giovedì 8 dicembre 2011

TUMORI, IN ITALIA SI GUARISCE PIÙ CHE IN EUROPA. OGNI GIORNO 1000 NUOVI MALATI, L’11% È UNDER 50

I big killer sono le neoplasie a polmone e seno, il colon è la più frequente, ma da noi si muore meno. Venturini, AIOM: ‘Un libro essenziale per la programmazione sanitaria’. Ferretti, AIRTUM: ‘174.000 i decessi nel 2011’.

Nel nostro Paese i grandi tumori fanno meno paura che nel resto d’Europa: l’Italia vanta infatti risultati migliori della media del continente. A 5 anni è vivo l’83% di chi è colpito da neoplasia al seno (contro l’80%), il 58% al colon-retto (rispetto al 54%), il 79% alla prostata (74%) e il 13% al polmone (verso il 10%). Saranno 360mila i nuovi casi in Italia nel 2011, 200mila negli uomini (56%) e 160mila nelle donne (44%): circa 1.000 al giorno. Sono invece 1.285.000 le persone “guarite”, che si sono lasciate la malattia alle spalle da più di 5 anni. Il primo censimento ufficiale che fotografa l’universo cancro in tempo reale è ora disponibile grazie al lavoro dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e dell’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM) che hanno unito gli sforzi per pubblicare il volume “I numeri del cancro in Italia 2011”, presentato oggi all’Auditorium del Ministero della Salute alla presenza del Ministro prof. Renato Balduzzi. “Non è un trattato per addetti ai lavori ma una guida fondamentale per orientare le politiche sanitarie, che vogliamo mettere a disposizione delle Istituzioni – spiega il prof. Marco Venturini, presidente AIOM -. Grazie a confronti internazionali e fra le diverse aree della penisola, a un’analisi degli andamenti temporali, dei tumori più frequenti e più letali siamo in grado di comprendere dove agire al meglio, quanto siano efficaci le attività di prevenzione e di trattamento e come sia possibile razionalizzare risorse e interventi. Emergono disparità regionali delle cure che si traducono talvolta nel mancato accesso alle terapie, con implicazioni significative sui costi sociali. A nostro avviso i risparmi, pur necessari, vanno previsti su altri settori, di minore gravità, dell’assistenza sanitaria”. Le 2 velocità del Paese risultano evidenti: si hanno più casi al nord (+30%) rispetto al sud ma la sopravvivenza è complessivamente inferiore nel Mezzogiorno. Il cancro rappresenta la seconda causa di morte in Italia (30%) dopo le patologie cardiocircolatorie (39%). Nel 2011 provocherà 174.000 decessi, con il tumore del seno big killer fra le donne (16%) e quello del polmone fra gli uomini (28%). “L’invecchiamento generale della popolazione è la causa principale del costante aumento di diagnosi– sottolinea il prof. Stefano Ferretti, segretario dell’AIRTUM -. Ma attenzione: l’11% dei pazienti colpiti ha meno di 50 anni. Fra i giovani le neoplasie più frequenti sono quella al testicolo negli uomini (11%) e alla mammella (40%) fra le donne”. Il volume verrà ora distribuito a tutte le oncologie italiane, agli assessorati regionali e alle Istituzioni nazionali. Diventerà una pubblicazione annuale sul modello di quanto già avviene da tempo negli USA.

Dall’analisi dei dati disponibili relativi al periodo 1998-2005 emerge una riduzione significativa della mortalità complessiva per tumore, in entrambi i sessi. “Il calo è del 12% nei maschi e del 6% tra le femmine – sottolinea il prof. Venturini -. Questo si spiega sia con la diffusione dei programmi di screening e il miglioramento delle capacità diagnostiche che con la possibilità di accedere alle cure più efficaci, grazie a centri di eccellenza diffusi su tutto il territorio e ad un’oncologia che si conferma fra le migliori al mondo”. “Per quanto riguarda i confronti internazionali – aggiunge Ferretti - l’Italia ha una frequenza di neoplasie simile o più elevata rispetto a Paesi Nord-europei e agli Stati Uniti, presumibilmente dovuta ai valori ancora sostenuti, seppur in diminuzione, del cancro del polmone, ma anche a quello del colon retto fra gli uomini. Per le donne l’incidenza è invece sostanzialmente allineata tra i Paesi. Nel confronto fra Nord e Sud si segnala l’importante eccezione del cancro del fegato, molto più frequente nel Meridione, che presenta rispetto alle Regioni settentrionali valori pari a +25% nei maschi e +75% nelle femmine. Il fenomeno è da ricondurre alla maggiore diffusione nel Sud Italia del virus dell’epatite B e C, uno dei principali fattori di rischio per l’epatocarcinoma”. Il cancro del colon-retto è nel complesso il più frequente con 50.000 nuove diagnosi nel 2011, seguito da quello alla mammella (45.000), alla prostata (42.000) e al polmone (38.000). Le “classifiche” differiscono in maniera notevole fra i due sessi: tra i maschi il tumore più diffuso è quello della prostata che rappresenta il 20% di tutte le neoplasie. Seguono polmone (15%, con tendenza alla riduzione), colon-retto (14%), vescica (10%) e stomaco (10%). Tra le donne la neoplasia della mammella costituisce il 29% del totale delle nuove diagnosi, seguita da colon-retto (13%), polmone (6%), corpo dell’utero (5%) e stomaco (4%). “Alla raccolta dei dati – conclude il prof. Carmine Pinto, segretario nazionale AIOM - hanno contribuito tutte le oncologie mediche italiane (oltre 300) e i 35 registri tumori diffusi in tutto il territorio che, fin dagli anni ’70, monitorano l’andamento di queste malattie nella popolazione. Questa pubblicazione si somma alle numerose iniziative promosse dalla nostra Società scientifica sul fronte della documentazione e della promozione di modelli gestionali ottimali, fra cui il “Libro Bianco” dell’oncologia italiana che rappresenta ormai un documento indispensabile per tutti gli operatori del settore”.

