giovedì 31 marzo 2011

“CONOSCO QUEI REATTORI, SI RISCHIA LA CATASTROFE”

Paolo Ruffatti ha guidato il programma atomico dell'Ansaldo: "Sarà molto peggio di Chernobyl. L'uranio bucherà il terreno e finirà nelle falde e nell'ambiente"

La situazione nella centrale nucleare di Fukushima è fuori controllo. Ieri lo hanno ammesso pubblicamente anche i vertici della Tepco (non c’era il presidente, forse ricoverato per problemi di ipertensione). Il governo giapponese pensa a smantellare i sei reattori dell’impianto contro i quattro, quelli più mal messi, ipotizzati dalla compagnia. E mentre rimbalzano i dati sull’intensità delle radiazioni attorno alla centrale, sulla concentrazione di iodio 131 nell’acqua (ieri stimato in 3.355 volte sopra il valore limite consentito) e sulla nube radioattiva che sta sorvolando l’Europa, la tentazione è di farsi prendere da quell’emotività che tanto disturba gli sponsor del nucleare italiano. Sensazione che prova anche chi di un impianto come quello di Fukushima è esperto. Paolo Ruffatti è l’ingegnere che tra il 1972 e il 1977 ha guidato l’officina meccanica dell’Ansaldo nucleare. La società genovese in quel periodo ha costruito il reattore dell’impianto di Caorso, di due centrali svedesi (Forsmark) e della centrale francese Superphenix. Quello di Caorso, fermato nell’86, è un reattore da 860 Megawatt con tecnologia Bwr: “Esattamente uguale a quello di Fukushima – dice Ruffatti – se non per il sistema di raffreddamento, che nella centrale giapponese è meno evoluto". 

L’ipotesi peggiore è la fusione del nocciolo, rischio sempre più imminente.
Che i noccioli dei reattori siano fusi è garantito, in tutti e tre i reattori attivi. Lo si è capito già nei primi giorni. Si è continuato a tentare di raffreddare l’impianto con l’acqua, ma bastano 12 ore perché inizi la fusione del nocciolo. O si riesce subito a raffreddare il nocciolo o la fusione va avanti.

Ora che può succedere?
Per quanto riguarda l’uranio che sta nelle barre, dopo aver fuso il contenitore primario, 350 millimetri di grafite e acciaio, precipita nel cosiddetto vessel, altro contenitore d’acciaio sul cui fondo c’è una piscina di soppressione, piena d’acqua. Non sappiamo se l’acqua è ancora lì, io dubito. Se non c’è più, il nocciolo buca anche quello e poi la base in cemento quindi va a finire nel terreno, nelle falde e nell’ambiente. Peggio di quel che è successo a Chernobyl, dove c’è stato rilascio di radiazioni più che altro nell’aria, e peggio di Three Mile Island (reattore Usa, incidente del 1979, ndr), lì il nocciolo è rimasto nel contenitore secondario e lo stanno ancora raffreddando. Si rischia di dover sfollare qualche decina di milioni di giapponesi.

Come si può evitare?
Bisognerebbe andare a vedere se le piscine di soppressione sono danneggiate o no, se c’è ancora acqua, ed eventualmente riempirle. Ma teniamo presente che le radiazioni sono tali che nessuno ora può lavorare là senza sacrificare la vita. I tecnici che abbiamo visto in tv al lavoro nella centrale hanno ancora pochi giorni da vivere.

Se il contenitore è danneggiato e manca l’acqua, cos’altro si può fare?
Non esiste alcuna tecnologia per affrontare questo problema. E non è solo quello il problema. A pochi metri c’è un’altra piscina che contiene le barre d’uranio di ricambio e il combustibile esausto. Ho l’impressione che l’esplosione abbia danneggiato anche queste, vuol dire che ci sono le scatolette con le pastiglie di uranio arricchito che sono finite chissà dove. È roba che uccide un uomo in un’ora, ma bisogna trovarle, senza acqua di raffreddamento vanno in fusione anche quelle.

L’Europa ha deciso di fare degli stress test per verificare la sicurezza dei suoi impianti. Servono?
Dipende da cosa si intende per stress test: per esempio, per verificare se un contenitore primario dopo 40 anni è usurato, bisogna metterlo in pressione. È un’operazione costosa, pericolosa e comunque bisogna fermare l’impianto. Gli stress test meccanici ed elettromeccanici che servono richiedono grossi investimenti. Se si intende qualcos’altro, è solo propaganda per tenere a bada l’opinione pubblica.

di Marco Maroni

da Il Fatto Quotidiano del 31 marzo 2011

ENERGIA. FONTI RINNOVABILI E COSTI IN BOLLETTA

Legambiente: “Basta bugie. Le fonti pulite incidono solo per il 5,5% e piacciono agli italiani

2,5 euro al mese. Ecco quanto hanno pagato gli italiani per promuovere le “vere” rinnovabili nel 2010. Una cifra che ha inciso sui costi totali solo per il 5,5% e che serve ad assicurare lo sviluppo delle fonti pulite, rinnovabili, tecnologicamente vantaggiose per il sistema Paese, per l’occupazione e per la salute degli italiani. Occorre partire da questi dati per affrontare coerentemente il tema dei costi delle nostre bollette energetiche”.

Con queste parole Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, ha voluto oggi fare chiarezza nel bailamme delle dichiarazione inesatte e pretestuose che si stanno moltiplicando sui media sui costi dell’energia rinnovabile in Italia.

“I costi elevati delle nostre bolletteha sottolineato Cogliati Dezzasono dovuti, in gran parte, all’aumentata dipendenza dell’Italia dal petrolio, e ben altre voci andrebbero eliminate per far diminuire la spesa dei cittadini. Mi riferisco al costo per i Cip 6 delle fonti assimilate piuttosto che alle Tariffe speciali Fs o ancora alla quota per il decommissioning delle centrali nucleari e non solo”.

Gli incentivi alle rinnovabili inoltre, in uno scenario chiaro e definito caleranno fino a raggiungere, volendo già nel 2020, la grid parity, ossia una situazione per cui il costo di produzione dell’energia da fonti rinnovabili avrà pareggiato il costo d’acquisto dell’energia dalla rete.

Non è possibile ingannare i cittadiniha concluso Cogliati Dezzacon lo spauracchio degli alti costi dell’energia del vento e del sole, senza fare prima chiarezza sui costi reali della produzione energetica. Tanto più, che tutti i sondaggi realizzati ad oggi, hanno dimostrato che gli italiani vogliono le rinnovabili e che, per questo, sono disponibili a pagare quote accettabili in bolletta. Sarebbe più utile e corretto allora informare su quanto andrebbe a pesare (e quanto ci costa già ora) l’eventuale ritorno del nucleare”.


CORTE UE CONDANNA ITALIA PER INQUINAMENTO INDUSTRIALE

Legambiente: “l’Italia concluda le procedure di autorizzazione per gli impianti

"La condanna europea nei confronti dell'Italia è ineccepibile. In Italia, infatti, ci sono tuttora grandi impianti industriali che continuano ad emettere inquinanti in aria, acqua e suolo e ad operare al di fuori delle regole decise a livello comunitario”.

Così Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente ha commentato la condanna dell’Italia da parte della Corte europea di giustizia per la violazione della direttiva sulla prevenzione e riduzione integrate delle emissioni inquinanti dagli impianti industriali (direttiva Ippc, 2008/1/CE).

Ancora molti siti industriali italianiha aggiunto Ciafani - sono ancora privi delle nuove Autorizzazioni integrate ambientali (Aia) che dovevano essere rilasciate già dalla fine del 2007. Ne è esempio l'Ilva di Taranto, uno dei più grandi complessi industriali d'Europa, noto negli anni scorsi per le sue elevate emissioni di diossina e per quelle di benzo(a)pirene. Ma anche per questo cancerogeno invece di intervenire per abbassarne le emissioni, il Governo con il recente Dlgs 155/2010 ha prorogato l'entrata in vigore del valore limite al 2012. Ci auguriamo pertanto che, dopo questa condanna, la Commissione Aia e il Ministero dell'Ambiente concludano al più presto le procedure di autorizzazione, evitando scorciatoie pericolose, che al danno farebbero seguire una imperdonabile beffa”.

