venerdì 30 aprile 2010

Niger: 400mila tra adulti e bambini vaccinati contro la meningite con l'aiuto di Medici Senza Frontiere


MSF ha supportato il Ministero della Salute nell’organizzazione e gestione della logistica della campagna di vaccinazione contro la meningite meningococcica che si è svolta dal 13 al 25 aprile in Niger nelle regioni di Zinder, Maradi e Madaoua.

Il drastico aumento dei casi di meningite riscontrato nelle suddette aree ha portato il Ministero della Salute a indire una opportuna campagna di vaccinazione di massa. Un accordo con il Gruppo di Coordinazione Internazionale (ICG) per la fornitura di vaccini per il controllo delle epidemie di meningite ha permesso la rapida acquisizione di dosi di vaccino sufficienti a vaccinare 400mila persone.

I microorganismi del meningococco responsabili dell’epidemia di meningite di quest’anno sono del ceppo W135, invece dell’A e C, responsabili dell’epidemia dello scorso anno nell’Ovest del continente africano. Nel 2009, circa 3 milioni di persone sono state vaccinate contro i ceppi A e C in Niger con il supporto di MSF.

Quest’anno, ancora una volta, MSF ha accolto la richiesta di assistenza delle autorità pubbliche per l’organizzazione e gestione della logistica della campagna, oltre al sostegno nella cura dei pazienti infetti, attraverso l’installazione di unità di isolamento negli ospedali preposti all’accoglienza dei malati di meningite.

“Questo nuovo vaccino offre protezione contro i ceppi A, C e W135 per i prossimi 3 anni”, spiega Clara Delacre, coordinatrice delle vaccinazioni per MSF nelle regioni di Maradi e Madaoua. “La vaccinazione è stata gratuita per le persone dai 2 ai 30 anni. Sono stati vaccinati 174.000 bambini e adulti appartenenti a questa fascia di età nello Zinder, 156.000 nel Maradi e 61.400 nel Madaoua.

La meningite meningococcica è una forma batterica acuta di meningite, malattia infiammatoria delle membrane che rivestono l'encefalo. I batteri si trasmettono tra le persone per via respiratoria quando sono a stretto contatto. I sintomi più comuni sono irrigidimento del collo, cefalea, febbre elevata, fotofobia e vomito. Se non curata, la meningite meningococcica porta al decesso del malato nel 50% dei casi. L’area di diffusione della malattia in Africa va dal Senegal all’Etiopia ed ha il tasso di mortalità più alto del mondo.

Fonte: MSF

Lotta alla fame: otto argomenti poco conosciuti


Far arrivare il cibo a chi ha fame, in tutto il mondo: sono quasi 50 anni che il WFP lavora a questo fine, con una conoscenza approfondita dell'intervento umanitario e di come raggiungere chi ha fame. In questo articolo vengono descritti 8 aspetti poco conosciuti dei meccanismi che permette al WFP di raggiungere milioni di persone affamate ogni anno.

1. Il cibo, più vicino di quanto si creda

Molte persone pensano che tutti gli aiuti alimentari provengono dai paesi ricchi e attraversano il mondo prima di giungere a destinazione. Eppure, nel 2009, un terzo dell'assistenza alimentare del WFP è stata acquistata nello stesso paese dov'era necessaria. Inoltre, l'80% di tutto il cibo è stato acquistato dal WFP nei paesi in via di sviluppo.

2. In viaggio sugli Yack

Per far arrivare l'assistenza alimentare nelle scuole che si trovano in zone remote e difficilmente raggiungibili del Bhutan, in Asia, spesso bisogna intraprendere un viaggio di otto giorni attraverso l'Himalaya, usando gli yack. In altri paesi sono invece i buoi, i muli, i cavalli, i cammelli e persino gli elefanti ad essere usati come mezzi di trasporto alternativi ai camion, in mancanza di strade percorribili.

3. L'esatta altitudine

Quando si lancia il cibo dagli aerei il velivolo deve viaggiare a una quota di 180-300 metri dal suolo (a seconda delle condizioni del vento). Se si lanciano gli aiuti alimentari da un'altitudine eccessiva, l'impatto può distruggere i sacchi di cibo. Mentre, se si vola troppo basso, potrebbero rotolare, rischiando di rompersi o di strapparsi. Il WFP ha perfezionato il meccanismo in modo che arrivi intatto il 99, 6 percento del cibo lanciato dagli aerei.

4. Pronti a costruire ciò che serve

Quando bisogna portare velocemente il cibo a migliaia di persone affamate , può capitare che i collegamenti siano interrotti. A seguito del terremoto ad Haiti, per esempio, il WFP ha dovuto ricostruire il porto principale prima di potervi convogliare l'assistenza alimentare .

5. Sfiorando la perfezione

Di tutta l'assistenza alimentare del WFP consegnata ai paesi beneficiari, il 99,5 per cento raggiunge con sicurezza chi ha fame o le organizzazioni non governative, partner del WFP, che ci aiutano a distribuirla. Questa percentuale così alta si deve in parte anche al sistema di monitoraggio degli aiuti alimentari, il cui compito è quello di seguire i sacchi di cibo lungo tutto il percorso.

6. Il massimo impatto

Il miglior modo per ottimizzare l'impatto dell'assistenza alimentare è di destinarla ai bambini sotto i due anni. Se i bambini e i neonati non ricevono la giusta alimentazione nei primi anni di vita, il loro sviluppo fisico e cerebrale può essere irreversibilmente compromesso. Al contrario, se ricevono un'alimentazione e una nutrizione corretta, hanno più possibilità di condurre una vita sana ed attiva.

7. In 24 ore

Può capitare che il lavoro per salvare vite umane inizi prima che un'emergenza colpisca. Avere avuto a disposizione gli aiuti alimentari d'emergenza pre-posizionati nei magazzini di Haiti, ha permesso al WFP di dare avvio al suo intervento entro le prime 24 ore dal terremoto del 12 gennaio.

8. Cibo pronto

Una razione di 500 grammi di biscotti ad alto contenuto energetico garantisce l'energia necessaria (2.250 calorie) ad un adulto per un giorno. Questi biscotti sono cruciali subito dopo un disastro, quando c'è bisogno di cibo energetico e nutriente, poiché non hanno bisogno di cottura e sono molto facili da trasportare.

Fonte: WFP

UNICEF: al via la campagna di vaccinazione per 60.000 bambini di Haiti


60.000 bambini saranno vaccinati grazie all'UNICEF ad Haiti: l'iniziativa è parte della “Settimana delle vaccinazioni delle Americhe”, una campagna annuale che coinvolge 44 paesi del continente americano

Si stima che circa 60.000 bambini sotto i cinque anni di Haiti riceveranno vaccinazioni salvavita nei prossimi giorni, nel quadro della “Settimana delle vaccinazioni delle Americhe”, un’iniziativa annuale che coinvolge 44 paesi dell'intero continente americano.

La campagna di vaccinazione ad Haiti è coordinata dal locale Ministero della Salute con il sostegno di UNICEF, Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e Pan American Health Organization.

La campagna prende il via sabato 1° maggio e sarà concentrata nelle aree di Cornillon, Fonds Verettes, Gantier e Thomazeau (nel dipartimento occidentale del paese), e a Cayes Jacmel, Marigot, Anse-à-Pitre, Belle Anse, Grand Gosier e Hotte (nel dipartimento sud-orientale, vicino al confine con la Repubblica Dominicana).

I bambini verranno vaccinati contro poliomielite, difterite, tetano, pertosse, morbillo e rosolia e riceveranno dosi di vitamina A e vermifughi.

«La vaccinazione è lo strumento salvavita per i bambini più efficace e meno costoso, ma il costo umano di non vaccinare anche un solo bambino è incommensurabile» dichiara la Rappresentante dell'UNICEF ad Haiti Françoise Gruloos-Ackermans.

Le vaccinazioni saranno effettuate sia in postazioni fisse sia con squadre mobili che viaggiano per raggiungere le comunità più lontane. In questa campagna verrà impiegato un totale di 146 team di vaccinatori.

L'UNICEF fornisce vaccini, siringhe e altro materiale e finanzia insieme all’OMS le operazioni logistiche.

Questa tornata di vaccinazioni integrerà la campagna iniziata a febbraio, che ha già raggiunto più di 220.000 bambini di età inferiore a otto anni in 687 postazioni nei campi per sfollati di Port au Prince, Leogane, Petit Goave, Grand Goave e Gressier.

Fonte: UNICEF

Manifestazione in difesa delle tribù isolate contro il gigante petrolifero Repsol


Manifestazione oggi davanti al quartiere generale del gigante petrolifero Repsol-YPF in segno di protesta contro le esplorazioni petrolifere che la compagnia ha in programma di effettuare nelle terre delle tribù incontattate. La Repsol, che tiene oggi la sua assemblea generale annuale, rifiuta di accettare che esistano tribù isolate.

Sui cartelli che i manifestanti hanno innalzato davanti agli uffici della compagnia a Madrid si leggeva: “Repsol: minaccia d’estinzione per le tribù incontattate”.

La Repsol, una compagnia ispano-argentina, ha annunciato l’intenzione di tracciare 454 chilometri di linee sismiche e di costruire 152 eliporti in un’area della remota foresta amazzonica peruviana abitata da almeno due tribù di Indiani incontattati.

La Repsol ha dichiarato di aver “studiato l’argomento in dettaglio e di non essere stata in grado di ottenere alcuna valida prova della supposta esistenza di questi popolì”. In realtà ci sono oltre trenta differenti prove della presenza delle tribù nell’area.

La regione in cui la Repsol spera di lavorare, nota come “Lotto 39”, si trova a nord del Perù, vicino al confine con l’Ecuador. Un gruppo di scienziati ambientalisti ha recentemente sostenuto che si tratta di una delle aree del Sud America a maggiore biodiversità.

“Le attività della Repsol nel nord del Perù” ha dichiarato oggi Stephen Corry, Direttore generale di Survival International, “violano i diritti delle tribù isolate tutelati dalla legge internazionale e si prende gioco della Dichiarazione ONU dei Diritti dei popoli indigeni. Sta mettendo in pericolo le vite di alcuni dei popoli più vulnerabili del mondo, oltre quelle degli operai della Repsol stessa, e la compagnia non può operare in quest’area né in modo sicuro né in maniera eticamente corretta. La sollecitiamo ad abbandonare subito i suoi progetti nella regione”.

