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mercoledì 8 dicembre 2010

'IL CAPITALISMO HA FALLITO, OCCORRE RIPENSARE IL SISTEMA' - INTERVISTA A DE MARZO

La crisi è globale e richiede un approccio globale, che non spezzetti un problema generale in una serie di microproblemi. Eppure una via d'uscita c'è. 

Inutile soffermarsi su singole questioni: quella demografica è legata a quella ambientale ma anche a quella economica e soclale. Un problema di enorme gravità che ci deve far interrogare sulle responsabilità di questa crisi generale che nei Paesi in via di sviluppo si manifesta nello spopolamento delle campagne e nell'urbanizzazione selvaggia e nel ricco occidente nella precarizzazione spinta. Giuseppe De Marzo, economista e studioso impegnato nello studio di sistemi di sviluppo alternativi ed ecosostenibili che ha illustrtao nel libro Buen Vivir, ha spiegato i nessi delle tante crisi e di come tutte abbiano origine dall'agonia del capitalismo. Ma forse, dice, non è troppo tardi per fare qualcosa e salvare questo pianeta, l'unico che abbiamo.    

L'India è una potenza demograficamente fuori controllo. L'Africa sta asssistendo allo spopolamento delle campagne e ad una fuga di massa verso le città. Come legge queste notizie apparse di recente su diverse testate europee?

E' positivo che inizi a emergere una certa preoccupazione sulla stampa europea, però per noi non è una novità. Da tempo ci interroghiamo su quale sia il nostro futuro. Però manca qualcosa. Bisognerebbe interrogarsi sulla distribuzione delle ricchezze e sull'impatto dei consumi. Se la Cina per fare uscire il mondo dalla crisi, così come auspica la World Bank, producesse un certo tipo di consumi, avremmo bisogno di tre pianeti in più per sostenerli. Questo modello di sviluppo per funzionare può essere esteso solo a due-trecento milioni di persone, ma non a sette/otto miliardi, è impossibile.  

Quindi non si tratta solo di una questione indiana o africana. 

No, non è una questione di uno o due continenti. Il problema è più ampio e investe le relazioni malate tra nord e sud del mondo, il fallimento della governance. Se questo non è chiaro, allora vedremo i problemi a pezzettini: quello della demografia, del clima, dell'energia, quella alimentare, delle migrazioni, la crisi finanziaria. Questa per molti osservatori occidentali questa è una crisi congiunturale. Dal nostro punto di vista, è una crisi di sistema. O adottiamo un approccio multidisciplinare e capiamo che dobbiamo guardare più in profondità e capire che è necessario lavorare con nuove categorie o altrimenti non ne usciamo. E' miope pensare di risolvere il problema ambientale senza discutere del sistema di sviluppo, ma ricorrendo a un maquillage di verde, alla cosiddetta green economy. Chi è responsabile dell'aumento della temperatura della terra, dei disastri ecologici, della disoccupazione, della precarizzazione? E' la crisi del capitalismo, che da due decenni mette sul mercato diritti e beni che noi pensavamo di aver conquistato e che appartenessero alla comunità.    

Come l'acqua?

L'acqua cos'è? Un grande mercato potenziale per il capitale in crisi, che vede una via d'uscita nella privatizzazione delle risorse. Ma questa è solo una delle due strade imboccate dal capitalismo in crisi. L'altra è la creazione di un esercito di manodopera di riserva che faccia pressione sulla classe operaia. Noi stiamo vivendo la più grande spinta di proletarizzazione nella storia dell'umanità. Abbiamo un miliardo di nuovi proletari: chi sono? Sono quei pescatori, quei pastori, quegli indigeni che vivevano in spazi che sono stati privatizzati, che subiscono l'impatto dei megaprogetti o dei cambiamenti ambientali che inaridiscono le terre e li costringono a migrare. Parliamo di quasi un miliardo di migranti ambientali nei prossimi 30 anni e questi sono dati del World Public Forum di Kofi Annan.        

E qui veniamo all'allarme per l'urbanizzazione selvaggia verso la quale si avvia l'Africa.   

Le megalopoli che vanno nascendo sono l'esempio degli effetti di questo capitalismo feroce. Lagos era una città di circa duecentomila abitanti, negli anni Cinquanta, oggi ne ha quasi sedici milioni. Perché? Perché tutto l'ecosistema del delta del Niger, sfruttato dalle multinazionali del petrolio, ha prodotto un meccanismo di distruzione ambientale e sociale che ha spinto 25 milioni di Igbo e Ogoni non più a utilizzare l'economia locale, il fiume, la terra, a sostenere l'ecosistema con le loro produzioni sostenibili ma le ha buttate nelle grandi città. 

Eppure l'Africa avrebbe dovuto essere il continente della speranza.