I ritardi si registrano anche nei registri Ines (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti) e E-PRTR (European Pollutant Release and Transfer Register) previsti sempre dalla Direttiva Ippc per il censimento delle emissioni inquinanti provenienti dagli impianti industriali. Anche in quest’ambito l’Italia è in forte ritardo: la sua validazione dei dati è ferma al 2006 e ancora non ha aggiornato il registro nazionale con i datidel 2007 e 2008.

PAKISTAN. FAO: BUONE LE PROSPETTIVE DEL PROSSIMO RACCOLTO DI GRANO

Un contadino che ha subito danni
dalle inondazioni trasporta
sementi di grano donate dagli USA
e distribuite dalla FAO
Dall’emergenza alla ricostruzione, gli interventi della FAO e dei suoi partner nel paese colpito dalle inondazioni.

La distribuzione su vasta scala da parte della FAO di sementi di grano alle vittime delle inondazioni che lo scorso anno hanno colpito il Pakistan, sta per dare i i primi risultati con una produzione alimentare in grado di nutrire circa mezzo milione di famiglie rurali.

Con una media di otto componenti a famiglia, questo si traduce in un raccolto in grado di dar cibo a circa quattro milioni di persone per i prossimi sei mesi. 

La FAO, nell'ambito del suo intervento d'emergenza iniziato lo scorso agosto, ha impiegato 54 milioni di dollari di fondi forniti da donatori internazionali per comprare e distribuire sementi di grano di qualità. Quando la stagione dei raccolti si concluderà, questa donazione avrà prodotto, in base agli attuali prezzi locali, circa 190 milioni di dollari di farina di grano - il principale alimento di base del paese.

"L'investimento reso possibile con i fondi dei donatori si è quadruplicato", dice Daniele Donati, responsabile del Servizio Operazioni d'Emergenza della FAO. "Non solo, ma gli agricoltori avranno abbastanza per conservare le sementi per la semina dell'anno prossimo".

In Pakistan, sono più di 18 milioni le persone colpite dalle gravi inondazioni che hanno devastato il paese la scorsa estate e che hanno arrecato danni alle abitazioni, alle infrastrutture ed all'agricoltura.

Il settore agricolo finanziato quasi interamente

Per dare una risposta all'emergenza immediata provocata dalle inondazioni del 2010, la FAO ha coordinato il Gruppo Agricoltura, formato da oltre 200 organizzazioni, che è riuscito a raggiungere oltre 1,4 milioni di famiglie rurali in tutto il Pakistan.

Dei 107 milioni di dollari richiesti nel suo appello, la FAO ne ha ricevuti 92 milioni, che hanno consentito all'organizzazione di sostenere l'intero settore agricolo su piccola scala delle quattro province colpite dal disastro. I donatori sono stati l'Australia, il Belgio, il Canada, il CERF (il Fondo centrale d'intervento per le emergenze dell'ONU, ndr), la Commissione Europea, l'IFAD, l'Italia, il Regno Unito, gli Stati Uniti e la Svezia.

Oltre a rendere possibile la stagione di semina del grano "Rabi", come viene chiamata localmente, si stima che la FAO abbia salvato circa un milione di capi di bestiame fornendo riparo temporaneo, medicinali vermifughi e foraggio secco a circa 290.000 famiglie. Il foraggio verde comincia ad essere disponibile solo adesso con l'avvicinarsi della primavera dopo un lungo e duro inverno.

"Gli interventi sul bestiame hanno davvero dato buoni frutti", dice Donati. "Costa dieci volte di più comprare un nuovo animale, che spesso per le famiglie rappresenta i risparmi di una vita".

La FAO sta coordinando anche migliaia di progetti cash-for-work (denaro in cambio di lavoro ndr) nell'ambito dei quali si da denaro in cambio di lavoro per sbloccare i canali d'irrigazione intasati da fango e detriti.

Solo una provincia, quella di Sindh, anch'essa duramente colpita finora non ha potuto ricevere aiuto a causa del fatto che i campi sono rimasti coperti dalle acque ben oltre la fine della stagione della semina Rabi, ed in alcuni casi sono ancora allagati. In questa provincia la FAO distribuirà sementi di riso a circa 25.000 famiglie in tempo per la prossima stagione di semina, ma sono più di 700.000 le famiglie che avranno bisogno d'assistenza nei prossimi mesi.

Le priorità della ricostruzione

La FAO insieme al Governo del Pakistan ha individuato le priorità della ricostruzione per i prossimi due mesi. Tra esse incrementare la produzione agricola, la zootecnia, le attività di pesca e la produzione agro-forestale, per migliorare la dieta ed i livelli nutrizionali della popolazione, e promuovere la divulgazione agricola per offrire consulenza ed aiuto ai braccianti ed ai piccoli proprietari.

"Il conseguimento di questi obiettivi farà ridurre in modo significativo la vulnerabilità della popolazione, farà migliorare la produzione alimentare e la possibilità di generare reddito e farà crescere la capacità della popolazione di rispondere ai possibili shock futuri", ha aggiunto Donati. La FAO prevede che il suo programma di ricostruzione costerà intorno a 94 milioni di dollari, sufficienti a dare assistenza a 430.000 famiglie dislocate in 24 distretti.

E' stato istituito un gruppo di lavoro per una ricostruzione rapida, presieduto congiuntamente dall'Autorità Nazionale per la gestione dei disastri del Governo Pakistano e dal Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite. Esso copre otto settori tra cui uno dedicato all'agricoltura ed alla sicurezza alimentare, coordinato da FAO, PAM e dal Ministero Pakistano per l'alimentazione e l'agricoltura.

QUANDO LA SCIENZA È CENSURATA. LO STRANO CASO DEL DOCUMENTO DEL NATIONAL CANCER INSTITUTE SULLA CANNABIS E I TUMORI

di Francesco Crestani *

Il 17 marzo scorso il prestigioso National Cancer Institute americano, agenzia ufficiale che conduce e sostiene la ricerca e l'informazione sulle cause, la prevenzione, la diagnosi e la terapia del cancro, ha diffuso un documento sulla Cannabis e i Cannabinoidi nei tumori. Tale documento risulta estremamente interessante in quanto chiarisce molte potenzialità di utilizzo di queste sostanze. Ma la cosa che ha stupito è stata la variazione del testo che si è avuta dopo pochi giorni dalla pubblicazione. La prima versione, infatti, ammetteva la possibilità di un utilizzo non solo sintomatico, ma anche realmente terapeutico dei Cannabinoidi, ovvero che la Cannabis non solo riduce la nausea e il dolore, ma che può anche far regredire la malattia.    

La prima versione infatti riportava:

I potenziali benefici della Cannabis medicinale per le persone affette da cancro includono gli effetti antiemetici [antivomito, n.d.r.], la stimolazione dell'appetito, la riduzione del dolore e il miglioramento del sonno. Nella pratica della oncologia integrativa [cioè basata anche su medicine complementari] il professionista della salute può raccomandare la Cannabis terapeutica non solo per la gestione dei sintomi ma anche per i suoi possibili effetti direttamente antitumorali. 

La versione emendata recita:

I potenziali benefici della Cannabis medicinale per le persone affette da cancro includono gli effetti antiemetici, la stimolazione dell'appetito, la riduzione del dolore e il miglioramento del sonno. Sebbene non esistano indagini rilevanti sulle modalità di applicazione pratica, sembra che i medici che curano i pazienti affetti da tumore e che prescrivono la Cannabis medicinale lo facciano soprattutto per la gestione dei sintomi.

