venerdì 29 aprile 2011

DAL 1 AL 15 MAGGIO IN TUTTA ITALIA GLI EUROPEAN SOLAR DAYS

La campagna d’informazione europea sull’energia solare, rinnovabile e pulita coordinata da Ambiente Italia e Legambiente.

Pulita, efficace, conveniente, rinnovabile, sicura. E’ l’energia solare, di cui gli European Solar Days vogliono ribadire l’importanza di fronte alla doppia sfida dei mutamenti climatici e dell’indipendenza energetica, attraverso una diffusa informazione ai cittadini.

Queste giornate, organizzate in molti paesi europei, sono la più importante campagna per la promozione dell’utilizzo dell’energia solare sotto forma di calore (solare termico) e di elettricità (solare fotovoltaico). In Italia, sono coordinate da Ambiente Italia e da Legambiente, cofinanziate dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Intelligent Energy Europe, e si terranno dal 1 al 15 maggio.

Punti informativi sul funzionamento degli impianti termici, fotovoltaici e per l’accesso agli incentivi ma anche laboratori ludici e didattici per i più piccoli, per divertirsi all’insegna del sole saranno organizzati in centinaia di “piazze” della Penisola, dalla Sicilia alla Lombardia, per far conoscere a cittadini, famiglie, aziende e amministrazioni locali le opportunità e i vantaggi offerti dalla tecnologia solare. Tutte le iniziative sono consultabili su http://www.eusd.it/

La parola d’ordine è informazione - dichiara il responsabile energia di Legambiente Edoardo Zanchini - per spiegare le possibilità dell’energia solare e, in generale, delle fonti rinnovabili, per lo sviluppo di un sistema energetico basato sulla sostenibilità ambientale a impatto zero, per ridurre l’uso dei combustibili fossili e tagliare i costi in bolletta. Queste giornate sono un appuntamento per portare in piazza il solare e parlare con le famiglie dell’opportunità di risparmiare in bolletta dando benefici all’ambiente. Gli impianti solari, termici e fotovoltaici, sono, infatti, tecnologie oggi mature e concrete e in grado di entrare in maniera determinante nel bilancio energetico delle famiglie. Basti pensare che a fine 2010 erano 109 i Comuni italiani in cui, grazie al fotovoltaico viene prodotta più energia verde di quella necessaria alle famiglie residenti”.

"Supportiamo gli European Solar Days perché riteniamo che in questo momento sia importante fare cultura sull'utilizzo dell'energia solare - afferma Riccardo Bani, direttore generale di Sorgenia, sponsor della campagna - Le fonti rinnovabili sono un'opportunità per creare valore nel nostro Paese, per conciliare energia e sviluppo sostenibile e per avvicinarci sempre di più all'obiettivo 20-20-20 dell'Unione Europea. Le fonti rinnovabili sono parte integrante delle nostre attività per la produzione di energia e hanno un ruolo strategico nei nostri progetti futuri. Stiamo investendo in particolare sullo sviluppo della generazione distribuita di energia fotovoltaica con l'obiettivo di raggiungere una capacità installata totale di 55 MW entro il 2016".

Impianti solari, fotovoltaici e termici, sono presenti nell’89% dei Comuni italiani. Quelli fotovoltaici, secondo i dati del GSE, sono 192.854 per 4.550 MW installati e producono circa 6.142.500 MWh/a, soddisfacendo il fabbisogno di 2.457.000 famiglie e consentendo il risparmio di oltre 3 milioni di tonnellate all’anno di anidride carbonica. Gli impianti su tetti e coperture rappresentano circa il 96% del numero totale di impianti e il 58% della potenza complessiva installata. Gli impianti da 1 a 20 kW sono infatti quelli più diffusi, rappresentando il 93% degli impianti su coperture e il 90% degli impianti installati a fine anno.

Testimoniano dell’importanza di una diffusa conoscenza del settore i buoni risultati conseguiti dai Gruppi di Acquisto Solare di Legambientein collaborazione con AzzeroCO2, Achab Group e alcune amministrazioni locali, che hanno coinvolto oltre 2.200 famiglie con l’installazione di oltre 780 mq di impianti solari termici e di 2,5 MW di pannelli fotovoltaici in 3 anni di attività. L’esperienza permette di abbattere il costo di acquisto e d’installazione del 15-20% rispetto al prezzo medio di mercato, con un risparmio a famiglia di circa 3.000 euro per un impianto fotovoltaico. e installazioni ottenute attraverso questi gruppi d’acquisto solari permetteranno nell’arco di 20 anni, di evitare l’immissione in atmosfera di circa 51.200 tonnellate di CO2.

Una filiera che renderà queste tecnologie ancora più sostenibili è poi quella dello smaltimento e del recupero dei materiali, una tematica importante affrontata in questa edizione dei Solar Days. Le proposte di Legambiente sul processo di dismissione e di riciclo degli impianti fotovoltaici saranno presentate al Solar Expò di Verona il 4 maggio, in collaborazione con Ambiente Italia e PV Cycle.

UE: 2 giorni per salvare le erbe medicinali!

Fra 2 giorni l'UE metterà al bando diverse erbe medicinali, costringendo molti di noi a sostituirle con farmaci che incrementano i profitti delle grandi aziende farmaceutiche.
 La direttiva europea impone barriere altissime a qualunque rimedio a base di erbe che non sia presente sul mercato da almeno 30 anni, incluse in teoria tutte le medicine tradizionali cinesi, ayurvediche e africane. E' una misura draconiana che asseconda le aziende farmaceutiche e ignora migliaia di anni di conoscenza medica.

Ci vuole un appello enorme contro questo divieto. Insieme le nostre voci potranno fare pressione sulla Commissione europea per migliorare la direttiva, sui nostri governi nazionali perché non applichino questi standard, e dare legittimità a un'azione legale. Firma sotto, inoltra questa e-mail a tutti e raggiungiamo 1 milione di voci per salvare le erbe medicinali:


E' difficile da credersi, ma se un bambino si ammala ed esiste un rimedio sicuro e fatto di erbe naturali contro quella malattia, potrebbe diventare impossibile trovare quel rimedio.