L'Africa in questo momento è il continente più aggredito da questo modello, per varie ragioni storiche, soprattutto perché lì i movimenti sociali, proprio a causa delle repressioni, ha vissuto una frammentazione dei movimenti di liberazione che non sono di massa come invece accade nell'America Latina. E allora ci dovremmo interrogare sull'importanza dell'Africa per quanto riguarda la sovranità alimentare o la lotta ai cambiamenti climatici. Se noi vogliamo immaginare l'Africa come il continente della speranza, dobbiamo mettere a riparo lo spazio riproduttivo, arginare il sequestro e la conquista della terra proprio a partire da quei movimenti che continuano a difendere la sovranità alimentare e le economie locali, perché così contribuiremo alla lotta per emanciparla ma lavoreremo insieme su uno scenario globale per la lotta ai cambiamenti climatici.

C'è poi il paradosso per cui l'Africa sta perdendo enormi porzioni di territorio, comprato dalle compagnie straniere dell'agrobusiness. 

E' un dramma. La gente forse lo ignora ma l'agrobusiness incide sull'emissione di CO2 nell'atmosfera sta tra il 44 e il 57 per cento. Il principale responsabile dei cambiamenti climatici sono le multinazionali dell'agrobusiness. Allora, la risposta della sovranità alimentare, a partire dal sostegno alle comunità contadine, è una risposta complessa che non risponde solo agli interessi africani, ma anche ai nostri ma produrrebbe anche alcuni milioni di posti di lavoro, tenendo quelle persone nelle campagne, evitando quei fenomeni di urbanizzazione selvaggia. Dovremmo capire che i dati discussi a Copenaghen nella Cop 15 (margine di due gradi prima del disastro, ndr) sono una fesseria: noi che lavoriamo coi movimenti africani sappiamo che i calcoli degli scienziati che già se la temperatura dovesse aumentare di un grado solo, l'Africa andrebbe per aria. L'ecosistema Africa è più delicato e più complesso rispetto al nord del mondo.

I problemi sono chiari ma in concreto cosa si può fare?

Ci sono due nuove costituzioni, in Ecuador e Bolivia che partono proprio dal buen vivir, che rimettono al centro del paradigma civilizzatorio un altro rapporto tra uomo e natura. Il che non è solo auspicabile, visto che abbiamo un pianeta solo e ci conviene conservarlo ma è qualcosa di - mi si perdoni il termine da marketing - di molto desiderabile. Il progetto che noi offriamo, quello di immaginare una democrazia della terra, è desiderabile da parte della maggior parte degli abitanti del pianeta, perché consente di vivere bene. La proposta è quella di immaginare di ricostruire il contratto sociale partendo da due pilastri: giustizia sociale e giustizia ambientale. Dobbiamo ripensare forme più complesse di democrazia, come quella comunitaria, quella partecipata, che rimettono al centro della scena i territori, le persone in carne ed ossa, così da immaginare un futuro migliore, più giusto, più equo, più sostenibile per tutti.

Leggi anche:  bombe demografiche
di Alberto Tundo

domenica 5 dicembre 2010

USA, BIMBI A DIGIUNO PER GLI F-35

La Camera dei Rappresentanti blocca il disegno di legge sulle mense gratuite per gli scolari indigenti, mentre si fatica a trovare un accordo sulla riduzione delle commesse per i 2500 F-35.

La nuova maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti si è imposta ancora sul partito di governo bloccando un'altra legge a favore della popolazione indigente. Per mezzo di un manovra procedurale, il Grand Old Party (Gop) ha temporaneamente sbarrato la strada al "Child Nutrition Bill", il disegno di legge che garantisce pasti gratuiti nelle mense scolastiche ai bambini in condizioni economiche svantaggiate. 

La scure dell'austerity non si è fermata neanche di fronte alla necessità di garantire il programma di refezione rivolto agli scolari più poveri. "Ognuno riconosce l'importanza di estendere i programmi per la nutrizione infantile, ma estendere non significa espanderli" questo il commento del deputato repubblicano del Minnesota, John Kline. La manovra, del valore complessivo di 4,5 miliardi di dollari, avrebbe, infatti, coinvolto nel programma 20 milioni di mense scolastiche in più, rispetto a quelle attualmente sovvenzionate in tutto il Paese. Il disegno di legge, fortemente caldeggiato dalla first lady Michelle Obama, avrebbe inoltre aumentato di 6 centesimi di dollaro, il rimborso su ogni pranzo che, ad oggi, costa agli istituti scolastici 2,72 dollari. Senza gli emendamenti proposti, e quindi senza il blocco repubblicano, il disegno avrebbe segnato il primo aumento dei programmi mensa dal 1973. Nulla da fare. Dopo i disoccupati, colpiti ieri dal taglio dei sussidi federali, è stata la volta dei loro figli che, se il progetto dovesse essere definitivamente troncato, potrebbero veder ridursi il diritto a un pasto gratuito a scuola.   