Fonte:Survival

giovedì 29 aprile 2010

Primo Maggio. Al lavoro per l'acqua


Il fine settimana del 24 e 25 aprile è iniziata in tutta Italia la raccolta firme per i referendum per la ripubblicizzazione dell'acqua. In centinaia di piazze italiane sono stati allestiti i banchetti che hanno raccolto, in 2 giorni, oltre 100mila firme. La raccolta continua anche il Primo Maggio, Festa dei lavoratori. In tutta Italia, centinaia di banchetti (qui trovate la mappa). A Roma troverete i banchetti anche al Concertane di Piazza San Giovanni. Per scaricare il manifesto da stampare cerca qui.

I tre quesiti vogliono abrogare la vergognosa legge approvata dall’attuale governo nel novembre 2009 e le norme approvate da altri governi in passato che andavano nella stessa direzione, quella di considerare l’acqua una merce e la sua gestione finalizzata a produrre profitti. Dal punto di vista normativo, l’approvazione dei tre quesiti rimanderà, per l’affidamento del servizio idrico integrato, al vigente art. 114 del Decreto Legislativo n. 267/2000.

Tale articolo prevede il ricorso alle aziende speciali o, in ogni caso, ad enti di diritto pubblico che qualificano il servizio idrico come strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica”, servizio di interesse generale e privo di profitti nella sua erogazione.

Verrebbero poste le premesse migliori per l’approvazione della legge d’iniziativa popolare, già consegnata al Parlamento nel 2007 dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, corredata da oltre 400.000 firme di cittadini. E si riaprirebbe sui territori la discussione e il confronto sulla rifondazione di un nuovo modello di pubblico, che può definirsi tale solo se costruito sulla democrazia partecipativa, il controllo democratico e la partecipazione diretta dei lavoratori, dei cittadini e delle comunità locali.

Fonte:acquabenecomune

Survival chiede a Salini di ritrattare le accuse mosse contro l’associazione


Nuova bufera per Salini Costruttori dopo l’ondata di critiche sollevatesi il mese scorso in tutto il mondo contro Gibe 3, la più alta diga dell’Africa che la controversa società italiana sta costruendo sul fiume Omo, in Etiopia. Salini ha mosso infatti pesanti accuse contro l’organizzazione per i diritti dei popoli indigeni Survival International senza però fornire prove delle sue dichiarazioni.

Secondo Salini, Survival avrebbe dichiarato che il bacino della diga ha una dimensione di ben 15 volte superiore al reale: “L’invaso prodotto dalla diga ha un volume di circa 14 miliardi di metri cubi e non 216 miliardi di metri cubi, come erroneamente calcolato e allarmisticamente annunciato” recita il comunicato di Salini del 30 marzo scorso. Ma Survival non ha mai dichiarato nulla di simile. Abbiamo scritto a Salini chiedendole di dimostrare l’accusa, oppure di ritrattarla. Ma non abbiamo ricevuto risposta.

La diga è destinata a distruggere i mezzi di sussistenza di 200.000 indigeni che, per vivere, dipendono dal fiume e da cicli naturali delle sue esondazioni.

Nel comunicato stampa, Salini afferma che Gibe 3 porterà benefici ai popoli tribali della valle dell’Omo. Ma una coalizione di esperti, diverse organizzazioni internazionali e numerosi antropologi sono d’opinione opposta.

I lavori di costruzione della diga sono iniziati nel dicembre 2006, senza prioritaria consultazione delle comunità coinvolte. Molti dei popoli indigeni sono tuttora ignari di quel che potrebbe accadere al fiume e alle sue piene. Il governo etiope ha infatti reso le consultazioni virtualmente impossibili e ha sciolto 41 associazioni comunitarie locali.

Oltre a produrre energia elettrica destinata all’esportazione, la diga Gibe 3 permetterà l’irrigazione di vaste distese di terra. Il Governo etiope ha già cominciato ad affittare migliaia di ettari di terreno a governi e società agricole straniere condannando i popoli tribali della valle a perdere terre di pascolo vitali per la loro sopravvivenza.

“Le tribù della bassa valle dell’Omo stanno per essere totalmente devastate dalla diga” ha dichiarato Stephen Corry, direttore generale di Survival. “Eppure, non sono state nemmeno consultate. Come può Salini sostenere che un progetto che viola i fondamentali diritti umani di popoli vulnerabili sia qualcosa di diverso da un’idea profondamente scellerata?”

Scarica una sintetica replica di Survival alle accuse mosse contro di lei da Salini Costruttori.

Fonte:Survival

Greenpeace: facciamo come l'Austria, al bando la patata Ogm


L'Italia e gli altri stati membri dovrebbero seguire l'esempio austriaco e opporsi all'agenda pro-Ogm della Commissione europea, facendo in modo che non venga più concessa alcuna autorizzazione per gli organismi geneticamente modificati fino a quando i rischi per la salute, l'ambiente e gli impatti socioeconomici non saranno adeguatamente valutati, come richiesto all'unanimità dal Consiglio UE già da dicembre 2008” commenta Federica Ferrario, responsabile campagna Ogm di Greenpeace, alla notizia dell’entrata in vigore del nuovo bando austriaco contro la patata Amflora.

I dubbi sulla sicurezza della patata transgenica sono fondati: contiene un gene che trasmette la resistenza ad alcuni antibiotici e che potrebbe far aumentare la resistenza dei batteri a farmaci salvavita. A lanciare l’allarme sono l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l'Agenzia europea per i medicinali che hanno già messo in guardia circa “l'importanza critica” degli antibiotici colpiti dalla patata Ogm, contenuti nel prontuario nazionale dei farmaci e quindi considerati "ufficialmente utili" dal Ministero della Salute.

Secondo le attuali norme europee, i geni per la resistenza agli antibiotici che potrebbero avere effetti avversi sulla salute umana e l'ambiente avrebbero dovuto essere gradualmente eliminati già dalla fine del 2004. Inoltre, l'Efsa non ha valutato gli impatti di questa patata geneticamente modificata sull'ambiente.

"Il presidente della Commissione UE Barroso e il commissario Dalli stanno tentando di imporre con la forza gli Ogm nel nostro cibo e nei nostri campi, senza tenere in considerazione la mancanza di un'adeguata valutazione dei rischi ambientali e sanitari, l'opinione pubblica, la volontà degli stati membri e il parere degli scienziati", conclude Ferrario.

Secondo un sondaggio fatto da Greenpeace Germania sulle catene di fast-food, tutti i colossi hanno già detto no alla patata Ogm. Interpellati dalla Ong tedesca, le 10 principali aziende del settore hanno annunciato di non voler utilizzare patate transgeniche nei loro menù.

Il motivo e' semplice: i consumatori non vogliono mangiare Ogm e queste aziende temono il conseguente danno d'immagine.

Tra le aziende interpellate ci sono gli americani McDonald's, Burger King, PepsiCo e Procter & Gamble e i tedeschi LSG, Rast & Tank, Nordsee, Intersnack, Agrarfrost e Lorenz Bahlsen Snack-World.

Intanto prosegue la petizione per chiedere una moratoria degli Ogm a livello europeo, che ha già superato le 600.000 adesioni.

L'agricoltura biologica è l'unica soluzione per il futuro del nostro cibo

FAI COME ME FIRMA LA PETIZIONE PER DIRE NO AGLI OGM

652,435 hanno firmato la petizione. Aiutaci ad arrivare a 1,000,000

Link Petizione:

http://www.greenpeace.org/italy/futuro-libero-da-OGM

Fonte: Greenpeace

Amnesty International ai candidati alle presidenziali in Colombia: "I diritti umani siano al centro della campagna elettorale".


In una lettera aperta a tutti i candidati alle elezioni presidenziali che si terranno in Colombia il 30 maggio, Amnesty International ha chiesto che il rispetto dei diritti umani sia tra le principali priorità della campagna elettorale.

Nella lettera aperta, Amnesty International elenca le proprie preoccupazioni per la situazione dei diritti umani e chiede ai candidati di illustrare in modo chiaro le politiche che porteranno avanti e le specifiche misure che attueranno per assicurare il pieno rispetto dei diritti umani nel paese.

"Anche se i candidati hanno fatto un breve riferimento ai diritti umani in un questionario pubblicato ultimamente dal periodico Semana, è ancora francamente scioccante che, in un paese dove i diritti umani sono sistematicamente violati dai protagonisti di un conflitto interno che va avanti da 45 anni, questo tema non abbia la priorità che merita" - ha dichiarato Susan Lee, direttrice del Programma Americhe di Amnesty International.

Nel tentativo di far risaltare il tema dei diritti umani nei programmi elettorali, la Campagna nazionale e internazionale per il diritto a difendere i diritti umani e l'organizzazione Giornalisti per la pace hanno invitato i candidati alla vicepresidenza a partecipare a un dibattito sui diritti umani, in programma nella capitale Bogotá, il 5 maggio.

"Si tratta di un'importante opportunità per parlare di diritti umani e prendere impegni chiari nei confronti delle preoccupazioni espresse da Amnesty International nella sua lettera aperta e di ciò che diranno gli altri partecipanti all'incontro. Speriamo davvero, e li sollecitiamo a farlo, che i candidati alla vicepresidenza vorranno prendere parte all'incontro e dimostrare in questo modo un impegno senza tentennamenti per porre fine alla crisi dei diritti umani" - ha detto Lee.

La lettera aperta di Amnesty International stigmatizza le responsabilità delle parti coinvolte nel conflitto (la guerriglia, i paramilitari e le forze di sicurezza) per non aver protetto la popolazione civile dalle conseguenze del conflitto sui diritti umani e per non aver rispettato il suo diritto a non essere trascinata nelle ostilità. L'impunità più di ogni altro fattore, sottolinea Amnesty International, ha contribuito al prolungamento della crisi dei diritti umani.

"Ogni anno, centinaia di migliaia di civili sono costretti a lasciare le proprie abitazioni a causa del conflitto, mentre molti altri vengono minacciati, uccisi, fatti sparire o sequestrati. La situazione dei popoli nativi, degli abitanti di discendenza africana e delle comunità contadine è particolarmente difficile, così come quella dei difensori dei diritti umani. Vogliamo semplicemente sapere cosa intenderà fare su questo il nuovo presidente" - ha affermato Lee.

Nonostante alcuni passi avanti in qualche inchiesta di alto profilo sulle violazioni dei diritti umani, l'impunità rimane la regola e molti responsabili non sono mai stati identificati né tantomeno processati.

"La triste verità è che la vasta maggioranza degli autori di violazioni dei diritti umani continua a farla franca mentre coloro grazie ai quali alcune inchieste registrano progressi (avvocati, pubblici ministeri, giudici e testimoni) vengono regolarmente minacciati o uccisi. Il nuovo governo dovrà dire chiaramente cosa farà per garantire giustizia alle vittime e ai loro familiari" - ha sottolineato Lee.