Sappiamo che gli articoli scientifici, specialmente se si tratta di documenti ufficiali, sono ponderati letteralmente parola per parola prima di essere pubblicati. In questo caso, poi, è presumibile che l'articolo sia stato redatto da scienziati di primo livello, tra i massimi esperti nel campo. Dobbiamo quindi pensare che questi ricercatori abbiano commesso un madornale errore? O forse qualcuno è intervenuto a posteriori per "ammorbidire" il documento?

In ogni caso la rassegna riporta molte informazioni interessanti, e le conclusioni sono tutte meritevoli di essere approfondite. Ne parleremo in un prossimo articolo. 



FOTOVOLTAICO: IL CODACONS DIFFIDA ENEL E GSE

SIGILLARE I CONTATORI PER EVITARE TRUFFE A DANNO DELLA COLLETTIVITA'

Dopo il servizio trasmesso da "Striscia la Notizia', che ha documentato la possibilità di truffe sul fotovoltaico, il Codacons ha presentato una diffida all'Enel e al GSE, Gestore dei Servizi Energetici.

Come noto - spiega l'associazione - la legislazione italiana prevede incentivi per incrementare la diffusione dell'energia fotovoltaica nel nostro paese. In particolare, l'incentivo in conto energia, che viene corrisposto sulla base della quantità totale di energia elettrica prodotta dall'impianto fotovoltaico. Il meccanismo incentivante avviene tramite l'erogazione di un importo prefissato a fronte di ogni kilowattora (kWh) prodotto dall'impianto. L'impianto prevede un contatore che misura la quantità di energia prodotta dall'installazione fotovoltaica e su quella base verrà corrisposto l'incentivo.

Ed è proprio attorno a tale incentivo che si verificano truffe a danno della collettività. L'inverter - spiega il Codacons - trasforma la corrente solare da continua in "alternata', in modo da poter essere utilizzata dalle utenze domestiche, e la immette nella rete elettrica ENEL. Un secondo contatore dedicato misurerà tale corrente che viene di fatto "venduta all'ente distributore'. Parallelamente esisterà il normale impianto elettrico dell'abitazione che non viene per niente modificato e che, tramite il già esistente contatore, continuerà ad alimentare le varie utenze domestiche.

Ebbene l'impianto fotovoltaico cosi come strutturato, in assenza di una morsettiera piombata che sigilli non solo il contatore ma tutto il percorso dal contatore all'inverter, diventa oggetto di manomissioni volte a prelevare facilmente dal contatore dell'Enel l'elettricità per poi passarla sul contatore del fotovoltaico, aumentando così la produzione e rendendo possibili frodi e truffe a danno della collettività.

Per tale motivo il Codacons ha presentato oggi formale diffida all'Enel e al Gestore dei Servizi Energetici (GSE) chiedendo di attivarsi al fine di predisporre tutti i necessari controlli sugli impianti, provvedendo alla sigillatura degli stessi attraverso una morsettiera piombata che sigilli non solo il contatore ma tutto il percorso dal contatore all'inverter.


AIAZZONE: BENE GLI ARRESTI DI BORSANO,SEMERARO E GALLO. MA LA PROCURA NON POTEVA INTERVENIRE PRIMA,SI CHIEDONO ADUSBEF E FEDERCONSUMATORI ?

Adusbef e Federconsumatori apprendono con soddisfazione che oggi la Procura di Roma ha disposto gli arresti per Gianmauro Borsano, già patron del Torino calcio, Renato Semeraro e Giuseppe Gallo titolari del marchio Aiazzone.

Le misure cautelari firmate dal Gip Giovanni De Donato su richiesta del procuratore aggiunto Nello Rossi e dei sostituti Francesca Loy e Francesco Ciardi, eseguiti dal nucleo di polizia valutaria della Guardia di Finanza per i reati di omesso pagamento delle imposte, bancarotta documentale e distrazione.

Con il meccanismo dello svuotamento di beni da società indebitate con il fisco, il trasferimento di queste in Bulgaria, con conseguente cancellazione dal registro delle imprese per evitare l'accusa di bancarotta, hanno evaso imposte per oltre dieci milioni di euro, per questo, ed altro, sono stati arrestati oggi gli imprenditori Gianmauro Borsano, già patron del Torino, Renato Semeraro e Giuseppe Gallo, utilizzatori del marchio Aiazzone, noto per la vendita di mobili.

Benissimo che la Procura di Roma abbia disposto anche gli arresti domiciliari per il commercialista Marco Adami e la sospensione dall'esercizio della professione per Maurizio Canfora,avvocato romano, ma poiché la contestazione di tali reati risale al settembre 2010, non si poteva intervenire prima per evitare che Borsano e Semeraro,vecchie conoscenze della magistratura,potessero continuare a truffare circa 12.000 famiglie con l’inganno della vendita dei mobili,con il marchio Semeraro,a prezzi super-scontati ?

E’ dal 16 settembre 2010 che i militari della Guardia di Finanza avevano perquisito autorevoli studi di commercialisti e sedi di importanti imprese in tutta Italia, per presunte violazioni della legge in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, dal trasferimento all'estero di società sull'orlo del lastrico, su ordine della Procura di Roma che aveva disposto 60 perquisizioni per individuare e bloccare gli autori della truffa ai danni dell'erario e dei creditori, tra i quali il presidente della Confcommercio di Roma, Cesare Pambianchi; gli imprenditori Giampiero Palenzona, Renato Semeraro,Gianmauro Borsano con i figli Margherita e Giovanni,i manager Guido e Michele Di Veroli.

Le Fiamme gialle avevano controllato le imprese B&S spa, Emmedue srl, Emmecinque srl, Emmelunga srl, Aiazzone Network srl, Visa Diffusione Moda srl, Conad del Tirreno, accusate del reato previsto dall'articolo 11 del decreto 74 del 2000, che punisce con la reclusione da sei mesi a quattro anni "chiunque, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte di ammontare complessivo superiore a lire cento milioni, aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva”.

Un intervento più tempestivo della Procura di Roma forse poteva evitare la truffa a danno di 12.000 famiglie, raggirate dai Semeraro e Borsano, quindi costrette a pagare le rate alle finanziarie per mobili che non hanno mai ricevuto e che non avranno forse mai più.


CARTE DI CREDITO TRUFFALDINE: E’ BARCLAYS A CADERE RETE PROCURA TRANI.

Da American Express a Barclay’s, cambia l’istituto bancario, cambiano le ipotesi di reato ma non muta lo scenario: carte di credito revolving truffaldine a danno dei consumatori quasi sempre ignari dei reati compiuti nei loro confronti, come l’apertura di un fido di 1.000-1.500 euro o un’assicurazione su tale credito, che scattava anche senza il consenso del cliente, con una clausola che determinava l’addebitamento di voci di spesa mai sottoscritte mediante dubbie ed illegali operazioni di telemarketing.

Come ha spiegato il dr. Carlo Maria Capristo (procuratore capo di Trani) in una conferenza stampa di stamane a Trani, “oggi mettiamo un altro tassello su un percorso avviato da tempo, vale a dire l’indagine sulla Barclay’s Bank. Non è in discussione la credibilità dell’istituto (e lo stesso dicasi per la American express), ma il rispetto dei diritti del cittadino sia sotto l’aspetto dei consumi, sia per quanto concerne la sicurezza. Fondamentali, in questo senso – ha sottolineato il capo del pool di Trani -, le segnalazioni della Federconsumatori e dell’Adusbef, giacché il fenomeno è molto diffuso su tutto il territorio e colpisce una fascia media dei cittadini, vale a dire coloro che non riescono ad arrivare a fine mese e si affidano alle carte revolving per coprire momentanei disagi. Ebbene questi strumenti, se proposti correttamente, sono d’ausilio, ma se proposti illegalmente, spingono il consumatore in una spirale pericolosa di ulteriore indebitamento.

