DI
NAFEEZ AHMED
theguardian.com
Le crisi convergenti riguardanti il clima, l’energia e l’economia sono il
segnale di una potenziale transizione verso una prospera era post-carbone
Nei primi giorni del mese ho avuto l’onore di essere intervistato da Rob
Hopkins (1) fondatore del movimento Transition Towns (2) e co-fondatore di
Transition Network (3). In un’intervista con il Guardian di giugno scorso (4),
Hopkins illustrava la sua illuminata visione secondo la quale piccole azioni a
livello di comunità locali potessero cambiare il mondo.
Nella nostra conversazione, Hopkins voleva conoscere la mia opinione come
giornalista e come accademico su questi argomenti. Mi ha posto delle domande
per conoscere il mio punto di vista sulle sfide ambientali, energetiche (5) ed
economiche che il nostro secolo deve affrontare, e quale sia il potenziale per
risolverle.
E’ stata una conversazione lunga ed estesa e ha toccato argomenti che già avevo
affrontato su questo blog e anche altrove, e cioè: le varie crisi che ci
affliggono oggi – dal clima all’economia – non sono disgiunte, ma sfaccettature
di una più ampia crisi della civiltà industriale nella sua forma attuale (6).
La crisi, fondamentalmente, è collegata alla nostra dipendenza dalle risorse
fossili, ma la realtà è che in qualunque modo lo si voglia vedere, sia in modo
ottimista sia pessimista, questo secolo segnerà la fine dell’era delle fonti
energetiche fossili.
E’ importante dire subito che questo non significa che siamo condannati. Ben
lungi da questo: mentre l’attuale crisi della nostra civiltà ci mostra che il
modello di economia attuale non è più sostenibile – e potrebbe rendere il
pianeta non più abitabile entro la fine del secolo, basandoci sulle più
accreditate proiezioni scientifiche – io sostengo che siamo già entrati in un
processo di transizione di civiltà (7), che ci offre delle opportunità senza precedenti per rielaborare delle nuove forme di
prosperità che possano coesistere in piena armonia con il nostro ambiente,
invece che in contrasto con esso.
Qui sotto riporto alcuni stralci della nostra conversazione, ma se volete la
potete leggere per intero qui o anche ascoltarla qui:
https://soundcloud.com/transition-culture/nafeez-ahmed-on-the-crisis-of
Rob: Lei ha scritto molto sul preoccupante
sfruttamento del ‘gas fracking’ e sul picco di uranio che dobbiamo attenderci
entro il 2015, e su uno studio in cui si diceva “per carità, basta col
nucleare”. Lei ha anche scritto sul picco petrolifero (8). Se guardiamo a tutte
queste cose insieme, le sue analisi sono in netta contrapposizione con
l’ottimismo esagerato che vediamo e leggiamo sui principali canali
d’informazione, secondo i quali stiamo per vivere l’età d’oro dell’energia fossile.
Qual è la sua posizione su queste due analisi contrastanti e noi, a che punto
della nostra civiltà ci troviamo?
Io: C’e’ molta esagerazione tra le
industrie interessate del settore. Nei miei articoli e interventi mi sono
dedicato a distinguere tra fatti ed esagerazioni, e su come riusciamo a
sostenere i reali costi dell’energia oggi, considerando che l’energia è
diventata molto più costosa che in passato. I rapporti sullo shale gas che ho
analizzato provenivano da fonti piuttosto attendibili. Uno è David Hughes, che
lavora da trent’anni per il governo Canadese analizzando le sue forniture di
petrolio e di gas. Un’altra è Deborah Rogers, consulente del governo americano
sui problemi del fracking. In realtà è una consulente del Ministero degli
Affari Interni. Poi c’e’ anche un rapporto dall’ Energy Watch Group con sede in
Germania, a cui ha contribuito un fisico emerito. L’ Energy Watch Group è una
rete di scienziati europei che da molto tempo si dedica a questo tipo di
analisi.
Il risultato finale della ricerca condotta da queste persone è stato che, se
teniamo conto delle esagerazioni e delle minimizzazioni, il quadro che ne esce
fuori e’ davvero molto preoccupante, al punto che ci viene da pensare che tutta
la storia dello shale gas non sia che un Piano Ponzi. Sono le industrie che
tentano ad ogni costo di tenere le cose in piedi, ma in realtà non si stanno
affatto risolvendo a lungo termine i problemi energetici del mondo.