IL DEBITO MILIARDARIO DI BERLUSCONI CON NOI

Cari amici,

E' scandaloso: noi dovremo pagare una manovra lacrime e sangue per salvare l'Italia, e Berlusconi e altri operatori avranno le frequenze della tv digitale gratis! Il Ministro Passera può fermarlo e noi possiamo convincerlo a farlo: manda il messaggio!

E' vergognoso: mentre noi dovremo salvare l'Italia con una manovra lacrime e sangue, Berlusconi e altri operatori si arricchiranno appropriandosi delle frequenze della tv digitale gratis! Sta a noi fermare questo scandalo e costringere il Ministro Passera ad agire ora.

Prima di lasciare il potere Berlusconi ha regalato le frequenze della tv digitale a Mediaset e alla Rai rubando miliardi di euro dalle casse dello stato! La protesta sta montando e in molti chiedono al Ministro Passera di cancellare questa misura oltraggiosa e di avviare subito un'asta pubblica.

Il nuovo Ministro è sensibile all'opinione pubblica - in molti dicono che ha mire da futuro Premier - e noi possiamo fare la differenza: convinciamolo a intervenire ora per difendere il pluralismo dei media e restituire così miliardi di euro alle casse dello stato. Clicca sotto per mandare il tuo messaggio e fai il passaparola:


Silvio Berlusconi ci ha lasciato con una delle misure più pericolose: ha garantito a Mediaset, la tv di sua proprietà, il quasi monopolio della tv commerciale, con conseguenze nefaste per il pluralismo dell'informazione per molti anni a venire. Invece di organizzare un'asta competitiva come ci ha chiesto l'Europa, il governo di Berlusconi ha regalato le frequenze della tv digitale attraverso un sistema a punti, chiamato beauty contest, che premia le aziende con più risorse... E Mediaset ha vinto!

Sky ha denunciato questo sistema e se ne è chiamata fuori, chiedendo al nuovo governo d'intervenire. Le tv locali stanno procedendo per vie legali e molti giornali e partiti politici stanno chiedendo al Ministro Passera, responsabile per le comunicazioni, di cancellare questa misura vergognosa e di organizzare un'asta pubblica che garantisca il pluralismo e la competizione includendo così tutte le tv. Le casse dello stato ci guadagnerebbero tantissimo: per la Gran Bretagna si stima un incasso di 24 miliardi di sterline l'anno, e noi potremmo arrivare fino a 16 miliardi di euro!

Il governo sta chiedendo agli italiani enormi sacrifici per superare questa crisi, e un'asta pubblica delle frequenze tv potrebbe risparmiare quelli più in difficoltà: dimostriamo al Ministro Passera che l'opinione pubblica esige equità e pluralismo. Manda ora il tuo messaggio e dillo a tutti!


La nostra comunità ha combattuto con tutte le sue forze contro le leggi e i bavagli liberticidi di Berlusconi. Ora che non è più al potere potremmo soffrire la sua eredità per molti anni a venire, con conseguenze pericolose per il mercato della tv e per il pluralismo e il nostro diritto a essere informati. Vinciamo anche questa battaglia e facciamo sì che la nostra democrazia abbia un sistema televisivo giusto ed equilibrato.