Adusbef e Federconsumatori, anche alla luce dei giudizi attuali sulla solvibilità degli Stati emessi in questi giorni dalle agenzie di rating, esprimono ancora una volta gratitudine alla Procura di Trani, in particolare al PM Michele Ruggiero che dopo aver indagato sulle carte di credito revolving usurarie di American Express, sta conducendo un’indagine delicata sull’Agenzia di rating Moody’s, il cui report sull’Italia del 6 maggio 2010 determinò una caduta del valore delle quotazioni,con un crollo di decine di miliardi di euro.

Michele Ruggiero,il pm titolare dell’inchiesta, che nell’ottobre 2010 aveva ordinato perquisizioni e sequestri nella sede Barclay’s di Milano, dopo aver incriminato in particolare i responsabili della banca che gestivano le carte di credito, ha spiegato che le società affidatarie del servizio assicurativo non era la Barclay’s, ma la Cardiff, con l’80 per cento dei proventi incamerati con tali sistemi fraudolenti a danno dei consumatori che venivano retrocessi alla stessa Barclays.

Adusbef e Federconsumatori continueranno a denunciare alle Procure della Repubblica, comportamenti fraudolenti di banche e gestori delle carte di credito,che continuano a procurare, specie in una fase acuta di crisi economica,danni ingenti alle famiglie sempre più indebitate.


TARIFFE, CGIA: ACQUA E RIFIUTI QUELLE AUMENTATE DI PIU’

A preoccupare la CGIA di Mestre non c’è solo il forte aumento dei prezzi registrato dall’Istat, ma anche il caro tariffe.

Negli ultimi 10 anni, le tariffe dei servizi pubblici, ad esclusione dei servizi di telefonia, sono aumentate più dell’inflazione. Se nell’ultimo decennio la variazione dei prezzi è stata del +23,9%, la tariffa dell’acqua potabile è cresciuta del 55,3%, quella della raccolta rifiuti del 54% e quella dei trasporti ferroviari del 43,9%.

Appena fuori dal podio di questa speciale graduatoria, troviamo i pedaggi autostradali, con il + 38,5%, le tariffe dei taxi, con il +35,4%, quelle del gas, con il +33,2% e i trasporti urbani, con il +31,4%. Nella parte bassa della classifica, invece, troviamo i servizi postali (+29,3%), l’energia elettrica (+24,3%) e i servizi di telefonia (-11,7%). Quest’ultima, è l’unica voce tariffaria del “paniere” preso in esame ad aver subito una contrazione nel decennio appena trascorso.

E’ questo il risultato emerso da un’analisi effettuata dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, che ha analizzato l’andamento dei prezzi delle tariffe dei servizi pubblici, avvenuto tra il 2000 e il 2010.

Le tariffe amministrate dai Comunicommenta Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA di Mestresono quelle che hanno subito le impennate più consistenti. Purtroppo, a fronte degli aumenti delle bollette dell’acqua o dell’asporto rifiuti, non è seguito un corrispondente aumento della qualità del servizio offerto ai cittadini. Anzi, in molte parti del Paese è addirittura peggiorato. Il ritocco all’insù delle tariffe è servito agli Enti locali per far cassa, compensando, solo in parte, il taglio dei trasferimenti imposti in questi ultimi anni dallo Stato centrale”.


OBAMA, NOBEL PER LA PACE, ARMA I RIBELLI LIBICI

di Luigi Nervo

Armare i ribelli in Libia è la soluzione estrema per abbattere Gheddafi, ma resta comunque una reale possibilità. È questo il senso del discorso del presidente americano Barack Obama che ha difeso l'intervento militare: «È l'unico modo di fermare il bagno di sangue». Nel discorso trasmesso in diretta televisiva ha parlato di libertà e di democrazia come aveva già fatto il suo predecessore Gerorge W. Bush prima della Seconda Guerra del Golfo. Ma a differenza di allora intravede alcune variazioni: «Il cambiamento di regime ha richiesto otto anni, migliaia di vite americane ed irachene, e circa mille miliardi di dollari – ha spiegato – Non è qualcosa che possiamo permetterci di ripetere in Libia». E ha aggiunto: «Un massacro avrebbe macchiato la coscienza del mondo, ho rifiutato di attendere le immagini dei massacri e delle fosse comuni prima di intervenire».

Ha anche parlato di Gheddafi come di un uomo che ha ormai le ore contate: «Grazie alle forti pressioni, non solo militari, ci aspettiamo che Gheddafi ceda e alla fine lasci il potere – è stato uno dei passaggi del discorso – Oltre ad aver imposto una no fly zone puntiamo a proteggere i civili con una serie di strumenti politici e diplomatici, come le sanzioni, tutti elementi che puntano a porre fine al regime libico».

L'ipotesi di armi ai ribelli è stata accolta anche dal segretario di Stato Hillary Clinton: «La risoluzione Onu – ha detto – permetterebbe di farlo». E anche alcuni esponenti repubblicani sono dalla parte del presidente in questo frangente: è il caso del capogruppo repubblicano alla Camera John Boehner che ha definito «utile» l'intervento di Obama. Ma l'opposizione sembra spaccata e sia John McCain che Sarah Palin hanno criticato duramente il Presidente accusandolo di non essere andato fino in fondo nel tentativo di cacciare Gheddafi.

Ma anche in campo internazionale ci sono molte divisioni. Il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen ha detto che l'Alleanza Atlantica è stata mobilitata in Libia «per proteggere le popolazioni e non per armarle». E il ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov ha criticato la posizione fortemente interventista di Parigi: «Poco fa il ministro degli Esteri francesi ha detto che Parigi è disposta a discutere con i partner della coalizione le forniture di armi per l'opposizione libica – e ha aggiunto – Noi su questo siamo pienamente d'accordo con il segretario della Nato». Il timore è la presenza di uomini di Gheddafi e militanti di Al Qaeda infiltrati tra le file dei ribelli. Lo ha fatto notare il comandante della Nato in Europa James Stavridis: «Stiamo esaminando attentamente il volume, la composizione, le personalità, per capire chi sono i leader di queste forze di opposizione».

Intanto dalla Libia Mahmoud Shammam, portavoce del Consiglio nazionale transitorio, chiede giustizia per il suo popolo: «Gheddafi va processato per crimini contro l'umanità. Niente scambi indecenti, niente esili dorati macchiati del sangue dei nostri martiri. Noi chiediamo un processo politico, siamo consci che la soluzione non è militare e ribadiamo che va affidata ai libici, ma non consentiremo mai che Gheddafi e la sua famiglia possano esserne parte». E non lesina una frecciata al Governo italiano: «Il problema è che Berlusconi è stato troppo amico di Gheddafi. Adesso avete riaperto il consolato di Bengasi e fate grandi promesse di amicizia. Vediamo».


PROCESSO BREVE E PRESCRIZIONE, UN PO’ DI CHIAREZZA

Scritto per noi da Barbara Indovina*

Il ddl n. 1880 presentato per la prima volta il 12 novembre 2009 intitolato "Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi" - in attuazione dell'articolo 111 della Costituzione e dell'articolo 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali - approvato dal Senato della Repubblica il 20 gennaio 2010 è tornato ieri, dopo oltre un anno “di giacenza” dall’approvazione del primo ramo del Parlamento, alla Camera dei deputati per la discussione.

Il testo del provvedimento, profondamente modificato nella sostanza, passa all’esame dell’Assemblea con la relazione dell’onorevole Maurizio Paniz.

Innanzi tutto balza all’evidenza la disposizione di cui all’art. 3 che recita “modifiche all’art. 161 del codice penale”: a pochi anni dall’entrata in vigore della c.d. “legge Cirielli”, legge che ha radicalmente mutato l’istituto della prescrizione (ossia della causa di estinzione del reato per il decorrere di limiti temporali), il legislatore modifica ulteriormente le disposizioni circa i termini necessari per poter dichiarare prescritto un reato.

L’istituto dell’interruzione della prescrizione ossia, più semplicemente, dell’allungamento dei termini di prescrizione a seguito di determinati atti o fatti che ne interrompono la decorrenza, con la Legge Cirielli veniva differenziato a seconda della incensuratezza o meno del prevenuto: da un minimo di ¼ per gli incensurati fino ad un aumento apri al doppio del temine ordinario per le persone dedite alla delinquenza.