Il piano di risanamento dello Stato, dettato dalla National Commission on Fiscal Responsibility and Reform, un gruppo bipartisan creato dallo stesso presidente Barack Obama per "affrontare le sfide fiscali del Paese", sembra avere fatto presa sui legislatori che, in soli due giorni, hanno evitato che Washington si impegnasse per circa 65 miliardi di dollari, tra i sussidi ai disoccupati e quelli alle mense scolastiche.   

In un rapporto dall'emblematico titolo, "il momento della verità", i 18 membri della commissione consigliano il taglio del deficit pubblico di 3.800 miliardi entro il 2020; la riduzione drastica delle aliquote fiscali; il contenimento dei costi per realizzare il Medicare (programma di assicurazione medica statale ndr) attraverso la condivisione dei costi, la riforma delle negligenze mediche e il prezzo dei farmaci; l'abbassamento della spesa pubblica mediante la riduzione delle dimensioni della forza lavoro federale e, infine, la preservazione della sicurezza sociale e la tutela di anziani e poveri.     

Una direttiva programmatica, questa, che potrebbe non essere rispettata, visto che proprio la fascia più povera della popolazione verrà privata di tutti quei benefits legati alle loro necessità economiche.       

La materia su cui permangono i dubbi sembra invece essere quella delle spese militari. Ancora una volta il governo potrebbe lasciare intatti gli esborsi messi in preventivo per le proprie Forze Armate. In particolare questa volta si considera l'affare degli F-35, i caccia anti-radar, dei quali il Pentagono vorrebbe acquistare ben 2500 esemplari. "È il cuore del futuro trasporto aereo da combattimento tattico per i nostri servizi, per cui l'importanza di questo programma può difficilmente essere sopravvalutata", in questo modo il Segretario della Difesa, Robert Gates, ha fatto capire che se c'è qualcosa a cui si può rinunciare per diminuire il deficit pubblico, questa cosa non è certamente la flotta aerea militare.  Poco importa che per pagare l'intera commessa siaono necessari 382 miliardi di dollari dei 715 miliardi che attualmente costituiscono il budget della Difesa. Per la Commissione deficit l'ideale sarebbe quello di optare per modelli più economici, rinunciando al decollo rapido e all'atterraggio verticale, per le forniture dei Marines e andando a risparmiare 17,6 miliardi di dollari entro il 2015. Riduzioni nette, invece, sono quelle pensate per Aviazione e Marina, che, per il pool di risparmiatori, dovrebbero ottenere solo la metà dei velivoli previsti, salvando 9,5 miliardi di dollari dalle casse del Pentagono. 

A quel punto, però, il problema sarebbe un altro: "Se si riduce l'acquisto a qualche centinaio per l'Air Force la Marina Militare - ha sostenuto Winslow T. Wheeler del Center for Defense Information - pagheremo ben oltre 250 milioni di dollari per ogni copia di questo aereo". 

 E allora, l'unica soluzione possibile per far risparmiare dollari alla Difesa, è quella di attuare un giro di vite sui sussidi ai disoccupati e ai poveri. 

di Antonio Marafioti

Fonte: http://it.peacereporter.net/
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lunedì 29 novembre 2010

GLI EFFETTI SOFFOCATI DEL TERREMOTO WIKILEAKS

Un silenzio imbarazzato cala sullo scenario internazionale aperto dalle rivelazioni di Wikileaks. Solo l'Onu fa sentire la sua voce e ricorda agli Usa l'inviolabilità dell'Organizzazione. 

Difficilmente gli effetti del terremoto Wikileaks saranno visibili a occhio nudo, almeno nella parte occidentale dell'emisfero politico.  Tutte le cancellerie europee, tendono a minimizzare i contenuti dei cable - i telegrammi interni della diplomazia statunitense - che li riguardano.  Molti si limitano a commentare con un "niente di così grave, nulla che non si sapesse già a livello interno"; altri - più prudentemente - fanno sapere che "stanno studiando i contenuti delle rivelazioni" (è il caso della Turchia); altri ancora - Russia e Cina in testa - hanno scelto la strada del no comment.      

Al momento l'unica reazione arriva dal Palazzo di Vetro di New York: in seguito alla notizia secondo cui la diplomazia statunitense era stata istruita per raccogliere informazioni sui vertici dell'Onu, compreso il Segretario generale Ban Ki-moon, il portavoce delle Nazioni Unite, Farhan Haq ha rivendicato l'immunità ricordando agli Stati Uniti che l'Onu dovrebbe essere considerata inviolabile. In una dichiarazione divisa in tre punti pubblicata sul quotidiano britannico The Guardian, Farhan Haq afferma:   

1. Le Nazioni Unite non sono nella posizione di poter commentare l'autenticità dei documenti in cui si richiede la raccolta di informazioni sulle attività delle Nazioni Unite e su quelle dei suoi diplomatici (ndr, il Dipartimento di Stato Usa richiedeva la raccolta di dati sensibili quali numeri di carte di credito e rotte aeree frequenti per tracciare i movimenti di diversi ufficiali Onu);       

2. L'Onu è per sua stessa natura un'organizzazione trasparente che considera di fondamentale importanza rendere pubbliche le proprie attività al pubblico e ai paesi membri. Gli ufficiali delle Nazioni Unite si incontrano regolarmente con delegazioni degli Stati membri per aggiornarli sulle attività dell'Organizzazione;     

3. La Carta dell'Onu, l'Headquarters Agreement e la Convenzione del 1946 contengono disposizioni relative ai privilegi e alle immunità dell'Organizzazione. L'Onu confida nel fatto che tutti gli Stati membri aderiscano a queste disposizioni. 