Questo secolo è la fine dell’era dei combustibili fossili e non ha alcuna importanza
come la vediamo; pure guardandola in modo ottimistico, entro il primo quarto di
secolo assisteremo in ogni caso al declino e all’esaurimento di queste risorse.
Le riserve si stanno esaurendo, i costi sono in aumento: tutto questo ha un
impatto sulla nostra economia, ha un impatto sul nostro stile di vita di una
società industriale, e se non cambiamo il modo in cui facciamo le cose questo
causerà problemi gravissimi. Ci sono persone che ancora discutono se il picco
sarà nel 2015 o 2020 o 2035. Secondo me, che sia il 2025 o il 2035, la
situazione è gravissima. Dobbiamo prepararci ad affrontare oggi questi
problemi. Se ci rendiamo conto che siamo giunti al termine dell’era dei
carburanti fossili dobbiamo domandarci subito quali sono le alternative e come
adottarle.
Rob: Che significato ha per la crescita economica la
convergenza di queste sfide che identifica, quali sono le implicazioni?
Io: Al momento attuale c’è una
convergenza di diverse sfide, degrado ambientale, cambiamenti del clima,
esaurimento delle risorse naturali; e queste stanno già avendo un impatto sulla
nostra società. La gente parla spesso di cosa potrebbe accadere domani, ma
possiamo già vedere sin da oggi quale impatto hanno questi cambiamenti nella
nostra realtà in termini di produzione di alimenti, di qualità della vita e di
produzione industriale in generale.
Stiamo andando verso un’era di costi energetici elevatissimi, non c’e’ via di
scampo. La nostra totale ed estrema dipendenza dall’energia da combustibili
fossili a basso costo per far muovere qualsiasi cosa del nostro mondo significa
che, con i costi dell’energia in rapido aumento dovremo affrontare per forza
questo problema di fondo, un problema che sta distruggendo le potenzialità
della nostra civiltà industriale, che prima era in grado di realizzare cose a
costi molto inferiori.
E’ normale che la gente spesso parli di debito e dei problemi legati al debito.
Ma manca dalle analisi in corso un elemento importante, cioè il collegamento
che c’è sempre stato tra la crescita che abbiamo avuto fin dalla Seconda Guerra
Mondiale, livelli di crescita astronomici, e due fattori: uno, lo sfruttamento
di energia da combustibili fossili a basso costo; due, tali livelli sono sempre
stati accompagnati dall’espansione del debito. Quello che è molto interessante
di questo periodo è che soprattutto a partire dagli anni ’70, quando il sistema
economico ha iniziato ad affrontare alcune sfide specifiche, il livello dei
profitti ha iniziato a calare. C’era la tendenza di spostare le unità produttive
nei paesi in via di sviluppo per mantenere i costi a livelli accettabili e
mantenere alti i profitti. Tutto questo ha smesso di funzionare.
Quello che è successo è che le banche e gli investitori si sono orientati verso
operazioni di finanziarizzazione. Si sono resi conto infatti che si facevano un
sacco di soldi prestando soldi. Più presti, più guadagni dagli interessi sui
prestiti. Un modo incredibile per fare soldi, non è un segreto. E’ una realtà
ben nota a tutti, difatti i maggiori economisti “di regime” considerano debito
e creazione di credito come cosa buona. Credono, cioè, ci sia un forte legame
nell’economia tra alti livelli di crescita e alti livelli di debiti/crediti.
L’errore è stato però che nessuno di questi economisti “di regime” abbia mai
anticipato che questo tipo di scenario era inesorabilmente destinato a vivere
il crollo del sistema bancario nel 2008 e la conseguente greve recessione che
stiamo ancora vivendo. Non vediamo ancora alcun segno di ripresa. Infatti, le
più recenti statistiche emerse negli ultimi sei mesi fino ad oggi, dalla Banca
Mondiale, dal FMI, dalle varie agenzie di rating e dalle maggiori banche, ci
dicono che le aspettative di crescita erano esagerate, che ancora una volta
siamo stati troppo ottimisti…
Tutta la crescita nei paesi emergenti di cui si parlava con tanto entusiasmo,
tanto per tenere su l’economia, non avverrà affatto nel modo sperato. Quindi,
ancora una volta, ci rendiamo conto che questi modelli sui cui ci basiamo non
sono più in grado di funzionare nella realtà attuale. Penso che sia così perché
non hanno tenuto conto del fatto che questa accelerazione di debito e credito e
le reali capacità di onorare quel debito si basavano proprio sulla grande
disponibilità di combustibili fossili abbondanti e a basso costo.
