domenica 6 ottobre 2013

OLIMPIADI IN RUSSIA: DISASTRO ECOLOGICO IN AGGUATO

I prossimi XXII Giochi olimpici invernali si svolgeranno a Sochi, in Russia, dal 7 al 23 febbraio 2014. Gli ambientalisti da tempo denunciano quanto questo evento abbia avuto e stia avendo un impatto ambientale disastroso. Mentre la parte ufficiale con le cerimonie di apertura e chiusura dei giochi olimpici si svolgeranno sulla Piana Imereti, tra i fiumi di Mzymta e Psou, presso il litorale del Mar Nero, le gare invece si svolgeranno, per forza di cose, nella regione montagnosa che si trova a ridosso del Caucaso Occidentale, un’area dichiarata patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

Ne avevamo parlato già nel 2010 e lo scenario che si sta delineando non è molto diverso.

Così si sono distrutte grandi porzioni del Parco nazionale di Sochi, per far posto alle nuove infrastrutture sportive, con il benestare di una legge creata ad hoc nel 2007. E non basta, si è costruito anche più a nord, vicino alla Riserva naturale del Caucaso, anch’essa tra i siti patrimonio dell’Unesco. Giusto per citarne una, la ‘Radura degli abeti bianchi’ ai piedi del monte Psekhako è stata trasformata in un ‘centro turistico di montagna’, che opsiterà i turisti aatirati dalle olimpiadi.


E cosa dire dello scempio edilizio che ha distrutto la famosa spiaggia Imereti, l’ultimo arenile naturale della Russia meridionale e la piana Imereti, un habitat paludoso, punto di sosta per molte specie di uccelli migratori.

L’opera che pone più a rischio il territorio e la popolazione locale è in realtà l’autostrada e la ferrovia della tratta Adler-Krasnaja Poljana, costruite per unire i 2 siti delle olimpiadi. Sono 48 km che collegano i due paesi in 25 minuti ed costituiscono la parte più costosa: ben 7 miliardi di euro.

L’effetto più nefasto sull’ambiente per la costruzione di queste infrastrutture viarie è legato al fiume Mzymta, il più grande di Sochi, che fornisce acqua potabile per la gran parte della città. Negli ultimi anni l’acqua è calata drasticamente per i detriti provenienti dal cantiere, che hanno intasato i condotti di alimentazione dei pozzi più a valle. Ed è acqua inquinata. Sebbene le autorità facciano finta di niente e non rendano pubblici i valori delle analisi dal 2012.


Un’altro rischio ambientale è legato alle montagne della zona, che sono ricche di uranio e mercurio, minerali radioatttivi e pericolosi. Dunque bisognerebbe evitare di perforarle per costruirci dei tunnel. Non a caso nel paese di Krasnaja Poljana, che sorge al centro dell’area sciistica vera e propria, negli ultimi anni c’è stato un’incremento di casi di tumore.

Inoltre, la discarica nella cava di Akhstyr, che si trova nei pressi delle sorgenti che alimentano il fiume Mzymta, pur di rientrare nei tempi, è stata dichiarata agibile.

Dulcis in fundo, è di pochi giorni fa la notizia che Sochi e altre cittadine sul Mar Nero, sono state colpite da una valanga di fango, a seguito di violente piogge, che ne hanno determinato lo stato di calamità naturale. Ma le autorità si sono affrettate a dichiarare che tutto sarà pronto per i giochi olimpici di febbraio, cosicché Vladimir Putin possa mostrare quanti progressi abbia fatto la Russia dalla caduta dell’Impero Sovietico nel 1991.

Le Olimpiadi di Sochi si prospettano dunque come l’evento meno eco-sostenibile del 2014.

LA CRISI DELL’ATTUALE CIVILTA’ E’ UN’OPPORTUNITA’ SENZA PRECEDENTI

DI NAFEEZ AHMED
theguardian.com

Le crisi convergenti riguardanti il clima, l’energia e l’economia sono il segnale di una potenziale transizione verso una prospera era post-carbone

Nei primi giorni del mese ho avuto l’onore di essere intervistato da Rob Hopkins (1) fondatore del movimento Transition Towns (2) e co-fondatore di Transition Network (3). In un’intervista con il Guardian di giugno scorso (4), Hopkins illustrava la sua illuminata visione secondo la quale piccole azioni a livello di comunità locali potessero cambiare il mondo.

Nella nostra conversazione, Hopkins voleva conoscere la mia opinione come giornalista e come accademico su questi argomenti. Mi ha posto delle domande per conoscere il mio punto di vista sulle sfide ambientali, energetiche (5) ed economiche che il nostro secolo deve affrontare, e quale sia il potenziale per risolverle. 

