Visualizzazione post con etichetta Guerra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guerra. Mostra tutti i post

lunedì 22 novembre 2010

BLACKWA(TE)R: LA GUERRA SPORCA DEI CONTRACTORS IN AFGHANISTAN

In seguito all'annuncio di Hillary Clinton di rinnovare i contratti con le security agencies presenti in Afghanistan, il governo Karzai si è visto costretto a rimandarne la messa al bando dal paese. La Blackwater cambia il nome (ora Xe Services) ma non i metodi. In Afghanistan la guerra è una cosa “privata”.  

1. Mentre a Kabul prosegue la trattativa diretta tra il presidente Karzai e alcuni capi talebani per porre fine ad una guerra giunta al nono giro di boa, in Occidente è passata sotto silenzio la decisione del governo afghano, prima annunciata e poi ritirata, di mettere al bando le varie agenzie private di sicurezza che operano nel paese.

Già in estate Karzai aveva disposto con decreto l'allontanamento di tutte le compagnie mercenarie dal paese (definite “ladri di giorno, terroristi di notte”), perché responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in Afghanistan. Il piano del presidente prevedeva lo scioglimento di tutte le compagnie nel termine del primo gennaio prossimo. “Non solo provocano tanto disagio al popolo afghano,” aveva detto Karzai il 16 agosto, “ma sono in realtà in contatto con gruppi mafiosi e, forse, anche dietro il finanziamento di militanti, ribelli e terroristi”. Il primo ottobre il portavoce del governo, Waheed Omar, annuncia la messa in atto dell'operazione. Otto agenzie sono colpite dal provvedimento con effetto immediato: le americane NCL Holdings e Four Horsemen International, l'inglese Compass International, le afghane White Eagle Security Services e Abdul Khaliq Achakza. A queste si aggiungono due compagnie minori delle quali non è stato reso noto il nome. Entro gennaio, ha aggiunto il portavoce, sarebbe scattato il divieto di lavoro per tutte le compagnie (ben 52) registrate presso il Ministero della Difesa. Nonostante l'opposizione di Washington, da agosto in poi Karzai si è dimostrato irremovibile. Almeno fino ad ottobre.

Il primo del mese, infatti, fughe di notizie dal Dipartimento di Stato Usa confermano la firma di un nuovo contratto miliardario tra il governo americano e le security agencies e il loro imminente ritorno in Iraq, mentre quelle già presenti in Afghanistan non sarebbero state ritirate . L'accordo, denominato Worldwide Protective Services Contract, ha durata quinquennale e costerà al contribuente americano oltre 10 miliardi di dollari.

Karzai, a quel punto, si è trovato tra due fuochi: quello popolare, esasperato dai soprusi commessi dai mercenari in nove anni di guerra, e quello degli Usa, che a suon di biglietti verdi riesce sempre a farsi ascoltare. Il presidente ha lasciato trascorrere un mese, incerto sul da farsi, o più prosaicamente alla ricerca di una spiegazione al suo dietrofront che gli consentisse di non perdere la faccia.

Sabato 30 l'annuncio: lo scioglimento delle compagnie è posticipato al marzo 2011. Motivazione ufficiale? Preservare “i progetti di sviluppo e i programmi finanziati dalla comunità internazionale”. Il giorno prima, ad esempio, il governo di Kabul aveva annunciato il completamento della linea ferroviaria, la prima del paese, che collegherà Mazar-i-Sharif all'Uzbekistan, facilitando commerci e rifornimenti, segno che i progetti finanziati dall'Occidente, ogni tanto, vanno anche a buon fine. Ma che il blocco del provvedimento di espulsione sia in ogni caso dovuto alle pressioni degli Stati Uniti, che nelle agenzie private hanno investito un mare di soldi, è evidenziato dagli stessi rapporti istituzionali che circolano a Washington.

2. I “contractors”, ossia gli agenti delle compagnie private di sicurezza, sono soldati a tutti gli effetti, in quanto stipendiati dal Dipartimento di Difesa. Tuttavia, il loro reclutamento presenta dei vantaggi rispetto all'impiego delle forze regolari: costano meno, perché sotto contratto a termine, e hanno un minore impatto sull'opinione pubblica, in quanto “meno in vista” rispetto ai militari effettivi. E infine, il governo non è tenuto a ritirarli dal paese entro il termine previsto per l'esercito: insomma, restano finché il Pentagono li paga.