Facciamo un esempio: il termine di prescrizione del reato di concussione (punito con pena da 4 a 12 anni) è pari al massimo della pena edittale ossia, nel nostro caso, 12 anni; orbene alla luce del disposto della Legge Cirielli l’interruzione della prescrizione (ad esempio provocata dalla pronuncia della Sentenza di primo grado) aumenta per il soggetto incensurato a 15 anni (12 anni più un quarto = 15 anni) mentre per il delinquente abituale tale termine sarà aumentato fino a 24 anni. 

Orbene, l’emendamento proposto ieri consentirà aumenti differenti: in particolare per l’incensurato il tempo necessario a prescrivere non sarà più di ¼ ma di 1/6 e, contestualmente, viene introdotto il “nuovoaumento di ¼ per i casi recidiva semplice (ossia per chi ha già commesso in precedenza un altro reato): quindi, riprendendo l’esempio poc’anzi fatto, in caso di imputazione per concussione il termine prescrizionale in caso di soggetto incensurato muterebbe da 15 anni (12 anni + ¼ ovvero 3 anni) a 14 anni (12 anni + 1/6, ovvero 2 anni). 

Stando così le cose sarà introdotta, quindi, la tanto contestata norma proposta dall’onorevole Paniz circa la ulteriore diminuzione dei termini prescrizionali per i soggetti incensurati: tale modifica processuale si applicherà ai processi per i quali, alla data di entrata in vigore della legge, non sia stata pronunciata sentenza di primo grado

E’ il successivo art. 5 che è completamente difforme da quanto inizialmente presentato e lo si evince dalla lettura del titolo della norma che muta da “Estinzione del processo per violazione dei termini di durata ragionevoli” a “Durata ragionevole del processo e obbligo di segnalazione".  

Non più, quindi, l’introduzione del c.d. “processo breve” ma dell’obbligo di segnalazione in capo al dirigente dell’ufficio giudiziario di comunicare al Ministero della Giustizia e al procuratore generale presso la Corte di Cassazione circa la “lentezza” del giudice procedente ad emettere determinati provvedimenti: 

- 3 anni dalla richiesta di giudizio del PM alla sentenza di primo grado

- 2 anni dalla sentenza di primo grado a quella di appello

- 1 anno e 6 mesi dalla sentenza di secondo Grado alla sentenza di Cassazione

- 1 anno dal provvedimento della Cassazione che demanda al Giudice di merito un nuovo giudizio

Sparisce, quindi, la parte prevista nel testo approvato al senato un anno fa secondo la quale il decorso dei sopracitati termini avrebbe comportato l’estinzione del procedimento per violazione della durata ragionevole del processo: istituto, peraltro nuovo poiché l’estinzione del processo è propria del giudizio civile conoscendo il processo penale unicamente gli istituti dell’estinzione della pena e del reato. 

In ogni caso, i termini indicati dal legislatore sono, allo stato, incompatibili con l’attuale lentezza della giustizia penale: la durata media di un processo penale in primo grado è, infatti, di circa tre anni e mezzo.

L’indicazione di termini che consentano di ritenere la durata del processo “adeguata” quantomeno agli standard europei e a quanto suggerito dalla Comunità Europea, è doverosa ma inefficace senza modifiche strutturali che intervengano alla base del problema della lentezza della giustizia e non successivamente con decadenze o sanzioni che pregiudicherebbero soltanto i diritti dei soggetti interessati. 

Per le valutazioni finali dovremo attendere in ogni caso il testo che verrà approvato definitivamente specialmente in relazione alla durata del processo e alle conseguenze della mancata ottemperanza a quei termini definiti conformi ad un “giusto processo”: se la sanzione sarà, quindi, di tipo procedurale (con conseguente estinzione del processo) o soltanto “disciplinare” .

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*Barbara Indovina è avvocato a Milano e docente a contratto presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi di “Informatica per Giurisprudenza”. E’ autrice del volume “Informatica per giurisprudenza”, Egea Tools, 2010. http://arraylaw.eu/it/barbara_indovina

ILLEGALITÀ: AVANTI TUTTA

di Domenico Gallo

Dopo tanto parlare di riforme della giustizia e di interesse dei cittadini alla ragionevole durata dei processi, alla fine la maggioranza ha calato le carte e svelato quello che le sta veramente a cuore, lasciando intravedere i reali obiettivi che vuole conseguire e sui quali tenterà l'affondo nel corso di questa settimana cruciale.

La montagna del processo breve ha partorito il topo della prescrizione ultraridotta. Dopo aver minacciato di introdurre una inusitata ed inconcepibile decadenza del potere/dovere dello Stato di assicurare il contrasto alla criminalità attraverso lo strumento del processo penale, che – ricorrendo determinate condizioni – avrebbe determinato l'impunità anche per reati imprescrittibili come l'omicidio di mafia o le stragi, alla fine il c.d. processo breve si è sgonfiato, trasformandosi in un obbligo di segnalazione agli organi titolari del potere disciplinare. Evaporato l'istituto della decadenza del processo, quello che rimane è la norma inserita in dirittura finale dal relatore, in perfetta concordanza con il Governo, che accorcia la prescrizione dei reati per una determinata categoria di persone, riducendo i termini già ridotti dalla legge ex Cirielli nel 2005.

Com'è noto, la legge ex-Cirielli ha introdotto una disciplina in cui i limiti temporali per la punibilità non sono dipendenti dalla obiettiva gravità del reato, ma sono costruiti sul tipo di autore. Un fatto commesso da una persona "perbene" è meno grave (e meno punibile) dello stesso fatto commesso da una persona "per male" che, nella generalità dei casi, è un emarginato.

In particolare, con la legge ex Cirielli sono stati abbassati i termini di prescrizione per i reati commessi dai colletti bianchi (che normalmente sono commessi da incensurati). Sono stati ridotti i termini di prescrizione per reati come il peculato, la concussione, la corruzione propria, la corruzione in atti giudiziari, la bancarotta fraudolenta. La legge ha funzionato, non è per caso che il processo per corruzione a carico dell'avv. Mills si è concluso con una sentenza di non doversi procedere per prescrizione, pur essendo stato accertato – con sentenza passata in giudicato – l'episodio di corruzione contestato all'avvocato inglese. Tuttavia anche questi termini ridotti non sono stati sufficienti, in quanto pendono sulla testa del Presidente del Consiglio nuovi procedimenti che possono turbare il sereno esercizio delle sue funzioni e lo stesso processo Mills può portarlo ad una condanna in primo grado.

Quindi si interviene un'altra volta sulla prescrizione, per ridurla ulteriormente in funzione delle esigenze processuali di un imputato eccellente.

Se non dobbiamo cessare di indignarci per lo scandalo delle leggi ad personam, che corrompono la funzione della legge, che deve essere orientata al bene pubblico, qui il problema va ben oltre il destino processuale di un singolo imputato. Quella che viene pregiudicata è la legalità, perchè termini di prescrizione irragionevolmente brevi per reati molto dannosi per la collettività, come possono essere i reati tipici dei colletti bianchi (pensiamo al crack della Parmalat che ha comportato un danno alla famiglie italiane di 14 milioni di euro; alle vicende della malasanità, come quella della clinica Santa Rita a Milano, dove si facevano operazioni chirurgiche estremamente invasive al solo scopo di lucrare i finanziamenti della Regione; alle frodi per il conseguimento di erogazioni pubbliche che creano un danno enorme, sottraendo risorse che dovrebbero essere destinate all'occupazione ed allo sviluppo economico), comportano un accrescimento enorme dell'area dell'impunità.