Il primo maggio la direttiva creerà barriere enormi per i rimedi a base di erbe, a causa di costi esorbitanti e processi infiniti con esperti perché ogni singolo prodotto sia approvato. Le aziende farmaceutiche hanno le risorse necessarie per superare tutti i passaggi, ma le centinaia di piccole e medie ditte di erbe medicinali, in Europa e nel mondo, saranno in seria difficoltà.

Possiamo fermare tutto questo. La direttiva 24/2004/EC è passata all'ombra della burocrazia, ma non potrà sopravvivere alla luce del controllo democratico. La Commissione europea può decidere di ritirarla o emendarla, e un'azione legale sta tentando di aprire la strada in tal senso. Se i cittadini europei si uniranno tutti insieme ora, potranno dare legittimità al caso legale e aumentare la pressione nei confronti della Commissione. Firma sotto e inoltra questa e-mail a tutti:


Esistono delle ragioni per migliorare la regolamentazione delle erbe medicinali, ma questa direttiva draconiana mette in pericolo la possibilità dei cittadini europei di fare scelte sicure e salutari. Mettiamoci dalla parte della nostra salute e del nostro diritto di scegliere medicine sicure a base di erbe.

Con speranza e determinazione,

Ricken, Iain, Giulia, Benjamin, Alex, Alice, Pascal, Luis e il resto del team di Avaaz.

Le tisane e gli infusi come i farmaci. La stretta dell'Europa sulle erbe:

La direttiva europea sulle erbe medicinali messa in discussione da un'azione legale (in inglese):

L'UE vieta i rimedi naturali per favorire i farmaci (in inglese): 

Le ditte di medicina trazionale cinese potrebbero essere fatte fuori dal mercato europeo (in inglese):

L'azione repressiva dell'UE contro i rimedi naturali (in inglese):

BNP Paribas e Deutsche Bank: ecco le “banche più armate” d’Italia

Due gruppi esteri ampiamente presenti nel Belpaese sono le “banche più armate” d’Italia. BNP Paribas e Deutsche Bank si sono infatti spartite più della più della metà dei 3 miliardi di euro di operazioni autorizzate nel 2010 dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per esportazioni di armamenti italiani. (Si veda la tabella ufficiale delle operazioni bancarie relative all’export di armamenti 2010 a fondo pagina tratta dall’intera Relazione della Presidenza del Consiglio e che Unimondo presenta in anteprima).

I valori dei due colossi europei sono pressoché simili: si tratta per BNP Paribas Succursale Italia di oltre 862 milioni di euro (pari al 28,3%) a cui vanno sommati i quasi 98 milioni di euro della BNL (il 3,2%) e per Deutsche Bank di poco meno di 836 milioni di euro (il 27,4%). Nell’anno in cui le autorizzazioni all’esportazione di armamenti hanno segnato una chiara flessione (le autorizzazioni sono infatti calate dagli oltre 4,9 miliardi di euro del 2009 ai poco più di 2,9 miliardi di euro del 2010), le due banche incrementano invece il proprio volume di affari rispetto al 2009: due anni fa il gruppo BNP Paribas-BNL aveva infatti assunto operazioni per 904 milioni di euro (pari al 23,8%) e Deutsche Bank, pur rilevando operazioni per oltre 900 milioni di euro, aveva ricoperto il 23,7%. 

Al di là delle cifre, ciò che solleva più di un interrogativo è la quasi totale mancanza da parte delle due banche di specifiche direttive in materia di servizi all’industria militare e all’esportazione di armamenti. Mentre la quasi totalità degli istituti di credito italiani a seguito di puntuali domande di trasparenza sollevate da diverse campagne di pressione già da vari anni ha messo in atto precise direttive per definire e limitare la propria partecipazione, il finanziamento e l’offerta di servizi all’industria militare, BNP Paribas e Deutsche Bank paiono mostrare scarsa attenzione al tema.  

BNP Paribas e BNL: una policy da chiarire presto 

Se è vero, infatti, che la Banca Nazionale del Lavoro (BNL) incorporata nel febbraio 2006 nel gruppo BNP Paribas, già dal 2003 ha reso pubblica la decisione di “limitare le proprie attività relative alle operazioni di esportazione e importazione di materiale d’armamento unicamente a quelle verso Paesi dell’Unione Europea e della NATO nell’ambito delle rispettive politiche di difesa e sicurezza”, è altrettanto vero che non si rintraccia documento pubblico che riporti che tale direttiva sia applicata anche dalla BNP Paribas Succursale Italia. E’ quindi possibile, in linea di principio, che le operazioni non assumibili dalla BNL vengano passate alla succursale italiana della BNP Paribas: un fatto, questo, sul quale la banca dovrebbe fare chiarezza. La necessità di questo chiarimento sta in un semplice dato di fatto: nel solo 2010 i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente sono stati i principali acquirenti di armamenti italiani e verso i paesi di quest’area sono state rilasciate autorizzazioni all’esportazione per un valore complessivo di oltre 1,4 miliardi di euro, cioè più del doppio di quelle rilasciate ai paesi europei (compresa la Turchia): è possibile quindi che una parte di queste consistenti operazioni sia stata assunta dalla BNP Paribas Succursale Italia. In parole semplici ciò che la banca dovrebbe chiarire è se quanto afferma pubblicamente – e cioè che “il Gruppo BNP Paribas applica il principio dello ‘standard più elevato” (…) applicando in alcuni casi criteri ancora più stringenti di quanto previsto dalle legislazioni locali” (si veda: BNL, Bilancio della responsabilità sociale 2009, pp. 43-44) – venga di fatto applicato non solo alla BNL, ma anche alla Succursale italiana del BNP Paribas. Sapere con certezza che l’intero gruppo ha adottato in Italia la direttiva emessa già dal 2003 dalla BNL fugherebbe ogni dubbio di un eventuale “doppio standard” in uso nelle diverse banche del gruppo presenti e operanti in Italia.  

Deutsche Bank e Natixis: a quando una direttiva sugli armamenti?   