Tra tutte le rivelazioni diffuse dal sito fondato dall'australiano Julian Assange, le disposizioni che riguardano le Nazioni Unite sono forse le uniche veramente imbarazzanti per gli Stati Uniti.  

Ben altre conseguenze potrebbero avere i contenuti dei cable in cui si riportavano le richieste avanzate dal re saudita Abdullah bin Abd al-Aziz di bombardare l'Iran: se da un lato non si dice nulla di nuovo, nel senso che è cosa nota l'insofferenza del mondo arabo conservatore nei confronti dell'Iran, queste dichiarazioni mettono il presidente Mahmoud Ahmadinejad - definito in un altri documenti il novello Hitler (anche qui, nulla di nuovo) - in una posizione di vantaggio dal momento che adesso le carte sono scoperte.          

Sul versante russo, le pesanti dichiarazioni sulla Russia etichettata come "virtualmente, uno stato della mafia" e i giudizi poco lusinghieri sul "maschio alfa" Vladimir Putin, potrebbero lacerare di colpo la meticolosa tela che Barack Obama sta cercando di ricostruire nelle relazioni bilaterali. La stessa ratifica del trattato di disarmo nucleare Start potrebbe cadere nel vuoto.  Per ora - è bene dirlo - si tratta solo di supposizioni e bisogna attendere, leggendo attentamente, le prossime mosse sullo scacchiere. La Russia, nonostante la crescita vertiginosa della Cina, rimane pur sempre la potenza che gli Stati Uniti puntano a marcare stretto. D'altronde anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi - mettendo da parte i giudizi personali sull'inettitudine, le lunghe notti, i festini selvaggi e le incapacità politiche - viene segnalato per la sua "stretta relazione d'amicizia" con il premier russo, per il suo ruolo di "megafono" putiniano in Europa, per gli accordi Eni-Gazprom sul fronte del gasdotto Southstream(concorrente del Nabucco sponsorizzato dagli Usa). E non è un caso, forse, che il Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton chieda all'ambasciata di via Veneto di indagare su possibili "affari privati comuni" tra i due leader che possano in qualche modo influenzare la politica internazionale.       

Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, in queste ore viene indicato da più parti come un irresponsabile, incosciente, criminale e, ovviamente, pericoloso terrorista che usa metodi più efficaci e destabilizzanti del terrorismo tradizionale. Ora che è già stato disegnato come l'uomo dal passato oscuro, spia cinese - forse russa, il nuovo Osama Bin Laden, Assange rischia di non poter mettere più piede in molti paesi del globo, compresa la sua Australia che ha annunciato una possibile incriminazione per le rivelazioni. E secondo molti - lo stesso Assange ne è convinto - ha già un piede nella fossa.
di Nicola Sessa 

Fonte: PeaceReporter

domenica 28 novembre 2010

LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI

Le mutilazioni genitali femminili (Mgf) comprendono un insieme di pratiche rituali tradizionali connesse a riti d'iniziazione femminile e d'integrazione sociale, attraverso cui si effettua l'asportazione totale o parziale dei genitali femminili. Queste pratiche sono diffuse in vaste zone dell'Africa, in alcuni paesi del Medio Oriente e in alcune comunità dell'Asia e dell'America Latina. Le Mgf vengono praticate anche in Europa, tra le comunità di migranti originarie dei paesi nei quali sono praticate.

Secondo una stima dell'Organizzazione mondiale della sanità ogni anno sarebbero circa tre milioni le ragazze e le bambine a rischio, mentre ammonterebbe a 100 - 140 milioni il numero totale di donne e bambine che hanno subito mutilazioni genitali nel mondo.

Le Mgf sono una pratica estremamente radicata: difese dalla comunità d'origine in nome della tradizione, spesso anche le donne che le subiscono non sono in grado di opporvisi e anzi le appoggiano, per paura dello stigma sociale e dell'emarginazione che colpisce chi non vi si adegua. 

Le Mgf rappresentano un gravissimo pericolo per l'integrità fisica e psicologica della donna e aumentano l'incidenza della mortalità materna. È solitamente impossibile sapere quale donna soffrirà di complicazioni durante la gravidanza o il parto. Tuttavia, le donne che hanno subito mutilazioni genitali sono soggette a cicatrizzazioni e altre complicanze che talvolta aumentano il rischio di situazioni ginecologiche critiche.