"Auspichiamo che tutti i candidati dicano a chiare lettere che, se saranno eletti, avranno la volontà politica di porre fine a molti decenni di violazioni dei diritti umani e di abbattere la vergognosa ed endemica impunità che ha permesso che tutto questo sia andato avanti fino a oggi" - ha concluso Lee.

Fonte: Amnesty International

mercoledì 28 aprile 2010

ZUCCHERO: COLDIRETTI, INACCETTABILI TENTATIVI PRIVATIZZARE RISORSE


Nel momento in cui non si riescono ancora a reperire gli 86 milioni di euro necessari al finanziamento del Fondo bieticolo – saccarifero, ha il sapore della beffa che si continuino a proporre emendamenti tesi a trasferire per legge a società private somme destinate alle finalità pubbliche e dunque dei bieticoltori. Somme che occorre invece identificare e recuperare in fretta, come prevede una recente sentenza del TAR. E' quanto afferma la Coldiretti in riferimento agli emendamenti presentati alla Camera nel corso dell'esame del DL incentivi per privatizzare i fondi di Finbieticola ora Terrae sui quali è correttamente intervenuto il parere di inammissibilità della Commissioni riunite Finanze e Attività produttive della Camera che stanno esaminando il provvedimento.

La presentazione di questi emendamenti - denuncia la Coldiretti - è particolarmente grave ed irrispettosa dei produttori agricoli e delle Istituzioni soprattutto dopo che:

- l'Avvocatura dello Stato ha già espresso il proprio parere sulla “natura pubblica dell'attività svolta dalla Finbieticola e, comunque, le finalità pubbliche poste alla base delle disposizioni comunitarie e nazionali”;

- già in passato la Commissione Bilancio della Camera aveva bocciato emendamenti simili perché ritenuti onerosi per la Stato ;

- una recente sentenza del Tar ha già imposto al Ministero delle Politiche Agricole di procedere alla “ricognizione delle somme” destinate al settore bieticolo “oggetto di operazioni illegittime” attuate dalla società Finbieticola (oggi Terrae) e al “conseguente recupero delle somme distratte dalle finalità correlate agli interessi dei bieticoltori”;

- è stata già istituita una Commissione d'inchiesta da parte del Ministero delle Politiche Agricole con funzioni ispettivo contabili per ottemperare alla sentenza del TAR.

Su questa vicenda - sottolinea la Coldiretti - non accetteremo alcuna omissione o scorciatoia o forzatura normativa che possa danneggiare ulteriormente i bieticoltori. Sarebbe una provocazione inaccettabile nei confronti degli agricoltori italiani alla quale, in un momento di gravi difficoltà, tutti i produttori non potrebbero non reagire. Occorre - conclude la Coldiretti - avviare da subito e con la massima trasparenza il lavoro della Commissione ministeriale, per verificare ciò che è da verificare e recuperare le somme “distratte” .

Fonte:Coldiretti

Alimentazione di madri e bambini: una priorità per i leader del G8.


Questa settimana, i ministri per lo Sviluppo dei paesi del G8 si incontreranno ad Halifax per stabilire le priorità del prossimo vertice dei Grandi di giugno. Uno dei principali argomenti da affrontare sarà la salute delle madri e dei bambini. Non è difficile capire perchè: ogni anno, più di 3,5 milioni di bambini muoiono a causa di una scarsa alimentazione.
Quasi 10.000 vite che si spengono ogni giorno.

Non esiste obiettivo più urgente o fondamentale che far arrivare un giusto nutrimento alle madri e ai bambini. Il Canada sta garantendo una forte leadership sul tema in quanto paese ospitante del Summit G8.

La scienza è chiara su ciò che è gioco. Oggi sappiamo che per un bambino è impossibile recuperare dopo l'arresto del proprio sviluppo cerebrale e fisico causato dalla malnutrizione nei primi due anni di vita. Lasciando senza il giusto nutrimento i bambini sotto i due anni, stiamo privando un'intera generazione del proprio futuro. Proprio per questo, focalizzare l'attenzione sui più piccoli è fondamentale - questo è il momento in cui un investimento globale può fare la differenza per i decenni a venire.

200 milioni di bambini

Globalmente, la malnutrizione colpisce quasi 200 milioni di bambini (UNICEF). Ciò significa che proprio in questo momento 200 milioni di bambini stanno subendo danni cerebrali e fisici che segneranno tutta la loro vita.

Fra questi bambini ci sono i terremotati di Haiti, le vittime dalla siccità in Kenya, le vittime di violenze in Somalia, e coloro che non hanno da mangiare a causa degli alti prezzi nelle repubbliche centro asiatiche.

La malnutrizione è anche un problema per l'economia. Gli studi dimostrano che il costo della malnutrizione per i paesi in via di sviluppo è pari all'11 per cento del PIL e che un bambino che riceve un'alimentazione sana guadagnerà, da adulto, uno stipendio del 50 per cento più alto.

Anche se le cause della malnutrizione infantile sono molteplici, l'obiettivo è uno solo: garantire ai bambini vulnerabili il cibo adeguato e i giusti interventi nutrizionali. Sfortunatamente, raggiungere l'obiettivo non è semplice e richiede una collaborazione senza precedenti fra gli esperti di diversi settori- Dalla scienza alla tecnologia alimentare, dalla salute, aalla logistica e alla medicina.

Il giusto cibo nel momento giusto

Il WFP sfama 100 milioni di persone all'anno con cibo, interventi nutrizionali, fra cui i pasti scolastici e l'alimentazione supplementare. Nell'ultimo anno, l'80 per cento degli interventi si è indirizzato verso le donne e i bambini poiché sono le categorie più esposte al rischio. Riempire uno stomaco vuoto non è abbastanza. Dobbiamo essere certi che il cibo che forniamo contenga esattamente il giusto contenuto nutrizionale di cui hanno bisogno le persone più vulnerabili, come le donne incinte o che allattano, i bambini sotto i due anni di età e coloro che convivono con l'HIV/AIDS e con altre malattie potenzialmente mortali.

Il Canada è sempre stato un paese leader nella lotta alla malnutrizione. Il sostegno fornito dal Canada e la grande attenzione verso il dramma della malnutrizione hanno aiutato il WFP a garantire la fondamentale alimentazione supplementare ai bambini sotto i 5 anni e alle donne incinte o che allattano dopo il terribile terremoto di Haiti e in molti altri posti del mondo. Oltre a ciò il Canada è grande sostenitore dei progetti che prevedono l'utilizzo di micronutrienti, il cui scopo è quello di fornire le vitamine e i minerali necessari a sopravvivere e crescere bene.

Un'opportunità unica

Sappiamo che c'è ancora molto da fare. La Banca Mondiale stima che circa 10 miliardi di dollari all'anno garantirebbero la messa in opera di 13 interventi di cui è provata l'efficacia nei paesi più vulnerabili del mondo, dalla fortificazione del cibo a razioni supplementari ai più vulnerabili.

Alcuni Stati hanno già combattuto e risolto questo problema come la Cina, il Brasile, la Thailandia e il Cile. In prospettiva, le soluzioni per un'alimentazione sostenibile devono essere trovate dai paesi stessi. Gli stati donatori e le partneship con il settore privato possono aiutare a realizzare soluzioni interne ai singoli stati fornendo supporto e consulenze scientifiche.

I protagonisti del G8 hanno la grande opportunità di far diventare la battaglia alla malnutrizione infantile uno dei pilastri del summit di Muskoka. É giunto il momento. Tutto ciò di cui c'è bisogno è grande attenzione, conoscenze, volontà politica e risorse da tutto il mondo. Il Summit G8 può diventare la chiave di volta per trasformare la malnutrizione infantile in un ricordo del passato. Possiamo farcela e il Canada continua a mostrarci la strada.

Fonte:WFP

Allerta FAO: aumenta la minaccia di afta epizootica


La FAO ha oggi sollecitato maggiore sorveglianza internazionale contro l'afta epizootica (FMD, l'acronimo inglese) a seguito di tre recenti episodi in Giappone e Corea del Sud.

"Siamo preoccupati perché le rigorose misure di biosicurezza applicate dai due paesi sono state completamente travolte, segno di una infezione recente, su larga scala, nella zona d'origine, molto probabilmente in Estremo Oriente", ha dichiarato Juan Lubroth, veterinario Capo della FAO.

"Negli ultimi 9 anni, le incursioni della malattia in paesi ufficialmente immuni, come erano il Giappone e la Corea del Sud, sono state estremamente rare, per cui avere adesso 3 episodi in soli 4 mesi è motivo di seria preoccupazione", ha fatto notare l'esperto.

"Dobbiamo anche chiederci se non ci troviamo di fronte ad una possibile ripetizione della disastrosa epidemia del 2001 che si diffuse in Sudafrica, in Gran Bretagna ed in Europa a partire da precedenti incursioni proprio in Giappone e Corea del Sud", ha aggiunto Lubroth.

L'epidemia di afta epizootica del 2001 ha causato nella sola Gran Bretagna circa otto miliardi di sterline (più di 12 miliardi di dollari) di perdite per l'agricoltura, per il commercio di bestiame e per il turismo. Si stima che per evitare l'ulteriore diffusione dell'epidemia in quell'occasione siano stati abbattuti in Gran Bretagna più di sei milioni di capi di ovini e bovini.

All'inizio di questo mese le autorità veterinarie giapponesi hanno confermato un focolaio del tipo "O" del virus dell'afta epizootica, attualmente il più comune nei paesi asiatici dove la malattia è endemica. La Corea del Sud è stata colpita in gennaio dal più raro tipo "A" e poi in aprile ha sofferto l'infezione del tipo "O".

Sinora il Giappone ha dovuto abbattere 385 capi di bestiame - bufali, bovini e suini - nella sua iniziale risposta al focolaio e la Corea del Sud ha abbattuto oltre 3500 capi, per lo più suini.

"Anche un focolaio di modeste proporzioni, in un paese fino a quel momento immune dalla malattia, può causare perdite per milioni di dollari, poiché si chiudono i mercati globali e si devono attuare le misure di controllo della malattia", ha aggiunto Lubroth.

Le strade seguite dal virus non sono state ancora identificate, ma gli esperti ritengono che l'infezione si sia potuta verificare a causa di rifiuti alimentari (dei maiali potrebbero aver mangiato avanzi di carne infetti). Capire come si sia aperta una breccia nelle misure di biosicurezza è importante per riuscire ad impedire che si ripetano eventi simili altrove.

"In simili circostanze, riteniamo che tutti i paesi siano a rischio e dunque sarebbe opportuna una revisione delle misure preventive e della capacità di risposta", ha detto Lubroth.

Il rafforzamento delle misure di biosicurezza potrebbe implicare un riesame delle possibili strade di entrata del virus e misure per rinforzare i controlli nei porti e negli aeroporti e sensibilizzare sui rischi della malattia, per far sì che vi sia un'immediata segnalazione dei focolai.