L'esistenza di compagnie private alle quali sono affidati il servizio di sicurezza, nonché altri compiti, una volta di competenza esclusiva dell'esercito, è stata messa in luce dal cosiddetto “Blackwatergate”.

Il nome dell'agenzia Blackwater è conosciuto al grande pubblico dal 16 settembre 2007, giorno in cui alcuni uomini dell'organizzazione, di scorta ad un uomo d'affari nel centro di Baghdad, aprirono il fuoco sulla folla uccidendo 17 civili. La Blackwater finì nell'occhio del ciclone e gli Stati Uniti subirono un danno d'immagine, secondo un'indagine del Washington Post, peggiore dello scandalo di Abu Ghraib.

Due settimane dopo l'incidente, Erik D. Prince, ex marine e fondatore dell'agenzia nel 1997, decise di uscire allo scoperto per prendere le difese dei suoi uomini. “Quello che è avvenuto,” disse, “è stato un deprecabile incidente,” sottolineando che dall'inizio della guerra la stessa Blackwater aveva perso 30 uomini mentre nessuna delle persone scortate aveva subito danni. Nessuna precisazione circa operazioni svolte oltre al servizio di scorta, né tanto meno sul numero di civili uccisi nello svolgimento delle stesse.

La scoperta che il governo americano aveva “appaltato” una larga fetta della sicurezza in Iraq a gruppi di mercenari in perfetto stile “A Team” suscitò un enorme scalpore presso l'opinione pubblica. Al punto che il Congresso Usa nominò una commissione bipartisan, presieduta dal deputato democratico Henry Waxman, per indagare su quanto avvenuto in Iraq. Il rapporto finale, oltre a stigmatizzare le attività militari dell'agenzia (in 163 scontri a fuoco su 195 erano stati i suoi uomini a sparare per primi), non risparmiava accuse all'amministrazione Bush, colpevole di aver coperto l'operato dei contractors. Si scoprì che la Blackwater aveva il suo quartier generale a Moyoc, nel North Carolina, dove addestrava 35000 uomini all'anno, e che possedeva addirittura una flotta di 76 aerei, soventemente concessi in affitto all'esercito regolare per le operazioni più delicate. E che dal 2001 aveva ricevuto dal governo Usa oltre un miliardo di dollari e di cui non è mai stato possibile documentare l'utilizzo. In seguito allo scandalo, Prince decise di sciogliere la compagnia. Per ricostituirla poco più tardi con un altro nome: Xe Services LLC.

In agosto, il Dipartimento di Stato ha condannato la Xe Services ad una multa di 42 milioni di dollari per violazione dell'embargo all'export di armi in Afghanistan. Ma Washington non ha smesso di chiudere un occhio sull'operato della compagnia: il 23 ottobre il Dipartimento di Giustizia ha archiviato il caso di Andrew J. Moonen, ex agente Blackwater, che il 24 dicembre del 2006 uccise con tre colpi di pistola Raheem Khalif, una guardia del corpo del vicepresidente iracheno Adel Abdul Mahdi. L'archiviazione è giunta al termine di un iter giudiziario fatto di insabbiamenti e giustificazioni giuridiche (incertezza sulla legge da applicare, difficoltà nel reperire prove su un campo di battaglia, legittima difesa) o presunte tali. Per la cronaca, ogni processo intentato contro agenti della compagnia si è concluso con un nulla di fatto. Compreso quello per la strage dei 17 civili a Baghdad nel 2007.

Per la verità, in questi anni non è stata l'unica agenzia di sicurezza ad aver evidenziato una condotta (ed una contabilità) inaffidabili. Alla fine del 2007 il Diplomatic Security Bureau, organismo di controllo Usa, rese noto che il Dipartimento di Stato non era stato in grado di documentare come fosse stato speso il miliardo di dollari elargito ad un'altra compagnia, la Dyn Corp International, messa sotto contratto per addestrare la polizia irachena. I revisori incaricati dal Congresso trovarono conti in disordine, pagamenti duplicati e spese per attrezzature mai utilizzate. Senza contare benefits ed extra vari ai dipendenti.

Una gestione disastrosa, insomma. Alla quale la Clinton ha scelto di accordare una rinnovata fiducia.