E’ stata una conversazione lunga ed estesa e ha toccato argomenti che già avevo affrontato su questo blog e anche altrove, e cioè: le varie crisi che ci affliggono oggi – dal clima all’economia – non sono disgiunte, ma sfaccettature di una più ampia crisi della civiltà industriale nella sua forma attuale (6). La crisi, fondamentalmente, è collegata alla nostra dipendenza dalle risorse fossili, ma la realtà è che in qualunque modo lo si voglia vedere, sia in modo ottimista sia pessimista, questo secolo segnerà la fine dell’era delle fonti energetiche fossili.

E’ importante dire subito che questo non significa che siamo condannati. Ben lungi da questo: mentre l’attuale crisi della nostra civiltà ci mostra che il modello di economia attuale non è più sostenibile – e potrebbe rendere il pianeta non più abitabile entro la fine del secolo, basandoci sulle più accreditate proiezioni scientifiche – io sostengo che siamo già entrati in un processo di transizione di civiltà (7), che ci offre delle opportunità senza precedenti per rielaborare delle nuove forme di prosperità che possano coesistere in piena armonia con il nostro ambiente, invece che in contrasto con esso.

Qui sotto riporto alcuni stralci della nostra conversazione, ma se volete la potete leggere per intero qui o anche ascoltarla qui: https://soundcloud.com/transition-culture/nafeez-ahmed-on-the-crisis-of

Rob: Lei ha scritto molto sul preoccupante sfruttamento del ‘gas fracking’ e sul picco di uranio che dobbiamo attenderci entro il 2015, e su uno studio in cui si diceva “per carità, basta col nucleare”. Lei ha anche scritto sul picco petrolifero (8). Se guardiamo a tutte queste cose insieme, le sue analisi sono in netta contrapposizione con l’ottimismo esagerato che vediamo e leggiamo sui principali canali d’informazione, secondo i quali stiamo per vivere l’età d’oro dell’energia fossile. Qual è la sua posizione su queste due analisi contrastanti e noi, a che punto della nostra civiltà ci troviamo? 

Io: C’e’ molta esagerazione tra le industrie interessate del settore. Nei miei articoli e interventi mi sono dedicato a distinguere tra fatti ed esagerazioni, e su come riusciamo a sostenere i reali costi dell’energia oggi, considerando che l’energia è diventata molto più costosa che in passato. I rapporti sullo shale gas che ho analizzato provenivano da fonti piuttosto attendibili. Uno è David Hughes, che lavora da trent’anni per il governo Canadese analizzando le sue forniture di petrolio e di gas. Un’altra è Deborah Rogers, consulente del governo americano sui problemi del fracking. In realtà è una consulente del Ministero degli Affari Interni. Poi c’e’ anche un rapporto dall’ Energy Watch Group con sede in Germania, a cui ha contribuito un fisico emerito. L’ Energy Watch Group è una rete di scienziati europei che da molto tempo si dedica a questo tipo di analisi. 

Il risultato finale della ricerca condotta da queste persone è stato che, se teniamo conto delle esagerazioni e delle minimizzazioni, il quadro che ne esce fuori e’ davvero molto preoccupante, al punto che ci viene da pensare che tutta la storia dello shale gas non sia che un Piano Ponzi. Sono le industrie che tentano ad ogni costo di tenere le cose in piedi, ma in realtà non si stanno affatto risolvendo a lungo termine i problemi energetici del mondo.

Questo secolo è la fine dell’era dei combustibili fossili e non ha alcuna importanza come la vediamo; pure guardandola in modo ottimistico, entro il primo quarto di secolo assisteremo in ogni caso al declino e all’esaurimento di queste risorse.

Le riserve si stanno esaurendo, i costi sono in aumento: tutto questo ha un impatto sulla nostra economia, ha un impatto sul nostro stile di vita di una società industriale, e se non cambiamo il modo in cui facciamo le cose questo causerà problemi gravissimi. Ci sono persone che ancora discutono se il picco sarà nel 2015 o 2020 o 2035. Secondo me, che sia il 2025 o il 2035, la situazione è gravissima. Dobbiamo prepararci ad affrontare oggi questi problemi. Se ci rendiamo conto che siamo giunti al termine dell’era dei carburanti fossili dobbiamo domandarci subito quali sono le alternative e come adottarle.

Rob: Che significato ha per la crescita economica la convergenza di queste sfide che identifica, quali sono le implicazioni?

Io: Al momento attuale c’è una convergenza di diverse sfide, degrado ambientale, cambiamenti del clima, esaurimento delle risorse naturali; e queste stanno già avendo un impatto sulla nostra società. La gente parla spesso di cosa potrebbe accadere domani, ma possiamo già vedere sin da oggi quale impatto hanno questi cambiamenti nella nostra realtà in termini di produzione di alimenti, di qualità della vita e di produzione industriale in generale.

