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mercoledì 8 dicembre 2010

BOMBE DEMOGRAFICHE

L'India è una potenza fuori controllo mentre l'Africa entro 40 anni avrà un miliardo di abitanti in più. Un rapporto Onu lancia l'allarme sul futuro del pianeta.  

Non hanno timer e non deflagrano come classici ordigni ma quando scoppiano possono produrre effetti devastanti. Sono le cosiddette "bombe demografiche". In un mondo che sta già facendo i conti con gli effetti del sovrappopolamento, sono in particolare due quelle innescate che inducono demografi e geografi a tracciare quadri inquietanti: in India e in Africa. 

Il cappio indiano. La prima minaccia arriva dall'India che attualmente, con il suo miliardo e duecento milioni di abitanti è il secondo Paese più popoloso del mondo, dopo la Cina. Un primato, quello di Pechino, che potrebbe passare di mano già a partire dal 2025, quando gli indiani arriveranno al miliardo e settecento milioni. Sempre che il trend rimanga costante, ipotesi più che probabile se si guarda alle statistiche degli ultimi anni. Il piano noto come National Population Policy, varato nel 2000, prevedeva la riduzione del tasso di fertilità per arrivare ad una stabilizzazione entro il 2045 e una serie di obiettivi intermedi, come quello di portarlo a 2,1 entro il 2010. Target mancato clamorosamente, visto che i dati di quest'anno lo fissano a 2,8, la media figli di ogni donna indiana. Se in alcuni stati del subcontinente come il Tamir Nadu o il Kerala negli ultimi anni si sono registrati forti progressi, nel nord e nel centro dello sterminato Paese la media è di circa quattro figli per coppia. Il simbolo del disastro incombente è l'Uttar Pradesh, uno stato che da solo conta 190 milioni di abitanti e dove è fallito qualsiasi tentativo di pianificazione e razionalizzazione. Manca la volontà politica del  governo centrale ma anche la consapevolezza che se negli anni Novanta l'India si è avvantaggiata della sua forza demografica e di una popolazione molto giovane da sfruttare come manodopera, adesso questi stessi elementi si stanno trasformando in un cappio.   

Il continente urbanizzato. Se lo scenario indiano preoccupa, quello africano fa venire i brividi.  Secondo i dati forniti dall'agenzia dell'Onu che monitora il processo di urbanizzazione, UN-Habitat, entro il 2050 si assisterà ad un massiccio spostamento di popolazioni dalle campagne alle città. Il numero di abitanti delle aree metropolitane triplicherà: entro questa data arriverà a 1,3 miliardi. Erano poco più di 500 mila nel 1950. Colpa anche del boom demografico, che si tradurrà in un miliardo di abitanti in più nei prossimi 40 anni, solo in Africa. La crescita più impressionante, pari all'80 per cento, stando alle proiezioni, sarà quella di Ougadougou, in Burkina Faso, che in 10 anni potrebbe passare dagli attuali 1,9 milioni di abitanti a 3,4. Più contenuto a livello percentuale ma ugualmente preoccupante, lo sviluppo di Lagos, Nigeria - che nel 2025, con i suoi 16 milioni, toglierà a Il Cairo la palma di metropoli più popolosa (il sorpasso è previsto per il 2015) - Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo (15 milioni) e Luanda, Angola (8 milioni), tutte con tassi di crescita che oscillano tra il 40 e il 50 per cento, mentre quelli di Niamey (Niger), Kampala (Uganda), Dar es Salaam (Tanzania) e Mbuji-Mayi (Rdc) sfioreranno il 60 per cento.    

Un oceano di miseria. Ciò che spaventa di più, è la consapevolezza che aumenteranno le bocche da sfamare mentre con lo spopolamento delle campagne diminuirà la forza lavoro impegnata nell'agricoltura, con un conseguente calo della produzione alimentare. Come vivranno i futuri cittadini africani allora? Il rapporto Onu chiude la porta alla speranza: "Sarà un oceano di miseria con isole di benessere", si legge nel testo. La paura è che l'urbanizzazione si tramuti in una crescita senza precedenti degli slum, le baraccopoli che circondano molte capitali africane. Timori che sono quasi certezze, soprattutto perché negli ultimi anni, molte società europee e mediorientali hanno comprato appezzamenti vastissimi nel continente, per la produzione di cibo destinato a tavole e mercati degli altri continenti o per coltivazioni water-intensive, che necessitano di una enorme quantità di acqua. Senza cibo, senza acqua e strangolata dagli slums. Questa è la cartolina che il rapporto dell'agenzia con sede a Nairobi sta disegnando per il futuro prossimo.  E già il presente è piuttosto inquietante: anche quest'anno, abbiamo esaurito già ad agosto le risorse naturali che la terra può fornire e reintegrare nell'arco di 12 mesi. L'Africa per molti era il continente della speranza, quello che avrebbe rimesso la natura al centro dello sviluppo. Le proiezioni Onu dicono il contrario, se questi trend non saranno invertiti. Uno spazio di manovra resta ma si va facendo sempre più stretto.