3. Quella in corso in Afghanistan passerà alla storia come la più imponente guerra “privata” di sempre. All'inizio dell'anno il Pentagono impiegava nel paese 104.000 contractors e 68.000 soldati regolari, e il Congressional Research Service stimava che ai 33.000 soldati inviati da Obama sulla scia del modello (il surge) già sperimentato in Iraq si sarebbe aggiunto un ulteriore numero di mercenari tra i 26.000 e i 56.000. in Afghanistan, secondo l'organismo, la percentuale di agenti privati impiegata è la più alta che in ogni altro conflitto nella storia degli Usa. Dopo aver privatizzato i servizi pubblici, la sanità, le poste, i trasporti, lo zio d'America dimostra che si può appaltare anche la guerra. Con l'inevitabile corollario della “deregulation”, che nel caso di specie significa agire nell'impunità più assoluta.

Attualmente il numero di contractors si attesterebbe sui 26.000, di cui 10.000 statunitensi e 16.000 stranieri, per lo più locali. Le loro mansioni non si limitano al servizio di sicurezza, ma finiscono per sovrapporsi ai compiti operativi dei militari. In pratica, sono un doppione dei soldati in divisa. Se non fosse che loro non hanno regole da rispettare, a cominciare da quelle previste nelle Convenzioni sui diritti umani. E poco importa se la loro condotta sfocia in veri e propri abusi ai danni della popolazione, ci pensano i tribunali a mettere le cose a posto (rectius: a tacere).

4. Non sono solo i “vip” ad affidarsi alle cure delle compagnie di sicurezza private: anche la gestione della sicurezza delle basi Usa nel paese è affidata dai comandanti ad agenzie di contractors, che subappaltano il servizio ai signori della guerra locali. Con il risultato che i vertici militari Usa non sanno nulla di chi vigila sulle loro installazioni in terra afghana, e che secondo un rapporto del Senato sarebbero legate ai taliban, o all'intelligence iraniana. Ma c'è di più.

Il 22 giugno un rapporto del Congresso Usa intitolato Warlord Inc, frutto di un'indagine durata sei mesi, evidenziava che i principali finanziatori degli insorti in Afghanistan sono proprio gli Stati Uniti. Questo perché il Pentagono appalta i trasporti logistici di rifornimenti per i militari Usa in Afghanistan a otto ditte private (civili) accreditate nell'ambito del programma chiamato «Host nation trucking» (trasporti nella nazione ospite), per cui spendono 2,1 miliardi di dollari. E il contratto prevede che siano le ditte stesse a provvedere alla sicurezza del trasporto. Considerato che le strade sono controllate da piccoli gruppi di signori della guerra (warlord, appunto), ne consegue che la sicurezza dei servizi di rifornimenti è affidata ai vari warlord presenti lungo il cammino. Si parla di 500 dollari per un camion da Kandahar a Herat (dove ha sede il contingente italiano) e di 50 dollari da Kabul a Gazni, per fare qualche esempio; ma in alcune zone più instabili si arriva anche a 1500 dollari. Un sistema formato da centinaia di agenzie private che dà lavoro a circa 70000 uomini armati. E che alimenta una spirale di corruzione che rafforza gli insorti. Finanziando la guerra dalla parte sbagliata.

di Luca Troiano

venerdì 19 novembre 2010

DIFENDERSI DAGLI ATTACCHI CIBERNETICI

Al vertice Nato di Lisbona si proporrà di parificare gli attacchi cibernetici a quelli armati. I Paesi membri sono pronti a emendare l'articolo 5 del Trattato.  

"Il Cyber Spazio si è trasformato in un nuovo campo di battaglia e ha acquistato un'importanza simile a quella che hanno terra, mare e aria". Alla Nato sembrano aver tenuto in alta considerazione queste parole, pronunciate a settembre da Carroll Pollett, tenente dell'esercito Usa e direttore dell'Agenzia di Sistemi dell'informazione della Difesa. Tra i punti del nuovo concetto strategico che i Paesi membri dell'Organizzazione del Trattato Nordatlantico discuteranno, da venerdì prossimo, al ventiquattresimo summit Nato di Lisbona, ci sarà anche quello della cyber defence. 