Con speranza e determinazione,

Giulia, Luis, Emma, Pascal, Ricken, Alice, Gianluca e tutto il resto del team di Avaaz

Più informazioni

La Repubblica: "Lo scandalo delle frequenze"

Il Fatto quotidiano: "Frequenze tv: il governo fermi il beauty contest"

La Repubblica: "Tv, quel regalo da 16 miliardi"



mercoledì 7 dicembre 2011

GREENPEACE:GLI AMBIENTALISTI CHE MANIFESTANO PER IL CLIMA NON SONO CRIMINALI

É esecutiva da oggi l’espulsione dal territorio del Comune di Roma di Salvatore Barbera, responsabile della campagna Clima ed Energia di Greenpeace. L’espulsione arriva a seguito della sua partecipazione come portavoce all’azione organizzata da attivisti dell’associazione ambientalista ieri in mattinata davanti a Palazzo Chigi per chiedere maggiore impegno del governo per la lotta ai cambiamenti climatici.

Ancora una volta un attivista che dimostrava pacificamente è stato "bandito" da una città, Roma, in cui peraltro lavora. Era già successo nel 2007 a Brindisi, quando dopo un’azione di protesta alla centrale a carbone più inquinante d'Italia dodici attivisti furono banditi per tre anni. Pochi mesi dopo, il Tar di Lecce annullava il decreto di polizia. É successo di nuovo a fine maggio, dopo l'azione allo Stadio Olimpico di Roma nella campagna contro il nucleare, e anche in quel caso il Tar si è pronunciato all'inizio di settembre.

«L'utilizzo di uno strumento di riduzione della libertà concepito per criminali e oggi assorbito dalla normativa antimafia è un atto non solo sproporzionato ma profondamente sbagliato. Criminalizzare chi manifesta in modo spettacolare ma pacifico per difendere l'ambiente e il clima globale, un bene comune dell'umanità, è un errore grave. E ancora di più in un Paese che ha una lunga e triste tradizione di violenza politica e di terrorismo.» commenta il Direttore esecutivo di Greenpeace Giuseppe Onufrio.

«Il Ministro dell'Interno è già stato avvertito da una interrogazione al Senato a firma Ferrante e Della Seta. Ci aspettiamo un intervento rapido per porre rimedio a un atto sbagliato da tutti i punti di vista» conclude Onufrio.

Greenpeace ha lanciato in occasione dell’apertura della conferenza sul clima a Durban una petizione www.greenpeace.it/durban  per chiedere al Ministro dell’Ambiente Clini politiche più incisive per la salvaguardia del clima e del Protocollo di Kyoto.

venerdì 2 dicembre 2011

CENSIS. 45° RAPPORTO ANNUALE DELLA SITUAZIONE SOCIALE DEL PAESE

In Italia l’11,2% dei giovani di 15-24 anni, e addirittura il 16,7% di quelli tra 25 e 29 anni, non è interessato né a lavorare né a studiare, mentre la media europea è pari rispettivamente al 3,4% e all’8,5%.

Il futuro incerto della ripresa occupazionale. La frenata della crisi nel 2010 (bruciati 153.000 posti di lavoro, contro i 380.000 del 2009) e i dati positivi per il 2011 (+0,4% gli occupati nel primo semestre) fanno sperare in una chiusura d’anno con segno positivo. Viene meno la capacità di tenuta dell’occupazione a tempo indeterminato. Dopo due anni di tendenziale stabilità, si riduce dell’1,3% nel 2010 e dello 0,1% nel primo semestre del 2011. Si segnala però una crescita significativa del lavoro a termine (+1,4% nel 2010 e +5,5% nei primi sei mesi del 2011) e del lavoro autonomo (dopo cinque anni di contrazione, nel 2010 c’è una prima tiepida crescita: +0,2%). La crisi ha colpito il mercato del lavoro in modo molto differenziato. Tra il 2007 e il 2010 è aumentata l’occupazione straniera (quasi 580.000 lavoratori in più, di cui circa 200.000 nell’ultimo anno, con un incremento complessivo del 38,5%), mentre quella italiana ha registrato la perdita di 928.000 posti di lavoro (-4,3%), di cui 335.000 nell’ultimo anno. I più colpiti sono stati i giovani. Tra il 2007 e il 2010 il numero degli occupati è diminuito di 980.000 unità, e tra i soli italiani le perdite sono state oltre 1.160.000. Di contro, nelle generazioni più mature i livelli occupazionali non solo sono stati salvaguardati, ma sono addirittura aumentati: +7,2% l’occupazione tra i 45-54enni e +12,9% tra i 55-64enni.