Le Mgf rappresentano una grave violazione dei diritti umani delle donne e delle bambine. Esse violano il diritto all'integrità fisica e psicologica, al più alto standard di salute possibile, a essere libere da ogni forma di discriminazione - inclusa la violenza - e di trattamento crudele, disumano o degradante, violano i diritti dell'infanzia e, in casi estremi, il diritto alla vita. 


End Fgm è una campagna promossa da Amnesty International Irlanda e realizzata in collaborazione con organizzazioni non governative di 13 paesi europei. In Italia, la campagna è condotta da Aidos, Associazione italiana donne per lo sviluppo, in collaborazione con Amnesty International Sezione Italiana.

Fonte: Amnesty International

mercoledì 17 novembre 2010

MONGOLIA, HARD DISCOUNT DEGLI UMANI

Povertà, disoccupazione e discriminazione di genere all'origine del traffico di persone.  

Un Paese in rapida trasformazione dove nuovi crimini, come la tratta degli umani, sono il prodotto di povertà e disoccupazione. 
Recentemente Mongolia e Macao hanno firmato un accordo per sviluppare una collaborazione bilaterale al fine di prevenire ed eliminare il traffico, soprattutto di donne e bambini, ma il problema rimane ancora troppo sommerso. 
PeaceReporter ha intervistato la Sig.ra G. Ganbayasgah, presidente del Mongolian Gender Equality Center.

Quali soggetti sono più facilmente vittime del traffico di esseri umani?          

La Mongolia è stata un paese socialista per 70 anni. Nel 1990 la rivoluzione democratica ha trasformato le condizioni politiche e socioeconomiche. Una delle maggiori conseguenze è stata la libera circolazione dei mongoli e il diritto a viaggiare all’estero. La transizione socioeconomica, che ha prodotto disoccupazione e sempre maggiore povertà, ha portato nuovi crimini come il traffico illecito di esseri umani. A causa dell’ignoranza sull’argomento, questa tipologia di crimine è poi aumentata. Le ricerche dimostrano che le vittime cadono nella trappola perché cercano opportunità di studio e lavoro, sia all’interno della Mongolia stessa sia all'estero. Così sono portate con l’inganno in Cina, Sud Corea, Malesia, Macao, Hong Kong, Turchia, Singapore, Israele, e Repubblica Ceca. Sebbene sia impossibile avere delle statistiche precise, dal 2003 il Centro ha identificato e portato assistenza a più di 300 vittime. Anche se in Mongolia esiste un articolo del Codice Penale dal 2002, soltanto due casi sono stati perseguiti. Da quando è stato fatto un emendamento (articolo 113) nel 2008, sono stati risolti circa dieci casi.            

Perché la Mongolia è particolarmente colpita da questo problema? 

L’economia del paese è la causa principale: un’economia povera, con un alto tasso di disoccupazione e di povertà. La discriminazione sessuale è l’altra causa del traffico di umani, soprattutto per le donne. La Mongolia manda operai all’estero attraverso accordi internazionali ma sono soprattutto gli uomini che ne traggono vantaggio, le donne rimangono senza lavoro quindi cercano un’opportunità a qualsiasi costo. Le leggi mongole sull’emigrazione e sul matrimonio favoriscono il traffico illecito di esseri umani perché la gente non ha possibilità di lavorare nel proprio Paese e cercano disperatamente altrove. Inoltre la disoccupazione e la povertà provocano una emigrazione soprattutto illegale. La gente preferisce pagare individui privati o agenzie illegali e rischiare, pur uscire dal Paese. La popolazione mongola (in tutto 2milioni e 700mila persone) è composta per il 70 per cento da giovani e per adescare le vittime i trafficanti si servono sia della pubblicità nei media sia, soprattutto, di una rete di amicizie e parentele. Si crea così una catena difficile da spezzare, che impedisce a chi si salva di testimoniare.  

Può raccontarci una storia esemplare? 

Nel marzo 2009, A. incontra un'intermediaria mentre lavora come cameriera in una caffetteria di Ulaanbaatar. Un giorno una cliente le chiede quanto guadagna e si offre di aiutarla. Le dice che può aiutarla a diventare estetista, la può iscrivere a un corso e aggiunge che può farle guadagnare molti soldi. A. vive con il suo bambino e 4 fratelli più giovani, il suo salario di 130 dollari è appena sufficiente per sopravvivere. La donna le promette che non si tratta né di prostituzione né di uso di alcol, insomma che non si tratta di affari loschi. Firmano un accordo per cui la donna pagherà il viaggio di A. che le restituirà il denaro quando avrà uno stipendio.
Maggio 2009, A. e altre tre ragazze partono dalla Mongolia per il seguente tragitto:
Ulan Bator – Erlian, Cina (attraverso Zamiin Uud soum nella provincia di Dorno-Govi), in treno;
Erlian – Pechino in taxi;
Pechino – Chinghuandao, dove incontreranno altri intermediari.
Le ragazze cominciano a lavorare alla fine di maggio 2009. Gli intermediari le minacciano, le obbligano a prostituirsi. A. e le altre tre ragazze devono servire i clienti quando sono nel locale e stare con loro tutta la notte per prestazioni sessuali. La tariffa è di 200 renmimbi cinesi ma loro non hanno mai ricevuto denaro.
Quando le ragazze decidono di riufiutarsi di prostituirsi, e dicono di voler tornare in Mongolia, gli intermediari confiscano i loro documenti, le volentano e drogano con la forza. Quindi sono sempre obbligate ad usare droghe e ad avere rapporti sessuali con i clienti.
Ad un certo punto A. e le ragazze riescono ad usare internet di nascosto, contattano il consolato mongolo, informano i funzionari della loro situazione (costrette alla prostituzione, all’uso di droghe e senza soldi), chiedono aiuto e riescono a scappare.
A giugno 2009 A. e le altre ragazze sono rimpatriate in Mongolia con l’assistenza dell’ambasciata mongola in Cina e sono mandate al nostro Centro.    