Stiamo andando verso un’era di costi energetici elevatissimi, non c’e’ via di scampo. La nostra totale ed estrema dipendenza dall’energia da combustibili fossili a basso costo per far muovere qualsiasi cosa del nostro mondo significa che, con i costi dell’energia in rapido aumento dovremo affrontare per forza questo problema di fondo, un problema che sta distruggendo le potenzialità della nostra civiltà industriale, che prima era in grado di realizzare cose a costi molto inferiori.

E’ normale che la gente spesso parli di debito e dei problemi legati al debito. Ma manca dalle analisi in corso un elemento importante, cioè il collegamento che c’è sempre stato tra la crescita che abbiamo avuto fin dalla Seconda Guerra Mondiale, livelli di crescita astronomici, e due fattori: uno, lo sfruttamento di energia da combustibili fossili a basso costo; due, tali livelli sono sempre stati accompagnati dall’espansione del debito. Quello che è molto interessante di questo periodo è che soprattutto a partire dagli anni ’70, quando il sistema economico ha iniziato ad affrontare alcune sfide specifiche, il livello dei profitti ha iniziato a calare. C’era la tendenza di spostare le unità produttive nei paesi in via di sviluppo per mantenere i costi a livelli accettabili e mantenere alti i profitti. Tutto questo ha smesso di funzionare.

Quello che è successo è che le banche e gli investitori si sono orientati verso operazioni di finanziarizzazione. Si sono resi conto infatti che si facevano un sacco di soldi prestando soldi. Più presti, più guadagni dagli interessi sui prestiti. Un modo incredibile per fare soldi, non è un segreto. E’ una realtà ben nota a tutti, difatti i maggiori economisti “di regime” considerano debito e creazione di credito come cosa buona. Credono, cioè, ci sia un forte legame nell’economia tra alti livelli di crescita e alti livelli di debiti/crediti.

L’errore è stato però che nessuno di questi economisti “di regime” abbia mai anticipato che questo tipo di scenario era inesorabilmente destinato a vivere il crollo del sistema bancario nel 2008 e la conseguente greve recessione che stiamo ancora vivendo. Non vediamo ancora alcun segno di ripresa. Infatti, le più recenti statistiche emerse negli ultimi sei mesi fino ad oggi, dalla Banca Mondiale, dal FMI, dalle varie agenzie di rating e dalle maggiori banche, ci dicono che le aspettative di crescita erano esagerate, che ancora una volta siamo stati troppo ottimisti…

Tutta la crescita nei paesi emergenti di cui si parlava con tanto entusiasmo, tanto per tenere su l’economia, non avverrà affatto nel modo sperato. Quindi, ancora una volta, ci rendiamo conto che questi modelli sui cui ci basiamo non sono più in grado di funzionare nella realtà attuale. Penso che sia così perché non hanno tenuto conto del fatto che questa accelerazione di debito e credito e le reali capacità di onorare quel debito si basavano proprio sulla grande disponibilità di combustibili fossili abbondanti e a basso costo.

Tutto questo è stato messo in discussione dal 2005 in poi, quando è stato previsto il picco della produzione di petrolio convenzionale. Quando all’improvviso la produzione di petrolio convenzionale non era più in grado di sostenere la domanda, i prezzi del petrolio sono andati alle stelle, con tutte le conseguenze che conosciamo. Alcuni economisti hanno sostenuto che proprio questo fortissimo impatto sul costo della vita ha causato l’incapacità della gente di sostenere i propri debiti. La gente, all’improvviso, non riusciva più a coprire le proprie spese di base e a pagare i propri debiti. Il castello di carte che ci siamo costruiti negli ultimi 30/40 anni, quella gran cuccagna di crescita virtuale, è semplicemente franato, scoppiato come una bolla di sapone.

Penso che al punto dove siamo oggi, abbiamo davanti a noi una scelta. I governi, al momento si sono chiusi a riccio, stanno pensando, chissà, “torniamo a stampare denaro come abbiamo sempre fatto, facciamo tanti begli allentamenti monetari, lanciamo dei bei nuovi prestiti per far confluire di nuovo il capitale. La gente sarà di nuovo in grado di acquistare. Andrà tutto bene”. Ma non funzionerà più. Abbiamo passato da un pezzo il punto di rottura e se guardiamo agli attuali livelli di debito, è chiaro che il problema non è ancora stato neanche affrontato. 

Siamo d’accordo, l’accumulazione materiale ha giocato un ruolo importante nel darci delle nuove e meravigliose tecnologie e la capacità di fare nuove cose e di conseguire importanti innovazioni scientifiche. 

Cose che, in se stesse, non sono affatto cattive, ma le abbiamo ottenute ad un prezzo elevatissimo. Penso che siamo a un punto tale che dobbiamo compiere questa scelta, quella di cogliere il buono del progresso della civiltà industriale e continuare a sviluppare cose nuove, vivere una forma di civiltà post-crescita, post-industriale che non disdegna la scienza e la tecnologia ma riconosce che è più necessario, in ultima analisi, vivere nei limiti che ci pongono i sistemi ambientali del nostro mondo.

