardare la sicurezza dello staff, ma ha dovuto lasciare sul posto anche uno dei pazienti feriti. MSF era l’unica organizzazione a fornire assistenza medica nella regione e ora deciderà di far tornare il proprio staff nell’ospedale di Katanga solo quando le condizioni di sicurezza lo consentiranno. In ogni caso l’incidente avrà un forte impatto sulla percezione che l’ospedale possa essere davvero un luogo sicuro e neutrale.

Nelle ultime settimane, l’equipe medica di MSF ha lavorato duramente per fornire assistenza chirurgica d’emergenza alle persone ferite nei violenti scontri che stanno imperversando nella regione dell’Hauts Plateaux tra l’Esercito Congolese (FARDC), i ribelli del FDLR e vari gruppi armati. “Le persone ferite erano già preoccupate prima, quando venivano all’ospedale di Katanga per cercare aiuto, temendo di essere uccise da uomini armati”, spiega Philippe Havet. “Ora, dopo questo gravissimo episodio, temo che non si convinceranno mai che sia sicuro recarsi lì per ricevere assistenza medica”.

MSF attualmente garantisce assistenza medica agli sfollati nel villaggio di Kihuha, nell’Hauts Plateaux. Alcune equipe di MSF lavorano anche a Kalonge e a Kitutu in Sud Kivu, impegnate nel supporto ai centri di salute e nella gestione delle cliniche mobili per fornire assistenza sanitaria di base e anche di emergenza agli sfollati della zona.

MSF supporta inoltre i centri di salute, l’ospedale di Baraka e il Centro per il trattamento del colera a Fizi. Nel Nord Kivu, l’altra provincia attraversata da insicurezza e violenza, MSF gestisce programmi sanitari a Rutshuru, Nyanzale, Masisi, Mweso e Kitchanga. In totale, nei progetti di MSF in Nord e Sud Kivu, sono impiegati 76 operatori internazionali e 1.144 congolesi.

RECUPERATI I MANIFESTI "NUCLEARI" DI BERLUSCONI!


Un increscioso contrattempo deve avere obbligato il PDL a usare dei manifesti errati per la convocazione della manifestazione di domani, 20 marzo, in Piazza San Giovanni a Roma. Forse un errore di stampa.

Un sorridente Silvio Berlusconi, infatti, annuncia che sul palco della piazza romana sottoscriverà insieme ai 13 candidati presidenti “gli impegni comuni a tutte le Regioni”. Si tratta di 6 punti, dal piano casa al verde e alle piste ciclabili. Manca però il settimo impegno, il più importante, ovvero: “Una centrale nucleare a due passi da casa tua”.


Ma Greenpeace ha deciso di porre rimedio a questo errore: ha “scovato” il vero manifesto, quello rimasto chiuso nel cassetto del PDL, e ha deciso di diffonderlo. Un Berlusconi sempre sorridente annuncia che “Il nucleare vince sempre sull’invidia e sull’odio”, e con un vistoso post-it giallo ricorda a tutti – candidati ed elettori – che il vero impegno è quello di favorire la costruzione di nuove centrali nucleari. Il manifesto è disponibile per tutti, in formato elettronico, ed è stato oggi sistemato in alcuni luoghi simbolo della Capitale: dal Colosseo al Circo Massimo fin sotto al palco di Piazza San Giovanni.

La vera posizione del PDL - è ormai chiaro - è costruire nuovi centrali nucleari in Italia, impedendo ai nuovi Governatori di esprimere la propria opinione. Greenpeace, naturalmente, non resterà a guardare. Il nostro impegno è di continuare a opporci al ritorno del nucleare: una scelta dannosa, costosa e che ci allontana dalla soluzione dei problemi climatici e di indipendenza energetica. E siamo certi che la maggior parte degli Italiani vorrà dimostrare questo orientamento, rifiutando i candidati governatori – di qualsiasi parte politica – che non si schierano apertamente contro l’opzione nucleare.

Greenpeace è certa che Silvio Berlusconi sarà grato all’organizzazione per avere rimediato a questa mancanza, e che sul palco di San Giovanni non mancherà di ribadire la vera posizione del PDL: costruire nuovi centrali nucleari in Italia, impedendo ai nuovi Governatori di esprimere la propria opinione su cosa si deve installare sul territorio delle loro Regioni.