 
di Alberto Tundo

'IL CAPITALISMO HA FALLITO, OCCORRE RIPENSARE IL SISTEMA' - INTERVISTA A DE MARZO

La crisi è globale e richiede un approccio globale, che non spezzetti un problema generale in una serie di microproblemi. Eppure una via d'uscita c'è. 

Inutile soffermarsi su singole questioni: quella demografica è legata a quella ambientale ma anche a quella economica e soclale. Un problema di enorme gravità che ci deve far interrogare sulle responsabilità di questa crisi generale che nei Paesi in via di sviluppo si manifesta nello spopolamento delle campagne e nell'urbanizzazione selvaggia e nel ricco occidente nella precarizzazione spinta. Giuseppe De Marzo, economista e studioso impegnato nello studio di sistemi di sviluppo alternativi ed ecosostenibili che ha illustrtao nel libro Buen Vivir, ha spiegato i nessi delle tante crisi e di come tutte abbiano origine dall'agonia del capitalismo. Ma forse, dice, non è troppo tardi per fare qualcosa e salvare questo pianeta, l'unico che abbiamo.    

L'India è una potenza demograficamente fuori controllo. L'Africa sta asssistendo allo spopolamento delle campagne e ad una fuga di massa verso le città. Come legge queste notizie apparse di recente su diverse testate europee?

E' positivo che inizi a emergere una certa preoccupazione sulla stampa europea, però per noi non è una novità. Da tempo ci interroghiamo su quale sia il nostro futuro. Però manca qualcosa. Bisognerebbe interrogarsi sulla distribuzione delle ricchezze e sull'impatto dei consumi. Se la Cina per fare uscire il mondo dalla crisi, così come auspica la World Bank, producesse un certo tipo di consumi, avremmo bisogno di tre pianeti in più per sostenerli. Questo modello di sviluppo per funzionare può essere esteso solo a due-trecento milioni di persone, ma non a sette/otto miliardi, è impossibile.  

Quindi non si tratta solo di una questione indiana o africana. 

No, non è una questione di uno o due continenti. Il problema è più ampio e investe le relazioni malate tra nord e sud del mondo, il fallimento della governance. Se questo non è chiaro, allora vedremo i problemi a pezzettini: quello della demografia, del clima, dell'energia, quella alimentare, delle migrazioni, la crisi finanziaria. Questa per molti osservatori occidentali questa è una crisi congiunturale. Dal nostro punto di vista, è una crisi di sistema. O adottiamo un approccio multidisciplinare e capiamo che dobbiamo guardare più in profondità e capire che è necessario lavorare con nuove categorie o altrimenti non ne usciamo. E' miope pensare di risolvere il problema ambientale senza discutere del sistema di sviluppo, ma ricorrendo a un maquillage di verde, alla cosiddetta green economy. Chi è responsabile dell'aumento della temperatura della terra, dei disastri ecologici, della disoccupazione, della precarizzazione? E' la crisi del capitalismo, che da due decenni mette sul mercato diritti e beni che noi pensavamo di aver conquistato e che appartenessero alla comunità.    

Come l'acqua?

L'acqua cos'è? Un grande mercato potenziale per il capitale in crisi, che vede una via d'uscita nella privatizzazione delle risorse. Ma questa è solo una delle due strade imboccate dal capitalismo in crisi. L'altra è la creazione di un esercito di manodopera di riserva che faccia pressione sulla classe operaia. Noi stiamo vivendo la più grande spinta di proletarizzazione nella storia dell'umanità. Abbiamo un miliardo di nuovi proletari: chi sono? Sono quei pescatori, quei pastori, quegli indigeni che vivevano in spazi che sono stati privatizzati, che subiscono l'impatto dei megaprogetti o dei cambiamenti ambientali che inaridiscono le terre e li costringono a migrare. Parliamo di quasi un miliardo di migranti ambientali nei prossimi 30 anni e questi sono dati del World Public Forum di Kofi Annan.        