Il doppio binario della sostituzione nel lavoro manuale. Mentre il mercato è sempre più incapace di garantire sbocchi professionali, i mestieri manuali sembrano non conoscere crisi. Terreno d’occupazione per 8.383.000 lavoratori (il 36% del totale degli occupati), anche nel 2011 sono stati i più richiesti. A fronte di quasi 600.000 assunzioni previste dalle aziende, ben 264.000 (il 44,4%) hanno interessato lavori di tipo manuale: artigiani e operai specializzati (20,3%), operai conduttori di macchine e impianti (11,7%), mestieri non specializzati (12,4%). Lavoratori in campo edile (per il 2011 sono previste circa 57.000 assunzioni, il 9,6% del totale), addetti alle pulizie (44.000), meccanici e montatori (17.000), magazzinieri (11.000): sono queste le professioni più ricercate dalle aziende, per le quali tuttavia le imprese lamentano difficoltà di reperimento, visto che sarebbero circa 50.000 (il 19% del totale) le posizioni di lavoro considerate di difficile copertura. È così che negli anni è avvenuto un vero e proprio processo di sostituzione tra italiani e stranieri in molte professioni manuali. Tra il 2005 e il 2010, a fronte di un crollo dei lavoratori italiani occupati in professioni manuali (-842.000, -11%), si registra un aumento praticamente identico dei lavoratori stranieri (+725.000, +83,8%), la cui incidenza passa dal 10,2% al 19% del totale.

Giovani al centro della crisi. In Italia l’11,2% dei giovani di 15-24 anni, e addirittura il 16,7% di quelli tra 25 e 29 anni, non è interessato né a lavorare né a studiare, mentre la media europea è pari rispettivamente al 3,4% e all’8,5%. Di contro, da noi risulta decisamente più bassa la percentuale di quanti lavorano: il 20,5% tra i 15-24enni (la media Ue è del 34,1%) e il 58,8% tra i 25-29enni (la media Ue è del 72,2%). A ciò si aggiunga che tra le nuove generazioni sta progressivamente perdendo appeal una delle figure centrali del nostro tessuto economico, quella dell’imprenditore. Solo il 32,5% dei giovani di 15-35 anni dichiara di voler mettere su un’attività in proprio, meno che in Spagna (56,3%), Francia (48,4%), Regno Unito (46,5%) e Germania (35,2%).

Il ciclo inverso del sommerso. A partire dal 2008, a fronte di un calo generalizzato dell’occupazione regolare (-4,1%), quella informale è aumentata dello 0,6%, portando il lavoro sommerso al 12,3% del totale nel 2010 (era l’11,6% nel 2003). Tra il 2008 e il 2010 nell’industria (settore che ha registrato le maggiori perdite occupazionali) c’è stata una contrazione del 10,5% del lavoro regolare e una crescita di quello sommerso del 5,5%. Il livello di irregolarità è passato dal 17,9% al 18,7% nel settore del commercio, delle riparazioni e del turismo, e dall’8,8% al 9,6% nei servizi immobiliari e avanzati alle imprese.

La mobilità che non c’è, questione di cultura e non di regole. I giovani sono oggi i lavoratori su cui grava di più il costo della mobilità in uscita. Nel 2010, su 100 licenziamenti che hanno determinato una condizione di inoccupazione, 38 hanno riguardato giovani con meno di 35 anni e 30 soggetti con 35-44 anni. Solo in 32 casi si è trattato di persone con 45 anni o più. L’Italia presenta un tasso di anzianità aziendale ben superiore a quello dei principali Paesi europei. Lavora nella stessa azienda da più di dieci anni il 50,7% dei lavoratori italiani, il 44,6% dei tedeschi, il 43,3% dei francesi, il 34,5% degli spagnoli e il 32,3% degli inglesi. Tuttavia, solo il 23,4% dei giovani risulta disponibile a trasferirsi in altre regioni o all’estero per trovare lavoro.

Orari e clima di lavoro in tempo di crisi. Nell’ultimo triennio i tempi di lavoro si sono sempre più ridotti, passando dalle 40 ore settimanali del 2007 alle 39 del 2010. È cresciuto significativamente anche il ricorso al part time, aumentato nello stesso arco di tempo dell’8,7%, portando l’incidenza di questa formula occupazionale dal 13,6% del 2007 al 15% del 2010. A crescere è stata soprattutto la quota di part time involontario: la maggioranza (il 49,3%) è costretta a lavorare part time perché non trova un lavoro full time, mentre solo per il 40,2% si tratta di una scelta volontaria.

CENSIS: ITALIA FRAGILE E PRIGIONIERA DEI POTERI FINANZIARI

La società è fragile, isolata e eterodiretta. Ma il passo lento del nostro sviluppo segue una solida traccia: valore dell’economia reale, lunga durata, articolazione socio-economica interna, relazionalità, rappresentanza.