L'inserimento del tema potrebbe non essere solo una dissertazione teorica visto e considerato che sono in molti, dentro e fuori l'organizzazione intergovernativa di difesa, a chiedere che gli attacchi informatici siano parificati a quelli armati. E gli attacchi armati contro una o più parti dell'Organizzazione, in Europa e nell'America settentrionale, vengono considerati, secondo l'articolo 5 del Trattato, un "attacco verso tutte" con la conseguenza che "se tale attacco - riporta l'articolo - dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell'esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall'articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente [...]l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'impiego della forza armata".     
      
Il concetto è chiaro: se attaccano qualcuno dei membri, gli altri correranno in sua, o loro, difesa. Per rafforzare il pilastro della "sicurezza collettiva", ampliandolo agli attacchi cibernetici, i Paesi membri dovranno decidere di emendare il Trattato proprio all'articolo 5.          

Nonostante la sua chiarezza, la disposizione non specifica cosa debba essere considerato attacco armato, lasciando agli Stati la discrezionalità di decidere, volta per volta, quali offensive considerare tali. Dall'anno della sua formulazione, il 1949, l'articolo 5 del Trattato del Nordatlantico, è stato invocato solo una volta: dopo gli attacchi sul World Trade Center, l'11 settembre del 2001. Quello che l'articolo 5 non prevede, perché sessantanni fa era imprevedibile, sono gli attacchi non armati e, nello specifico, quelli cibernetici. 

Attualmente le minacce più concrete di un cyber attacco riguardano gli Stati Uniti che, infatti, sono in prima fila nel gruppo di Paesi che si è detto favorevole a un allargamento dell'articolo 5.  

A settembre il governo di Washington ha sciolto la squadra operativa della rete globali del Dipartimento della Difesa, integrandolo nel nuovo Cybercomando governativo (Cybercom).  

La necessità è quella di prevenire attacchi come quello che la Russia, che non ha mai confermato, sferrò sull' Estonia il 18 maggio 2007 e che gettò nel caos uffici governativi, banche e mezzi d'informazione. Più recentemente, il 23 settembre scorso, Stuxnet, un malware (software maligno ndr), penetrò nei sistemi informatici iraniani facendo temere un attacco cibernetico da parte di qualche potenza nemica


di Antonio Marafioti


Fonte: PeaceReporter

mercoledì 17 novembre 2010

NATO: ALMENO ALTRI QUATTRO ANNI DI GUERRA

Al vertice Nato di Lisbona che si apre venerdì, Obama presenterà il suo piano per l'Afghanistan: altri 48 mesi di guerra sempre più dura, dopo i quali le truppe occidentali rimarranno, senza limiti, a sostegno dell'esercito afgano.


La guerra d'occupazione degli Stati Uniti e della Nato in Afghanistan durerà almeno altri quattro anni, ma la presenza militare occidentale nel paese proseguirà, senza limiti, ben oltre il 2015.      

Questo è il piano che il premio Nobel per la pace, Barak Obama, presenterà venerdì al vertice dell'Alleanza atlantica di Lisbona: altri 48 mesi di guerra 'dura' alla Petraus (con un'escalation dei bombardamenti aerei e un sempre più massiccio ricorso ai raid notturni delle forze speciali), al termine dei quali dovrebbe avvenire il ritiro del grosso delle 'truppe combattenti' (da completare, talebani permettendo, entro la fine del 2014), lasciando comunque sul campo decine di migliaia di truppe Nato con il compito di assistere l'esercito afgano nella prosecuzione della guerra (il che presuppone molti altri anni di operazioni militari a sostegno delle truppe afgane).        

Mark Sedwill, il rappresentante civile della Nato in Afghanistan, parlando oggi a Kabul ha già messo le mani avanti sulla scadenza dei qattro anni per il ritiro delle truppe combattenti. "Il termine della fine del 2014 non va considerato come una deadline, ma come un obiettivo: nelle aree del paese con maggiori problemi di sicurezza, il passaggio di consegne alle truppe afgane potrebbe protrarsi anche nel corso del 2015 e oltre".        

Dopo aver subìto nove anni di occupazione e di guerra, al popolo afgano vengono garantiti altri anni di passione, quattro, cinque o forse più. E saranno gli anni peggiori.          