L’operativa della Deutsche Bank nei servizi in appoggio all’esportazione di armamenti italiani ha visto un crescendo costante negli ultimi cinque anni: la banca è infatti passata dai poco più di 78 milioni di euro di operazioni assunte nel 2006 ai quasi 519 milioni del 2009 ai gia citati 900 milioni del 2009 agli 836 milioni di euro dello scorso anno. A fonte di questo ininterrotto aumento, la banca non ha mai reso noto le proprie direttive in materia di servizi all’industria militare e le operazioni svolte per l’esportazione di armamenti.

Pur dichiarando sul proprio sito che “per Deutsche Bank la Responsabilità Sociale d'Impresa rappresenta un investimento nella società e nel suo futuro” e che “il rispetto dei diritti umani è parte integrante del nostro sistema di valori” l’applicazione di questi principi nel caso degli armamenti è ridotta ad una generica affermazione che recita: “We will not consider any involvement in transactions connected with specific types of weapons, in particular antipersonnel landmines, cluster bombs, or ABC weapons” (Non assumeremo alcun coinvolgimento in operazioni connesse con tipi specifici di armi, in particolare le mine antiuomo, bombe a grappolo, o armi ABC). Si tratta di sistemi di armamento già banditi dalle normative internazionali e italiane e che non riguardano il più ampio, ma non meno controverso, settore degli “armamenti convenzionali”. In sintesi, stante l’attuale posizione, la Deutsche Bank appare oggi uno dei gruppi più esposti ad offrire finanziamenti all’industria militare e servizi in appoggio al commercio di armamenti anche verso le zone di maggior tensione del pianeta come il Nord Africa e il Medio Oriente. L’assoluta mancanza nei suoi Rapporti della Responsabilità sociale (CSR Reports) di un dettagliato reporting delle operazioni assunte e svolte riguardo all’esportazione di armamenti italiani rende questo rischio ancor più evidente.  

Discorso simile anche per Natixis che cinque anni fa ha fatto la propria comparsa nella lista governativa per operazioni relative all’esportazione di armamenti italiani: la banca francese è passata dai circa 700mila di euro del 2006 agli oltre 241 milioni di euro del 2008 ai quasi 283 milioni di euro del 2010. La banca lo scorso anno ha reso noto il primo Sustainable Development Report (in .pdf) nel quale annuncia che “nel marzo 2009, Natixis ha adottato una policy che esclude tutti i finanziamenti e gli investimenti in società coinvolte nella produzione, commercio e nello stoccaggio delle mine antiuomo e bombe a grappolo” (p. 18). Anche in questo caso si tratta di sistemi di armamento già banditi dalle normative internazionali e italiane e che non riguardano gli “armamenti convenzionali”. E’ urgente pertanto che Natixis espliciti una direttiva per quanto riguarda tutto il settore del finanziamento all’industria militare e i servizi concessi al commercio di armamenti e si impegni in un preciso reporting delle operazioni già assunte e svolte per l’esportazione di armamenti italiani. 

Si tratta di rilievi che sostanzialmente vanno applicati anche alle altre banche estere che nel 2010 hanno ricevuto autorizzazioni per l’esportazione di sistemi militari italiani: nello specifico a Commerzbank (quasi 116 milioni di euro), Crédit Agricole CIB (104 milioni di euro), Société Générale (oltre 88 milioni di euro), Banca UBAE (quasi 66 milioni di euro), Banco Bilbao Vizcaya (oltre 20 milioni di euro), Europe Arab Bank (quasi 13 milioni di euro) e Barclays Bank Plc (oltre 10 milioni di euro), le quali pur a fronte di consistenti importi non riportano – a parte il Banco Bilbao Vizcaya – specifiche direttive riguardo ai finanziamenti e ai servizi per l’appoggio al commercio di armamenti. 

Le banche italiane 

Passando, infine, ad analizzare sinteticamente le operazioni delle principali banche italiane va innanzitutto notata l’ulteriore aumento del valore delle operazioni assunte da UniCredit che negli ultimi tre anni è passato da poco più di 52 milioni di euro a oltre 146 milioni di euro a 297 milioni di euro nel 2010 (pari al 9,8%): ho già documentato come la policy del principale gruppo bancario italiano sia andata modificando negli ultimi anni e come la recente dichiarazione sollevi più di qualche interrogativo. 

Il Banco di Brescia invece ha drasticamente ridotto il volume di operazioni a 168 milioni di euro: dopo il record assoluto toccato lo scorso anno con oltre 1 miliardo e 228 milioni di euro era inevitabile una flessione anche a seguito della contrazione degli ordinativi da parte dei paesi occidentali ai quali, con una policy molto dettagliata, sostanzialmente l’istituto di credito del gruppo UBI Banca circoscrive la propria operatività nel settore degli armamenti.  Una buona notizia per gli attivisti è sicuramente il quasi azzeramento delle operazioni assunte dal gruppo

IntesaSanpaolo: si tratta infatti di solo 5 operazioni del valore di poco più 952mila euro. Un fatto che si spiega con la policy nel settore armamenti (in .pdf) definita prontamente nel luglio 2007 – cioè a pochi mesi dalla nascita del gruppo – che stabilisce “la sospensione della partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d’arma, pur consentite dalla legge 185/90”: una direttiva che abbiamo già commentato su Unimondo.Andrebbero però attribuite al gruppo anche gli oltre 38 milioni di euro di operazioni assunte dalla Cassa di Risparmio della Spezia, banca di riferimento di diverse industrie militari locali tra cui Oto Melara: l’ingresso nel 2011 della Carispezia nel gruppo Cariparma FriulAdria, a sua volta controllato da Crédit Agricole, ha sicuramente tolto un grattacapo ai responsabili di settore del gruppo IntesaSanpaolo.

di Giorgio Beretta

Qui sotto la tabella ufficiale delle operazioni bancarie relative all’export di armamenti per l'anno 2010 tratta dalla Relazione della Presidenza del Consiglio consegnata alla Camera nel marzo 2011 (in formato .pdf)


PER APPROFONDIRE:

Chiara Bonaiuti e Giorgio Beretta (a cura di), Finanza e armamenti. Istituti di credito e industria militare tra mercato e responsabilità sociale, Edizioni Plus - Pisa University Press, Pisa 2010, pp. 304, € 19,00.