Fragili, isolati e eterodiretti. In questi mesi la società italiana si è rivelata fragile, isolata e eterodiretta. Nel picco della crisi 2008-2009 avevamo dimostrato una tenuta superiore a tutti gli altri, guadagnandoci una good reputation internazionale. Ma ora siamo fragili a causa di una crisi che viene dal non governo della finanza globalizzata e che si esprime sul piano interno con un sentimento di stanchezza collettiva e di inerte fatalismo rispetto al problema del debito pubblico. Siamo isolati, perché restiamo fuori dai grandi processi internazionali (rispetto all’Unione europea, alle alleanze occidentali, ai mutamenti in corso nel vicino Nord Africa, ai rampanti free rider dell’economia mondiale). E siamo eterodiretti, vista la propensione degli uffici europei a dettarci l’agenda. I nostri antichi punti di forza (la capacità di adattamento e i processi spontanei di autoregolazione nel welfare, nei consumi, nelle strategie d’impresa) non riescono più a funzionare. «Viviamo esprimendoci con concetti e termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva (basti pensare a quanto hanno tenuto banco negli ultimi mesi termini come default, rating, spread, ecc.) e alla fine ci associamo ‒ ma da prigionieri ‒ alle culture e agli interessi che guidano quei concetti e quei termini».

Una dialettica politica prigioniera del primato dei poteri finanziari. Era prevedibile che la verticalizzazione e la personalizzazione del potere coltivate negli ultimi vent’anni avrebbero impoverito nel tempo la nostra forza di governo. Si è così creato un deficit politico che ha favorito una logica di polarizzazione decisionale: in basso vince il primato del mercato, in alto il primato degli organismi apicali del potere finanziario. «Ognuno per sé e Francoforte per tutti» sembra il messaggio corrente. «Ma una società complessa come la nostra non può vivere e crescere relegando milioni di persone a essere una moltitudine egoista affidata a un mercato turbolento e sregolato, e affidando la tenuta dell’ordine minimale a vertici e circuiti finanziari ristretti e non sempre trasparenti». Oggi la dialettica politica sembra prigioniera del primato, anche lessicale, della regolazione finanziaria di vertice, che però può esprimere solo una dimensione di controllo, non di evoluzione e crescita. È illusorio pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo. «Perché lo sviluppo si fa con energie, mobilitazioni, convergenze collettive, quindi soltanto se si è in grado di fare governo politico della realtà».

Per uscire dalla crisi, coltivare la lunga durata della nostra linea evolutiva. Il solido «scheletro contadino», metafora in cui ritroviamo l’origine della nostra cultura di continuo adattamento, resta il riferimento della nostra evoluzione sociale. Siamo ancora una realtà in cui vige il primato dell’economia reale, nonostante l’attuale trionfo dell’economia finanziaria. La nostra crescita dell’ultimo mezzo secolo è stata il frutto di processi di sviluppo della soggettività individuale (iniziativa imprenditoriale di piccola e media dimensione, vitalità delle diverse realtà territoriali, coesione sociale, forza economica e finanziaria delle famiglie, diffusa patrimonializzazione immobiliare, radicamento sul territorio del sistema bancario, responsabile copertura pubblica e privata dei bisogni sociali): fattori ancora essenziali per superare la congiuntura negativa e il declinismo. «Potremo superare la crisi attuale se, accanto all’impegno di difesa dei nostri interessi internazionali, sapremo mettere in campo la nostra vitalità, rispettarne e valorizzarne le radici, capirne le ulteriori direzioni di marcia».

Una forte articolazione socio-economica interna. «La vitalità è sempre tesa al molteplice e la lunga durata si associa progressivamente ai processi di articolazione». Così, alla crisi non ha corrisposto una reazione omogenea, ma una risposta articolata e differenziata. Ci sono le «minoranze attive» che restano fedeli alla sfida imprenditoriale, ma non riescono a trainare il resto della società; i «borghigiani», che hanno scelto di perseguire una più alta qualità della vita; il «ceto medio», impaurito dalla prospettiva di uscire dalla fascia intermedia della composizione sociale; la parte marginale della società, resa ancora più fragile dalla crisi. Nel prossimo futuro potrebbero essere incubati germi di tensione sociale e di conflitto a causa della tendenza all’aumento delle diseguaglianze e dei processi che creano emarginazione.