E qui veniamo all'allarme per l'urbanizzazione selvaggia verso la quale si avvia l'Africa.   

Le megalopoli che vanno nascendo sono l'esempio degli effetti di questo capitalismo feroce. Lagos era una città di circa duecentomila abitanti, negli anni Cinquanta, oggi ne ha quasi sedici milioni. Perché? Perché tutto l'ecosistema del delta del Niger, sfruttato dalle multinazionali del petrolio, ha prodotto un meccanismo di distruzione ambientale e sociale che ha spinto 25 milioni di Igbo e Ogoni non più a utilizzare l'economia locale, il fiume, la terra, a sostenere l'ecosistema con le loro produzioni sostenibili ma le ha buttate nelle grandi città. 

Eppure l'Africa avrebbe dovuto essere il continente della speranza.

L'Africa in questo momento è il continente più aggredito da questo modello, per varie ragioni storiche, soprattutto perché lì i movimenti sociali, proprio a causa delle repressioni, ha vissuto una frammentazione dei movimenti di liberazione che non sono di massa come invece accade nell'America Latina. E allora ci dovremmo interrogare sull'importanza dell'Africa per quanto riguarda la sovranità alimentare o la lotta ai cambiamenti climatici. Se noi vogliamo immaginare l'Africa come il continente della speranza, dobbiamo mettere a riparo lo spazio riproduttivo, arginare il sequestro e la conquista della terra proprio a partire da quei movimenti che continuano a difendere la sovranità alimentare e le economie locali, perché così contribuiremo alla lotta per emanciparla ma lavoreremo insieme su uno scenario globale per la lotta ai cambiamenti climatici.

C'è poi il paradosso per cui l'Africa sta perdendo enormi porzioni di territorio, comprato dalle compagnie straniere dell'agrobusiness. 

E' un dramma. La gente forse lo ignora ma l'agrobusiness incide sull'emissione di CO2 nell'atmosfera sta tra il 44 e il 57 per cento. Il principale responsabile dei cambiamenti climatici sono le multinazionali dell'agrobusiness. Allora, la risposta della sovranità alimentare, a partire dal sostegno alle comunità contadine, è una risposta complessa che non risponde solo agli interessi africani, ma anche ai nostri ma produrrebbe anche alcuni milioni di posti di lavoro, tenendo quelle persone nelle campagne, evitando quei fenomeni di urbanizzazione selvaggia. Dovremmo capire che i dati discussi a Copenaghen nella Cop 15 (margine di due gradi prima del disastro, ndr) sono una fesseria: noi che lavoriamo coi movimenti africani sappiamo che i calcoli degli scienziati che già se la temperatura dovesse aumentare di un grado solo, l'Africa andrebbe per aria. L'ecosistema Africa è più delicato e più complesso rispetto al nord del mondo.

I problemi sono chiari ma in concreto cosa si può fare?

Ci sono due nuove costituzioni, in Ecuador e Bolivia che partono proprio dal buen vivir, che rimettono al centro del paradigma civilizzatorio un altro rapporto tra uomo e natura. Il che non è solo auspicabile, visto che abbiamo un pianeta solo e ci conviene conservarlo ma è qualcosa di - mi si perdoni il termine da marketing - di molto desiderabile. Il progetto che noi offriamo, quello di immaginare una democrazia della terra, è desiderabile da parte della maggior parte degli abitanti del pianeta, perché consente di vivere bene. La proposta è quella di immaginare di ricostruire il contratto sociale partendo da due pilastri: giustizia sociale e giustizia ambientale. Dobbiamo ripensare forme più complesse di democrazia, come quella comunitaria, quella partecipata, che rimettono al centro della scena i territori, le persone in carne ed ossa, così da immaginare un futuro migliore, più giusto, più equo, più sostenibile per tutti.