Giorgio Beretta, Banche: chi ha davvero disarmato?, nel dossier del gennaio 2011 di “Missione Oggi” (qui in .pdf) che riporta una sintetica valutazione delle diverse policy e tutti i valori delle operazioni svolte negli ultimi dieci anni dalle principali banche italiane.

Altre informazioni sui siti: www.banchearmate.it e su www.vizicapitali.org 

giovedì 28 aprile 2011

A L’AQUILA IL GOVERNO MANDA LIBRI DI REGIME

Oggi la signora Adriana che vive nel Progetto C.A.S.E. a Collebrincioni (AQ) riceve una visita. Suonano alla porta. Un signore di mezza età con la figlia. Chiedono chi è l’intestatario. Lo appuntano su un foglio di carta e le chiedono di firmare accanto. Chi sono non è dato sapere. E la privacy? Quella è solo per i politici. Le lasciano un libro: L’Aquila: il Progetto C.A.S.E. Edito da IUSSPRESS (casa editrice  dell’Istituto Universitario di Studi Superiori IUSS, fra i patner anche Mediaset). Chi c’è fra i membri del comitato editoriale? 

Il professore Gian Michele Calvi. Sismologo, Presidente dell’istituto della Protezione Civile Eucentre di Pavia. Direttore dei lavori del Progetto C.A.S.E. Il 31 marzo era fra gli esperti che facevano parte della Commissione Grandi Rischi. Quelli che hanno rassicurato la popolazione aquilana provocando 309 morti. Anche lui ha ricevuto l’avviso di garanzia a seguito dell’incompetenza dimostrata a L’Aquila prima del 6 aprile e ne ha ricevuto uno dopo il 6 aprile per il reato di frode nelle pubbliche forniture e turbativa d’asta  nell’ambito dell’inchiesta su gli isolatori sismici. Per farla breve gli isolatori non sono stati collaudati e non è detto che siano realmente antisismici! Per fortuna Pavia non è zona sismica!

Sul retro viene tutto spiegato per benino. Un’iniziativa editoriale dei Costruttori ForCase, protagonisti della ricostruzione in Abruzzo, per raccontare da un punto di vista privilegiato un’esperienza rivoluzionaria sotto il profilo sociale, tecnologico e gestionale. Oltre 400 pagine, 600 fotografie, 200 immagini, diagrammi e disegni tecnici. Dalla visionaria idea iniziale alla consegna degli alloggi in tempi record. I progetti, gli appalti, le realizzazioni, i cantieri, i costi, le soluzioni tecnologiche dei più innovativi operatori del settore edilizio: efficienza energetica, sostenibilità ambientale, sistemi costruttivi in legno, acciaio e calcestruzzo, prefabbricazione e industrializzazione. I risultati e i contenuti di un cantiere straordinario per un nuovo approccio alle sfide future.

Tanto per capire dove ha le mani in pasta e fa danni Gian Michele Calvi
Incarichi Pubblici e Accademici  

• Professore Ordinario di Tecnica delle Costruzioni, IUSS, Pavia (http://www.iusspavia.it/)

• Professore Ordinario di Tecnica delle Costruzioni, Università di Pavia (2000 – 2010, http://www.unipv.it/)

• Visiting Professor, University of California, San Diego (1990)

• Fondatore e Direttore, ROSE School, IUSS, Pavia (circa 120 studenti di master e dottorato in ingegneria sismica e sismologia applicata, ammissione inferiore al 5% delle domande, www.roseschool.it, http://www.meees.org/

• Fondatore e Presidente, EUCENTRE, Pavia (il più potente laboratorio Europeo per la ricerca sperimentale in ingegneria sismica, circa 110 ricercatori, http://www.eucentre.it/)

• Componente del Consiglio Direttivo, INGV, Roma (2003 – 2009, http://www.ingv.it/)

• Componente del Comitato Scientifico, OGS, Trieste (http://www.ogs.trieste.it/)

• Componente del Consiglio di Amministrazione, Fondazione GEM, Pavia (http://www.globalquakemodel.org/)

• Componente della Commissione Grandi Rischi, Presidenza del Consiglio dei Ministri

• Componente del Comitato Scientifico dell’EXPÒ 2015 a Milano

Esperienza Professionale

• Principale, Studio Calvi s.r.l. (società di ingegneria, circa 40 dipendenti, http://www.studiocalvi.eu/)

• Principale, EQCO s.r.l. (società di consulenza in ingegneria sismica, http://www.eqco.it/)

• Progettista, direttore dei lavori, consulente, collaudatore di centinaia di opera, tra le quali:

- il viadotto di Bolu, Turchia, 119 campate, dopo i danni subiti nel terremoto di Duzce, 1999

- il ponte strallato Rion Antirion, lungo 2.883 m con campate di 560 m, , Grecia

- il termovalorizzatore di Acerra, Napoli, con capacità di 600,000 ton/anno di rifiuti e potenza nominale di 130 MW)

- il ponte strallato South Crossing, in Ecuador, con campate di 420 m

- il progetto di ricostruzione seguito al terremoto de L’Aquila, 2009, con 185 edifici sismicamente isolati per mezzo di circa 7.000 isolatori, completato in circa sei mesi

Qualche foto del progetto C.A.S.E. non presente sul librone 





Fonte: http://sdp80.wordpress.com/2011/04/27/a-laquila-il-governo-manda-libri-di-regime/

14 MAGGIO, MANIFESTAZIONE NAZIONALE NO PONTE A MESSINA

Centinaia di milioni di euro giò dilapidati per un`opera inutile e dannosa. Con la manifestazione del 14 maggio, il movimento chiede di utilizzare le risorse destinate alla grande infrastruttura per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica del territorio, il potenziamento dei trasporti pubblici nello Stretto, un piano di riqualificazione urbana a partire dall’edilizia scolastica. Cose necessarie, e che creano molti più posti di lavoro.