Rob: il tema di Luglio di TransitionNetwork.org era Il Potere di Fare Qualcosa e guardando da varie prospettive all’idea della capacità, come diceva lei prima in questa nostra intervista, delle persone di voler affrontare queste grandi sfide globali. Quale potere intravede nella gente che vuole continuare a vivere e che vogliono diventare parte attiva della soluzione? 

Io: Penso che cambi radicalmente l’intero paradigma di come una società debba andare avanti e di quale sia la forza motrice della politica. Al momento attuale l’economia è prigioniera di un sistema politico molto gerarchico, anti-democratico, in cui abbiamo assistito ad una erosione della democrazia per diverse ragioni. E’ nella natura stessa del capitalismo, abbiamo già visto lo scandalo di Lynton Crosby legato ai combustibili fossili in Australia, con il coinvolgimento di società private elusive che tentavano di controllare il NHS e industrie del tabacco. E’ la storia della politica di oggi.

Per quanto riguarda il sistema democratico, è importante averne uno che per molti versi è meglio di qualsiasi altra cosa che c’e’ là fuori, ma è un sistema difettoso. Penso che l’idea di un popolo che si alzi in piedi e dica “Aspettate un momento! Dovremmo davvero stare qui fermi ad aspettare un ennesimo fallimento del governo al prossimo tavolo di negoziati per i cambiamenti climatici? O dovremmo forse spingere i governi a fare questo o quello? Oppure potremmo noi fare qualcosa oggi che possa concretamente cambiare la nostra vita, la vita della nostra famiglia e dei nostri amici, le vite dell’intera comunità in cui viviamo?” …ecco, questo potrebbe davvero cambiare non solo le politiche locali, ma, a lungo andare, anche avere un impatto a livello nazionale.

Penso che è proprio questo il potenziale della gente, quello di alzarsi e dire “ora basta, non aspetto più che siano i miei rappresentanti a dire o fare qualcosa al posto mio, posso farlo anche da solo, posso iniziare a muovermi verso qualcosa di nuovo. Forse non sarà proprio quello che speravo, ma se non faccio qualcosa ora, allora è come se consegnassi tutto il potere a queste entità, quando invece se oggi sono io a muovermi, allora posso sperare di prendere un giorno il controllo e possesso della mia vita”.

Ma, allo stesso tempo, vorrei anche vedere persone impegnate in azioni dirette e idee, come quelle di Transition, ad esempio, che dicano: “Bene, io non voglio soltanto occupare uno spazio pubblico, voglio occupare uno spazio pubblico per iniziare a coltivarci qualcosa. Vorrei occupare uno spazio pubblico per creare un laboratorio che diffonda e dimostri quale sia una società alternativa e darle concretamente inizio, ora, qui. Come possiamo creare un nuovo metodo di scambio? Come possiamo cambiare la natura della nostra economia locale? Cosa possiamo fare per incoraggiare l’uso delle energie alternative per la nostra comunità locale, contribuendo anche a risolvere diversi problemi che affliggono i nostri giovani? Diamo autorità, diamo responsabilità ai nostri giovani, rendiamoli parti attive".

Abbiamo bisogno di un sempre maggiore scambio di discussioni di questo tipo tra i vari gruppi attivi, che si alimentino l’un l’altro, che fungano da reciproco catalizzatore, per giungere ad una più ampia discussione generale per una visione chiara di quello che vogliamo e su come vogliamo insieme esplorare i vari possibili percorsi. Credo che, se lo facessimo, e lo stiamo davvero facendo, questi sarebbero dei semi che piantiamo oggi: ma se iniziassimo davvero a muoverci con decisione verso questa nuova forma di comunità sociale, credo che avremmo un incredibile impatto sulla nostra storia nazionale. Potremmo realmente cambiarla.

In ultima analisi, la scelta di cosa dovrà essere il mondo domani spetta solo a noi ed il futuro è ancora aperto. Se continuiamo a dire che siamo spacciati e non serve a niente fare questo o quello, allora diventiamo parte del problema e creiamo noi stessi una profezia che si avvererà; a quel punto diventiamo completamente inutili per l’umanità, perché è come se dicessimo al mondo quello che sta per accadere e ci dichiarassimo completamente impotenti al riguardo.