Da quando, lo scorso 5 luglio, il generale David Petraues ha preso il comando delle operazioni di guerra alleate in Afghanistan, i bombardamenti aerei alleati sono diventati sempre più frequenti: 400 nel mese di luglio, 500 in agosto, addirittura 700 in settembre. In ottobre è giunta al largo delle coste pachistane una seconda portaerei americana (la USS Lincoln) e presto dovrebbe arrivarne anche una francese (la De Gaulle): tutto questo in preparazione di un'ulteriore escalation della campagna aerea in Afghanistan.        

A preoccupare gli afgani, forse anche più dell'aumento dei bombardamenti aerei, è il crescente ricorso alla tattica dei 'night raid': i famigerati blitz notturni compiuti dalle forze speciali (americane e non solo) nelle abitazioni civili 'sospette'. Azioni brutali che terrorizzano la popolazione e che spesso si concludono con l'uccisione a sangue freddo di donne, uomini e bambini innocenti, accompagnate da violenze gratuite e umiliazioni, furti e danneggiamenti. Una pratica sempre più diffusa da quando c'è Petraeus al comando, e di cui il presidente afgano Hamid Kazrai ha chiesto con forza la cessazione: una richiesta seccamente bocciata sia dal generalissimo Usa, che ha espresso "stupore e disappunto" per le "pericolose" parole di Karzai, sia dal segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, che ha difeso i raid notturni come "componente chiave" della strategia militare americana.             

Pianificare altri quattro anni di guerra significa mettere in conto altre decine di migliaia di civili afgani uccisi, altre centinaia di migliaia di innocenti feriti, mutilati e sfollati, e almeno altri 2.500 giovani militari occidentali caduti (stando alla media dell'ultimo anno di guerra). Per non parlare delle decine di miliardi di euro che verranno gettati al vento in un momento di grave crisi economica: solo l'Italia spenderà almeno altri 3 miliardi di euro se deciderà di rimanere in Afghanistan fino al 2014.

di Enrico Piovesana

Fonte: PeaceReporter

martedì 9 novembre 2010

Teatro di guerra

La scena è la sala del pronto soccorso dell'ospdeale di Emergency a Lashkargah. I personaggi sono Zakiria, Zinullah e Samiullah, bambini afgani di 10, 9 e 7 anni.La sceneggiatura, che si ripete più volte al giorno, è sempre la stessa: i piccoli arrivano in fin di vita, feriti nei combattimenti tra truppe Nato e talebani, e a volte non sopravvivono. Purtroppo non è una rappresentazione teatrale, ma la realtà della guerra.



Alle 16.30, dal pronto soccorso del nostro ospedale qui a Lashkargah, i nostri colleghi afgani ci avvisano che è arrivato un ferito da proiettile.
Sulla barella c'è un corpicino di dieci anni, si chiama Zakiria. Si lamenta del dolore alla pancia: in effetti, c'è un piccolissimo foro di entrata sull'addome e uno altrettanto piccolo di uscita sul suo gluteo sinistro. Il proiettile, nel suo tragitto all'interno del corpo di Zakiria, ha bucato il suo intestino in almeno quattro punti diversi provocandogli anche una frattura dell'ileo, una delle ossa del bacino.

Era seduto fuori da casa sua, a Sangin, quando i combattimenti sono iniziati e non ha nemmeno visto il proiettile che l'ha ferito, si è trovato per terra e suo zio l'ha portato direttamente da noi in macchina.
Gli infermieri lo assistono e lo preparano per l'operazione che avviene da lì a venti minuti.
Alle 17.20, nella stessa sala di pronto soccorso appena pulita e riordinata, il personale sanitario viene chiamato per un altro ferito da proiettile: è Zinullah, nove anni, avvolto da una coperta di fortuna. Il proiettile gli ha sfondato il cranio, ha del materiale cerebrale che cola. E' già morto quando arriva, il padre Fidaghull ha una smorfia forzata sul viso mentre il medico gli spiega che purtroppo nessuno avrebbe potuto fare nulla per suo figlio.
Se ne va disperandosi di non aver trovato in tempo una macchina con la quale portare prima suo figlio.

Alle 18.30 la stessa scena si ripete ancora una volta: sulla barella c'è un corpicino ancora più piccolo, si chiama Samiullah, ha sette anni e due occhi color nocciola bellissimi.
Lui non si lamenta, è intontito dalla morfina fatta sul luogo dell' 'incidente': un proiettile piccolissimo gli è entrato dall'addome ed è uscito a velocità supersonica dal suo gluteo, forando almeno in cinque punti il suo piccolo intestino e provando anche a lui la frattura dell'ileo.