L`iter della costruzione del Ponte sullo Stretto ha già dilapidato svariate centinaia di milioni di euro: 110 di questi solo nell`ultimo anno per la redazione del progetto definitivo e i sondaggi geognostici che hanno riempito le città di Messina e Villa San Giovanni di trivelle. Da questa enorme quantità di denaro già spesa gli abitanti dei luoghi interessati dalla grande infrastruttura non hanno ricavato alcun vantaggio. Vantaggio hanno invece ricavato gli studi di progettazione, il General Contractor Eurolink e personaggi come l`Amministratore Delegato della Stretto di Messina S.p.a. Pietro Ciucci che ha ricoperto più di un incarico di commissario. Tra i costi va annoverata anche la cessione di immobili ad Eurolink, senza contropartita significativa, da parte dell`Università di Messina. L`incubatore d`impresa, originariamente destinato a favorire la nascita di attività imprenditoriali di giovani neolaureati, è diventato di fatto centro direzionale per i lavori del Ponte.

Le incognite sull`attuale progetto del Ponte sullo Stretto di Messina sono state ampiamente sottolineate da Remo Calzona, fino a poco tempo fa uno tra i principali progettisti e componente della Commissione A.N.A.S. per il parere sulla grande infrastruttura. In particolare i fenomeni del cosiddetto “galloping` e del “flutter` renderebbero il Ponte a campata unica di 3000 metri fragile e inservibile. Inoltre il Ponte si solleverà troppo poco dal mare, rendendo impossibile la navigazione alle più alte navi da crociera. 

Il Ponte sullo Stretto è evidentemente opera con pesante impatto sul territorio, come le dimensioni previste (oltre 380 metri le torri, oltre 3 Km il manufatto d`attraversamento) spiegano già da sole. La forte compromissione degli aspetti paesaggistici si somma all`opera di devastazione che i cantieri causerebbero in un`area (la riserva protetta di Capo Peloro) già molto fragile e già colpita da un eccesso di cementificazione. Stesso discorso può essere fatto per la Costa Viola sulla sponda calabrese. I reticoli stradali e ferroviari d`accesso, inoltre, uniti alle discariche previste sulle colline aggraverebbero ancora di più i rischi di dissesto idrogeologico già manifestatisi tragicamente il primo ottobre 2009 ed evidenziatisi con terribile forza il primo marzo di quest`anno.  

Ma il Ponte sullo Stretto prima ancora che opera devastante (che si vorrebbe mitigare con risibili iniziative di compensazione) è opera inutile. Soprattutto se confrontata con gli investimenti necessari per la costruzione. Quello che ormai viene definito "il mostro sullo Stretto` collegherebbe, infatti, due regioni a bassa infrastrutturazione. Da questo punto di vista lo Stretto di Messina non causa un rallentamento significativo nei trasporti. Trasporti, peraltro, che da anni tendono a privilegiare i vettori aereo e navale. E` proprio questa contrazione dei transiti nello Stretto di Messina, inoltre, che ha reso inservibili le previsioni di rientro economico fatte ai tempi del progetto preliminare ed ha, quindi, reso vana ogni aspettativa di interessamento del capitale privato (che non sia mera speculazione) per un`operazione economica che sarebbe evidentemente in perdita. 

Le risorse già spese e quelle previste (oltre 6 miliardi di euro) sono, quindi, prevedibilmente, per intero risorse pubbliche. Un tale investimento avrebbe, per ammissione degli stessi soggetti promotori, un ritorno, in termini occupazionali pari a circa 4500 unità lavorative, un rapporto investimento/occupazione totalmente squilibrato se si pensa che con 250 milioni di euro investiti nella riqualificazione urbana si darebbe lavoro ad oltre 3000 operai, senza parlare di tutte le emergenze della provincia. 

Un così basso ritorno in termini di occupazione è tipico delle grandi opere come il Ponte sullo Stretto. Inoltre, la carenza sul nostro territorio delle professionalità previste renderebbe molto bassa la creazione di posti di lavoro per manodopera locale (un esempio, per la piazza messinese, è stato rappresentato dai cantieri per i sondaggi geognostici che hanno impegnato 5 messinesi su 125 addetti). A tutto ciò va aggiunto che la prospettiva del Ponte sta già oggi determinando la perdita di oltre mille posti di lavoro nella navigazione. Si vede bene, quindi, come l`area dello Stretto non tragga alcun vantaggio dalla costruzione del Ponte. 

Al Ponte guardano, inoltre, le cosche mafiose siciliane e calabresi che puntano ad intercettare gli investimenti che si riverserebbero nell`area dello Stretto. L`inchiesta “Brooklyn` sul tentativo d`infiltrazione della mafia italo-canadese ha, d`altronde, evidenziato l`interesse di alcuni settori criminali ad entrare nell`affare come soci finanziatori, accreditandosi in tal modo come soggetto di riferimento.  

Il Movimento contro il Ponte, che in questi anni ha ripetutamente manifestato portando in piazza decine di migliaia di persone, contrappone a tale prospettiva devastante la proposta di utilizzare le risorse destinate alla grande infrastruttura per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica del territorio, il potenziamento dei trasporti pubblici nello Stretto, un piano di riqualificazione urbana a partire dall`edilizia scolastica (tutte opere con saldo occupazionale nettamente superiore a quanto previsto per le grandi opere). Il Movimento chiede, inoltre, che venga soppressa la Stretto di Messina S.p.a. e che le opere vengano programmate attraverso meccanismi di partecipazione democratica (impossibili laddove vigono Legge obiettivo e General Contractor, espressioni di una politica di verticalizzazione delle scelte). 

RETE NO PONTE - COMUNITA` DELLO STRETTO

Partenza ore 16.00 da Piazza Cairoli. Il corteo si concluderà a Piazza Municipio, dove, in chiusura di serata, si svolgerà il concerto dei Kalafro


BERLUSCONI SI INCHINA AI FRANCESI?

Berlusconi ha cercato di giocare a modo suo la carta della visibilità internazionale soprattutto ad uso interno, per sollevare la sua immagine offuscata dalla sua vita privata sregolata e dal tentativo costante di sterilizzare i processi a suo carico, anche in vista dei nuovi appuntamenti elettorali a carattere locale, che stanno assumento anche il valore di un conferma o una disconferma della sua leadership. 