Se non lo avete già fatto, firmate la petizione contro il nucleare sul sito nuclearlifestyle oppure scarica il manifesto e diffondi.

giovedì 18 marzo 2010

La casa: un sogno irrealizzabile in Italia.


Un mio amico che è appena andato in pensione dopo 40anni di lavoro, sacrifici e rinunce finalmente riesce a vedere tutti insieme un pò di soldi della liquidazione e inizia come tanti altri comuni mortali che non fanno parte di nessuna casta, a sognare: acquistare due piccoli appartamenti per aiutare i suoi due figli.

In questo periodo non ho scritto perché sono nauseato e infervorato per lo schifo della politica e per la piega che sta prendendo questo paese in via di sviluppo, dove le colpe vengono attribuite all’attuale maggioranza e ci si dimentica volutamente o per distrazione delle responsabilità dell’opposizione. Come tutti sapete sono orfano del mio partito e, di conseguenza, sono apartitico in quanto gli attuali schieramenti non mi rappresentano.

Condividevo le iniziative del popolo viola, ma dopo l’ultima manifestazione (durante la quale la casta politica all’opposizione è salita sul palco per impadronirsi delle iniziative spontanee del popolo viola) mi sono distaccato perché, secondo il mio modesto parere, nel periodo delle elezioni la casta sfrutta questi momenti solo per racimolare voti.

Allora mi sono avvicinato alle associazioni e Organizzazioni indipendenti come Amnesty International, Greenpeace, Survival e tante altre, che in silenzio portano avanti battaglie che condivido, ma sono snobbati dalla casta dei giornalisti.

Oggi torno a scrivere più infervorato e disgustato che mai per raccontare come sono umiliati gli abitanti di questo paese in via di sviluppo di caste privilegi e corrotti.

Un mio amico che è appena andato in pensione dopo 40anni di lavoro, sacrifici e rinunce finalmente riesce a vedere tutti insieme un pò di soldi e inizia, come tanti altri comuni mortali che non fanno parte di nessuna casta, a sognare: acquistare un piccolo appartamento per aiutare i suoi due figli.

Questo mio amico abita nella capitale del paese in via di sviluppo, per coronare il sogno di una vita, aiutare i figli ad acquistare un piccolo appartamento, si allontana circa 30 Km da Roma e insieme ai figli inizia a girare. Si ferma presso le agenzie immobiliari, si fa fare preventivi e prende appuntamenti per visionare appartamenti da ristrutturare, ma i suoi risparmi e la sua liquidazione non bastano nemmeno per pagare le spese. Si ferma perciò in un cantiere dove stanno costruendo delle palazzine e con i suoi figli si presenta al responsabile delle vendite.

Visionano gli appartamenti finiti: hanno una metratura di circa 60 metri quadri, sono composti da salone, angolo cottura, camera, cameretta, bagno e balcone. Tornano presso l’ufficio e il responsabile stila un promemoria per dimostrare al costruttore che dei poveri illusi hanno visionato gli appartamenti, rilasciando il seguente promemoria: prezzo del piccolo appartamento 260 mila euro, comprensivi di dieci mila euro per la proposta di vendita (nel caso in cui il costruttore non dovesse accettare, questa cifra viene restituita al mio amico), di 30 mila euro al compromesso, 80% di mutuo, altri 30 mila euro da versare prima dell’atto. A questa cifra dobbiamo aggiungere l’iva al 4% sul dichiarato, Notaio circa 5 mila euro, agenzia circa il 4%, inoltre il 3% per le spese della pratica del mutuo e allacci vari.

Questo mio amico, che di liquidazione dopo 40 anni di lavoro ha percepito circa 50 mila euro, ossia l’equivalente delle perdite annue di alcuni privilegiati politici della casta come abbiamo letto e ascoltato in questi giorni, dall’ altra casta di privilegiati, i giornalisti.

Questo signore 60 enne, mi raccontava questa umiliazione subita con le lacrime agli occhi e si percepiva l’amarezza e il fallimento dei suoi sogni e della sua vita: dopo aver lavorato come una formica e cercato di mettere da parte le briciole del suo stipendio, non è stato in grado di aiutare i suoi figli ad acquistare un piccolo appartamento (che è l’equivalente del disimpegno di una villa dei privilegiati della casta politica!!).