Leggi anche:  bombe demografiche
di Alberto Tundo

venerdì 3 dicembre 2010

BAMBINI E AIDS: NUOVO RAPPORTO UNICEF


Copertina Children and AIDS. Fifth Stocktaking Report - -

Una generazione libera dall’AIDS è possibile, ma la comunità internazionale deve aumentare gli interventi per fornire accesso universale alla prevenzione, ai trattamenti e alla protezione sociale dall'HIV, lo si legge nel rapporto "Children and AIDS: Fifth Stocktaking Report”, (Bambini e AIDS. Quinto rapporto di aggiornamento)  lanciato oggi a New York, realizzato congiuntamente da UNICEF, OMS, UNFPA, UNESCO e UNAIDS. 

Il raggiungimento di questo obiettivo, però dipende dalla capacità di raggiungere le persone più svantaggiate della società. 

Superare le disuguaglianze per combattere l'HIV 

In generale i bambini hanno beneficiato enormemente degli importanti progressi compiuti nella lotta all’HIV/AIDS, ma milioni di donne e bambini sono rimasti ancora esclusi da questi benefici a causa delle disuguaglianze dovute alle differenze di genere, alla condizione economica, alla residenza geografica, ai livelli di istruzione e allo status sociale. 

Il superamento di queste barriere è cruciale per raggiungere l’accesso universale alla conoscenza, alle cure, alla protezione e alla prevenzione della trasmissione da madre a figlio dell’HIV (PMTCT) per tutte le donne e i bambini.       

«Per ottenere l’obiettivo di una generazione libera dall’AIDS dobbiamo fare di più per raggiungere le comunità più colpite. Ogni giorno, circa 1.000 bambini in Africa Subsahariana contraggono l’HIV attraverso la trasmissione da madre a figlio» afferma Anthony Lake, Direttore generale dell’UNICEF. 

«Il quinto rapporto di aggiornamento sui bambini e l’AIDS evidenzia gli interventi innovativi, quali il Mother Baby Pack, che possono portare farmaci antiretrovirali salvavita a un numero maggiore di madri e bambini come mai prima», afferma Lake.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) all’inizio di questo anno ha aggiornato le proprie linee guida, per assicurare servizi di qualità per la prevenzione da madre a figlio dell’HIV per le donne incinte sieropositive e i loro bambini.   

Nei Paesi a basso e medio reddito, il 53% delle donne in gravidanza sieropositive ha ricevuto farmaci antiretrovirali per prevenire la trasmissione da madre a figlio dell’HIV nel 2009, rispetto al 45% del 2008.   

Uno dei progressi più significativi si è ottenuto in Africa orientale e meridionale, dove tale percentuale è salita di 10 punti dal 58% del 2008 al 68% del 2009.    

«Ci sono prove importanti che dimostrano che l’eliminazione della trasmissione da madre a figlio dell’HIV è possibile» ha affermato Margaret Chan, Direttore generale dell’OMS. «Raggiungere questo obiettivo richiede prima di tutto una migliore prevenzione tra le donne e le madri». 

AIDS e mortalità materna   

L’AIDS è ancora una delle maggiori cause di mortalità tra le donne in età riproduttiva a livello globale e una delle maggiori cause di mortalità materna nei paesi dove l’epidemia è generalizzata.   

In Africa subsahariana il 9% della mortalità materna è riconducibile all’HIV e AIDS.   

«Ogni anno circa 370.000 bambini nascono con l’HIV. Ognuna di queste infezioni si può prevenire» afferma Michel Sidibé, Direttore generale di UNAIDS, l'agenzia ONU leader nella lotta alla malattia. «Dobbiamo fermare le morti delle madri e i contagi dei bambini. Ecco perché ho posto l’obiettivo dell’eliminazione virtuale della trasmissione da madre a figlio dell’HIV entro il 2015».  

I neonati sono particolarmente vulnerabili agli effetti dell’HIV  

L'OMS ha pubblicato anche nuove linee guida per il trattamento con farmaci antiretrovirali di neonati e bambini, aprendo a molti più bambini sieropositivi l'accesso tempestivo alle cure.   

Nei paesi a basso e medio reddito, il numero dei bambini sotto i 15 anni che ricevevano i farmaci è salito da 275.300 (2008) a 356.400 nel 2009. Questo significa che un quinto degli 1,27 milioni di bambini che ne hanno bisogno sta ricevendo i farmaci antiretrovirali.     

Senza le cure circa la metà dei bambini sieropositivi muore prima del secondo anno di età. Per questo si è resa urgente una campagna globale per la diagnosi tempestiva tra i neonati. La disponibilità dei servizi per la diagnosi tempestiva è cresciuta significativamente in molti Stati, mentre a livello globale rimane ancora bassa (circa il 6% nel 2009). In molte parti del mondo i nuovi contagi da HIV stanno diminuendo o stabilizzandosi.   