Stava dando da mangiare al suo asino, quando ha visto bene degli 'uomini enormi' super armati che hanno cominciato a sparare. Altri uomini enormi super armati l'hanno poi portato con l'elicottero fino a Lashkargah.
Anche lui è assistito e mandato in sala operatoria velocemente per essere operato.

Come sarebbe bello che questa fosse una rappresentazione teatrale, seppur tragica, dove alla fine si accendono le luci, i protagonisti salutano con inchini il pubblico che applaude e tutti se ne vanno poi a casa a meditare.

La realtà è ben diversa, nonostante qualcuno chiami questi luoghi 'teatri di guerra'.

Matteo Dell'Aira*


(*Coordinatore medico dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, Helmand)

Fonte: PeaceReporter

domenica 31 ottobre 2010

I mercenari restano in Afghanistan

Il governo di Kabul ha prorogato la dead-line sul ritiro dei contractor dal Paese. La nuova data dovrebbe essere marzo 2011.

Era solo questione di tempo, e soldi. Entrambi sono serviti al presidente Hamid Karzai per fissare una proroga della dead-line per il disimpegno delle società di sicurezza private in Afghanistan. Il tempo è quello intercorso, in doppia battuta, dal 16 agosto a oggi.

In estate il presidente si impegnò, con un decreto, a espellere tutte le compagnie mercenarie dal Paese, "Ladri di giorno, terroristi di notte" le additò in quell'occasione. Ieri la retromarcia, affidata ad un essenziale comunicato stampa diramato dall'ufficio di presidenza che rende noto come il differimento mira a preservare "i progetti di sviluppo e i programmi finanziati dalla comunità internazionale".

Il cambio di rotta lo si legge nel periodo di mezzo fra agosto e oggi. All'inizio di ottobre tutto sembrava far credere che il governo di Kabul non sarebbe retrocesso di un centimetro dalla propria posizione. Karzai aveva confermato la sua precedente decisione mettendo al bando ben otto compagnie private le quali, in virtù di ciò, avrebbero dovuto lasciare l'Afghanistan entro la fine dell'anno. Contemporaneamente da Washington giungeva notizia che il Dipartimento di Stato, guidato da Hillary Clinton, aveva rinnovato il "Worldwide Protective Services Contract", l'accordo quinquennale da 10 miliardi di dollari a favore delle compagnie di sicurezza private.

Dopo di allora il silenzio e l'imbarazzo di Kabul che tra la risolutezza contro i contractors e la debolezza nei confronti della "comunità internazionale", ha lasciato trascorrere un mese. Un mese per accordare la proroga e per trovare il modo migliore di non perdere la faccia. "Una commissione - ha sostenuto Kabul - stilerà entro il 15 novembre un piano per il disimpegno delle società private di sicurezza nel Paese. Da quella data i contractor avranno novanta giorni di tempo per lasciare l'Afghanistan". Una dilazione voluta dagli altri, le compagnie di sicurezza sono prevalentemente statunitensi e inglesi al servizio di Usa e Nato, ma formalmente attuata dal governo della Repubblica Islamica. Marzo 2011 dovrebbe essere l'ultima data utile per attuare il piano Karzai. L'obiettivo dichiarato è quello di far acquistare maggior autorevolezza alle forze di polizia afghane, attualmente addestrate anche dai mercenari occidentali. Gli stessi pagati da Karzai per accompagnarlo durante il giorno e difendere la sua incolumità.

Il "rais di Kandahar" sembra, pertanto, al centro di due fuochi: quello popolare che, viste le numerose prevaricazioni, vorrebbe i contractor fuori dal Paese, e quello degli Usa che, nonostante le promesse di disimpegno e le denunce del loro operato, continua a ricoprirli di denaro. L'espediente trovato dal governo di Kabul per la deroga è quello della protezione dei progetti di sviluppo. Ma le Organizzazioni non governative, soggetti impegnati in prima linea in tali lavori, continuano a ribadire che "non solo la chiusura delle società private di sicurezza non avrà alcuna implicazione negativa sull'operato delle Ong, ma avrà un impatto positivo dato che ci sarà meno gente armata in giro". Queste le parole di Laurent Sailard, direttore di Acbar, organismo di coordinamento di oltre cento agenzie umanitarie afgane e straniere.