L'afta epizootica è una malattia infettiva altamente contagiosa che colpisce gli animali con zoccoli: bovini, ovini, caprini e suini. Prende il nome dalle lesioni ulcerose che lascia in bocca e nelle estremità degli arti degli animali colpiti. Non colpisce gli esseri umani.

Fonte: FAO

New York: condannato il furto di terra indigena nel Papua Occidentale


I progetti dell’Indonesia di appropriarsi di 1,6 milioni di ettari di terra appartenente agli indigeni del Papua Occidentale per progetti agricoli su larga scala sono stati condannati nel corso di un evento di alto profilo tenutosi presso le Nazioni Unite a New York.

L’organizzazione pan-indonesiana AMAN AMAN ha pronunciato la condanna al Forum Permanente sulle questioni Indigene tenutosi a New York il 23 aprile.

AMAN ha condannato “grandi, attuali e imminenti minacce di violazioni dei diritti territoriali dei popoli indigeni in corso in tutta l’Indonesia inclusi Borneo, Sulawesi, Papua Occidentale e Sumatra” e ha citato un nuovo progetto governativo, il Merauke Integrated Food and Energy Estate [MIFEE]), per la sua particolare gravità.

“MIFEE si prefigge di sviluppare una produzione alimentare integrata che includa agricoltura, orticoltura e allevamento di bestiame su 1,6 milioni di ettari di foresta e paludi” ha dichiarato AMAN, “ma le aree assegnate si trovano in un territorio indigeno chiamato Anim-ha, appartenente ai popoli indigeni di Malind”.

“Questo genere d’economia su larga scala realizzata nei territori dei popoli indigeni senza il loro libero, prioritario e informato consenso (FPIC), potrà solo esacerbare la situazione dei diritti umani, conducendo a sfratti forzati e ad altre violazioni dei diritti fondamentali… Quest’industria avrà un impatto enorme sui loro mezzi di sostentamento, cambierà l’ecosistema e minaccerà la sovranità alimentare dei popoli indigeni.

“È stato calcolato che questa industria alimentare porterà a Merauke e nel Papua Occidentale in generale 6,4 milioni di operai… Con una popolazione che a Merauke conta solo 174.710 persone, questi progetti minacciano seriamente l’esistenza dei popoli indigeni dell’area, trasformandoli in una minoranza numerica e conducendoli addirittura all’estinzione nel futuro. Questo è, come potremmo dire, un genocidio strutturato e sistematico”.

La dichiarazione di AMAN si è conclusa con una serie di richieste tra cui quella che il Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Popoli Indigeni visiti Merauke, a sud del Papua Occidentale, e indaghi sul MIFEE.

Il Papua Occidentale è stato occupato dall’Indonesia nel 1963, e da allora gli indigeni papuasi hanno sofferto enormemente. L’esercito indonesiano vanta una lunga triste storia di violazioni di diritti umani e migliaia di Papuasi sono stati uccisi.

Fonte:Survival

Amnesty International lancia una campagna per l'adozione della nuova Direttiva antidiscriminazione dell'Unione europea.


Amnesty International ha lanciato oggi una campagna per l'adozione della nuova Direttiva antidiscriminazione, proposta dalla Commissione europea nel luglio 2008. La campagna dell'organizzazione per i diritti umani sarà indirizzata al governo della Germania, che sta attualmente bloccando l'adozione del testo, in vista del Consiglio per l'occupazione e le politiche sociali che si riunirà il 7 giugno.

La nuova direttiva, se adottata, realizzerebbe il principio dell'uguaglianza di trattamento per tutte le persone all'interno dell'Unione europea (UE), al di là di quanto già stabilito in materia d'impiego, colmando le lacune del quadro legale europeo antidiscriminazione. La norma proibirebbe la discriminazione per motivi di religione e credo, disabilità, età e orientamento sessuale in settori quali la sicurezza sociale, l'assistenza medica, l'educazione e l'alloggio. La proposta è stata bloccata dalla Germania all'interno del Consiglio dell'UE, nonostante Spagna e Svezia (attuale e precedente presidenza di turno) avessero fatto della sua adozione una priorità.

"È un'autentica vergogna che una parte così importante di legislazione, che peraltro si limita a colmare i vuoti legislativi esistenti, venga bloccata da un paese che afferma pubblicamente di affrontare seriamente la discriminazione. La Germania garantisce protezione alle vittime di discriminazione nel suo territorio, ma la nega nel resto dell'Europa" - ha dichiarato Nicolas Beger, direttore dell'ufficio di Amnesty International presso l'UE.

Il governo tedesco sostiene che l'attuale legislazione antidiscriminazione europea si è dimostrata inefficace e che non vi è base legale per l'UE per agire in alcuni dei settori cui fa riferimento la proposta di nuova direttiva. Entrambe queste affermazioni sono prive di fondamento, secondo Amnesty International. Studi indipendenti hanno dimostrato che la Direttiva sull'uguaglianza razziale ha migliorato significativamente la protezione nei confronti della discriminazione basata sulla razza in molti paesi dell'UE. L'articolo 19 del Trattato di Lisbona, inoltre, conferisce al Consiglio dell'UE un chiaro mandato a svolgere le azioni necessarie per combattere la discriminazione basata su sesso, razza od origine etnica, religione o credo, disabilità, età e orientamento sessuale.

"La discriminazione è in aumento in tutta l' UE e ha un impatto profondo sull'accesso ai diritti fondamentali. L'UE deve agire immediatamente per fermare l'effetto negativo che la discriminazione ha sulla società nel suo complesso. Il primo passo dovrebbe essere l'adozione della nuova Direttiva antidiscriminazione, senza indebolirla e senza inserirvi ulteriori eccezioni alla definizione di discriminazione, evitando di offrire a diversi gruppi differenti livelli di protezione" - ha concluso Beger.

Firmare la petizione al governo tedesco

Fonte: Amnesty International

martedì 27 aprile 2010

OGM: 50 milioni di euro di danni per il crollo dei prezzi a causa del riso contaminato


Coldiretti, preoccupa la decisione dell'Ue di sospendere i controlli sulle importazioni dagli Usa.

Quasi cinquanta milioni di dollari dovranno essere pagati dalla multinazionale tedesca Bayer CropScience agli agricoltori dell' Arkansas a causa del crollo dei prezzi di mercato provocato dalla vendita di sementi di riso contaminate con organismi geneticamente modificati (Ogm) non autorizzati.

Lo rende noto la Coldiretti nel sottolineare con preoccupazione che il pronunciamento avviene proprio mentre l'Unione Europea ha deciso di sospendere le misure di emergenza adottate nel 2006 per prevenire le importazioni sul mercato comunitario di riso contaminato statunitense. Si tratta - sottolinea la Coldiretti - della quarta causa andata in giudizio tra quelle promosse dai coltivatori di riso nei confronti della Bayer CropScience che era già stata condannata a pagare 4,5 milioni di dollari nei casi tre precedenti

La Corte ha convenuto che - precisa la Coldiretti - il prezzo di mercato del riso è crollato dopo che il dipartimento della giustizia statunitense ha annunciato nell'agosto 2006 che tracce di riso geneticamente modificato Liberty Link (non autorizzato) sono state trovate nel riso statunitense “long-grain. A seguito della presenza di contaminazioni da ogm le quotazioni del riso - continua la Coldiretti - sono crollate di 150 milioni di dollari negli Stati Uniti anche per effetto del crollo della domanda internazionale che ha danneggiato i produttori di Arkansas, California, Louisiana, Mississippi, Missouri and Texas che hanno avviato azioni giudiziarie nei confronti della multinazionale.

La presenza di partite di riso contaminate provenienti dagli Stati Uniti ha costretto l'Unione Europea ad adottare rigorosi e costosi sistemi di controllo dopo la scoperta di casi in molti Paesi come l'Italia che - denuncia la Coldiretti - l'ultimo Comitato Permanente per la Catena alimentare e la salute degli animali (SCFCAH) dell'Unione Europea con votazione a maggioranza ha deciso di sospendere.

Fonte:Coldiretti

La raccolta firme è iniziata. Cerca il banchetto più vicino a casa tua, firma e fai firmare.


Il fine settimana del 24 e 25 aprile è iniziata in tutta Italia la raccolta firme per i referendum per la ripubblicizzazione dell'acqua. In centinaia di piazze italiane sono stati allestiti i banchetti che hanno raccolto, in 2 giorni, oltre 100mila firme. La raccolta continua fino al 4 luglio, l'obiettivo che il comitato promotore si è posto è quota 700mila. Qui trovate la mappa dei banchetti costantemente aggiornata. L'anniversario della Liberazione dal nazifascismo è stata occasione per chiedere la liberazione dell'acqua dal mercato e dal profitto. Ed è stato solo linizio.

I tre quesiti vogliono abrogare la vergognosa legge approvata dall’attuale governo nel novembre 2009 e le norme approvate da altri governi in passato che andavano nella stessa direzione, quella di considerare l’acqua una merce e la sua gestione finalizzata a produrre profitti.

Dal punto di vista normativo, l’approvazione dei tre quesiti rimanderà, per l’affidamento del servizio idrico integrato, al vigente art. 114 del Decreto Legislativo n. 267/2000.

Tale articolo prevede il ricorso alle aziende speciali o, in ogni caso, ad enti di diritto pubblico che qualificano il servizio idrico come strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica”, servizio di interesse generale e privo di profitti nella sua erogazione.

Verrebbero poste le premesse migliori per l’approvazione della legge d’iniziativa popolare, già consegnata al Parlamento nel 2007 dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, corredata da oltre 400.000 firme di cittadini. E si riaprirebbe sui territori la discussione e il confronto sulla rifondazione di un nuovo modello di pubblico, che può definirsi tale solo se costruito sulla democrazia partecipativa, il controllo democratico e la partecipazione diretta dei lavoratori, dei cittadini e delle comunità locali.

Iraq, rapporto di Amnesty International: civili nel mirino, necessario migliorare urgentemente la protezione.



In un nuovo rapporto diffuso oggi, dal titolo "Iraq: civili nel mirino", Amnesty International ha chiesto alle autorità irachene di migliorare urgentemente la protezione nei confronti della popolazione civile, al centro di una nuova ondata di violenza mortale.

Secondo il rapporto di Amnesty International, ogni mese vengono uccise o ferite centinaia di persone, molte delle quali prese di mira per motivi religiosi, a causa dell'origine etnica o dell'identità sessuale o perché hanno osato denunciare le violazioni dei diritti umani. La perdurante incertezza sulla formazione del nuovo governo ha dato vita a una nuova spirale di attacchi, con oltre 100 civili uccisi solamente nella prima settimana di aprile.