Lo sviluppo delle relazioni. Il disinnesco delle tensioni passa attraverso l’arricchimento dei rapporti sociali. La lunga durata porta infatti alla differenziazione dei soggetti e dei loro comportamenti, ma la società è fatta di relazioni fra soggetti. È nel binomio «più articolazione, più relazione» che la società italiana può riprendere respiro. Lo si vede nella ricerca di nuovi format relazionali: l’esplosione dei tanti social network, la diffusione di aggregazioni spirituali, la crescita di forme amicali collettive (le crociere, le movide, le sagre), lo sviluppo di aggregazioni capaci di supplire alle carenze del welfare pubblico (asili nido, mense scolastiche, esperienze mutualistiche), la partecipazione comunitaria a livello di quartiere urbano o di area agricola, i borghi risistemati e le medie città di antico prestigio, la tenuta di tutti i soggetti intermedi portatori di interessi o di istanze civili.

La difesa e valorizzazione della rappresentanza. Un sistema che vive nel quotidiano svolgersi dell’articolazione e delle relazioni esprime il bisogno di sedi e meccanismi di rappresentanza, dove le parti possono contribuire ai processi decisionali ai vari livelli. «Il vuoto lasciato nella fascia intermedia della società dalla polarizzazione fra il mercato (e il soggettivismo etico che esso produce) e la verticalizzazione finanziaria (e i suoi spazi astrali, ma non trasparenti) può essere riempito soltanto dalla rappresentanza». Senza il funzionamento della rappresentanza, sociale e politica, la società sarebbe priva di vitalità dialettica e dinamica sociale, oltre che di un indispensabile tessuto socio-politico intermedio.






giovedì 1 dicembre 2011

'Ndrangheta, Milano chiama Reggio risponde

In manette “i colletti bianchi” al servizio del clan Lampada/Valle.


Ilda Boccassini in conferenza stampa

Quando si parla di “capitale sociale” delle organizzazioni mafiose ormai si ha ben chiaro il concetto: abbiamo a che fare con soggetti che, grazie ai ruoli ricoperti all’interno delle istituzioni, costituiscono lo snodo fondamentale per il buon esito dei traffici della criminalità organizzata. È quindi significativo che, all’indomani delle 110 condanne in esito all’inchiesta “Infinito”, le DDA di Milano e di Reggio Calabria abbiano rimesso in moto la macchina della repressione, partendo proprio dall’incriminazione delle collusioni impensabili e per questo da sempre più inattaccabili.

Il clan Valle

Sotto la lente dei magistrati ancora una volta la cosca Valle-Lampada, colpita nell’estate del 2010, solo qualche giorno prima che partisse l’operazione “Crimine/Infinito”, un clan da sempre attento ai business dell’usura e dell’estorsione, esercitate con rigore e senza pietà, per ciò capace di ricavarsi un dominio incontrastato nella zona a sud ovest di Milano, tra il capoluogo regionale e Pavia, grazie anche a sapienti rapporti con la politica delle amministrazioni locali. Lo scettro del comando dal capofamiglia Francesco Valle nelle mani dei figli aveva garantito al clan di riprendersi dalle condanne per usura subite quasi due decenni fa. All’epoca i beni loro sequestrati furono tra i primi ad essere confiscati e utilizzati grazie alla legge 109/96. All’epoca si diceva e si scriveva che i Valle erano usurai e non mafiosi. A distanza di oltre due decenni i giudizi espressi allora si sono ovviamente dovuti mettere al passo delle ultime acquisizioni processuali. Il processo ai Valle è ancora in corso, anche se uno dei figli – Carmine – insieme ad altri è già stato condannato, al termine del rito abbreviato.

A luglio era stato arrestato anche il genero del patriarca dei Valle, quel Francesco Lampada che si era sposato con Maria Valle, ma soprattutto fratello di Giulio Lampada, uscito indenne dall’operazione “Infinito”, ma ieri finito in carcere dove ha raggiunto il fratello, colpito da analogo provvedimento. Di Giulio Lampada si sottolineano le capacità imprenditoriali, in grado di assicurare una sorta di monopolio nel settore dei videopoker e delle altre slot machine in tutta Milano. Da non sottovalutare poi gli agganci con la politica, come nel caso del comune di Pero, dove i Valle/Lampada avrebbero lucrato sul presunto interessamento di Davide Valia, all’epoca assessore in carica, per poter aprire una casa da gioco, una discoteca e altre attività. E anche le buone entrature in Vaticano che sono vale a Giulio Lampada l’onorificenza di “Cavaliere dell’Ordine di San Silvestro Papa”.

In carcere è finito da ieri anche Leonardo Valle, un altro dei rampolli della famiglia, che qualche anno fa una manina improvvida aveva provveduto ad inserire in una lista a sostegno del centrosinistra nell’ambito delle elezioni comunali, poi vinte dal centrosinistra. Rapporti indiretti con la politica, ma anche capacità di giocarsi in proprio. Del resto, nella conferenza stampa, Ilda Boccassini è tornata sull’argomento per segnalare che oggi, a differenza di quanto accadeva in passato, non fanno preferenze di ordine politico, ma puntano a condizionare i cavalli vincenti, qualsiasi sia lo schieramento. Secondo il procuratore aggiunto di Milano la ‘ndrangheta è «trasversale, appoggia chiunque nelle campagne elettorali politiche».