Ma se restiamo aperti alla possibilità del cambiamento, anche se si tratta di una piccola possibilità, se restiamo aperti a questa probabilità e continuiamo a lottare per essa, allora diventiamo parte del cambiamento. Restiamo cioè aperti alla realtà che esiste una possibilità e noi possiamo fare in modo che si realizzi. La gente ha una grande sete di risposte, di soluzioni, di alternative, quindi questa è davvero una grande opportunità. E’ una crisi senza precedenti, ma è anche un’opportunità per realizzare un sogno e dire “ Dunque, se non cambiamo direzione tutto crollerà nel corso dei prossimi 20/30 anni. E’ arrivato il momento di uscire fuori dalla campana di vetro e pensare diversamente”.

Dr Nafeez Ahmed è il direttore dell’ Institute for Policy Research & Development e autore di A User's Guide to the Crisis of Civilisation: And How to Save It tra gli altri libri. Seguitelo su Twitter @nafeezahmed
Fonte: www.theguardian.com
Link: http://www.theguardian.com/environment/earth-insight/2013/sep/24/crisis-civilisation-unprecedented-opportunity-transition
24.09.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63


1) http://transitionnetwork.org/blogs/rob-hopkins
2) http://www.theguardian.com/environment/transition-towns
3) http://www.transitionnetwork.org/
4) http://www.theguardian.com/environment/2013/jun/15/transition-towns-way-forward
5) http://www.theguardian.com/environment/energy
6) http://ceasefiremagazine.co.uk/the-end-of-the-world-as-we-know-it-the-rise-of-the-post-carbon-era/
7) http://www.nafeezahmed.com/2012/11/my-tedx-talk-new-paradigm-from-endless.html
8) http://www.theguardian.com/environment/peak-oil

RIFIUTI: DAL 2000 LE BOLLETTE SONO AUMENTATE DEL 67%

Quest’anno l’importo medio dovrebbe attestarsi attorno ai 450 euro a famiglia. Complessivamente la Tares costerà agli italiani circa 2 miliardi in più di quanto pagavano con la Tarsu/Tia
  
Tra il duemila ed il 2013 l’aumento delle bollette relative al servizio di asporto rifiuti è stato del 67 per cento: se tredici anni fa ogni famiglia pagava mediamente 270 euro, con il debutto della Tares l’esborso medio per ciascun nucleo famigliare dovrebbe attestarsi sui 451 euro.

Come è possibile che nel 2013 le famiglie paghino un importo così pesante – sottolinea il segretario Giuseppe Bortolussi – quando negli ultimi 5 anni di crisi economica la produzione dei rifiuti urbani è diminuita del 5 per cento e l’incidenza della raccolta differenziata, che ha consentito una forte riduzione dei costi di smaltimento, è aumentata di oltre il 30 per cento?

I calcoli relativi alla serie storica sono stati effettuati dall’Ufficio studi della CGIA che ha analizzato i bilanci di 11 Comuni capoluogo di Regione: Ancona, Aosta, Bari, Bologna, Cagliari, Campobasso, Catanzaro, Milano, Palermo, Torino e Trieste. Fino all’anno scorso, in tutte queste realtà amministrative il pagamento dell’asporto rifiuti avveniva attraverso l’applicazione della Tarsu, da quest’anno, invece, tutti gli 8.100 Comuni d’Italia dovranno adottare la Tares che, sulla base delle prime indicazioni emerse dalle analisi effettuate, sembra essere molto più onerosa.

IL COSTO DEL SERVIZIO DELL’ASPORTO RIFIUTI – serie storica – (valori in euro)
Anno
Tassa Asporto Rifiuti
Variazione 2000-2013
pro capite
per famiglia
2000
115
270

2002
124
280

2004
148
325

2006
166
354

2007
170
357

2008
176
363

2009
182
370

2010
188
378

2011
202
399





2013 (*)
228
451
+67%




Elaborazione: Ufficio Studi CGIA su dati Ministero Interno e ISTAT
(*) I dati riferiti al 2013 sono il frutto di una nostra stima
Nota: tra il 2000 e il 2013 l’inflazione è aumentata del 33,2%.

Quali sono le ragioni di questa preoccupazione?
In primo luogo, la Tares dovrà assicurare un gettito in grado di coprire interamente il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti, vincolo non previsto con l’applicazione della Tarsu. In secondo luogo, si prevede una maggiorazione su tutti gli immobili pari a 0,3 euro al metro quadrato con la quale si andranno a finanziare i servizi indivisibili dei Comuni (illuminazione pubblica, pulizia e manutenzione delle strade, etc.).

Dall’analisi dei bilanci dei Comuni italiani (anno 2010) è emerso che lo scostamento tra quanto incassato con la Tarsu/Tia e il costo del servizio di raccolta e smaltimento ammonta a circa 0,9 miliardi di euro. Secondo la CGIA si tratta di una stima sottodimensionata: nell’analisi, oltre all’assenza dei dati relativi alla Valle d’Aosta, inoltre non si è potuto tener conto del fatto che molte Amministrazioni comunali esternalizzano il servizio di smaltimento dei rifiuti a società collegate.