Qual’è lo scopo del traffico degli esseri umani? Prostituzione, traffico di organi o altro?  

Il 65 per cento delle vittime che si sono rivolte al Centro erano state sfruttate a scopi sessuali, il 25 per cento usate come forza lavoro e il 10 per cento per matrimoni. L’età media è tra i 18 e 25 anni, ma ci sono anche casi di minori obbligati alla prostituzione. Al momento non ci sono pervenuti casi di vendita di organi.     

Voi come affrontate il problema?     

Il Centro offre una serie di aiuti alle vittime e potenziali vittime. Abbiamo una linea telefonica 24 ore su 24, 2 centri di accoglienza (uno a Ulan Bator e uno a Zamiin Uud, città di confine). Aiutiamo le vittime a tornare nel Paese e reintegrarsi. Per ulteriori informazioni è possibile consultare il nostro sito.  

Cosa fa il governo per risolvere la situazione?  

Il governo mongolo ha aggiunto un emendamento al Codice penale nel 2008 che rispetta il Protocollo di Palermo. La Mongolia ha aderito al Protocollo di Palermo e sviluppato un piano nazionale contro il traffico di esseri umani. Purtroppo però non esiste un sistema centralizzato o una linea politica appropriata per prevenire il traffico, proteggere le vittime e punire i trafficanti.


di Gabriele Battaglia

Fonte:PeaceReporter

mercoledì 10 novembre 2010

Radici. Diritti e dignità per il lavoro migrante

A quasi un anno di distanza dalla rivolta di Rosarno, torna il periodo della raccolta e con le arance tornano nelle campagne della Piana di Gioia Tauro anche centinaia di immigrati in attesa dei primi ingaggi. Provenienti per la stragrande maggioranza dall’Africa sub sahariana, in fuga da guerre e persecuzioni, hanno subito estorsioni e arresti illegali in Libia prima di sbarcare in Italia. Sono arrivati tra il 2007 e il 2009, prima che i controversi accordi col regime di Gheddafi chiudessero la via del deserto con la pratica illegale dei respingimenti di massa. Richiedono protezione internazionale, tutela e accoglienza sistematicamente elusi dal governo italiano e vivono in un limbo dal quale è difficile uscire, fatto di clandestinità e discriminazione. Non sono migranti economici, ma richiedenti asilo, soggetti vulnerabili che non potranno mai partecipare ai provvedimenti di emersione previsti per legge. Per questo lavorano nelle campagne, schiavi di un sistema che li rende invisibili e ricattabili.

LA CAMPAGNA

Per garantire diritti, cittadinanza e dignità oggi promuoviamo l’attivazione della campagna RADICI a partire proprio dal nodo di Rosarno. Una campagna che nella prima metà del mese di novembre ci vedrà impegnati come attivisti sul territorio della Piana di Gioia Tauro, in continuità con il percorso di indagine e tutela, già avviato con i migranti, tra Roma e il Sud Italia subito dopo i fatti di Rosarno.

“RADICI” perché da circa tre anni nelle campagne del Sud questi migranti lavorano in agricoltura - garantendo d’estate la raccolta dei pomodori e d’inverno degli agrumi - in un contesto di grave sfruttamento, diritti negati e ricattabilità. Seguendo i ritmi della terra, si muovono inseguendo la speranza di un ingaggio sottopagato: si insediano tra Foggia e il Vulture tra luglio e ottobre, prima di proseguire per la Piana di Gioia Tauro dove saranno impegnati fino a marzo per gli agrumi. Ovunque lo stesso scenario: caporalato, lavoro nero, grave emergenza abitativa, pessime condizioni igienico-sanitarie.

“RADICI” perché il riscatto di questi lavoratori invisibili, in ideale collegamento con le battaglie di giustizia sociale che sono patrimonio culturale e politico del Sud Italia, non può prescindere dalla conquista dei diritti di cittadinanza con priorità assoluta per il diritto a soggiornare sul territorio italiano. In assenza di quest’ultimo, infatti, qualunque idea di accoglienza e assistenza, come indicato dagli stessi migranti, risulterebbe limitata e miope.