Arresti eccellenti

Dieci sono state le ordinanze di custodia cautelare disposte dal Gip Giuseppe Gennari su richiesta del procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dei pm Paolo Storari e Alessandra Dolci ed eseguite tra la Lombardia e la Calabria. Solo per Maria Valle sono stati previsti gli arresti domiciliari. Tra i nomi degli arrestati ieri quello che sicuramente fa più rumore è quello di Vincenzo Giglio, giudice del Tribunale di Reggio Calabria e presidente di Corte d’Assise. Su di lui non solo ombre, ma piuttosto accuse che pesano come macigni: corruzione, favoreggiamento personale con l’aggravante prevista dall’articolo 7 del d.l. 152/1991 di aver agevolato le attività di una cosca, appunto quella dei Lampada/Valle. Un magistrato stimato, anche per il suo ruolo di docente di diritto penale alla scuola di specializzazione di Reggio Calabria, ma soprattutto impegnato all’interno di Magistratura Democratica e coinvolto in molte iniziative antimafia: dopo il danno, la beffa, verrebbe da dire, ma così vanno le cose. E l’agevolazione nei confronti dei Valle/Lampada il giudice Giglio l’avrebbe esercitata proprio nel suo ruolo di presidente della sezione “misure di prevenzione” del Tribunale di Reggio Calabria. Un paradosso ma non troppo se si pensa al ruolo cruciale che in questi anni le misure patrimoniali hanno giocato nel contrasto alle mafie.

Il prezzo della corruzione, nel caso le accuse reggano al vaglio processuale, sarebbe stata la promozione della moglie, Alessandra Sarlo, alla direzione della ASL di Vibo Valentia, in qualità di commissario straordinario. A giocare un ruolo in questa nomina sarebbe stato un altro degli arrestati, il consigliere regionale della Calabria Franco Morelli del PdL, presidente della commissione bilancio della regione, ora accusato di corruzione ma anche di concorso esterno in associazione mafiosa. Un arresto che forse boccia per sempre la carriera politica di Morelli, in predicato di diventare assessore della giunta Scopelliti sull’onda dei 14.000 voti presi ma poi frenato nella rincorsa dai rumors su possibili inchieste a suo carico, nonostante la sua candidatura potesse contare sull’appoggio politico di Gianni Alemanno, attuale sindaco di Roma.

Niente carcere ma solo perquisizione per un altro giudice, Giancarlo Giusti del tribunale di Palmi (RC); anche per lui si ipotizza la corruzione, documentata anche da alcuni soggiorni a Milano pagati dalla cosca e nel corso dei quali avrebbe usufruito anche dei servigi di alcune escort di alto bordo. Non si fermano qui i nomi eccellenti. L’altro nome è quello di Vincenzo Minasi, legale del foro di Palmi e con studi a Milano e Como. Oltre ad essere il difensore di Maria Valle, Minasi è anche il legale di Massimo Sabatino nel processo per l’omicidio della collaboratrice di giustizia Lea Garofalo. Per lui una doppia tegola: l’ordinanza di custodia cautelare voluta dalla DDA milanese, nella quale si ipotizzano i reati di concorso esterno in associazione mafiosa, rivelazione di segreto d’ufficio e intestazione fittizia di beni. E poi la notifica del provvedimento di fermo disposto dalla DDA di Reggio Calabria, nell’ambito dell’inchiesta “Cosa Mia”, per associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni; secondo l’accusa Minasi sarebbe uno dei “consigliori” più ascoltati dalla cosca Gallico di Palmi.

Completa l’elenco degli arresti eccellenti Vincenzo Giglio, omonimo e cugino del magistrato, di professione medico, che avrebbe sponsorizzato la candidatura di Leonardo Valle, oggi in manette per associazione mafiosa e Luigi Mongelli, maresciallo della Guardia di Finanza, accusato di corruzione. Manette anche per Raffaele Fermigno, Domenico Nasso, Alfonso Rinaldi e Gesuele Misale. Per tutti accuse di associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni. Al centro quindi del blitz di ieri l’aggressione ai patrimoni mafiosi e i soggetti che consentono a cosche come quelle dei Valle/Lampada di sfuggire ai provvedimenti di sequestro, che precedono la confisca e la destinazione a fini sociali o istituzionali.