Il secondo obiettivo che è stato esplicitato attraverso l'emendamento Pini alla legge comunitaria è quello di aggredire l'indipendenza del giudiziario, attraverso l'introduzione di una forma di responsabilità civile che interferisce nella libertà di decisione del giudice, condizionandola pesantemente. Il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, organo che deve vigilare sull'attuazione della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, fra i quali rientra il giusto processo, ha proprio recentemente varato una raccomandazione agli Stati membri in cui prevede che: “L'interpretazione della legge, l’apprezzamento dei fatti o la valutazione delle prove effettuate dai giudici per deliberare su affari giudiziari non deve fondare responsabilità disciplinare o civile, tranne che nei casi di dolo e colpa grave”.

L'emendamento Pini provvede a dare attuazione a questo principio rovesciandolo nel suo contrario. Infatti prevede di sopprimere una norma della legge sulla responsabilità civile dei giudici che garantisce la libertà del procedimento di interpretazione delle legge, statuendo che: “nell'esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l'attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove”.

Non c'è da stupirsi di questo abbinamento di riforme. Del resto l'abbassamento del livello di legalità si sposa bene con l'intimidazione dei giudici. Se si indeboliscono i guardiani delle regole, è molto più facile liberarsi di quei controlli di legalità che tanto fastidio danno ai quei condottieri politici che aspirano all'onnipotenza.


PRESIDIO PERMANENTE A MONTECITORIO CONTRO IL PROCESSO BREVE

Articolo 21 aderisce al presidio permanente in corso da oggi davanti a Montecitorio dopo il blitz di ieri della maggioranza sul processo breve. La mobilitazione andrà avanti fino a quando vi sarà la discussione alla Camera dell'indegno decreto legge. Tutti gli associati di Articolo 21 sono invitati a partecipare.

SICILIA: RITROVATA MORTA RARISSIMA AQUILA IMPERIALE.

LIPU: “TEMIAMO SIA STATA IMPALLINATA”

In attesa delle analisi dell’Istituto Zooprofilattico, cresce il timore di un grave atto di bracconaggio. La specie, rarissima da vedere in Italia, è ridotta a sole 800 coppie in tutta Europa. Appello antibracconaggio anche per l’aquila del bonelli.

Il cadavere dell’animale ritrovato era in avanzato stato di decomposizione. Ma ciò non ha impedito di identificarlo: si tratta di un esemplare della rarissima aquila imperiale, un maestoso rapace delle stesse dimensioni di un’aquila reale, ma che in Italia non nidifica e che anzi è rarissimo incontrare.

Lo rende noto la LIPU-BirdLife Italia, che ha ricevuto qualche giorno fa il rapace dall’Azienda Foreste Demaniali di Piazza Armerina (CT), che con la LIPU gestisce il Centro recupero rapaci di Piazza Armerina, in provincia di Enna.

Sulla causa della morte ancora non c’è un riscontro da parte dell’Istituto Zooprofilattico e del Nucleo operativo Cites di Palermo, cui Viviana Ingrasciotta, responsabile del Centro recupero, ha segnalato la cosa. Ma la LIPU, pur non potendo effettuare radiografie a causa dell’avanzato stato di decomposizione, teme un gravo atto di bracconaggio.

Si tratta di una specie rarissima, che possiamo osservare in uno o due esemplari tutto l’anno sull’intero territorio nazionaledichiara Fulvio Mamone Capria, vicepresidente LIPUSe le analisi ufficiali sveleranno una morte per impallinamento, si tratterebbe di un grave atto per il quale dovremo chiedere alla Regione misure speciali antibracconaggio”.

"Un altro rapace rarissimo, l'Aquila del Bonelliprosegue - è minacciato dalla predazione di uova e pulcini dai nidi, e contro questi furti la LIPU, con altre associazioni ambientaliste, sta monitorando i siti di nidificazione. Sarebbe utile che le Prefetture e la Regione si attivino per prevenire eventuali azioni di disturbo da parte dei bracconieri".

L’aquila imperiale è stata ritrovata da alcune persone nelle campagne di Contrada da Leano, a Mirabella Imbaccari (CT). L’animale riportava un anello identificativo del Museo di Bratislava, i cui numeri sono stati trasmessi all’Ispra per una verifica.

L’aquila imperiale (aquila heliaca), da non confondere con la somigliante aquila imperiale spagnola (aquila adalberti), è presente in Europa con un numero molto ridotto di coppie nidificanti, tra le 800 e le 1.500, distribuite tra la Russia (600-900 coppie, stabili), altri Paesi dell’Europa centro-orientale (principalmente in Bulgaria, Slovacchia, Ungheria e Macedonia), la Georgia, Cipro e la Turchia, paesi, questi ultimi, dove è in forte diminuzione.

La specie è classificata da BirdLife International come SPEC 1 (ossia specie minacciata a livello globale) ed è protetta dalle normative comunitarie e nazionali.

LIBIA, LE VITTIME CIVILI DELLA GUERRA

Dal vicariato apostolico di Tripoli, monsignor Martinelli: le bombe non porteranno la pace, Gheddafi non cederà.

Intervista a monsignor Giovanni Innocenzo Martinelli, vicario episcopale di Tripoli, in Libia da quarant'anni. Come va, monsignore?

Come va... siamo sotto le bombe.
Vogliono colpire siti ben precisi, senza provocare danni ai civili. Come si fa? Se colpisco un sito, per quanto preciso io possa essere, devo anche immaginare che accanto possa esserci un ospedale, una casa, e civili. Devo pensarci, che sia la casa che l'ospedale che i civili possono subire delle conseguenze. Colpiscono senza sapere esattamente cosa può esserci attorno a questo sito. Se c'è un deposito di bombe, per esempio, immagino che colpendolo anche le abitazioni circostanti, e chi vi abita possa esserne colpito. E' un paradosso, questa operazione militare. E' bene che si sappia la sofferenza inflitta alla popolazione dalle azioni militari. Stanno causando vittime tra quei civili che si vorrebbero proteggere. Lo ripeto: se si vuole una soluzione pacifica occorre coinvolgere l'Unione Africana, la Lega Araba e alcuni organismi locali. Ma mi sembra che prevalga un altro tipo di logica. 

Ha notizia di vittime civili?
Certo che ce l'ho, altrimenti non ne parlerei. Non ho visto queste vittime direttamente, ma ho testimoni che le hanno viste e che possono riferirlo. Persone che abitavano nei pressi di questi siti sono morte sotto il crollo della loro casa. Una famiglia, in particolare, è stata uccisa da queste 'bombe intelligenti'. 

Quanti civili sono morti? Siamo nell'ordine delle unità o delle decine?
Io ho avuto diretta testimonianza di questa famiglia di quattro-cinque persone. E poi so di un'altra persona morta per una scheggia nel cranio, forse colpita dalla contraerea sparata troppo bassa. Non si può dire esattamente che cosa succede. Ma se mi cade vicino, come è accaduto al reparto di cardiologia dell'ospedale di Tajura, una bomba... una bomba non è una caramella, e ha conseguenze, nuoce alle strutture, agli ammalati, al personale degli ospedali. Per lavorare in un ospedale ci vuole un minimo di tranquillità e di sicurezza, e il personale è spaventato, vuole partire, andarsene via. Lo stesso è successo a Misda, vicino all'ospedale abitavano alcune infermiere filippine. La loro casa è stata distrutta e hanno dovuto sloggiare. 

La sede del vicariato è in centro?
Sì, noi non siamo stati toccati, ma ci hanno svegliato le bombe che cadevano a poca distanza. Grazie a Dio fino ad adesso non ci hanno toccato.  Della coalizione fa parte anche il nostro Paese.