«Berlusconi si inchina ai francesi», ha intolato oggi il giornale di partito della Lega Nord, La Padania, dopo la conferenza congiunta di ieri del Presidente del Consiglio con il suo omologo francese Nicolas Sarkozy, nella quale Berlusconi ha buttato a mare due dei cavalli di battaglia del Carroccio di questo ultimo periodo: la difesa delle aziende italiane e la questione immigrati.  

Sia sul primo punto, sia sul secondo punto Berlusconi non ha potuto che prendere atto di quella che è la realtà. Ovvero che non è possibile difendere con meccanismi protezionistici un azienda quotata in borsa come nel caso di Parmalat, inserita nel libero mercato, e che ancora meno lo si può fare attraverso il cambiamento delle regole a partita in corso.

Se questo a Berlusconi gli riesce nella politica nazionale (con gli innumerevoli provvedimenti ‘ad personam’), a livello internazionale ciò non solo non è accettatabile, ma non è neanche accettato. Invece, per quanto riguarda la questione immigrazione, al di là della propaganda anti-immigrazione a testa bassa della Lega è un dato, un calcolo matematico, il fatto che la Francia ogni hanno accoglie in media 50.000 profughi e rifugiati contro la media di 10.000 dell’Italia, ovvero cinque volte in più. E il discorso con Sarkozy si chiude praticamente qui. 

Berlusconi si è inchinato ai francesi? 

No. Berlusconi si inchina con tutti. Si è inchinato prima a Gheddafi, poi si è inchinato a Sarkozy, ed il giorno prima si è inchinato a Obama, rispondendo ‘SI’ alla richiesta del Presidente americano di assumere un ruolo più diretto  in Libia contro colui quello che Borghezio ha definito ‘il nostro figlio di puttana’ (parafrasando una frase di Franklin D. Roosevelt) perchè garantiva petrolio  e immigrati  ‘forà dai ball’. 

Questa è la vera ragione che ha creato tutti questi attriti in questi giorni tra le due principali forze politiche di governo. La Lega imputa a Berlusconi una scarsa capacità di imporsi sul piano internazionale. Sembra che i leghisti caschino dalle nuvole. 

L’aveva detto chiaro è tondo nel febbraio 2009 l’Ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli in un cablogramma filtrato da Wikileaks del febbraio 2009: «Un paese in declino e senza strategia, ma noi americani ne abbiamo bisogno». Un Paese che diventa maggiormente adattivo e assertivo nella misura in cui la debolezza dei propri leader può essere usata come arma di pressione e di ricatto.

L’ ha spiegato altrettanto bene martedì 26 aprile 2011 a Ballarò il politologo americano e consulente del Pentagono, Edward Luttwak, ( dal minuto 00.41 al minuto 00.45):

« A livello governativo, c’è un problema politico. Cioè, i Capi di governo si incontrano quando c’è bisogno, e si incontrano spesso e volentieri per il fatto che guadagnano politicamente. E’ palese, evidente, ovvio che qualsiasi leader di un paese democratico non ci guadagna politicamente ad incontrare Berlusconi perchè è diventato recentemente una figura molto controversa. [...]» 

«Il problema è che oggi siamo in un mondo nel quale ci sono molte decisioni non di routine, non di ordinaria amministrazione, che richiedono contatti frequenti, non formali, tra i vari capi di governo. Questi contatti tra i capi di governo nel caso di Berlusconi non ci sono. Si sento con difficoltà con Berlusconi perchè il normale incentivo politico per un capo di governo non c’è, dato che in questo momento, per motivi puramente personali, Berlusconi non ha credibilità politica, non da nessun un valore aggiunto …» 

Non si fa bella figura ad aver parlato con Berlusconi?», gli chiede Giovanni Floris. 

Gli risponde Luttwak: «E’ una verità politica molto importante perchè, per i paesi democratici, mettersi in contatto con un altro capo di governo significa prendersi delle responsabilità, dover allineare le proprie posizioni di politica interna con la propria coalizione, e questo richiede uno sforzo. Quindi l’incentivo per mettersi in contatto con un altro capo di governo è rappresentato dal guadagnare dei punti importanti. Al posto di mischiarti nelle questioni politiche interne, sei elevato ad un livello superiore …».

Tra Capi di governo che si relazionano a Berlusconi è quindi chiaro che l’unico modo che giustifica la loro azione di contatto è quella di ottenere qualcosa in cambio di nulla.

E la Lega tutte queste cose le sà, ma fa finta di nulla. Come sa benissimo che l’immagine di Berlusconi può cambiare look in Italia attraverso i maquillage legislativi per evitare i processi, ma non certo sulla scena internazionale dove queste acrobazie hanno poca importanza.


LA CINA SI AVVICINA

Inizia con una rassegna sulle novità nell’economia dell’impero di mezzo una serie di articoli dedicati ai Bric e alla loro conquista economica del pianeta. Il 14 aprile di quest’anno i responsabili dei paesi di Brasile, Russia, India, Cina, insieme a quelli del Sudafrica, si sono riuniti a Pechino, continuando così a seguire un programma di incontri periodici avviato da qualche tempo.

Nella dichiarazione emessa alla fine dell’incontro le cinque nazioni hanno affermato solennemente che esse “guideranno lo sviluppo dell’umanità”.

Non sappiamo che peso dare veramente a tale documento ma, in ogni caso, pensiamo che esso tenda a sottolineare in maniera molto netta il cambiamento in atto nei rapporti di forza economici, politici, finanziari, anche culturali, a livello del mondo.

Siffatta dichiarazione ha contribuito a spingerci ad avviare una rubrica, peraltro non necessariamente settimanale, che si concentra sugli sviluppi relativi a tali paesi, soprattutto, anche se non solo, sul fronte economico.

Il primo articolo, visto il peso relativo, attuale e nel prevedibile futuro, dei vari soggetti in campo, non poteva che essere dedicato ad alcuni mutamenti in atto in Cina.