Aggiungo, cari politici privilegiati e corrotti, tornate sulla terra! Da marte non si può governare questo paese, non possiamo dire che avete un idea politica in quanto cambiate schieramento politico più veloci della bandiera esposta al vento.
Sinceramente delle vostre denunce dei redditi che guadagnate o perdete non ci interessa, fate in modo di governare e di far vivere in modo dignitoso gli sfortunati abitanti di questo paese in via di sviluppo.

Se non siete all’altezza del compito e volete continuare a pensare ai vostri privilegi e loschi affari, abbiate il buon senso di dimettervi in massa e dichiarate al popolo che siete un branco di arraffoni e incompetenti, fareste un favore grandissimo a questi sfortunati italiani e stranieri che vivono nel bel paese ridotto da voi in un paese in via di sviluppo.
Dino Brancia

Parapendio sul Golfo Paradiso - I 24 anni della rivista Volo Libero


La quarta edizione del Recco Fly Festival avrà luogo nella cittadina in provincia di Genova il 10 ed 11 aprile.

Si tratta di un raduno di parapendio, mezzo che con il deltaplano costituisce il volo libero, cioè senza motore, nel fantastico scenario del Golfo Paradiso.

Parte centrale dell'evento la gara di precisione in atterraggio, vale a dire che i piloti, dopo il decollo da un pendio posto a 400 metri d'altezza lungo la mulattiera che parte dalla millenaria chiesa di Ruta di Camogli, voleranno fintanto che le correnti d'aria ascensionali lo permetteranno.

Al termine cercheranno di centrare un bersaglio posto lungo la spiaggia di Recco, atterraggio ufficiale della manifestazione, dove converrà il pubblico per assistere al festival.

Le vele colorate dei parapendio risalteranno nel cielo ligure, sorvolando luoghi spettacolari come Camogli e le sue case multicolori, la Rocca del Castellaro un costone verticale lungo 600 metri a picco sul mare, il paesino di San Rocco di Camogli arroccato a 320 metri d'altezza, il Monte di Portofino con gli scorci mozzafiato sul suo parco naturale, la scogliera della Gaiassa, il Monte Esoli e la vallata di Recco.

Collaterali alla manifestazione sono previste gite in canoa nel Golfo Paradiso, lanci di aerostati di carta velina, detti Balao, cena conviviale dei partecipanti il sabato sera, benedizione delle vele distese sulla spiaggia ed altro ancora. Partecipazione straordinaria del club soft air The Big One, che illustrerà questa entusiasmante disciplina sportiva con mezzi audiovisivi e montando un apposito campo base.

In caso di condizioni meteo avverse la manifestazione sarà rinviata al 17 e 18 aprile.

Volo Libero, il mensile organo ufficiale della Federazione Italiana Volo Libero, ha raggiunto l'invidiabile traguardo della edizione numero 208.

La FIVL è probabilmente l'unica federazione sportiva del CONI ad inviare gratuitamente da 24 anni un'accattivante rivista a colori a casa dei piloti di deltaplano e parapendio organizzati nelle associazioni sportive ad essa affiliate.

Federazione Italiana Volo Libero http://www.fivl.it/

Survival denuncia la scioccante condizione dei Guarani del Brasile


La situazione in cui versa la tribù dei Guarani del Brasile meridionale è una delle peggiori fra tutti i popoli indigeni delle Americhe, denuncia un nuovo rapporto di Survival International alle Nazioni Unite.

La pubblicazione del rapporto giunge in coincidenza con la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale del 21 marzo.

I Guarani soffrono di elevati tassi di suicidio, malnutrizione, arresti arbitrari e alcoolismo, e sono regolarmente presi di mira e uccisi da uomini armati al soldo degli allevatori che hanno preso il controllo della loro terra.

Il disconoscimento dei diritti territoriali degli Indiani è individuato nel rapporto come la causa principale di questa situazione esplosiva.

Il rapporto sottolinea che la crescente domanda di etanolo come combustibile alternativo alla benzina determinerà un’ulteriore sottrazione di terra ai Guarani e un conseguente peggioramento della loro situazione.