Come giudica la politica italiana?
Non so se ci sia una politica. E se c'è, non capisco quale sia realmente. L'Italia, che era diventata così amica della Libia, gli ha voltato le spalle. Io conosco persone di un certo livello, in ambito religioso, di provato prestigio morale, che avevano desiderio di allacciare un rapporto di mediazione, che confidavano nella mediazione italiana. Avevano fiducia. A questo punto non so dove possa attingere la fiducia della Libia se chi le era amico gli ha voltato le spalle. Ho ripetuto mille volte, in mille occasioni, che bisogna rispettare l'identità di questo Paese, con la sua situazione particolare nel contesto dell'Unione Africana e della Lega Araba. Questo principio non è stato rispettato nella riunione di Londra, e per questo la riunione ha fallito. La Libia ha ancora un suo ascendente nell'Unione Africana, ha amicizie con molti Paesi africani. Si potrebbe e si dovrebbe trovare una soluzione diplomatica che sia rispettosa e accettabile. Anche il Santo Padre domenica scorsa ha sottolineato che la voce del dialogo è una voce potente. Non si può mettere in pratica politiche che non tengono conto di questa esigenza. 

La voce del dialogo sembra non essere stata ascoltata. In che posizione vede Gheddafi oggi?
Non sono in grado di giudicare la sua posizione, in quanto io mi occupo di altro. La mia attività è molto ridotta e concentrata sul campo religioso. Io ho lavorato molto per il dialogo islamo-cristiano, e proprio attraverso queste componenti del dialogo, come ad esempio un'istituzione chiamata Islamic Call Society di Tripoli, si era affacciata l'idea di un dialogo con Paesi che hano un peso morale, un'influenza su Gheddafi. Io penso che Gheddafi non cederà. Questo deve essere chiaro, e l'ho detto dall'inizio, non pensate che lui ceda sotto le bombe. Lui non cede. Teniamo conto di questo e della possibilità di dargli una strada per poter dialogare, se possibile, quanto meno provare, all'interno del contesto giuridico dell'Unione Africana.   

Esiste qualche forma di discriminazione ai danni dei cristiani in Libia?
Assolutamente no. In questi quarant'anni la mia chiesa non ha subito nemmeno un graffio. C'è stato soltanto, se si ricorda, l'episodio di Bengasi, circa cinque anni fa, hanno assaltato la chiesa e l'hanno bruciata, ma era un episodio connesso all'assalto al consolato italiano, ed era legato...

Alle vignette di Maometto sulla maglietta di Calderoli.
Ecco.

Come vede l'evoluzione del conflitto?
Non vedo evoluzione se non c'è una via diplomatica. Sono convinto che le bombe non porteranno la pace in Libia. Bisogna avere il coraggio della diplomazia e del dialogo, da parte dei Paesi occidentali. La pace è possibile solo con il dialogo. Non si porta con le bombe.

di Luca Galassi


Fonte: http://it.peacereporter.net
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mercoledì 30 marzo 2011

PROCESSO BREVE, SCONTRO LA RUSSA-FINI: “VAFFA…” LA REPLICA: “CURATELO”

Potrà pure cascargli il mondo addosso, ma Silvio Berlusconi non perde di vista l’obiettivo personale. Mentre lui è impegnato a Lampedusa nel suo show – con tanto di promesse di alberi, prati, case colorate e linde, casinò e campi da golf -  i suoi uomini alla Camera portano avanti la battaglia vera del processo breve, quella che conta. Così è perché così vuole il capo, impegnato a promettere e insultare, a comprare case o pescherecci. 

In aula intanto il Pdl stravolge l’ordine del giorno parlamentare, poi arrivano le contestazioni, l’opposizione in sit in di fronte a Montecitorio, infine la bagarre in aula che diventa sospensione della seduta. La Russa – che accusa l’opposizione di essere “connivente con i violenti” – manda a quel paese il presidente della Camera Gianfranco Fini che lo interrompe sul più bello, proprio mentre applaude nervosamente l’intervento di Franceschini. Pazienza, il processo breve è ciò che conta. E quello va avanti verso l’approvazione, prevista per venerdì.


La Russa a Fini: “Ma Vaffa…”. Replica: “E’ malato, curatelo” 

Nel pomeriggio un centinaio di manifestanti è arrivato ad un passo del portone della Camera dei deputati. I manifestanti hanno preso di mira, tra gli altri, Ignazio La Russa che proprio in quel momento stava passando per la piazza. “Venduto”, “ladri”, “fascisti”, hanno gridato al ministro della Difesa, mentre dal gruppo dei manifestanti partiva anche qualche monetina, memoria di quel che successe di fronte all’hotel Raphael nel 1993, quando un fitto lancio di monete investì l’uscita del segretario del Psi, Bettino Craxi, da quella che era la sua abitazione romana. Il coordinatore del Pdl è entrato dal portone principale della Camera protetto dalla scorta, mentre la polizia ha formato un cordone per permettere l’accesso agli altri parlamentari.        


La Russa è poi stato protagonista di un duro scontro con il presidente della Camera Gianfranco Fini che ha portato quest’ultimo a sospendere la seduta. Dopo l’intervento del ministro e del capogruppo Dario Franceschini, il ministro della Difesa si è alzato in piedi applaudendo in maniera ostentata l’intervento del capogruppo Pd. A questo punto il presidente della Camera, Fini, ha richiamato La Russa che gli avrebbe risposto testualmente “non mi rompere, sto applaudendo”. Al secondo richiamo di Fini, La Russa gli ha risposto con un rotondo “vaffanculo” (che ora il ministro smentisce di avere mai pronunciato). A questo punto il presidente della Camera ha deciso di sospendere la seduta ma in Aula sono continuati schiamazzi e urli. Fini ha poi commentato ai giornalisti con ironia: “Curatelo". 

Pdl avanti tutta, modificato l’ordine del giorno   

In mattinata il Pdl aveva chiesto – e ottenuto – per voce di Simone Baldelli, di invertire l’ordine del giorno della seduta dell’aula della Camera ed esaminare e votare immediatamente il provvedimento sul processo breve scatenando la bagarre in aula. Quindici i voti di scarto che porteranno il provvedimento ad essere esaminato subito. Contro la richiesta di inversione dell’ordine del giorno si sono espressi i deputati di Pd, Idv, Fli e Udc. Richiesta che invece è passata. Anche se l’annunciato rush è stato subito stoppato. Il presidente della Camera Gianfranco Fini, infatti, ha raddoppiato i tempi di intervento in aula dell’opposizione, che ne ha fatto richiesta durante la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. “Speriamo di chiudere entro venerdi’”, ha poi riferito Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl.

Dopo la richiesta i deputati dell’opposizione avevano abbandonato i lavori del comitato dei nove della commissione giustizia in protesta contro il tentativo “di strozzare i tempi del dibattito” sul processo breve. Intanto in aula partiva il coro”vergogna, vergogna”. Dopo l’intervento del capogruppo del Pd Dario Franceschini, che ha espresso il parere contrario del suo gruppo, i deputati del Pd si sono alzati in piedi per applaudire e subito dopo è partito il coro.

”La proposta del Pdl – aveva detto il capogruppo del Pd – scrive una pagina inedita di violenza parlamentare e di abuso della maggioranza. Una doppia violenza”. Oggi, ha ricordato Franceschini, Berlusconi andrà a Lampedusa “seguito dalle telecamere e quella visita non è per risolvere il problema di quell’isola, è per coprire il processo breve”. Poi l’attacco più duro: “”Dov’e’ l’urgenza di varare il processo breve? Significa mandare in prescrizione migliaia di processi, liberare i criminali, lasciare impuniti imputati di violenza carnale solo perchè sono incensurati”.

Dopo l’intervento di Franceschini, dai banchi dell’opposizione tutti i deputati si sono alzati in piedi urlando “vergogna, vergogna!”. Dal Pdl immediato il coro di risposta: “Buffoni, buffoni!”. 

Il retroscena: B. ai suoi, subito il processo breve 

L’ordine di avanti tutta era arrivato direttamente dall’alto. Ieri, mentre l’unità del governo andava al macero sull’emergenza immigrazione, a Palazzo Grazioli il Cavaliere dava indicazioni precise ad Alfano; avanti a marce forzate sul processo breve, i nodi sulla responsabilità civile dei magistrati potranno anche essere sciolti con maggior calma, ma è meglio portare a casa la prescrizione breve prima che la maggioranza alla Camera dia segnali di cedimento. Che, peraltro, già si avvertono. E, allora, ecco che ieri – via sms – è arrivata ai deputati Pdl un’improvvisa convocazione per stamattina alla Camera.