Nella tabella riportata qui sotto è stato calcolato l’aggravio di gettito imposto dalla Tares per coprire integralmente il servizio raccolta e smaltimento dei rifiuti.

TARES E TARSU A CONFRONTO (importi in milioni di euro)
AREA TERRITORIALE
Maggior gettito necessario richiesto dalla Tares per coprire spesa raccolta rifiuti
Aumento
NORD
+282,3
+12,0%
CENTRO
+205,6
+21,7%
SUD
+458,8
+16,3%
 MEDIA ITALIA
+946,7
+15,5%
Elaborazione Ufficio Studi CGIA su dati ISTAT

Nella ultima colonna si può rilevare di quanto dovrà crescere in media l’attuale prelievo per riuscire a coprire l’intero costo del servizio di smaltimento dei rifiuti. L’incremento percentuale più significativo sarà richiesto alle famiglie e alle imprese del Centro (+21,7%). Inoltre, si ricorda che la maggiorazione di 0,3 euro al mq prevista con la TARES (per la copertura dei servizi indivisibili) darà luogo ad un gettito di 1 miliardo di euro (Fonte: Relazione tecnica al DL 201/2011). Pertanto, la Tares costerà agli italiani quasi 2 miliardi di euro in più rispetto a quanto hanno pagato l’anno scorso.

sabato 5 ottobre 2013

GOLPE DI STATO: LA LISTA NERA DEI TRADITORI DELLA PATRIA

Golpe di stato: la lista nera dei traditori della patria – Terza guerra mondiale parte IV

Di Alessandro De Angelis - per nocensura.com

Se ci troviamo, come dimostrato nei precedenti articoli, sotto un regime di dittatura da parte dell'oligarchia bancaria, dove la BCE e la Commissione Europea decideranno le politiche sociali degli stati, imponendo loro tasse e licenziamenti, lo dobbiamo a una strategia che parte da lontano nel tempo e che si è potuta estrinsecare grazie all'aiuto di politici con loro collusi.

Vediamo quindi chi sono gli artefici principali di questa strategia in Italia e se possono essere imputabili di alto tradimento nei confronti dello stato, della sua sovranità e della sua costituzione.

Nel 1981 il ministro del Tesoro Andreatta e il Governatore della Banca d'Italia Azelio Ciampi decretano il divorzio tra il ministero del tesoro e Banca d'Italia. Cessa quindi l'obbligo di Banca d'Italia di acquistare tutti i titoli di stato che venivano emessi dal ministero del tesoro per finanziare il deficit dello stato stesso. Questo porterà all'acquisto di titoli di stato da parte delle grandi banche commerciali che, comprando i titoli, costringerà lo stato a pagare loro interessi, generando così un debito vero che passerà dai 142 miliardi dell'81 (falso debito, in quanto alla Banca d'Italia bastava stampare il denaro per ripianarlo) a ben 850 miliardi nel 1992 (debito vero, in quanto contratto con banche commerciali private, che lo stato e quindi il popolo dovrà ripagare sotto forma di tassazione forzata).

29 gennaio 1992, legge 35/92 Amato-Carli: viene emanata la legge per la privatizzazione di istituti di credito e di enti pubblici. Banca d'Italia viene privatizzata in palese violazione con l'art. 3 del suo statuto che recita: “In ogni caso dovra essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici”.
Si è quindi ceduta la sovranità monetaria, violando due articolo fondamentali della costituzione: l'art. 1 (“La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione”) e l'art. 11 (“L'Italia […] consente in condizioni di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni”).

Non bastasse, il 7 febbraio 1992 viene varata la legge 82 con cui il ministro del Tesoro Guido Carli (ex governatore di Banca d'Italia) attribuisce alla Banca d'Italia la “facoltà di variare il tasso ufficiale di sconto senza doverlo più concordare con il Tesoro”, cosicché, da questo momento, è Banca d'Italia a decidere per il nostro stato il costo del denaro, ovvero gli interessi con cui ripagare la stampa del denaro.

Successivamente, il presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il ministro degli Esteri Gianni De Michelis e il ministro del Tesoro Guido Carli firmano il trattato di Maastrich, con cui viene istituito il sistema europeo di banche centrare (SEBC) e europea (BCE), che ha il compito di emettere la moneta unica (Euro) e di gestire la politica monetaria.
Il 4 gennaio 2004 si scoprono le quote di partecipazione di Banca d'Italia che è in mano, per il 95%, a banche private, mentre solo il 5% è ancora in mano allo stato attraverso l'INPS.
Nel 2006 il governo Prodi modifica lo statuto 3 di Banca d'Italia che la voleva un ente di diritto pubblico.