"La popolazione irachena vive ancora in un clima di paura, a sette anni dall'invasione diretta dagli Usa. Le autorità di Baghdad potrebbero fare molto di più per la sua incolumità, ma continuano a non assistere le persone più vulnerabili della società" - ha dichiarato Malcolm Smart, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

L'organizzazione per i diritti umani sollecita le autorità irachene a impegnarsi maggiormente per proteggere coloro che sono particolarmente a rischio e portare i responsabili di reati violenti di fronte alla giustizia, evitando il ricorso alla pena di morte.

Pur attribuendo la responsabilità, in alcuni casi, alle forze di sicurezza irachene, alle truppe straniere o ad attori privati come le famiglie, Amnesty International sottolinea che la maggior parte delle uccisioni di civili vengono compiute dai gruppi armati, compreso al-Qaeda in Iraq, che mantiene una rilevante presenza nel paese nonostante la recente morte di tre suoi alti dirigenti.

I difensori dei diritti umani, i giornalisti e gli attivisti politici sono tra coloro che vengono assassinati a causa del loro lavoro. Il 13 aprile Omar Ibrahim al-Jabouri, direttore delle relazioni esterne dell'emittente televisiva Rasheed, ha perso le gambe nell'esplosione della sua automobile, cui era stata fissata una bomba, mentre si stava recando al lavoro a Baghdad.

Le minoranze etniche e religiose continuano a loro volta a essere prese di mira. A febbraio a Mosul sono stati assassinati almeno otto cristiani. In un caso, il 17 febbraio, i due studenti cristiani Zia Toma (22 anni) e Ramsin Shmael (21 anni), sono stati bloccati da uomini armati a una fermata dell'autobus e costretti a mostrare i documenti; immediatamente dopo, gli aggressori hanno aperto il fuoco, uccidendo Toma e ferendo Shmael.

Le donne e le ragazze sono particolarmente esposte alla violenza dei familiari e dei gruppi armati. Il rapporto di Amnesty International denuncia poche condanne per stupro e frequenti casi di "delitti d'onore", commessi dai parenti nei confronti di donne il cui comportamento è ritenuto contrario ai codici morali, come nel caso del rifiuto di sposare un uomo scelto dalla famiglia.
Anche le attiviste per i diritti umani vengono colpite per essersi schierate dalla parte dei diritti delle donne.

Gli appartenenti alla comunità gay, in un paese dove l'omosessualità non è tollerata, vivono sotto la costante minaccia di violenza. Alcuni predicatori musulmani hanno chiesto ai loro fedeli di attaccare persone sospettate di essere omosessuali.

Spesso, le autorità non svolgono indagini esaurienti e imparziali sugli attacchi contro la popolazione civile, non arrestano i presunti responsabili e non portano questi ultimi di fronte alla giustizia. In alcuni casi, le stesse autorità sono sospettate di coinvolgimento in atti di violenza.

Il risultato di questo clima di sicurezza è che centinaia di migliaia di iracheni, tra cui un'alta percentuale di appartenenti alle minoranze, sono stati costretti a lasciare le loro case. I profughi interni e i rifugiati sono ancora più a rischio di subire violenza e di attraversare difficoltà economiche.

Amnesty International chiede alle autorità irachene l'introduzione immediata di misure per rafforzare la sicurezza dei civili, attraverso una consultazione con i gruppi a rischio che porti a individuare i provvedimenti più efficaci per la loro protezione.

Nel frattempo, sottolinea l'organizzazione per i diritti umani, è necessario che le autorità avviino adeguate indagini sugli attacchi contro i civili e sottopongano a processi in linea con gli standard internazionali i presunti responsabili, di chiunque si tratti. Le milizie dovrebbero essere immediatamente disarmate e dovrebbe essere eliminato l'obbligo di dichiarare sulla carta d'identità l'appartenenza religiosa.

Amnesty International chiede altresì ai gruppi armati presenti in Iraq di porre immediatamente fine agli attacchi contro i civili, ai sequestri e alle torture.

Infine, l'organizzazione per i diritti umani sollecita la fine di tutti i rimpatri forzati di rifugiati in Iraq fino a quando perdurerà l'instabilità nel paese. Diversi governi europei stanno eseguendo rimpatri forzati in Iraq, persino nelle zone più pericolose del paese, in chiara violazione delle linee guida emesse dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Amnesty International ha parlato con un gruppo di 35 iracheni rimpatriati a forza dal governo olandese il 30 marzo. Tra di essi c'era un turcomanno sciita di 22 anni originario di Tal Afar, una città a nord di Mosul, dove negli anni scorsi sono state assassinate centinaia di persone per motivi religiosi e politici e dove la violenza regna incontrastata. Il ragazzo, un mese dopo, era ancora a Baghdad, in cerca di un riparo.

"La continua incertezza sulla formazione del nuovo governo potrebbe contribuire a un'ulteriore escalation di violenza, di cui farebbe le maggiori spese la popolazione civile. La situazione rischia di andare di male in peggio. Tanto le autorità irachene quanto la comunità internazionale devono agire subito per pervenire altre morti evitabili" - ha concluso Smart.

Fonte:Amnesty International

lunedì 26 aprile 2010

Pesca: nuove regole di accesso al mercato, la crisi economica colpisce il settore


Il settore pesca ed acquacoltura occupa circa 45 milioni di persone, la maggior parte delle quali nei paesi in via di sviluppo.

I paesi in via di sviluppo fanno fatica a raggiungere i mercati d’esportazione

Una volta pesce e frutti di mare erano apprezzati e consumati principalmente dalle popolazioni costiere, ed il pesce d'acqua dolce era solo per i fortunati che vivevano vicino a fiumi o laghi. Oggi il pesce lo si trova dappertutto. E non solo salmone o merluzzo. Ma anche pesci esotici, provenienti da luoghi lontani, dai nomi strani: Tilapia, Swai, Mahi Mahi, Kingclip.

Il pesce è ormai globalizzato. Ed è una delle derrate più commerciate al mondo: basti pensare che circa il 37 per cento di tutta la produzione ittica - 53 milioni di tonnellate - viene commerciato a livello internazionale. Le esportazioni ittiche nel 2008 sono state stimate a ben 102 miliardi di dollari.

La parte del leone la fanno naturalmente i paesi sviluppati, che ne importano il 60 per cento in termini di peso, e ben l'80 per cento in termini di valore economico. Europa, Giappone e Stati Uniti da soli rappresentano il 70 per cento di tutte le importazioni. l totale delle importazioni di pesce nel 2008 è stato valutato intorno a 108 miliardi di dollari, in termini di valore.

Buona parte di questo pesce viene dai paesi in via di sviluppo - fonte del 50 per cento di tutte le importazioni ittiche da parte dei paesi ricchi (per un valore di 43 miliardi di dollari).

Questo significa reddito - i proventi netti da esportazioni ittiche per i paesi in via di sviluppo ammontano attualmente a 27 miliardi di dollari l'anno.

Ma significa anche occupazione. Si stima che il settore pesca e acquacoltura dia lavoro a circa 45 milioni di persone, a tempo pieno o a part-time. Altri 6,5 milioni sono inoltre impegnati nel settore su base occasionale. Se si aggiungono le persone occupate nell'industria di trasformazione - principalmente manodopera femminile - nella commercializzazione e nei servizi correlati, e si includono i membri familiari di tutta la gente occupata, si stima che circa mezzo miliardo di persone dipendano, in parte o per la totalità del proprio reddito, dal settore ittico.

Ma fare arrivare il pesce sul mercato non sempre è impresa facile. E secondo le relazioni preparate per la riunione della Sottocommissione FAO sul Commercio ittico che si svolge questa settimana (Buenos Aires 26-29 aprile), per i paesi in via di sviluppo sta diventando sempre più difficile.

Dal 1 gennaio di quest'anno il più grande mercato importatore di pesce, l'Unione Europea, richiede che tutte le importazioni di pesce non d'allevamento siano accompagnate da un certificato di convalida da parte delle autorità del paese di bandiera dei pescherecci che li hanno originariamente pescati. L'intento è combattere la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (IUU l'acronimo inglese), un problema di grosse dimensioni, ma secondo la FAO l'attuazione di questa norma pone nuovi e difficili oneri per gli esportatori. E altri mercati importatori preoccupati per la pesca IUU, stanno pensando a misure simili.

Intanto un numero crescente di dettaglianti ha deciso di trasportare soltanto il pesce provvisto di certificato di sostenibilità, ne è un esempio la grande compagnia americana Trader's Joe. Per fare ciò sono stati impiegati una serie di sistemi di certificazione sia pubblici che privati, innalzando ulteriormente il livello di conformità richiesta.
Per i piccoli produttori, acquisire il know-how tecnico, investire nell'ammodernamento delle strutture e delle attrezzature, ed avere dimestichezza con le procedure e le pratiche da seguire per soddisfare i requisiti richiesti non è facile, specialmente se occorre conformarsi a più di una normativa.
In questo contesto la Sottocommissione FAO sul Commercio ittico ha un ruolo chiave da svolgere.

"Questo organismo è l'unico foro globale dove gli organi politici dei paesi importatori come di quelli esportatori, dei paesi produttori di pesce d'allevamento e di mare aperto, di stati mercato e di quelli di bandiera, si riuniscono per trovare modi di creare un ambiente favorevole affinché il settore si sviluppi affrontando al tempo stesso tutte le sfide che lo sviluppo presenta", ha affermato Ichiro Nomura, Vice Direttore Generale della FAO per la Pesca e l'Acquacoltura, nel suo intervento d'apertura alla conferenza.

"Il commercio del pesce di mare aperto dipende da una base di risorse naturali rinnovabili che devono essere gestite in modo responsabile. I requisiti di accesso al mercato devono essere tali da rappresentare incentivi per raggiungere una pesca responsabile. La sfida per i governi è far sì che queste misure siano valide, basate su conoscenze scientifiche, trasparenti e non creino inutili barriere", ha aggiunto Nomura.

Quest'anno, per la prima volta da quando è stata creata nel 1984, la Sottocommissione si tiene ad di fuori dell'Europa, ospitata da un paese del G77 come l'Argentina. La sessione di quest'anno è presieduta da Ramiro Sánchez, del Ministero per l'Agricoltura, la Zootecnia e la Pesca argentino.

Secondo la FAO, una gestione corretta e responsabile della pesca da parte dei paesi in via di sviluppo è la condizione essenziale perchè possano continuare a beneficiarne nel lungo periodo.

Un'accresciuta domanda di pescato per fornire i mercati internazionali può talvolta portare ad un'eccessiva pressione sulla pesca, e potenzialmente arrivare al supersfruttamento delle risorse e a uno smodato uso di alcuni stock ittici.