Un cambio di passo da parte delle DDA di Milano e di Reggio Calabria che si annuncia foriero di nuovi sviluppi investigativi.

di Lorenzo Frigerio

LAVORERÒ FINO AD AMMAZZARMI

Le statistiche Inail sugli infortuni mortali sul lavoro non tornano, il dato non tiene conto delle morti per malattie professionali, degli incidenti stradali e di coloro che sono deceduti dopo un certo numero di giorni dalla data dell’infortunio. Nonostante ciò e la cassa integrazione le percentuali sono in diminuzione, sempre secondo loro. L’elenco menzionato è il risultato di un conteggio o specificatamente di un non conteggio, invece c’è una lista che non viene presa in considerazione e dunque non fa notizia: sono i lavoratori e le lavoratrici che vengono licenziati o lo stanno per essere e si suicidano. Non si tolgono la vita perché non possono permettersi la manutenzione dell’aereo privato o dell’amante, ma non possono pagare gli studi dei figli, le bollette, la rata del mutuo. Decine di uomini e donne che non vengono menzionati da nessuno, ma che sono il risultato di una crisi economica senza precedenti e senza uno spiraglio di soluzione. Il rapporto diffuso dall’Eures, evidenzia lo stretto legame tra chi decide di togliersi la vita e la sua situazione economico-occupazionale: nel 2009 sono stati 357 i suicidi compiuti da disoccupati, con una crescita del 37,3% rispetto ai 260 casi del 2008. Le percuntuali sono alte anche per i tentativi di suicidio, è triste la consapevolezza che un disoccupato al giorno non trova alternativa al suicidio e non c’è distinzione fra Nord e Sud del Paese.

Di seguito alcuni casi avvenuti nel 2011:

Padova, 18 novembre. Giancarlo Perin, 52 anni, si è impiccato alla gru della sua azienda edile perché non poteva più pagare i dipendenti.

Agrigento, 23 agosto. G. S., 28 anni, disoccupato. Il giovane avrebbe perso da poco il lavoro e sarebbe entrato in depressione per questo motivo si è tolto tragicamente la vita impiccandosi con un corda legata ad un albero all’interno della riserva naturale di Torre Salsa.

Oristano, 28 giugno. Un uomo di 54 anni si è ucciso, ingerendo della soda caustica, poche ore dopo essere stato licenziato dal titolare del distributore di carburante presso il quale lavorava

Milano, 9 giugno. perde casa e lavoro e si suicida un uomo di 63 anni

Palermo, 22 aprile. Un quarantenne palermitano, disperato perchè non riusciva a trovare un lavoro, si è lanciato dalla parte più alta del ponte.

Salò, 22 aprile. Ventottenne pakistano perde il lavoro e si suicida gettandosi nel lago

Mestre, 12 aprile. Perde il lavoro, ingegnere si uccide lanciandosi dal terzo piano

Firenze, 29 marzo ritrovato 47enne, scomparso da casa a gennaio dopo un litigio con la moglie, era finito in cassa integrazione, ma questa era giunta al termine

Catania, 28 marzo. Un operaio della Pubbliservizi, Antonino Lanza di 50 anni, si è suicidato lanciandosi dalla tromba delle scale del palazzo in cui ha sede l’azienda per cui lavorava era stato licenziato.

Ragusa, 4 marzo Era disperato perché non riusciva a trovare lavoro. Salvatore Giannone, modicano di 55 anni, per questo ha deciso d’impiccarsi ad una trave del tetto della cucina

Pordenone, 2 marzo. Padre di 3 figlie perde il lavoro e si suicida

Padova, 17 febbraio. Un uomo di cinquanta anni di Limena, in provincia di Padova, si è tolto la vita, impiccandosi nella rimessa della propria abitazione. Il cinquantenne, dipendente di una cooperativa, aveva dovuto affrontare periodi di cassa integrazione. A preoccuparlo ulteriormente sarebbe stata la prospettiva di vedere compromesso per sempre il suo posto di lavoro per gli sviluppi della situazione aziendale.

Bergamo, 31 gennaio. Operaio perde il lavoro e si suicida dandosi fuoco.

Ragusa, 15 gennaio Lo hanno trovato impiccato P. C., 30 anni, sposato e padre di un figlio in tenera età, licenziato qualche settimana fa da un supermercato di Ragusa dove lavorava come commesso per avere incassato alcuni buoni sconto da cinque euro

Messina, 6 gennaio La causa del gesto estremo dell’uomo è riconducibile alla perdita del proprio lavoro. L’impossibilità di trovarne un altro lo aveva fatto cadere in una profonda depressione e ieri la decisione di farla finita. Dopo essere stato soccorso dal personale medico del 118, il 36enne è stato ricoverato presso il nosocomio di Sant’Agata Militello (ME), per le cure del caso.

di Samanta Di Persio