Nonostante abitino in uno degli stati più ricchi del Brasile, che è tra le economie emergenti più grandi al mondo, molti Guarani versano in povertà estrema. Alcuni vivono sotto teloni di plastica ai lati di trafficatissime superstrade, altri in “riserve” cronicamente sovraffollate dove dipendono dalle elargizioni governative.

Una comunità guarani che vive ai margini della strada e che ha visto tre dei suoi leader uccisi dai sicari degli allevatori, ha dichiarato: “Cresce l’impazienza per l’eccessivo ritardo nella demarcazione della nostra terra. Ci sta uccidendo lentamente e ci sta esponendo al rischio di genocidio”.

Questo rapporto descrive la spaventosa condizione in cui versano i Guarani” ha dichiarato Stephen Corry direttore generale di Survival. “È responsabilità morale e giuridica del governo brasiliano garantire che le violazioni dei diritti umani e la discriminazione razziale perpetrati contro i Guarani siano fermati. Senza un’azione rapida ed efficiente, molti altri Guarani soffriranno e moriranno.”

Violenza: i Guarani subiscono violenti attacchi e molti dei loro leader sono stati assassinati. Nel 2008, nel Mato Grosso do Sul, in conflitti interni ed esterni sono stati uccisi 42 Guarani.

Suicidi: il tasso di suicidi fra i Guarani è uno dei più elevati del mondo. Più di 625 Guarani si sono tolti la vita dal 1981 (quasi l’1,5% della popolazione totale), e nel 2005 il tasso di suicidi dei Guarani era 19 volte superire a quello della media nazionale. Tra coloro che si sono suicidati si sono anche bambini dell’età di nove anni.

Malnutrizione e cattive condizioni di salute: molti Guarani soffrono di malnutrizione e il loro tasso di mortalità infantile è più del doppio della media nazionale, mentre l’aspettativa di vita è di oltre vent’anni più bassa.

Detenzioni arbitrarie: i Guarani sono spesso imprigionati senza motivo, senza possibilità di avere un’interprete e assistenza legale. Scontano “pene sproporzionatamente dure per reati minori”.

Sfruttamento dei lavoratori: molti Guarani sono costretti a lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero delle industrie dell’etanolo che hanno occupato le loro terre ancestrali. I salari sono miserevoli e le condizioni di lavoro disumane.

Amnesty. Scappatoie legali consentono alle aziende europee di commercializzare "strumenti di tortura"

Aziende europee partecipano al commercio globale in "strumenti di tortura", nonostante l'introduzione nel 2006 di controlli per proibire il commercio internazionale di materiale di polizia e di sicurezza atto a causare maltrattamenti e torture e per regolamentare il commercio di altro materiale usato per torturare.

Un nuovo rapporto diffuso da Amnesty International e dalla Omega Research Foundation presenta prove della partecipazione di aziende europee al commercio globale in "strumenti di tortura", tra cui congegni fissati alle pareti delle celle per immobilizzare i detenuti, serrapollici in metallo e manette e bracciali che producono scariche elettriche da 50.000 volt.

Il rapporto, intitolato "Dalle parole ai fatti", denuncia che queste attività sono proseguite nonostante l'introduzione, nel 2006, di una serie di controlli per proibire il commercio internazionale di materiale di polizia e di sicurezza atto a causare maltrattamenti e torture e per regolamentare il commercio di altro materiale ampiamente usato su scala mondiale per torturare.

Il rapporto verrà formalmente preso in esame domani a Brussels, nel corso della riunione del Sottocomitato sui diritti umani del Parlamento europeo. Amnesty International e la Omega Research Foundation chiedono alla Commissione europea e agli stati membri dell'Unione europea di tappare le falle legislative illustrate nel rapporto e di applicare e rafforzare la normativa esistente.

"L'introduzione di controlli sul commercio di 'strumenti di tortura', dopo un decennio di campagne da parte delle organizzazioni per i diritti umani, ha rappresentato una pietra miliare dal punto di vista legislativo. Ma tre anni dopo la loro entrata in vigore, diversi stati europei devono ancora applicarli o rafforzarli" - ha dichiarato Nicolas Beger, direttore dell'Ufficio di Amnesty International presso l'Unione europea.