L'anno scorso la FAO ha preparato un insieme di Linee guida per un commercio ittico responsabile, che propongono le pratiche migliori e forniscono consulenza tecnica su come massimizzare la riduzione della povertà, la sicurezza alimentare ed i benefici dal punto di vista nutrizionale del commercio ittico minimizzando invece i possibili aspetti negativi.

Il commercio internazionale di pesce è cresciuto per quasi tutto il 2008, ma nel 2009 la flessione economica a livello mondiale ha portato ad una caduta delle importazione in quasi tutti i mercati. Le esportazioni di pesce nel 2008 sono cresciute dell'8,7 percento, raggiungendo 102 miliardi di dollari; i dati parziali per il 2009 indicano un calo sia del volume che del valore.

L'Unione Europea è il più grande mercato di pesce importato. Il valore delle importazioni di prodotti non europei da parte dei 27 paesi dell'UE ha raggiunto i 24,6 miliardi di dollari nel 2008. Le prime stime per il 2009 mostrano una caduta del 6 per cento (calcolate in euro).

Nel 2009 con 13,2 miliardi di dollari, il Giappone si è confermato il più grande mercato importatore in termini di singolo paese, seguito dagli USA con 13,1 miliardi di dollari.

Fonte:FAO

Allarme di MSF per i negoziati tra Unione Europea e India: a rischio l'accesso ai farmaci per milioni di persone.


Mentre i negoziati tra India e Commissione Europea per un accordo di libero scambio (Free Trade Agreement, FTA) sono in dirittura di arrivo, Medici Senza Frontiere sottolinea che si tratta dell’ultima possibilità per rimuovere le disposizioni restrittive che minacciano l’accesso ai farmaci per milioni di persone nei paesi in via di sviluppo.

Bruxelles/Roma – “Né il Ministro indiano del commercio, né il Commissario Europeo per il commercio hanno dato formale assicurazione che le disposizioni in materia di farmaci generici e accesso ai farmaci sono escluse dal tavolo delle trattative”, dichiara Michelle Childs, responsabile della Policy per la Campagna di MSF per l’Accesso ai Farmaci Essenziali. “Continueremo a batterci finché non saremo sicuri che queste disposizioni saranno lasciate ufficialmente ed inequivocabilmente fuori dagli accordi".

Dall’India proviene l’80% dei farmaci antiretrovirali usati da MSF nei propri progetti. Senza medicine di qualità e a costi contenuti provenienti dall’India, sarebbe stato impossibile portare i trattamenti per la cura dell’Aids ai livelli attuali e non si sarebbero potute salvare milioni di vite.

Attraverso il loro contributo al Fondo Globale per tubercolosi, HIV/AIDS e malaria, e ad altre agenzie sanitarie internazionali, i cittadini europei finanziano programmi che, grazie ai medicinali indiani, possono curare molte più persone. MSF e altre organizzazioni sono però preoccupate che l’U.E. possa compromettere tutto questo. La bozza di accordo contiene infatti diverse disposizioni allarmanti sulla proprietà intellettuale e restrizioni che vanno molto al di là di quanto stabilito dalle regole del commercio internazionale e che minacciano l’approvvigionamento di medicinali dall’India.

“Il diritto alla vita e alla salute di milioni di persone nei paesi in via di sviluppo verrà sacrificato da questo accordo”, dichiara Loon Gangte presidente del Delhi Network of Positive People (DNP+). “Non si può anteporre il profitto alla cura delle persone. Questo accordo di libero scambio non può mettere a repentaglio la possibilità dell’India di fornire farmaci antiretrovirali per i milioni di pazienti con HIV/AIDS in India e nel resto del mondo”.

Una delle disposizioni più allarmanti è quella sull’“esclusività dei dati”: se venisse introdotta in India, le aziende produttrici che vogliano registrare e immettere sul mercato un farmaco generico, sarebbero costrette a ripetere i test clinici. Ciò non solo ritarderebbe o addirittura impedirebbe la registrazione delle versioni generiche di alcuni farmaci, ma sarebbe anche una violazione dell’etica medica, perché i pazienti sarebbero sottoposti a inutili rischi con test clinici i cui risultati sono già noti. Pertanto l“esclusività dei dati” creerebbe una nuova barriera, simile al brevetto, persino quando non c'è più brevetto su un farmaco.

“L’impatto di questa disposizione avrebbe gravi ripercussioni globali, perché i medicinali diventerebbero molto più cari e molte persone non potranno più permetterseli”, dichiara Ariane Bauernfeind, responsabile dei programmi di MSF per l’HIV in Sud Africa, Malawi, Lesotho e Zimbabwe. “Siamo già preoccupati dal fatto che i nuovi farmaci indiani vengano protetti da brevetti. L’accordo di libero commercio aggraverebbe una situazione già difficile”.

Nella bozza degli accordi c’è anche una disposizione che estenderebbe la durata dei brevetti oltre i 20 anni. Inoltre, dopo numerosi episodi di farmaci in transito attraverso l'U.E. verso Africa e America Latina, bloccati perché sospettati di violare i diritti di proprietà intellettuale, si teme che l’U.E. voglia oggi esportare le disposizioni delle sue direttive doganali forzando l’India ad adottarle.

I negoziati tra India e Unione Europea si aprono a Bruxelles questa settimana. L’Unione Europea ha dichiarato di volerli concludere prima del vertice EU-India previsto ad ottobre.

Fonte:MSF

Acquabenecomune 100 mila firme in 48 ore. Parte alla grande la raccolta firme


Una partenza straordinaria quella della raccolta firme per i referendum per l’acqua pubblica. Più che raddoppiato l’obiettivo che il Comitato promotore si era dato alla vigilia del lancio. Sono infatti oltre centomila le firme raccolte nel fine settimana della Liberazione in centinaia di piazze italiane.

Una mobilitazione impressionante che ha visto lunghe file ai banchetti di tutte le città e dei paesi. Un folla consapevole e determinata, che in alcuni casi ha fatto anche diversi chilometri per trovare il banchetto più vicino a casa (l'elenco dei banchetti è qui).

Oltre 12mila firme in un solo giorno in Puglia, 10mila a Roma, 4mila firme a Torino città, 3500 a Bologna, 2500 a Milano. Dati impressionanti dalle piccole città: 4200 firme a Savona e provincia, 2mila firma a Latina e Modena, oltre 1500 ad Arezzo e Reggio Emilia. Dati sorprendenti sui paesi 1300 firma ad Altamura, 850 a Lamezia Terme.

Molti sindaci e amministratori hanno firmato in piazza, tra cui i sindaci di Ravenna ed Arezzo (entrambi Pd). In Molise Monsignor Giancarlo Bregantini (Arcivescovo metropolita di Campobasso) ha firmato in rappresentanza dei 4 vescovi delle Diocesi della Provincia.

Il comitato promotore esprime tutta la sua soddisfazione per il successo delle iniziative. Siamo di fronte ad un vero e proprio risveglio civile, un risveglio che parte da associazioni e da cittadini liberi, un risveglio che parte dall’acqua.

Fonte:acquabenecomune

La signora Camilla, l'on. Bersani e l'on. Di Pietro


Sabato 24 aprile, Roma, largo Argentina. Si ferma l’autobus, la signora Camilla scende. Si avvia sotto la pioggia. Con passo lento ma determinato. Rifiuta il volantino, sa già cosa fare. Muove verso il banchetto e firma i referendum per l’acqua. Poi si volta e ripercorre il cammino verso l’autobus. “Adesso posso tornare a casa” dice prima di salirvi. La signora Camilla ha 90 anni.

Come lei, nel primo week end di raccolta firme, altre centomila fra donne e uomini di tutto il Paese, di diversa età e di differente storia personale, hanno firmato, dopo interminabili code, ai banchetti dei referendum per l’acqua.

In una conferenza stampa, il segretario del PD, On. Bersani, dice di guardare con simpatia chi raccoglie le firme, ma annuncia una petizione e una proposta di legge per riaggiustare la legislazione sull’acqua.

In un’intervista, il presidente dell’Italia dei Valori, On. Di Pietro, conferma che partirà con un suo referendum separato sull’acqua, per modificare l’ultima legge, lasciando inalterato il quadro di mercificazione dell’acqua e del servizio idrico in questo Paese.
C’è qualcosa che non funziona.

Qualcosa che l’On. Bersani e l’On. Di Pietro si ostinano a non capire.

Qualcosa che la signora Camilla e i centomila hanno capito benissimo.

Perché qui non si tratta di “petire” perché qualcuno ascolti. Come non si tratta di agitare temi o bandiere da usare sul mercato della politica o della visibilità di partito.

E non c’è nulla da aggiustare nell’esistente.

Le donne e gli uomini, consapevoli e informati, che hanno riempito i banchetti del fine settimana dicono a chiare lettere che l’esistente non va per niente bene, che va cambiato radicalmente, che l’acqua dev’essere pubblica.

Vogliono che un bene essenziale come l’acqua sia sottratto al mercato.
Vogliono che sull’acqua nessuno faccia profitti.

Senza se e senza SpA.

Forse l’On. Bersani e l’On. Di Pietro dovrebbero ogni tanto disertare “Porta a porta” e aprire per una volta le finestre : scoprirebbero le migliaia di donne e uomini che sono impegnati in questa campagna.

Molti di loro sono alla loro prima esperienza di attivismo sociale.

Alcuni di loro, più che benvenuti, sono iscritti ai loro partiti.

Scoprirebbero la straordinaria realtà di una grande coalizione sociale dal basso capace di intercettare, senza padrini politici e senza i grandi mass media, un’esigenza reale e diffusa di partecipazione, un bisogno reale di democrazia, una dignità non sopita.

La realtà che manca ai due onorevoli è quella di una grande narrazione sociale sull’acqua e i beni comuni che in questi anni ha attraversato i territori di questo Paese, ha mobilitato energie e intelligenze, ha costruito nuove relazioni e appartenenze. E una forte domanda di futuro.

Ma facciano pure, l’On. Bersani e l’On. Di Pietro.

Noi siamo altro e, dopo queste due straordinarie prime giornate di campagna, ne siamo ancor più certi e consapevoli.

Loro sono il passato, quello che non lascerà tracce.

Noi guardiamo al futuro e portiamo con noi la memoria migliore.

La signora Camilla, appunto.

Marco Bersani
Attac Italia - Forum italiano dei movimenti per l’acqua

Fonte:acquabenecomune

Greenpeace: il governo non dimentichi la tragedia di Cernobyl


Greenpeace ricorda oggi il ventiquattresimo anniversario del disastro di Cernobyl. Questa mattina dieci attivisti di Greenpeace, di cui alcuni con tute bianche e maschere antigas, portano una mostra fotografica davanti alla Camera dei Deputati a Montecitorio, per sottolineare le conseguenze dell'incidente di Cernobyl, esponendo uno striscione con la scritta “Stop follia nucleare”.