Lavoro e bilancia commerciale in Cina
Premessa

La Cina, la cui economia continua a crescere a ritmi forsennati, avendo, tra l’altro, superato la crisi senza quasi sentirla, non cessa di sorprenderci, nel bene e nel male, settimana dopo settimana. Si osservino così, ad esempio, gli sviluppi registrabili di recente sul fronte del costo e della reperibilità della forza lavoro, nonché su quello dell’andamento della bilancia commerciale del paese, tema quest’ultimo collegato in qualche modo al precedente. Peraltro si considerino anche alcune novità non piacevoli sul fronte politico.

Costo del lavoro e sua reperibilità

Il fronte del lavoro è in forte movimento nel paese, in particolare da quando è stata approvata, nel 2008, la nuova legislazione che migliora in misura rilevante – anche se non si può certo essere soddisfatti ancora oggi della situazione –, il quadro dei diritti sindacali. Si è assistito, nella seconda metà del 2010, all’avvio di un’ondata di scioperi in molte fabbriche a capitale straniero, movimento non ostacolato dal governo; tali proteste hanno avuto un sostanziale successo.

Così gli ultimi mesi hanno registrato due sviluppi almeno in parte tra di loro collegati: i salari stanno crescendo anche molto fortemente e contemporaneamente molte imprese non riescono a trovare la manodopera che servirebbe loro per espandersi.

Così a Pechino, nello Guangzu e altrove il salario minimo è stato aumentato del 20%. L’ammontare delle retribuzioni è cresciuto anche parecchio di più in molte imprese. Per alcune categorie di operai specializzati sono ormai offerti, almeno in alcune fabbriche, sino a 700 dollari al mese. A questi ritmi, quanto tempo dovrà ancora passare perché i lavoratori cinesi guadagnino come quelli di Mirafiori? Pochi anni, probabilmente.

Per quanto riguarda invece le carenze quantitative di manodopera nelle zone costiere, le più sviluppate del paese, si è cominciato a parlarne già da qualche anno, ma negli ultimi mesi la situazione sembra si stia abbastanza aggravando.

Dietro questi sviluppi stanno diversi fenomeni, alcuni registrabili a livello complessivo del paese, altri che toccano invece in maniera differenziata le diverse aree economiche.

Per quanto riguarda il primo aspetto, bisogna ricordare che le tendenze demografiche in atto mostrano come il numero delle persone in età tra 15 e 24 anni, che si affacciano appena sul mercato del lavoro, abbia raggiunto nel paese la sua punta massima nel 2005, con 227 milioni di unità, mentre ci si attende che esso si ridurrà presumibilmente a soli 150 milioni nel 2024 (Jacob, Waldmeir, 2011). D’altro canto, a livello geografico, in passato tale mercato era alimentato dalle decine di milioni di persone che, per trovare un’occupazione, erano costrette a trasferirsi, in condizioni spesso molto disagiate, dalle regioni interne verso quelle costiere.

Ora lo sviluppo economico di tali aree più remote, processo peraltro al momento ancora abbastanza diseguale e alimentato anche dal trasferimento verso l’interno di molte imprese alla ricerca di manodopera e di un suo costo più basso e, più in generale, di minori costi di produzione, insieme a un aumento dei salari in tali aree, trattiene una parte almeno della manodopera negli insediamenti più prossimi alle loro aree di origine.

L’aumento del costo del lavoro è un problema per la competitività del paese?

Naturalmente tutto questo sta in particolare contribuendo, come già accennato, a far lievitare in maniera rilevante i salari in tutto il paese.

Questi aumenti di costo della manodopera, insieme con quello, almeno altrettanto rilevante, delle materie prime – fenomeno quest’ultimo dovuto ai forti aumenti di prezzo registrati di recente sui mercati mondiali –, nonché infine a quello tendenziale dei rapporti di cambio con il dollaro, non tendono forse a spingere le produzioni cinesi fuori mercato a livello internazionale?

In realtà, agiscono in controtendenza forze potenti e il risultato finale appare così molto meno drammatico di quanto potrebbe sembrare a prima vista.

Intanto, mentre aumentano i salari, aumenta fortemente anche la produttività del lavoro. Per esempio, nel settore dell’abbigliamento, tra il 2003 e il 2010, essa è cresciuta in media del 13% all’anno (Jacob, Walmeir, 2011).

D’altro canto, la gran parte delle imprese non trova conveniente delocalizzare le produzioni in altri paesi sia per la grande importanza del mercato locale che per la possibilità di spostarsi invece nelle regioni interne dove i costi, pure in aumento, sono comunque più bassi; bisogna ancora ricordare la presenza nel paese d’infrastrutture materiali e immateriali simili per molti versi a quelle dei paesi sviluppati e molto migliori invece di quelle dei paesi vicini, nonché l’abilità e la rapida capacità di apprendimento della forza lavoro locale.

È comunque in atto da parte delle stesse imprese cinesi, oltre che di quelle straniere, uno spostamento relativamente limitato, almeno per il momento, di produzioni in paesi quali il Vietnam, l’India, il Bangladesh, l’Indonesia, ciò che contribuisce anche a tenere bassi i costi degli stessi prodotti cinesi.

Inoltre, il costo del lavoro rappresenta di solito soltanto una frazione relativamente ridotta di quello complessivo delle merci prodotte nel paese; in particolare, nella gran parte dei prodotti esportati, esso pesa tra il 10 e il 15% del totale (Jacob, Giles, 2011).

Infine, spinti dall’aumento dei costi del personale, dalle politiche statali che indirizzano il sistema economico verso produzioni sempre più qualificate, nonché dai loro stessi interessi economici di lungo periodo, le imprese cinesi si stanno muovendo rapidamente verso i livelli più alti nella catena del valore delle produzioni, che tendono ad essere sempre più sofisticate ed a crescente valore aggiunto.

L’andamento della bilancia commerciale

La crescita del pil di un paese è affidata a tre fattori: i consumi interni, gli investimenti, l’andamento della bilancia commerciale. Tradizionalmente, lo sviluppo economico cinese si è basato, in particolare, negli ultimi trenta e più anni, sulla spinta portata dagli ultimi due fattori citati; invece, ad esempio, negli Stati Uniti esso è affidato fondamentalmente all’espansione dei consumi.