"Le nostre ricerche mostrano che dal 2006, nonostante i nuovi controlli, diversi stati membri tra cui Germania e Repubblica Ceca hanno autorizzato l'esportazione di strumenti per operazioni di polizia e di controllo dei detenuti verso almeno nove paesi, in cui Amnesty International ne ha documentato l'uso per infliggere torture. Inoltre, solo sette stati membri hanno dato seguito agli obblighi legali di rendere pubbliche le loro esportazioni. Temiamo che qualche stato non li stia prendendo sul serio" - ha commentato Brian Wood, direttore del dipartimento di Amnesty International che si occupa di questioni militari, di sicurezza e di polizia.

Le scappatoie legali esistenti permettono inoltre ad alcune aziende di commercializzare strumenti che non hanno altro scopo se non quello di infliggere torture e maltrattamenti.

"Nell'ambito del loro impegno a combattere la tortura ovunque abbia luogo, gli stati membri devono passare dalle parole ai fatti, imponendo controlli davvero effettivi sul commercio di strumenti di sicurezza e di polizia e assicurando che i loro prodotti non vadano a finire nella cassetta degli attrezzi del torturatore" - ha dichiarato Michael Crowley, ricercatore della Omega Research Foundation.

Di seguito alcune delle principali conclusioni del rapporto:
tra il 2006 e il 2009, la Repubblica Ceca ha autorizzato l'esportazione di prodotti quali manette, pistole elettriche e spray chimici, mentre a sua volta la Germania lo ha fatto per ceppi e spray chimici, verso nove paesi dove le forze di polizia e di sicurezza avevano usato quei prodotti per praticare maltrattamenti e torture;

aziende italiane e spagnole hanno messo in vendita manette o bracciali elettrici da applicare ai detenuti. Una scappatoia legale permette tutto questo, nonostante si tratti di prodotti simili alle "cinture elettriche", la cui esportazione e importazione sono proibite in tutta l'Unione europea;

nel 2005 l'Ungheria ha annunciato l'intenzione di introdurre l'uso delle "cinture elettriche" nelle stazioni di polizia e nelle prigioni, nonostante la loro esportazione e importazione siano vietate in quanto il loro uso costituisce una forma di maltrattamento o di tortura;

solo sette dei 27 stati membri dell'Unione europea hanno reso pubbliche le loro autorizzazioni all'esportazione, nonostante tutti siano legalmente obbligati a farlo;

gli stati membri paiono ancora poco informati sulle attività commerciali in corso al loro interno. Dopo che cinque stati membri (Belgio, Cipro, Finlandia, Italia e Malta) avevano dichiarato di non essere a conoscenza di aziende che commercializzassero materiali inclusi nei controlli, Amnesty International e Omega Research Foundation hanno individuato aziende operanti in tre di questi cinque paesi (Belgio, Finlandia e Italia) in cui prodotti del genere vengono apertamente commercializzati su Internet.

domenica 14 marzo 2010

Blitz di Greenpeace su nave a Genova: No alla 'benzina verde' che distrugge le foreste

Albeggia appena quando tre gommoni di Greenpeace sono partiti dall'ammiraglia Rainbow Warrior per far 'visita' alla nave Bunga Melati, carica di biodiesel appartenente alla multinazionale Wilmar e ottenuto dall'olio di palma. Gli attivisti travestiti da oranghi, specie minacciata dalla deforestazione, hanno fissato con dei magneti sulla fiancata della nave uno striscione con la scritta:"Taglia la CO2, non le foreste".

“E’ su navi come questa - denuncia Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia - che ogni giorno in Italia arrivano prodotti provenienti dalla distruzione di uno degli ultimi polmoni del pianeta. L’espansione delle coltivazioni industriali di palma da olio per la produzione di beni di consumo come saponi, cioccolata, carta e persino biodiesel sta distruggendo le ultime foreste torbiere indonesiane, decimando gli ultimi oranghi e intossicando il clima del pianeta”.

In Indonesia un ristretto gruppo di multinazionali molto potenti – tra cui Wilmar - controllano il mercato globale dell’olio di palma. In particolare, Wilmar è il più grande produttore di biodiesel al mondo e, allo stesso tempo, “campione” di fama internazionale della deforestazione in Indonesia.

Già nel rapporto del 2008Come ti friggo il clima” avevamo denunciato un vasto numero di concessioni irregolari di Wilmar su aree di foresta pluviale e segnalato le sue irresponsabili pratiche incendiarie durante la stagione secca.