Il 26 aprile 1986 a Cernobyl si verificò il più grave incidente nucleare della storia, con una violenta esplosione che rilasciò in atmosfera cento volte la radioattività sprigionata dalle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. La nube radioattiva arrivò fino in Europa Centrale e in Italia.

«A ventiquattro anni da Cernobyl, la propaganda filo-nucleare continua a sottostimare gli effetti della tragedia di Cernobyl e il numero dei morti causati dall’incidente- spiega Andrea Lepore, responsabile campagna nucleare di Greenpeace - Purtroppo la stima dei morti causati dall’incidente è di oltre duecentomila e nessuno di loro deve essere dimenticato».

La propaganda filo-nucleare parla infatti di soli 65 morti, riferendosi a malapena al numero dei lavoratori e soccorritori morti in seguito all’esplosione. Ma l’Accademia Russa delle Scienze dimostra che anche le stime del Cernobyl Forum, che indicavano novemila morti, erano state troppo caute e che i morti dovuti all’incidente di Cernobyl sono oltre duecentomila.

Nel 1987, l’anno dopo Cernobyl, oltre l’80% dei cittadini italiani ha votato contro il nucleare. In seguito all’esito dei tre referendum proposti, tutte le centrali nucleari in Italia furono chiuse.

«Il governo intende imporre all’Italia il nucleare e si prepara a una campagna di disinformazione sui rischi e i costi di questa pericolosa tecnologia. Così, non solo dimostra di non curarsi della volontà espressa dai cittadini, ma anche di non avere imparato nulla dagli errori passati» conclude Lepore.

Le centrali francesi EPR che il governo vorrebbe far costruire in Italia sono state dichiarate carenti nel sistema di controllo dalle autorità di sicurezza francese, britannica e finlandese. Inoltre, secondo i documenti resi noti dall’associazione francese “Sortir du nucleaire”, potrebbero essere pericolose quanto quella di Cernobyl, perché sottoposte al rischio di analoghi incidenti.

Salviamo le palme Manifestazione SIT IN -Martedì 27 Aprile- giardini di piazza san Marco (Piazza Venezia) Roma


Il coleottero Rhynchophorus ferrugineus Olivier noto come “Punteruolo rosso” è un colonizzatore rapido e dalla veloce riproduzione. Importato dall’Asia in Europa (Spagna), anni or sono, ha iniziato l’espansione in Italia partendo dalla Sicilia e procedendo verso le regioni del nord.

Distrugge e divora le palme iniziando dall’apice vegetativo. Per ora l’aggressione è rivolta alle Phoenix canariensis, ma il coleottero, dicono gli esperti, sarà in grado di attaccare presto anche altre specie di palme.

Così mentre migliaia di palme storiche, apportatrici di bellezza, cultura e ricordi affettivi sono scomparse e scompaiono, dal nostro paesaggio, la presenza del coleottero asiatico si registra in aree sempre più vaste del territorio italiano configurandosi come una vera e propria epidemia. Varie sono state le soluzioni intraprese, ma per ora solo a livello locale e non su scala nazionale. E se le strategie e gli interventi delle istituzioni e dei servizi preposti alla cura e alla prevenzione delle palme presenti sul suolo pubblico vengono attuate in modo troppo lento rispetto alla diffusione del coleottero, quelle che riguardano le palme presenti su terreni privati (che sono la maggioranza) vedono un ingiusta penalizzazione dei proprietari, che una volta subita l’azione distruttrice della loro amata palma da parte del coleottero fitofago, si vedono costretti a spendere anche 1300 euro per la sua rimozione. Proprietari che inoltre: non sono informati sufficientemente sulle norme (decreti e ordinanze) attuate dalle varie istituzioni per contrastare la diffusione del coleottero; non sono in grado di riconoscere se la palma del loro giardino è stata attaccata dal rincoforo; non conoscono le varie possibilità di cura anche preventiva, affidandosi spesso proprio, perché manca un coordinamento nazionale, ad interventi “per sentito dire” con risultati parziali o poco efficaci. Inoltre poi vista l’enorme quantità di palme colpite dal punteruolo rosso, capita sempre più spesso (come succede a Roma) che i centri di raccolta per accogliere gli stralci delle palme colpite (e subire un processo di triturazione con rimozione delle larve), siano al limite della loro capienza o non siano sufficienti a gestire tutto il materiale da smaltire.

I Palmiers che per ogni sabato dal 13 febbraio al 20 Marzo di quest’anno hanno compiuto un’azione di protesta nella capitale sotto numerose palme colpite dal punteruolo rosso, per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni ad affrontare subito il grave problema, sono oggi convinti che, solo dichiarando lo stato di emergenza naturale su tutto il territorio italiano e agendo tempestivamente in base a un protocollo di azione uniforme in tutte le aree colpite, sia possibile ‘salvare’ le palme e fermare l’avanzata del rincoforo.

Per questo martedì 27 aprile i Palmiers tornano a manifestare. Saranno in piazza S. Marco dalle 17 alle 19, per chiedere al Governo:

- lo stanziamento di fondi statali a cui possano accedere gli Enti locali e i proprietari privati per salvare le palme dalla morte certa;

- di individuare un immediato e simultaneo protocollo d’azione a livello nazionale che, coordinando le forze attualmente disponibili (esperti, agronomi, ricercatori) permetta di intervenire preventivamente sulle palme ancora sane e abbattere quelle ormai irrecuperabili;

- istituire centri di raccolta e di smaltimento efficaci;

- non penalizzare i privati e fornire loro informazioni sulle possibilità di intervento per contrastare il coleottero.

LE PALME SONO UN BENE COMUNE

http://www.salviamolepalme.blogspot.com/


"Movimento per la difesa delle Palme"

sabato 24 aprile 2010

UNHCR. PROCEDONO LENTAMENTE E CON CAUTELA I RIMPATRI NELLO YEMEN SETTENTRIONALE

Oltre due mesi dopo il cessate il fuoco e un mese dopo la fine ufficiale del conflitto nello Yemen settentrionale si stima che siano 7.000 i civili yemeniti che dai campi di Al Mazraq si sono spinti fino alle loro case per valutare i danni alle fattorie e alle altre proprietà.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) stima che solo un quarto di questi hanno poi deciso di fermarsi nelle loro città o villaggi. La maggior parte sono ancora sfollati e vivono in una situazione di insicurezza, continue schermaglie, mine, mancanza di servizi di base e anche di ripari visto che molte delle abitazioni sono state distrutte o parzialmente danneggiate. Molti degli sfollati interni hanno riferito all’UNHCR di non avere la certezza che questa pace sia duratura. Inoltre sono molto preoccupati per le mine e gli ordigni inesplosi nei loro villaggi.

Questi timori vengono rafforzati dalle continue notizie di incidenti mortali causati dalle mine. Solo in questo mese almeno due bambini hanno perso la vita e altri nove tra bambini e adulti sono rimasti gravemente feriti. Oltre alle perdite in vite umane, questi incidenti stanno ostacolando i rimpatri e la frequenza scolastica nelle aree in cui si è svolto il conflitto. Sono in corso campagne di informazione in tutte le aree che ospitano gli sfollati interni, inclusi i campi, per ridurre al minimo le vittime civili.

Nel frattempo i tre campi per sfollati interni di Al Mazraq continuano a dare rifugio a oltre 27mila sfollati. La maggior parte dei 280mila sfollati in Yemen sono ospiti di amici, parenti o vicini. La situazione di coloro che si trovano nei governatorati di Hajjah e Amran sta diventando insostenibile poiché le famiglie ospitanti e gli sfollati stanno esaurendo velocemente tutte le loro risorse.

Nel governatorato di Hajjah alcuni sfollati interni senza documenti di identità non possono registrarsi presso le autorità e questo li esclude automaticamente da ogni tipo di assistenza umanitaria. Alcune di queste persone sono state intervistate e hanno confermato la difficoltà della situazione. Sono spesso costretti a vendere tutto ciò che hanno, incluso il bestiame.

Il timore dell’UNHCR è che questo gruppo di persone che sta diventando sempre più vulnerabile possa essere vittima di abusi e sfruttamento. L’UNHCR ha chiesto alle autorità yemenite di effettuare la registrazione di queste persone come sfollati interni dando loro la possibilità di accedere all’assistenza umanitaria e di migliorare di conseguenza la loro situazione.

Diventa sempre più difficile soddisfare le necessità degli sfollati interni yemeniti a causa della mancanza di fondi. Tra agosto e dicembre 2009 l’UNHCR ha dato assistenza a 100mila sfollati interni. Finora quest’anno è stato in grado di soddisfare le necessità di circa 50mila sfollati yemeniti. Attualmente rimangono fondi a sufficienza per dare assistenza ad altri 30mila sfollati interni entro la fine di giugno. Se non arriveranno al più presto nuovi fondi, l’UNHCR non sarà in grado di dare protezione, alloggio e assistenza umanitaria a circa 170mila rifugiati e 280mila sfollati interni in Yemen.

La parte spettante all’UNHCR dell’appello consolidato delle Nazioni Unite per lo Yemen del 2010 ammonta a 39 milioni di dollari. Finora è stato ricevuto solo il 35% dei fondi necessari.
Fonte: UNHCR

Un aiuto dal Congo per i bambini di Adro

I bambini del Congo si sono impietositi per la vicenda dei coetanei di Adro costretti a digiunare nella mensa scolastica. E hanno fatto una colletta.

Settecento euro da una missione e una lettera al benefattore anonimo: «Vogliamo un mondo diverso»

Una e-mail e la promessa di 700 euro da versare nelle casse della mensa di Adro. Qui, alcune settimane fa è stato impedito di entrare a quei bambini, i cui genitori non erano in ordine con i pagamenti. Una decisione che ha sollevato non poche polemiche. E che ha spinto un anonimo industriale del luogo a regolare i conti dei genitori, denunciando il clima di inciviltà a cui il proprio paese era giunto.
A spedire l'e-mail, questa volta, è padre Giovanni Piumatti, comboniano che gestisce una missione nel nord del Congo. Una testimonianza che parla senza dover essere descritta. Di seguito la lettera che il missionario ha rivolto all'anonimo benefattore .

«Caro "cittadino di Andra (Adro)" abbiamo letto, qua in Africa, la tua lettera "Io non ci sto": anche noi ci uniamo al tuo messaggio ed al tuo gesto. Ti inviamo un contributo per pagare la mensa per un anno ad uno dei tuoi-nostri bambini. Sono soldi che molti amici dell'Italia ci danno per l'Africa. Conoscendo bene i nostri amici so che sono contenti se ne invio una fetta lì a Brescia; perché anche loro vogliono un mondo diverso: un mondo fatto più di ponti che di barriere.