In questi passaggi si sono violati i due articoli sopraccitati della costituzione, in quanto oltre alla perdita di sovranità appartenente al popolo, l'art. 11 della costituzione consente limitazioni – ma non cessioni! – della sovranità nazionale, che inoltre, per quanto riguarda la sovranità monetaria, non è stata ceduta neanche in condizioni di parità, poiché le quote di partecipazione non sono sono paritarie e vi fanno inoltre parte stati, come l'Inghilterra, che non fanno parte dell'euro, ma che partecipano alle decisioni di politica monetaria del nostro stato.

Tutti i signori sopraccitati, nonché i senatori e i deputati dei vari governi che hanno firmato questi accordi, hanno violato il codice penale 241 che recita: “Chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio dello Stato, o una parte di esso, alla sovranità di uno stato straniero, ovvero a menomare l'indipendenza dello Stato, è punito con l'ergastolo.”

Viene violato inoltre l'art. 283 del codice penale che recita: “Chiunque commette un fatto diretto a mutare la costituzione dello stato o la forma del governo con mezzi non consentito dall'ordinamento costituzionale dello stato, è punito con la reclusione non inferiore ai 12 anni.”

Infatti i nostri cari politici hanno ceduto un potere indipendente e sovrano del nostro stato ad un organismo privato ed anche esterno allo Stato stesso. Rendendosi conto della gravità di questi reati, il 24 febbraio 2006 con la legge n. 85 vengono introdotte “modifiche al codice penale in materia di reati d'opinione” e verranno modificati proprio gli art. 241, riguardanti gli attentati contro l'indipendenza, l'integrità e l'unità dello stato, 283, relativo all'attentato contro lo stato, 289, che riguarda l'attentato contro organi costituzionali e contro le assemblee regionali, ovvero attentati alle istituzioni democratiche del nostro stato.

Cittadini! Iniziamo a far tremare i politici, traditori dello stato, creando una lista nera di tutti coloro che invece di essere puniti con l'ergastolo, o con la reclusione fino a 12 anni, si sono salvati modificando le leggi stesse che li condannavano. Facciamo sapere loro che il giorno in cui il popolo verrà a conoscenza di questo alto tradimento e si libererà dalla dittatura cui è stato sottoposto verranno ricancellate le leggi che si sono modificate e sconteranno la condanna che gli è dovuta ed il sequestro di tutti i loro beni.
Facciamoli tremare.

Alessandro De Angelis

scrittore e ricercatore antropologo

venerdì 4 ottobre 2013

PAOLA MUSU SPIEGA IL RICORSO PER INCOSTITUZIONALITÀ DELL'IMU



In data 19 Agosto l'avv. Paola Musu ha depositato ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale di Cagliari per Imu, sollevando consistenti eccezioni di incostituzionalità.
Nel video spiega su quale base ha presentato ricorso per incostituzionalità dell'IMU e qual è l'obiettivo dell'iniziativa.

Il verbale, in formato PDF, è disponibile QUI 


nocensura.com: UNA RACCOLTA DI ARTICOLI PER CAPIRE LE ORIGINI DELLA CRISI E LA SITUAZIONE INTERNAZIONALE

nocensura.com: Una raccolta di articoli per capire le origini del...: ****** SE SEI STANCO DI ESSERE PRESO IN GIRO DAI MASS MEDIA, INFORMATI... DI SEGUITO VI PROPONIAMO UNA SERIE DI DOCUMENTI E ARTICOLI...


martedì 1 ottobre 2013

FAO: DIMINUISCE IL NUMERO, MA ANCORA MILIONI DI PERSONE SOFFRONO CRONICAMENTE LA FAME

Sono 842 milioni le persone sottoalimentate nel 2011-13 - I paesi in via di sviluppo fanno dei progressi, ma serve un maggiore impegno per raggiungere l'obiettivo del Millennio

Le ultime stime per il 2011-13 indicano che sono 842 milioni - ovvero circa una su otto - le persone al mondo che soffrono di fame cronica, e che non hanno abbastanza cibo per condurre una vita sana e attiva.

Il dato emerge dal rapporto annuale congiunto "The State of Food Insecurity in the World- SOFI 2013" (Lo Stato dell'insicurezza alimentare nel mondo) pubblicato oggi dalle agenzie alimentari delle Nazioni Unite: l'Organizzazione per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO), il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), ed il Programma Alimentare Mondiale (PAM).

I nuovi dati del rapporto indicano che il numero complessivo è sceso rispetto agli 868 milioni del periodo 2010-12, e che la stragrande maggioranza delle persone che soffrono la fame vive ancora nei paesi in via di sviluppo, mentre 15.7 milioni vivono nei paesi sviluppati.

Molti i fattori che hanno contribuito a far migliorare la disponibilità di cibo, tra questi la costante crescita economica nei paesi in via di sviluppo che ha migliorato il reddito e l'accesso al cibo; e una ripresa della produttività agricola, sostenuta da un aumento degli investimenti pubblici e da un rinnovato interesse degli investitori privati
​​nel settore agricolo.