Approfittando della diffusa preoccupazione, a livello internazionale, per la salute del clima del pianeta, multinazionali come Wilmar promuovono l’olio di palma come una soluzione ecologica per la produzione di biodiesel.

Ma bruciare le foreste per produrrebenzina verde” non può essere la soluzione per combattere i cambiamenti climatici. Ad accelerare questo processo, anche la legge europea che prevede, entro il 2020, la sostituzione del 10% del totale dei consumi di carburante con biodiesel.

“C’è bisogno di un’immediata moratoria sulla conversione delle foreste torbiere in piantagioni industriali di palma da olio. Tutte le aziende che non la sosterranno saranno direttamente responsabili del più grave dei crimini ambientali. Soltanto proteggendo gli ecosistemi forestali in Indonesia possiamo salvare gli ultimi oranghi dall’estinzione e il clima del pianeta dal collasso”. conclude Campione.

sabato 13 marzo 2010

Striscia di Gaza, vivere sotto assedio: i generatori elettrici mettono a rischio di morte l'80% della popolazione.


Gaza – Speciale Infopal. L’assedio israeliano alla Striscia di Gaza, imposto da terra e mare, ha prodotto innumerevoli conseguenze negative, spesso catastrofiche. Ma l’apice delle disgrazie che colpiscono direttamente i civili innocenti è la morte a causa della mancanza degli elementi basilari della vita umana.

Gli abitanti della Striscia di Gaza sono stati perciò costretti a superare le difficoltà causate dall’embargo israeliano individuando dei sistemi per continuare a vivere una vita indegna di un essere umano, secondo quanto le stesse organizzazioni internazionali e i parlamentari europei che hanno visitato la Striscia hanno affermato.

La mancanza di corrente elettrica. Un capitolo molto penoso è quello del divieto frapposto dagli occupati israeliani all’importazione (se non in quantità irrisorie) del carburante industriale necessario a far funzionare l’unica centrale elettrica della Striscia di Gaza. Così, la locale compagnia elettrica, tra l’altro sostenuta dall’Unione Europea, ha dovuto interrompere l’erogazione della corrente più volte, lasciando oltre un milione di persone senza elettricità.

Per superare il problema delle continue interruzioni di corrente elettrica nelle loro case, anche per otto ore al giorno, gli abitanti di Gaza hanno fatto ricorso a piccoli generatori con i quali riescono a illuminare le proprie abitazioni. Sennonché, molti di questi generatori sono esplosi, uccidendo o ferendo decine di persone.

Gli addetti della Protezione Civile di Gaza sostengono che tali incidenti sono dovuti a un loro utilizzo troppo prolungato nel tempo e alla presenza di scorte di carburante poste nei pressi di questi generatori.

Le vittime-tipo. La famiglia Abu Jami‘, di Khan Younis, nel sud della Striscia, ha perso tre figli a causa di quest’embargo: i due gemelli Tarnim e Basim, di otto anni, e Tasnim, di 13, mentre altri cinque membri della famiglia sono rimasti feriti a causa dello scoppio del generatore di corrente, avvenuto il 24 febbraio.

Il capofamiglia, il docente universitario Nasim, ha raccontato di aver messo in funzione il generatore, sistemato nella cantina, nella parte bassa della casa, ma dopo cinque ore e mezzo che andava è scoppiato, causando un incendio che ha provocato la morte di tre figli, ustioni ad altri membri della famiglia e la distruzione del mobilio.

Mentre lacrime di dolore scendono sul suo volto, Nasim ci dice: “Se avessi saputo che quel generatore avrebbe ucciso i miei figli… ma l’ho fatto perché costretto… avevo da preparare le mie lezioni all’università, e non lo si può fare mentre le interruzioni di corrente ti lasciano la casa al buio”.

L’80% degli abitanti della Striscia è a rischio. Ra’id Abu Daqqa, responsabile della Protezione Civile a Khan Yunis, attribuisce la causa dell’incidente a un utilizzo del generatore superiore al consentito (più di quattro ore non si potrebbe), per non parlare del fatto che il prof. Nasim ha ammesso di custodire una discreta quantità di carburante nella stessa stanza in cui si trovava il generatore.