COME

RADICI si svilupperà attraverso:

L’incontro con soggetti istituzionali e realtà informali che operano sul territorio e che sono già impegnate in percorsi e attività di inclusione sociale degli immigrati.

Il monitoraggio delle condizioni di vita dei migranti, in riferimento al vissuto nel Paese d’origine, in quanto richiedenti protezione internazionale, e all’attuale situazione lavorativa e di accoglienza, analizzando la profonda connessione che lega la vulnerabilità di ogni migrante alla sua condizione di schiavitù e sfruttamento.

PERCHE’

Perché intendiamo attivare una rete di soggetti interessati ad impegnarsi sul tema dei diritti e della cittadinanza dei migranti, per costruire un cordone sanitario che eserciti concreta tutela dei lavoratori stagionali.

Perché intendiamo fornire strumenti di conoscenza ed analisi dell’attuale scenario presente nella Piana di Gioia Tauro, favorendo così interventi mirati e efficaci.

Perché intendiamo aprire uno spazio di agibilità alle rivendicazioni dei migranti che con la rivolta di gennaio a Rosarno e le iniziative successive, hanno indicato come via d’uscita proprio i diritti, la dignità e la cittadinanza.


ACTIon – diritti in movimento / associazione daSud onlus

Libera Piana / Tenda di Abramo

domenica 31 ottobre 2010

I mercenari restano in Afghanistan

Il governo di Kabul ha prorogato la dead-line sul ritiro dei contractor dal Paese. La nuova data dovrebbe essere marzo 2011.

Era solo questione di tempo, e soldi. Entrambi sono serviti al presidente Hamid Karzai per fissare una proroga della dead-line per il disimpegno delle società di sicurezza private in Afghanistan. Il tempo è quello intercorso, in doppia battuta, dal 16 agosto a oggi.

In estate il presidente si impegnò, con un decreto, a espellere tutte le compagnie mercenarie dal Paese, "Ladri di giorno, terroristi di notte" le additò in quell'occasione. Ieri la retromarcia, affidata ad un essenziale comunicato stampa diramato dall'ufficio di presidenza che rende noto come il differimento mira a preservare "i progetti di sviluppo e i programmi finanziati dalla comunità internazionale".

Il cambio di rotta lo si legge nel periodo di mezzo fra agosto e oggi. All'inizio di ottobre tutto sembrava far credere che il governo di Kabul non sarebbe retrocesso di un centimetro dalla propria posizione. Karzai aveva confermato la sua precedente decisione mettendo al bando ben otto compagnie private le quali, in virtù di ciò, avrebbero dovuto lasciare l'Afghanistan entro la fine dell'anno. Contemporaneamente da Washington giungeva notizia che il Dipartimento di Stato, guidato da Hillary Clinton, aveva rinnovato il "Worldwide Protective Services Contract", l'accordo quinquennale da 10 miliardi di dollari a favore delle compagnie di sicurezza private.

Dopo di allora il silenzio e l'imbarazzo di Kabul che tra la risolutezza contro i contractors e la debolezza nei confronti della "comunità internazionale", ha lasciato trascorrere un mese. Un mese per accordare la proroga e per trovare il modo migliore di non perdere la faccia. "Una commissione - ha sostenuto Kabul - stilerà entro il 15 novembre un piano per il disimpegno delle società private di sicurezza nel Paese. Da quella data i contractor avranno novanta giorni di tempo per lasciare l'Afghanistan". Una dilazione voluta dagli altri, le compagnie di sicurezza sono prevalentemente statunitensi e inglesi al servizio di Usa e Nato, ma formalmente attuata dal governo della Repubblica Islamica. Marzo 2011 dovrebbe essere l'ultima data utile per attuare il piano Karzai. L'obiettivo dichiarato è quello di far acquistare maggior autorevolezza alle forze di polizia afghane, attualmente addestrate anche dai mercenari occidentali. Gli stessi pagati da Karzai per accompagnarlo durante il giorno e difendere la sua incolumità.

Il "rais di Kandahar" sembra, pertanto, al centro di due fuochi: quello popolare che, viste le numerose prevaricazioni, vorrebbe i contractor fuori dal Paese, e quello degli Usa che, nonostante le promesse di disimpegno e le denunce del loro operato, continua a ricoprirli di denaro. L'espediente trovato dal governo di Kabul per la deroga è quello della protezione dei progetti di sviluppo. Ma le Organizzazioni non governative, soggetti impegnati in prima linea in tali lavori, continuano a ribadire che "non solo la chiusura delle società private di sicurezza non avrà alcuna implicazione negativa sull'operato delle Ong, ma avrà un impatto positivo dato che ci sarà meno gente armata in giro". Queste le parole di Laurent Sailard, direttore di Acbar, organismo di coordinamento di oltre cento agenzie umanitarie afgane e straniere.