Tutto questo è stato messo in discussione dal 2005 in poi, quando è stato
previsto il picco della produzione di petrolio convenzionale. Quando
all’improvviso la produzione di petrolio convenzionale non era più in grado di
sostenere la domanda, i prezzi del petrolio sono andati alle stelle, con tutte
le conseguenze che conosciamo. Alcuni economisti hanno sostenuto che proprio
questo fortissimo impatto sul costo della vita ha causato l’incapacità della
gente di sostenere i propri debiti. La gente, all’improvviso, non riusciva più
a coprire le proprie spese di base e a pagare i propri debiti. Il castello di
carte che ci siamo costruiti negli ultimi 30/40 anni, quella gran cuccagna di
crescita virtuale, è semplicemente franato, scoppiato come una bolla di sapone.
Penso che al punto dove siamo oggi, abbiamo davanti a noi una scelta. I
governi, al momento si sono chiusi a riccio, stanno pensando, chissà, “torniamo
a stampare denaro come abbiamo sempre fatto, facciamo tanti begli allentamenti
monetari, lanciamo dei bei nuovi prestiti per far confluire di nuovo il
capitale. La gente sarà di nuovo in grado di acquistare. Andrà tutto bene”. Ma
non funzionerà più. Abbiamo passato da un pezzo il punto di rottura e se
guardiamo agli attuali livelli di debito, è chiaro che il problema non è ancora
stato neanche affrontato.
Siamo d’accordo, l’accumulazione materiale ha giocato un ruolo importante nel
darci delle nuove e meravigliose tecnologie e la capacità di fare nuove cose e
di conseguire importanti innovazioni scientifiche.
Cose che, in se stesse, non sono affatto cattive, ma le abbiamo ottenute ad un
prezzo elevatissimo. Penso che siamo a un punto tale che dobbiamo compiere
questa scelta, quella di cogliere il buono del progresso della civiltà
industriale e continuare a sviluppare cose nuove, vivere una forma di civiltà
post-crescita, post-industriale che non disdegna la scienza e la tecnologia ma
riconosce che è più necessario, in ultima analisi, vivere nei limiti che ci
pongono i sistemi ambientali del nostro mondo.
Rob: il tema di Luglio di TransitionNetwork.org era
Il Potere di Fare Qualcosa e guardando da varie prospettive all’idea della
capacità, come diceva lei prima in questa nostra intervista, delle persone di
voler affrontare queste grandi sfide globali. Quale potere intravede nella
gente che vuole continuare a vivere e che vogliono diventare parte attiva della
soluzione?
Io: Penso che cambi radicalmente l’intero
paradigma di come una società debba andare avanti e di quale sia la forza
motrice della politica. Al momento attuale l’economia è prigioniera di un
sistema politico molto gerarchico, anti-democratico, in cui abbiamo assistito
ad una erosione della democrazia per diverse ragioni. E’ nella natura stessa
del capitalismo, abbiamo già visto lo scandalo di Lynton Crosby legato ai
combustibili fossili in Australia, con il coinvolgimento di società private
elusive che tentavano di controllare il NHS e industrie del tabacco. E’ la
storia della politica di oggi.
Per quanto riguarda il sistema democratico, è importante averne uno che per
molti versi è meglio di qualsiasi altra cosa che c’e’ là fuori, ma è un sistema
difettoso. Penso che l’idea di un popolo che si alzi in piedi e dica “Aspettate
un momento! Dovremmo davvero stare qui fermi ad aspettare un ennesimo
fallimento del governo al prossimo tavolo di negoziati per i cambiamenti
climatici? O dovremmo forse spingere i governi a fare questo o quello? Oppure
potremmo noi fare qualcosa oggi che possa concretamente cambiare la nostra
vita, la vita della nostra famiglia e dei nostri amici, le vite dell’intera
comunità in cui viviamo?” …ecco, questo potrebbe davvero cambiare non solo le
politiche locali, ma, a lungo andare, anche avere un impatto a livello
nazionale.