Inoltre, in alcuni paesi, le rimesse degli emigranti hanno avuto un ruolo importante nella riduzione della povertà, consentendo migliori diete e maggiore sicurezza alimentare, e contribuendo, in alcuni casi, anche a stimolare investimenti produttivi da parte dei piccoli agricoltori.

Distribuzione disomogenea

Nonostante i progressi compiuti a livello globale, persistono marcate differenze geografiche nella riduzione della fame. L'Africa sub-sahariana ha fatto pochi progressi in questi ultimi anni e rimane la regione con la più alta percentuale di denutrizione, con un africano su quattro (24,8 per cento) che ne soffre.

Non si registra nessun progresso in Asia occidentale, mentre l'Asia meridionale e l'Africa settentrionale hanno fatto piccoli passi avanti. Riduzioni più consistenti, sia nel numero di affamati che nella diffusione della denutrizione, vi sono state invece nella maggior parte dei paesi dell'Asia orientale, del Sud-est asiatico e dell'America Latina.

Dal 1990-1992 ad oggi il numero totale delle persone sottonutrite nei paesi in via di sviluppo è sceso del 17 per cento passando da 995,5 milioni a 826,6 milioni.

Gli obiettivi della riduzione della fame

Nonostante i dati siano non siano uniformi, il rapporto sottolinea come i paesi in via di sviluppo nel loro insieme abbiano fatto notevoli progressi verso l'obiettivo di dimezzare la percentuale di persone che soffrono la fame entro il 2015 - il primo degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG) concordati a livello internazionale. Se il calo medio annuo dal 1990 ad oggi dovesse continuare sino al 2015, la percentuale di denutrizione riuscirebbe a raggiungere un livello vicino a quello richiesto dall'obiettivo di sviluppo del millennio sulla fame nel mondo.

Rimane invece fuori portata, a livello globale, l'obiettivo più ambizioso fissato dal Vertice mondiale dell'alimentazione del 1996 (WFS), di dimezzare il numero delle persone che soffrono la fame entro il 2015, anche se alla fine del 2012 ventidue paesi vi erano riusciti.

Nella prefazione al rapporto i responsabili della FAO, dell'IFAD e del PAM, rispettivamente José Graziano da Silva, Kanayo F. Nwanze e Ertharin Cousin esortano i paesi "a intervenire subito e con maggiore impegno".  "Con una spinta finale, entro il prossimo biennio, l'obiettivo di sviluppo del Millennio si può ancora raggiungere".  Raccomandano interventi in agricoltura, e nei sistemi alimentari nel loro complesso, ma anche nei servizi sanitari, nell'istruzione, con una particolare attenzione alle donne.

"Le politiche volte a migliorare la produttività agricola ed aumentare la disponibilità di cibo, soprattutto per i piccoli agricoltori, possono conseguire una riduzione della fame anche laddove la povertà è molto diffusa. Quando sono associati con misure di protezione sociale che aiutano a far aumentare i redditi delle famiglie povere, possono avere un effetto ancora più positivo e stimolare lo sviluppo rurale, attraverso la creazione di mercati e opportunità di lavoro, con una conseguente crescita economica equa".

Occorrono politiche a favore dei poveri

Il SOFI sottolinea che la crescita economica è fondamentale per il progresso nella riduzione della fame. Ma la crescita potrebbe non generare necessariamente posti di lavoro, migliori opportunità e reddito per tutti, a meno che non vi siano politiche specifiche per i poveri, soprattutto nelle aree rurali. "Nei paesi poveri, la riduzione della fame e della povertà potrà essere raggiunta con una crescita che non solo sia sostenibile ma anche ampiamente condivisa".

Affrontare la malnutrizione, soprattutto quella infantile

Il rapporto delle Nazioni Unite non solo misura la fame cronica, ma presenta una nuova serie di indicatori per ogni paese, per cogliere con maggiore precisione le molteplici dimensioni dell'insicurezza alimentare. In alcuni paesi, ad esempio, la percentuale delle persone che soffrono la fame può essere bassa, ma allo stesso tempo i tassi di denutrizione possono essere molto elevati, come potrebbe dimostrare la percentuale di bambini rachitici (bassa altezza per l'età) o sottopeso, il cui sviluppo e salute futuri sono a rischio. Queste distinzioni sono importanti per migliorare l'efficacia delle misure volte a ridurre fame insicurezza alimentare in tutte le loro dimensioni.


Le conclusioni e le raccomandazioni del SOFI 2013 saranno discusse da rappresentanti dei governi, della società civile e del settore privato nella prossima riunione del Comitato sulla sicurezza alimentare mondiale che avrà luogo presso la sede della FAO, a Roma, dal 7 all'11 ottobre.