Che il blocco del provvedimento di Karzai sia dettato dalle pressioni dei governi che nei servizi delle società private di sicurezza hanno investito un mare di quattrini, lo si evince anche dalla stessa condanna della Commissione del Senato Usa sui Servizi Armati. In un rapporto di 105 pagine, dal titolo "Inchiesta sul ruolo e la sorveglianza delle imprese di sicurezza privata in Afghanistan", i senatori del pool d'indagine, scrivono diverse volte la parola "Failure", fallimento. Il fallimento, tutto del governo Usa, in una serie di questioni riguardanti l'impiego dei borghesi armati in territorio di guerra: a partire dal loro addestramento, per terminare ai servizi che le agenzie sotto contratto del Pentagono avrebbero subappaltato a individui noti nel giro del terrorismo talebano.

Uno di essi sarebbe, secondo il rapporto, il responsabile della morte di un sottocaporale dei Marines il cui nome viene censurato (si trattava di Joshua H. Birchfield, di 24 anni, ndr). La mattina del 19 febbraio, il militare stava perlustrando il perimetro intorno alla base Barrows nel nordest della provincia di Farah quando, riporta il documento d'indagine, "poco dopo l'alba, la guardia afgana ha iniziato a sparare su i marines che hanno cercato di identificarsi urlando "US Marines" e sparando in aria razzi di segnalazione. Il fuoco si fermò, ma il sottocaporale dei marine Marine caporale rimase ucciso". Le interviste e i rapporti esaminati dal pool inquirente hanno rivelato che le guardie che fecero fuoco erano sotto l'effetto di oppio. "I contraenti di sicurezza - ha sostenuto un testimone - fanno regolarmente uso di droghe sul posto di lavoro". Una circostanza inquietante se si pensa che attualmente in Afghanistan sono presenti 26 mila contractor, una buona percentuale dei quali è assunta fra la popolazione locale, che nessuno addestra sufficientemente.

Intanto, ha chiarito l'indagine, "la Commissione ha scoperto le prove che le società di sicurezza privata incanalano i soldi dei contribuenti statunitensi ai signori della guerra afghani e a uomini forti legati a omicidi, rapimenti, corruzione nonché ai talebani e alle altre attività anti-coalizione". Conclusioni che fanno riflettere sul fatto che, forse, in Afghanistan il primo nemico degli Stati Uniti sono gli Stati Uniti stessi.

 
di Antonio Marafioti
Fonte: PeaceReporter

Italia, appello per gli imputati della manifestazione pacifista di Firenze del 1999

Dopo gli scontri davanti all'ambasciata statunitense tredici persone furono condannate a sette anni di carcere. Ora il secondo grado

Un appello in favore dei pacifisti condannati per i disordini di Firenze del 1999 è disponibile on line per esprime la propria solidarietà verso gli imputati. Tra i primi firmatari: Alessandro Santoro, Andrea Satta, Angela Staude Terzani, Enzo Mazzi, Folco Terzani, Luigi Ciotti, Ornella De Zordo, Marco Vichi, Sandro Veronesi, Sergio Staino, Simona Baldanzi, Maso Notarianni e Gino Strada.

Il 13 maggio 1999 un gruppo di manifestanti si ritrovò per le strade di Firenze per protestare contro la guerra in Jugoslavia. Il corteo arrivò fin sotto l'ambasciata statunitense dove la polizia presidiava la zona. Ne seguirono una serie di tafferugli di lieve entità. Dieci anni dopo, il 5 novembre 2010, inizierà il processo di appello per tredici manifestanti ritenuti colpevoli di resistenza aggravata a pubblico ufficiale.

"Nessuno, sul momento, fu fermato o arrestato, ma in seguito vi furono identificazioni e denunce", si legge nell'appello. "Si è arrivati così alle condanne di primo grado, molto pesanti per i 13 imputati: ben sette anni, per le accuse di resistenza aggravata a pubblico ufficiale". Le pene inflitte sembrano sproporzionate alla realtà dei fatti. Alcuni manifestanti rimasero contusi mentre una donna si dovette operare ad un occhio.

"Non intendiamo sindacare le procedure legali, né esprimere giudizi tecnico-giuridici sulla sentenza, ma ci pare che le pene inflitte in primo grado e le loro conseguenze sulla vita delle persone imputate, siano del tutto sproporzionate rispetto alla reale portata dei fatti", si legge ancora. Secondo i promotori la sentenza è soprattutto politica. "Perciò esprimiamo la nostra pubblica preoccupazione in vista del processo d'appello, convinti come siamo che la giustizia non possa mai essere sinonimo di vendetta e nemmeno strumento per mandare messaggi "esemplari" a chicchessia.

L'appello si conclude con una richiesta di sottoscrizione per salvaguardare la democrazia e la giustizia. "Questa non è una storia che riguarda solo 13 persone imputate, ma un passaggio significativo per la vita cittadina e per il senso di parole e concetti che ci sono cari, come democrazia, giustizia, equità."



Fonte: PeaceReporter