Penso che è proprio questo il potenziale della gente, quello di alzarsi e dire
“ora basta, non aspetto più che siano i miei rappresentanti a dire o fare
qualcosa al posto mio, posso farlo anche da solo, posso iniziare a muovermi
verso qualcosa di nuovo. Forse non sarà proprio quello che speravo, ma se non
faccio qualcosa ora, allora è come se consegnassi tutto il potere a queste
entità, quando invece se oggi sono io a muovermi, allora posso sperare di
prendere un giorno il controllo e possesso della mia vita”.
Ma, allo stesso tempo, vorrei anche vedere persone impegnate in azioni dirette
e idee, come quelle di Transition, ad esempio, che dicano: “Bene, io non voglio
soltanto occupare uno spazio pubblico, voglio occupare uno spazio pubblico per
iniziare a coltivarci qualcosa. Vorrei occupare uno spazio pubblico per creare
un laboratorio che diffonda e dimostri quale sia una società alternativa e
darle concretamente inizio, ora, qui. Come possiamo creare un nuovo metodo di
scambio? Come possiamo cambiare la natura della nostra economia locale? Cosa
possiamo fare per incoraggiare l’uso delle energie alternative per la nostra
comunità locale, contribuendo anche a risolvere diversi problemi che affliggono
i nostri giovani? Diamo autorità, diamo responsabilità ai nostri giovani,
rendiamoli parti attive".
Abbiamo bisogno di un sempre maggiore scambio di discussioni di questo tipo tra
i vari gruppi attivi, che si alimentino l’un l’altro, che fungano da reciproco
catalizzatore, per giungere ad una più ampia discussione generale per una
visione chiara di quello che vogliamo e su come vogliamo insieme esplorare i
vari possibili percorsi. Credo che, se lo facessimo, e lo stiamo davvero facendo,
questi sarebbero dei semi che piantiamo oggi: ma se iniziassimo davvero a
muoverci con decisione verso questa nuova forma di comunità sociale, credo che
avremmo un incredibile impatto sulla nostra storia nazionale. Potremmo
realmente cambiarla.
In ultima analisi, la scelta di cosa dovrà essere il mondo domani spetta solo a
noi ed il futuro è ancora aperto. Se continuiamo a dire che siamo spacciati e
non serve a niente fare questo o quello, allora diventiamo parte del problema e
creiamo noi stessi una profezia che si avvererà; a quel punto diventiamo
completamente inutili per l’umanità, perché è come se dicessimo al mondo quello
che sta per accadere e ci dichiarassimo completamente impotenti al riguardo.
Ma se restiamo aperti alla possibilità del cambiamento, anche se si tratta di
una piccola possibilità, se restiamo aperti a questa probabilità e continuiamo
a lottare per essa, allora diventiamo parte del cambiamento. Restiamo cioè
aperti alla realtà che esiste una possibilità e noi possiamo fare in modo che
si realizzi. La gente ha una grande sete di risposte, di soluzioni, di
alternative, quindi questa è davvero una grande opportunità. E’ una crisi senza
precedenti, ma è anche un’opportunità per realizzare un sogno e dire “ Dunque,
se non cambiamo direzione tutto crollerà nel corso dei prossimi 20/30 anni. E’
arrivato il momento di uscire fuori dalla campana di vetro e pensare
diversamente”.
Dr Nafeez Ahmed è il direttore dell’ Institute for Policy Research &
Development e autore di A User's Guide to the Crisis of Civilisation: And How
to Save It tra gli altri libri. Seguitelo su Twitter @nafeezahmed
Fonte:
www.theguardian.com
Link:
http://www.theguardian.com/environment/earth-insight/2013/sep/24/crisis-civilisation-unprecedented-opportunity-transition
24.09.2013
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63
1) http://transitionnetwork.org/blogs/rob-hopkins
2) http://www.theguardian.com/environment/transition-towns
3) http://www.transitionnetwork.org/
4) http://www.theguardian.com/environment/2013/jun/15/transition-towns-way-forward
5) http://www.theguardian.com/environment/energy
6)
http://ceasefiremagazine.co.uk/the-end-of-the-world-as-we-know-it-the-rise-of-the-post-carbon-era/
7) http://www.nafeezahmed.com/2012/11/my-tedx-talk-new-paradigm-from-endless.html
8) http://www.theguardian.com/environment/peak-oil