Abu Daqqa sostiene che quel che è successo alla famiglia Abu Jami‘ potrebbe accadere all’80% degli abitanti della Striscia di Gaza, che ascoltando notizie sull’ipotetica chiusura dei tunnel tra la Striscia e l’Egitto si sono precipitati a versare galloni di carburante in contenitori di plastica da 16 litri o in bidoni, collocandoli sia dentro gli appartamenti che nelle cantine, addirittura nelle vicinanze di generatori che possono incepparsi o esplodere.

La Protezione Civile ha registrato, dall’inizio dell’anno, un elevato numero di incidenti provocati dai generatori - 56 in una sola settimana, tra scoppi e incendi –, così ha rivolto un appello ai cittadini affinché conservino il carburante lontano dai generatori, in specie quando sono in funzione, e non mettano il carburante nei generatori mentre sono accesi; inoltre ha consigliato di tenerli in luoghi aperti.

Con le vittime dell’assedio israeliano che aumentano giorno dopo giorno, i palestinesi di Gaza sperano che quest’embargo finisca, e si risolva perciò anche il problema dei generatori. Essi mostrano infatti un certo ottimismo dopo aver ascoltato le dichiarazioni della UE, che ha affermato che il problema della corrente elettrica nella Striscia si risolverà entro pochi giorni…

Fonte: infopal

Immigrazione. dimezzate le domande di asilo in Italia nel 2009


I dati sulle domande di asilo presentate in Italia nel 2009, resi noti dal Ministero dell’Interno, evidenziano un drastico calo rispetto all’anno precedente. Dalle 30.492 domande presentate nel 2008 si è passati infatti a 17.603 richieste di protezione internazionale presentate nel 2009. Mentre a livello europeo si nota una sostanziale stabilità nel numero delle domande, in alcuni paesi europei come Francia (circa 42mila domande) e Germania (circa 27mila) le domande di asilo sono aumentate rispettivamente del 20 e del 25% in rapporto all’anno precedente.

In Italia tale diminuzione può essere anche attribuita alle politiche restrittive attuate nel Canale di Sicilia da Italia e Libia, fra cui la prassi dei respingimenti in mare. Va rilevato come una gran parte di coloro che hanno raggiunto le coste italiane fino al mese di maggio 2009 aveva fatto domanda di asilo. L’anno precedente il 75% di coloro arrivati via mare aveva chiesto protezione alle autorità italiane ottenendola nel 50% dei casi circa.

“Il netto calo delle domande di asilo in Italia dimostra come i respingimenti anziché contrastare l’immigrazione irregolare abbiano gravemente inciso sulla fruibilità del diritto di asilo in Italia.” ha dichiarato Laurens Jolles, Rappresentante dell’UNHCR per l’Europa meridionale.

Dal maggio 2009 gli sbarchi sono calati del 90% rispetto all’anno precedente mentre la violenza e l’instabilità nei paesi di origine dei richiedenti asilo continuano a mettere in fuga sempre più persone per cercare protezione in paesi sicuri. In Somalia più di 250mila civili sono stati costretti a lasciare Mogadiscio dal maggio 2009, quando i gruppi armati di opposizione hanno sferrato i primi attacchi mirati a spodestare il governo di transizione appena insediatosi. In Eritrea la leva obbligatoria a tempo indeterminato per uomini e donne, insieme ad un deterioramento del rispetto dei diritti umani, continua ad alimentare la fuga di molti dei suoi cittadini.

Somalia ed Eritrea sono i principali paesi di provenienza dei richiedenti asilo ai quali le autorità italiane hanno concesso nel 2009 l’asilo o la protezione sussidiaria (2.500 somali, 1.325 eritrei).

venerdì 12 marzo 2010

Congo RDC, continuano gli scontri nel Sud Kivu: MSF chiede ai belligeranti di rispettare l’accesso alle cure per i feriti


Medici Senza Frontiere esprime profonda preoccupazione per il deteriorarsi della situazione nell'Hauts Plateaux nella regione di Uvira (Sud Kivu), Repubblica Democratica del Congo (RDC). Migliaia di civili sono intrappolati da un conflitto che imperversa nella zona dall'inizio del febbraio scorso tra l'esercito congolese (FARDC) e i ribelli delle Democratic Forces for the Liberation of Rwanda (FDLR) e vari gruppi armati. L’uso della violenza contro i civili è frequente e la costante minaccia dell’uso delle armi rende estremamente difficoltoso l’accesso all’ospedale locale, dove un’equipe di MSF effettua operazioni chirurgiche. Attualmente MSF è l'unica organizzazione a fornire assistenza medica nella regione.