Anch' "io non ci sto".

In un mondo come lo sta costruendo una certa parte di italiani, io non ci sto!

La nostra Italia non è mai stata così: non dobbiamo permettere che alcuni la deturpino.

* Nel Bresciano ho alcuni dei miei famigliari.

* Il primo bell ' "esempio di missionario" qua in Africa l'ho avuto da un bresciano (p.Maggioni).

* Amici dentisti di Brescia, "smile mission", ci han costruito tre studi-laboratorio, e vengono regolarmente a prestar servizio.

* Marcello, vigile urbano di Brescia, le sue vacanze la ha fatte in questo villaggio "zona martoriata, all'est della RD Congo".

* In una parrocchia del bresciano, in occasione della Cresima dell'anno scorso, il vicario generale di Brescia, da estraneo che ero, non solo mi ha fatto sentire ospite "accolto e gradito", ma anche parte integrante della festa.

Ci sono tante "perle", anche a Brescia: come te, caro cittadino di Andra.

A Muhanga e Bunyatenge, piccoli villaggi di foresta, ogni giorno diamo a tutti i ragazzi delle scuole (circa 900) una tazza di "masoso", papetta fatta di mais-sorgo-soja (senza zucchero): é capitato qualche volta che la casseruola si vuotasse troppo in fretta...; subito i bimbi che avevano già ricevuto si son mossi, ed hanno condiviso la loro tazza con gli... altri.

Il contributo che mandiamo é null'altro che questo gesto; anche perché so che gli altri bilmbi di Andra (Adro) lo farebbero spontaneamente.

Siamo sicuri che i nostri ragazzi ne saran fieri, ed anche gli amici che ci han dato questi soldi come gesto di solidarietà e di giustizia.

Vogliamo che questo nostro gesto sia un tutt'uno con il tuo gesto ed il tuo messaggio.

p. Giovanni

Concetta ostetrica

Elisa e gli amici di Muhanga, nel nord Kivu della RD Congo

Fonte: Vita

venerdì 23 aprile 2010

Amnesty International. Due curdi a rischio esecuzione imminente in Iran. Firma subito l’appello!


Hossein Khezri, un uomo di 28 anni, e Zeynab Jalaluian, una donna di 27 anni, entrambi membri della minoranza curda in Iran, rischiano l'esecuzione nei prossimi giorni. Accusati di "comportamento ostile a Dio", in quanto membri del Partito della vita libera in Kurdistan.

Hossein Khezri è stato arrestato a Kermanshah nel 2008, trattenuto nei centri di detenzione controllati dal ministero dell'Intelligence e dalle Guardie rivoluzionarie e in seguito condannato a morte dal Tribunale rivoluzionario di Oromieh, nel nord-ovest dell'Iran, per "comportamento ostile a Dio". La sentenza è stata impugnata nell'agosto 2009. L'uomo ha raccontato di essere stato torturato e ha chiesto un'indagine, ma la richiesta è stata respinta nel marzo del 2010. L'11 aprile, è stato trasferito dal carcere centrale di Oromieh in una località sconosciuta, incrementando i timori che la sua esecuzione sia imminente.

Zeynab Jalalian, originaria di Maku, una città nel nord-ovest dell'Iran, è stata condannata a morte per "comportamento ostile a Dio" nel gennaio 2009 dal Tribunale rivoluzionario di Kermanshah. Prima della sentenza, aveva passato otto mesi nei centri di detenzione del ministero dell'Intelligence, durante i quali la famiglia non ha avuto notizie della donna. Jalalian ha riferito che non le è stato permesso di avere un avvocato durante il processo, durato solo qualche minuto. La condanna a morte di Zeynab Jalalian è stata confermata dalla Corte suprema il 26 novembre 2009.

All'inizio di marzo 2010, Zeynab Jalalian è stata trasferita prima in un luogo sconosciuto, poi a fine mese nella sezione 209 del carcere di Evin a Teheran. Secondo quanto riportato dal sito web Reporters e da Attivisti per i diritti umani in Iran la donna avrebbe detto di essere in attesa dell'esecuzione.

Si ritiene che almeno altri 18 uomini curdi e un’altra donna curda si trovino nel braccio della morte in quanto accusati di essere membri o attivisti di organizzazioni curde illegali. Tra questi Farzad Kamangar, Farad Vakili, Habibollah Latifi, Sherko Moarefi, Ali Haydarian, Anvar Rostami, Rostam Arkiya, Mostafa Salimi, Hassan Talai, Iraj Mohammadi, Rashid Akhkandi, Mohammad Amin Agoushi, Ahmad Pouladkani, Sayed Sami Hosseini, Sayed Jamal Mohammadi, Mohammad Amin Abdolahi, Ghader Mohamadzadeh, Aziz Mohammadzadeh e Shirin Alam-Hoei per alcuni la condanna al carcere è stata tramutata in pena di morte in appello.

Firma gli appelli per gli Individui a rischio!

Amnesty International

L’UNHCR CONDANNA GLI STUPRI SISTEMATICI IN RDC E AIUTA LE VITTIME DELLA VIOLENZA.


L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) è allarmato per i numerosi casi di violenza sessuale sulle donne nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). Nei primi tre mesi di quest’anno, i dati delle Nazioni Unite registrano 1.244 casi di donne aggredite a scopo sessuale in tutto il Paese – una media di 14 aggressioni al giorno.

Un numero simile di aggressioni sessuali era già stato registrato nello stesso periodo dello scorso anno e l’UNHCR teme che le reali cifre siano ben più elevate visto che molte delle vittime non denunciano i fatti per paura di essere emarginate.

L’UNHCR lamenta la mancanza di giustizia e l’impunità di questi atti. La violenza sessuale è un crimine tra i più gravi e dovrebbe essere trattato come tale. Le vittime dovrebbero essere aiutate a denunciare gli attacchi senza dover temere rappresaglie.

Oltre un terzo dei casi registrati si sono verificati nelle province del Nord e Sud Kivu, nella RDC orientale. Questa regione ospita 1,4 milioni di sfollati interni, 100mila dei quali nei campi gestiti dall’UNHCR.

In molti casi le donne vengono violentate quando si allontanano dai propri villaggi o dai campi in cerca di legna da ardere, acqua e altri mezzi essenziali per la sopravvivenza. L’UNHCR sta facendo tutto il possibile per ridurre i rischi per le donne che si trovano nei campi. Nel Nord Kivu ad esempio, l’UNHCR distribuisce cucine a carburante e legna da ardere, in modo che le donne non debbano avventurarsi in aree non sicure. Dal 2008 sono state distribuite cucine a carburante e legna da ardere a circa 4.200 famiglie.

Oltre a questi metodi di prevenzione, l’UNHCR sta lavorando anche per seguire i casi di stupro portati alla sua attenzione fornendo consulenze, assistenza medica e legale. Lo scorso anno ad esempio, l’UNHCR ha dato assistenza legale a 145 vittime nel Sud Kivu. Grazie a questo supporto, le famiglie hanno potuto presentare ricorso alle corti locali. Molti dei casi sono ancora aperti, ma in 24 di essi i colpevoli sono stati arrestati con condanne tra i due e i dieci anni. Alcuni dovranno anche pagare un risarcimento alle vittime. Questo rappresenta un notevole passo avanti per la giustizia, ma il numero dei casi che arrivano in tribunale sono una minima parte rispetto alla vastità del problema.

Nella RDC dal 1996 sono stati registrati almeno 200mila casi di violenza sessuale.

Fonte: UNHCR

25 aprile 2010, Giornata Mondiale per la Malaria, l’appello di Medici Senza Frontiere


Più di un milione di persone continuano a morire ogni anno a causa della malaria, anche se esistono semplici ed efficaci mezzi che hanno dimostrato di ridurre vertiginosamente la gravità di questa malattia. Ogni anno, MSF si occupa di curare oltre un milione di pazienti affetti da malaria in 30 Paesi

"Il fatto che una diagnosi e un trattamento veloci ed efficaci siano ora possibili, rende il protrarsi della tragedia legata alla malaria nei Paesi in via di sviluppo ancora più inaccettabile." dice il dott. Martin De Smet, collaboratore di MSF ed esperto di malaria. “I mezzi necessari a sconfiggere la malaria sono stati sviluppati e adesso è necessario utilizzarli e perfezionarli su una più larga scala.”

Dove non c'è disponibilità di una microscopia attendibile, MSF utilizza i Test per la Diagnosi Rapida (RDT). Questi test richiedono l'utilizzo di una sola goccia di sangue dal dito del paziente, per diagnosticare la malattia entro 15 minuti. I Test per la Diagnosi Rapida assicurano una diagnosi corretta, e MSF ha dimostrato la loro funzionalità in molti contesti differenti, inclusi ospedali sovraffollati, basi ospedaliere isolate, e attraverso dei promotori di salute locali.

Il medicinale utilizzato da MSF è la terapia combinata a base di artemisina (ACT). Queste pillole sono il metodo più efficace per combattere la malaria. Hanno un basso livello di tossicità, pochi effetti collaterali, e agiscono rapidamente contro il parassita. Se a un paziente viene diagnosticata la malattia in una fase iniziale, gli bastano solo tre giorni consecutivi di terapia ACT per guarire.

MSF distribuisce anche zanzariere trattate con l'insetticida alla popolazione maggiormente a rischio, come donne incinte e bambini al di sotto dei cinque anni. Attraverso le campagne di promozione per la salute, MSF istruisce le comunità su come usare e mantenere la propria zanzariera per proteggersi di notte dalle zanzare.

"I Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo devono impegnarsi seriamente per sostenere la battaglia contro la malaria" afferma Martin De Smet. "In occasione della Giornata Mondiale contro la Malaria 2010, MSF chiede a tutti le parti coinvolte di rispettare gli impegni presi per incrementare e perfezionare i Test per la Diagnosi Rapida, la terapia ACT e la diffusione di zanzariere in quei Paesi in cui la malaria è endemica.

Guarda la photogallery: Mali, curare la malaria tra la gente >>

Medici Senza Frontiere è oggi la più grande organizzazione umanitaria indipendente di soccorso medico, presente in oltre 60 paesi con 365 progetti. In un anno i team di MSF hanno effettuato più di 8.500.000 visite mediche, curato 1.300.000 casi di malaria, vaccinato 2.5 milioni di persone contro la meningite e 430.000 bambini contro il morbillo, effettuato più di 53.000 interventi chirurgici, assistito 12.000 donne vittime di violenza sessuale, aiutato a nascere più di 100.000 bambini, fornito il trattamento antiretrovirale a 112.000 persone sieropositive.