I giovani sieropositivi  

Nel 2001 circa 5, 7 milioni di giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni erano sieropositivi. Nel 2009 il numero si è ridotto a 5 milioni. 

Tuttavia in 9 Paesi (tutti in Africa meridionale), la quota di giovani affetti dal virus è altissima, circa 1 su 20.

Le giovani donne ancora portano sulle proprie spalle il peso maggiore dei contagi e in molti paesi le donne corrono il rischio di contagio più alto prima dei 25 anni. A livello mondiale oltre il 60% di tutti i giovani sieropositivi sono donne. In Africa subsahariana tale percentuale raggiunge il 70%.



Fonte: UNICEF

sabato 30 ottobre 2010

Gli Stati Uniti lavano i panni sporchi in Nigeria

È sempre la stessa storia, navi cariche di computer, telefonini, televisori, tastiere e altri supporti tecnologici ormai vecchi o non più utilizzabili salpano dai porti statunitensi, australiani ed europei per attraccare in Africa, la discarica dell’Occidente.

È capitato in Nigeria, nella notte tra sabato 16 e domenica 17 ottobre, quando il cargo Grand America ha lasciato sulla banchina di Tin Can Island, prima di ripartire in fretta e furia verso nord, ben sette container di rifiuti tossici. Lo ha reso noto l’agenzia di stampa Misna, che è entrata in contatto con Sule Oyofo, un dirigente della “Nigerian Environmental Standards and Regulations Enforcement Agency” ( Nesrea). Un organismo, istituito intorno alla fine degli anni Ottanta, dopo uno dei capitoli più tristi della storia della pattumiera africana: ben 3500 tonnellate di rifiuti tossici dell’industria “made in Italy” furono riversate nella spiaggia di Koko, il cuore del Delta del Niger. Da allora le cose non sono cambiate.

Ma almeno questa volta, dice il dirigente della Nesrea, c’è stata una severa multa. Non per la Grand America, che con l’aiuto di qualche funzionario corrotto, è riuscita a scappare nella notte, ma per un altro cargo sempre Usa, Mv Veradin, arrivato sulle coste della Nigeria da New York dopo aver fatto scalo in Spagna. Nei container ritrovati c’erano i tubi catodici con il piombo e l’arsenico, vecchi computer con il mercurio, il nickel e il cadmio. Veleni che recano gravi danni all’ambiente e alla salute dell’uomo. Ma non sono casi isolati.

Si calcola che in Nigeria, giungono mensilmente più di 500 container colmi di rifiuti tecnologici. Solo nel 2005, ricorda Jim Puckett, il direttore del Basel Action Network, un’organizzazione non governativa con sede negli Stati Uniti, “in un solo mese nello Stato di Lagos arrivarono 400 container di spazzatura elettronica, quasi tutti provenienti da Nord America ed Europa”. Si tratta di pura e semplice convenienza. Rottamare un computer vecchio costa tanti soldi, portarlo in Nigeria o in qualche altro Paese sperduto dell’Africa si guadagna. Si parla addirittura di beneficenza. “Questi traffici sono spesso giustificati con l’esigenza di ridurre divario digitale che taglia il mondo in due”- si legge sulla Misna – “come dire, ti do computer di seconda mano per aiutarti, ma poi eludo i controlli e i cargo li riempio di spazzatura elettronica”. Si alimenta così un traffico di ecomafie con la complicità delle istituzioni locali.

Ma “i veri colpevoli – secondo Puckett – sono gli esportatori: incassano tariffe milionarie per il servizio”. Decontaminare e smaltire in sicurezza dei residui tossici costa più di mille dollari alla tonnellata, mentre gli smaltitori illeciti offrono prezzi fino a nove decimi più bassi, utilizzando vecchie navi, appartenenti a compagnie sospette che usano bandiere di comodo e che spesso cambiano durante il tragitto, nonostante sia vietato dal diritto internazionale.

In particolare, la Convenzione di Basilea del 1989 prevede condanne penali per i trafficanti di rifiuti pericolosi. Ma il paradosso è proprio qui: gli Stati Uniti, il primo Paese al mondo per il consumo di tecnologie, non hanno mai firmato la Convenzione.
di Francesca Dessì

Fonte: Rinascita