A causa degli intensi combattimenti nell’area di Hauts Plateaux, oltre 10 mila persone sono fuggite dai loro villaggi (Kitoga, Mugutu, Birunga, Kangova) per cercare rifugio nella zona di Mukumba all'inizio del febbraio 2010. MSF nell’Hauts Plateaux il 10 febbraio ha cominciato a fornire assistenza medica di emergenza alle famiglie sfollate. Da allora, MSF ha fornito assistenza medica nel villaggio di Kihuha a più di 750 pazienti affetti principalmente da infezioni del tratto respiratorio e da diarrea acuta e ha inoltre ricevuto decine di feriti, compresi bambini, bisognosi di assistenza chirurgica d'urgenza. Un’equipe di MSF specializzata in chirurgia d'urgenza è arrivata pochi giorni dopo all’ospedale in un vicino villaggio nel Katanga, dotato di una sala operatoria, per effettuare interventi chirurgici sui civili. Tuttavia, sono stati effettuati pochi interventi perché la popolazione era estremamente spaventata e non si recava in ospedale.

"Le persone che hanno raggiunto la nostra struttura medica, ci hanno raccontato che molti civili hanno paura di venire in ospedale, perché temono di essere aggrediti dai gruppi armati. Non esiste alcun luogo sicuro per nascondersi", dichiara Philippe Havet, capo missione di MSF in RDC. "L’Hauts Plateaux è una zona molto isolata con montagne che arrivano fino a 3mila metri di altezza e non non vi sono strade ovunque. Gli scontri tra i combattenti sono molto feroci e i civili sono vittime dirette. Temiamo che molte persone potrebbero morire, perché non riescono a raggiungere l'ospedale per ricevere l'assistenza medica salvavita di cui hanno bisogno".

Attualmente MSF è l'unica organizzazione umanitaria internazionale che fornisce assistenza medica diretta nell’Hauts Plateaux. Le equipe di MSF si trovano ad affrontare sfide enormi per fornire cure alle famiglie sfollate. "Ci vogliono cinque o sei ore a piedi per raggiungere la nostra clinica a Kihuha e altre due ore da lì per raggiungere l'ospedale in Katanga dove si trova il nostro team chirurgico," ha affermato Steve Avoci, chirurgo di MSF in Katanga. "Questa è una zona molto isolata e le condizioni sono molto difficili. Pochi giorni fa, è arrivato un paziente che necessitava di un intervento chirurgico urgente. E’ stato un intervento complicato e non è stato possibile inviarlo in un'altra struttura ospedaliera adeguata, così ho chiesto supporto a un chirurgo di MSF da Bukavu."

Vista la situazione nell’Hauts Plateaux, MSF è seriamente preoccupata per la sorte delle migliaia di sfollati interni intrappolati nel conflitto. MSF chiede a tutti i gruppi armati di rispettare il diritto internazionale umanitario e la sicurezza dei civili e di consentire l'accesso immediato alle cure mediche di emergenza per i feriti. "I civili feriti hanno un disperato bisogno di protezione e di assistenza medica di emergenza. Hanno il diritto di avere libero accesso ai nostri medici", dichiara Philippe Havet.

MSF lavora a Kalonge e a Kitutu nel Kivu meridionale, sostiene centri di salute e gestisce cliniche mobili per fornire assistenza sanitaria primaria e di emergenza agli sfollati della zona. MSF lavora inoltre nell’ospedale di Baraka e in un centro per il trattamento del colera a Fizi dove vengono curate le principali cause di morte di questa zona (malaria, malnutrizione, tubercolosi e colera). Nel Nord Kivu, nonostante l'insicurezza e la violenza in corso, MSF gestisce programmi sanitari a Rutshuru, Nyanzale, Masisi, Mweso e Kitchanga. Nei progetti di MSF nel Nord e Sud Kivu sono impiegati 76 operatori internazionali e 1.144 congolesi.