In sostanza, all’interno del Pdl si sono create delle forti pressioni intorno al testo Pini sulla responsabilità civile dei magistrati, difficoltà che qualcuno aveva legato a un presunto intervento del Quirinale che, invece, non c’è stato. Quello che c’è, piuttosto, è che la Lega, in questo momento, non vorrebbe creare ulteriori motivi di frizione con la magistratura. E non potendo far nulla sul processo breve, perché serve direttamente a Berlusconi, ha chiesto proprio a Pini, il relatore leghista, di “limare” il testo per renderlo più vicino ai dettami dell’Europa. Comunque una marcia indietro, anche se il relatore ha negato che si tratti di un dietrofront.

Eppure, si è saputo che sarà reinserito “il dolo e la colpa grave” e verrà introdotta “la violazione manifesta del diritto” nell’accertamento della responsabilità del giudice. Ma ancora c’è comunque qualcosa che non convince e che farebbe tirare i tempi troppo per le lunghe; la priorità, d’altra parte, è la prescrizione breve.

Che oggi è entrata nel vivo. Con una modifica sostanziale annunciata ieri dal relatore, Maurizio Paniz, come se si trattasse di una rivoluzione che invece non è. Spiega, infatti, Angela Napoli di Fli: “La legge cambierà nome, non più processo breve – ha spiegato la deputata finiana – ma ‘disposizioni in materia di spese di giustizia, danno erariale, prescrizione e durata del processo’. D’altra parte, ormai nel testo c’è solo la norma sulla prescrizione che serve a Berlusconi, quindi se non si modifica il titolo non corrisponde più al contenuto”.

Nessun’altra modifica prevista. Nonostante i tentativi dell’opposizione, Paniz non ne ha voluto sapere di mettere mano ad altri punti controversi del testo, dunque la nuova norma ad personam per B. potrebbe essere licenziata dalla Camera anche entro la fine di questa settimana. Il successivo passaggio al Senato è considerato puramente “tecnico”, dunque la prescrizione breve dovrebbe diventare legge per la fine d’aprile. In tempo per far chiudere il processo Mills entro fine maggio.

Paniz si è detto convinto che non ci saranno problemi “sulla firma del capo dello Stato perché non c’è nulla di incostituzionale”. Si vedrà. Il fattore politico lo determineranno i Responsabili con la loro presenza. Qualcuno, anche ieri pomeriggio alla Camera, ipotizzava possibili “segnali” al Cavaliere sul voto finale.


AFGHANISTAN: LO SCANDALO DELLE FOTO DELLA VERGOGNA DEL KILL TEAM USA


Una delle foto mostrabili
al pubblico - Fonte: ©Rolling Stone

C'è chi mostra le forbici con cui ha tagliato un dito al cadavere e chi, sorridente, si fa immortalare con a fianco il corpo in frantumi di un insorto ucciso. Il paragone con le immagini dei prigionieri torturati nel carcere della vergogna di Abu Ghraib, in Iraq, torna alla mente. I nuovi scatti, che ritraggono soldati americani sorridenti e orgogliosi delle loro azioni accanto ai corpi trucidati di civili afghani, aprono un nuovo scandalo nella guerra in Afghanistan. 

Le prime tre foto della vergogna, con le facce delle vittime oscurate, sono apparse per la prima volta sul giornale tedesco Der Spiegel il 21 marzo. Lunedì, il settimanale Rolling Stone, che qualche mese fa aveva contribuito alla cacciata del generale Stanle Mc Chrystal dal comando delle operazioni NATO in Afghanistan, ha mostrato altre 13 immagini senza censura delle atrocità commesse un anno fa nelle remote e sperdute aree della provincia di Kandahar. “La galleria fotografica che segue contiene immagini grafiche estremamente inquietanti di morti violente”, è il titolo di ieri della rivista che dedica uno speciale al nuovo scandalo tutto USA. Lo hanno rinominato “Kill Team”. Soldati che uccidono senza motivo. Foto di crimini di guerra mostrate come trofei. Un ricordo macabro di una guerra che, anche a causa di fatti come questi, diventa sempre più difficile per americani e alleati.

Il sito riporta documenti delle testimonianze che i soldati coinvolti hanno fornito agli investigatori del tribunale militare di Seattle, a Washington. Nello scandalo sono finiti cinque soldati del 3° plotone 5° Brigata Stryker della Compagnia Bravo. Uno dei soldati dell'unità, il caporale Jeremy Morlock, per l'accusa di aver ucciso 3 civili è è stato condannato, la scorsa settimana, a 24 anni di carcere, dopo che la sua pena è stata ridotta per aver patteggiato e testimoniato contro il presunto capobanda, il sergente Calvin Gibbs.

I soldati sono accusati di aver ucciso afghani innocenti nelle remote aree della provincia di Kandahar e poi orchestrato presunte battaglie e ritrovamento di armi sui corpi delle vittime per farli apparire come insorti. Hanno anche tagliato le dita alle vittime per tenerle come ricordo ed esibirle come trofei.

I motivi di tanta efferatezza, secondo il settimanale, sarebbero dovuti al fatto che il plotone, avendo avuto poco successo nella sua missione di sradicare i talebani, che facilmente riuscivano a mescolarsi tra la popolazione, era “annoiato, traumatizzato e arrabbiato”. Tanto da decidere di scagliarsi contro civili innocenti. Secondo gli investigatori militari, tutto è iniziato alla fine del 2009, quando un gruppo di soldati di fanteria americani ha deciso che “dovevano essere uccisi civili”. Tra gli uomini della Compagnia Bravo l'idea di uccidere innocenti era stata discussa seriamente. Alcuni erano tormentati dalla cosa, altri entusiasti. Poco tempo dopo, mentre si trovavano nella provincia di Kandahar, una delle più pericolose e senza legge dell'Afghanistan, sono passati all'azione.

Gli omicidi sono stati scoperti solo dopo che un soldato della stessa unità, Justin Stonerm, ha rivelato agli investigatori dell'esercito che il 3° plotone aveva “ucciso un sacco di gente innocente”.

Ma nonostante il nuovo scandalo, un consigliere militare statunitense, ieri, si è scagliato contro la rivista Rolling Stone, accusandola di “irresponsabilità” per aver pubblicato le foto, mentre la maggior parte dei soldati statunitensi in Afghanistan combattono ogni giorno contro i Talebani. Il Dipartimento della Difesa statunitense si difende spiegando che “chi ha commesso crimini sarà perseguitato”.  

 Le uccisioni delle truppe NATO suscitano sempre più odio negli afghani. Prima i raid fuori bersaglio, poi le uccisioni di civili mirate. “È una vergogna – dice Yusuf, un giornalista afghano di base a Kabul – pensa se un afghano che vive negli Stati Uniti uccidesse un ragazzino di 15 anni per divertimento. Saremmo accusati subito di essere una nazione di terroristi. Vogliono combattere i Talebani? Che vadano a prenderli nelle loro case. Ma i civili devono essere lasciati in pace. Gli stranieri non si devono lamentare se gli afghani sono sempre più impazienti che se ne vadano dal Paese. L'idea, oramai, è che gli americani e in molte aree anche gli altri contingenti, non siano veramente qui per aiutare la popolazione”. “Questo – ha detto un analista afghano ieri – sarà sicuramente da aggiungere al crescente scetticismo e disillusione tra la popolazione della presenza di una Forza Internazionale in Afghanistan".

Ieri, mentre mi trovavo sul lungo fiume di Kabul, al passaggio di blindati americani un ragazzino di strada ha urlato: “Fuck you!”. Poi mi ha guardato sorridendo. Probabilmente non sa degli scandali che coinvolgono le truppe della coalizione, ma è un piccolo gesto, che rende l'idea. 

di Andrea Bernardi
(Inviato di Unimondo a Kabul)