Ma ora, mentre i consumi interni cinesi crescono fortemente e gli investimenti continuano a svilupparsi in misura ancora più sostenuta – il loro costante aumento sta del resto al centro degli interessi del blocco di potere che governa il paese –, interessanti e, almeno in parte, inaspettate novità sembrano registrarsi sul fronte del commercio con l’estero.

Le cronache economiche registrano così il fatto che nei primi tre mesi del 2011 la bilancia commerciale è andata in rosso, sia pure soltanto per circa 1 miliardo di dollari (Reuters, 2011), contro invece un surplus di 13,9 miliardi ottenuto nel corrispondente periodo dell’anno precedente. Nel 2010 solo in un mese si era registrato un fenomeno analogo.

Vero è che nella prima parte dell’anno la situazione dei commerci di Pechino è sempre tradizionalmente la meno favorevole e la situazione dovrebbe migliorare notevolmente nei prossimi mesi; appare anche vero che una parte rilevante dello squilibrio dipende dal forte e recente aumento dei prezzi delle materie prime di cui il paese è un importatore fondamentale. Ciò non toglie che la notizia abbia avuto un rilievo importante sui media internazionali.

Intanto si tratta del primo deficit trimestrale dal 2004, anno in cui il paese si trovava peraltro in una situazione molto diversa.

Dal lato delle esportazioni, l’apprezzamento sia pure moderato dello yuan rispetto al dollaro – si tratta di circa il 4,5% complessivamente dal giugno del 2010, quando la moneta locale ha ricominciato a rivalutarsi nei confronti del biglietto verde – e la crescita dei livelli di inflazione sembrerebbero portare a dei risultati. Ma bisogna considerare che, in realtà, le esportazioni sono comunque cresciute nel periodo del 26,5% rispetto ai primi tre mesi dell’anno precedente. Peraltro, le importazioni sono aumentate ancora di più, sino al 32,6%. I prezzi dei prodotti primari –materie prime ed energia – sono lievitati del 29,7% nello stesso trimestre (Reuters, 2011).

In ogni caso, il deficit del primo trimestre 2011 viene dopo che a partire dai primi mesi del 2009 e sino ad oggi la crescita delle importazioni è sempre stata più elevata di quella delle esportazioni, indicando un trend che tende a consolidarsi nel tempo. Esso appare a questo punto un riflesso, oltre che dell’aumento dei prezzi delle materie prime, anche della tendenza alla crescita dei consumi interni, obiettivo apparentemente primario delle autorità di governo nell’ultimo periodo.

Negli ultimi anni, più in generale, si va registrando una riduzione del surplus commerciale del paese. Si è passati da un avanzo di 290 miliardi di dollari nel 2008 ad uno di 196 miliardi nel 2009, ad una cifra leggermente più ridotta nel 2010 – 183 miliardi –, mentre ci sono ora tutte le premesse perché il 2011 veda un’ulteriore riduzione di tale livello. Si stima al momento che si arriverà a stento ai 150 miliardi. C’è anche chi prevede che esso sparirà presto completamente.

A questo punto, tra l’altro, la campagna statunitense contro le merci cinesi, favorite da un indebito vantaggio conseguente al rapporto tenuto basso dello yuan contro le altre monete – campagna sostenuta molto tiepidamente o per nulla dal resto del mondo – dovrebbe trovarsi perlomeno in qualche difficoltà ad essere portata avanti. Ma, per altro verso, l’attuale establishment repubblicano, nella sua azione politica, non si fa certo scoraggiare dai dati della realtà, su questo come su diversi altri fronti.

Intanto le cose si complicano sul fronte politico

Contemporaneamente agli sviluppi economici sopra delineati si registra negli ultimi mesi in Cina una stretta abbastanza forte a livello politico, con arresti di dissidenti, maggiori controlli sui cittadini e sui giornalisti, azioni “nervose” in Tibet.

Siamo abituati ad assistere negli anni a un andamento variabile del livello di tolleranza del regime verso le manifestazioni di dissenso, pur nel quadro di un certo e lento miglioramento di fondo della situazione. Ma, di recente, le cose sono peggiorate in maniera imprevista e i fatti sembrano ridurre la possibilità di un ritorno a una maggiore “normalità”. Le ragioni di questo giro di vite sembrano essere più di una e vanno dal timore per il possibile contagio degli avvenimenti africani e arabi, dalla Tunisia alla Siria, sino agli imminenti mutamenti negli alti vertici del paese.

Appare in ogni caso grave che una nazione che si avvia a diventare la prima potenza economica del mondo sia affetta da una tale fragilità politica da non riuscire a tollerare manifestazioni di dissenso che appaiono comunque marginali. Si tratta di un problema molto rilevante per le prospettive del mondo nei prossimi anni.

Conclusioni

Molti segnali sembrano indicare che l’economia cinese, per mantenendo una velocità di crociera molto elevata, si stia avviando verso un modello di sviluppo diverso dal passato e più sofisticato. Lo testimoniano, tra l’altro, la crescita dei salari e dei diritti sindacali, l’aumento delle produzioni a maggiore valore aggiunto, un certo riequilibrio del commercio internazionale, una maggiore attenzione ai consumi interni, l’aumento infine dei livelli di protezione sociale, peraltro ancora scarsi.

Questo non significa che non permangano e, per alcuni versi, non si complichino alcuni problemi di fondo, quali le diseguaglianze di reddito ed altri, apparentemente di tipo più congiunturale, quali la bolla immobiliare nelle grandi città o i livelli di inflazione. Sul terreno politico, poi, sembra diventare più grave, si spera temporaneamente, la situazione dei diritti dei cittadini.

Testi citati nell’articolo

Jacob R., Waldmeir P., Chinese compagnie struggle to find workers, http://www.ft.com/, 21 febbraio 2011

Jacob R., Giles C., Global economy: an inflated outlook, http://www.ft.com/, 8 aprile 2011

Reuters, China posts trade deficit in sign of rebalancing, http://www.nyt.com/, 10 aprile 2011

di Vincenzo Comito