Che il blocco del provvedimento di Karzai sia dettato dalle pressioni dei governi che nei servizi delle società private di sicurezza hanno investito un mare di quattrini, lo si evince anche dalla stessa condanna della Commissione del Senato Usa sui Servizi Armati. In un rapporto di 105 pagine, dal titolo "Inchiesta sul ruolo e la sorveglianza delle imprese di sicurezza privata in Afghanistan", i senatori del pool d'indagine, scrivono diverse volte la parola "Failure", fallimento. Il fallimento, tutto del governo Usa, in una serie di questioni riguardanti l'impiego dei borghesi armati in territorio di guerra: a partire dal loro addestramento, per terminare ai servizi che le agenzie sotto contratto del Pentagono avrebbero subappaltato a individui noti nel giro del terrorismo talebano.

Uno di essi sarebbe, secondo il rapporto, il responsabile della morte di un sottocaporale dei Marines il cui nome viene censurato (si trattava di Joshua H. Birchfield, di 24 anni, ndr). La mattina del 19 febbraio, il militare stava perlustrando il perimetro intorno alla base Barrows nel nordest della provincia di Farah quando, riporta il documento d'indagine, "poco dopo l'alba, la guardia afgana ha iniziato a sparare su i marines che hanno cercato di identificarsi urlando "US Marines" e sparando in aria razzi di segnalazione. Il fuoco si fermò, ma il sottocaporale dei marine Marine caporale rimase ucciso". Le interviste e i rapporti esaminati dal pool inquirente hanno rivelato che le guardie che fecero fuoco erano sotto l'effetto di oppio. "I contraenti di sicurezza - ha sostenuto un testimone - fanno regolarmente uso di droghe sul posto di lavoro". Una circostanza inquietante se si pensa che attualmente in Afghanistan sono presenti 26 mila contractor, una buona percentuale dei quali è assunta fra la popolazione locale, che nessuno addestra sufficientemente.

Intanto, ha chiarito l'indagine, "la Commissione ha scoperto le prove che le società di sicurezza privata incanalano i soldi dei contribuenti statunitensi ai signori della guerra afghani e a uomini forti legati a omicidi, rapimenti, corruzione nonché ai talebani e alle altre attività anti-coalizione". Conclusioni che fanno riflettere sul fatto che, forse, in Afghanistan il primo nemico degli Stati Uniti sono gli Stati Uniti stessi.

 
di Antonio Marafioti
Fonte: PeaceReporter

Italia, appello per gli imputati della manifestazione pacifista di Firenze del 1999

Dopo gli scontri davanti all'ambasciata statunitense tredici persone furono condannate a sette anni di carcere. Ora il secondo grado

Un appello in favore dei pacifisti condannati per i disordini di Firenze del 1999 è disponibile on line per esprime la propria solidarietà verso gli imputati. Tra i primi firmatari: Alessandro Santoro, Andrea Satta, Angela Staude Terzani, Enzo Mazzi, Folco Terzani, Luigi Ciotti, Ornella De Zordo, Marco Vichi, Sandro Veronesi, Sergio Staino, Simona Baldanzi, Maso Notarianni e Gino Strada.

Il 13 maggio 1999 un gruppo di manifestanti si ritrovò per le strade di Firenze per protestare contro la guerra in Jugoslavia. Il corteo arrivò fin sotto l'ambasciata statunitense dove la polizia presidiava la zona. Ne seguirono una serie di tafferugli di lieve entità. Dieci anni dopo, il 5 novembre 2010, inizierà il processo di appello per tredici manifestanti ritenuti colpevoli di resistenza aggravata a pubblico ufficiale.

"Nessuno, sul momento, fu fermato o arrestato, ma in seguito vi furono identificazioni e denunce", si legge nell'appello. "Si è arrivati così alle condanne di primo grado, molto pesanti per i 13 imputati: ben sette anni, per le accuse di resistenza aggravata a pubblico ufficiale". Le pene inflitte sembrano sproporzionate alla realtà dei fatti. Alcuni manifestanti rimasero contusi mentre una donna si dovette operare ad un occhio.

"Non intendiamo sindacare le procedure legali, né esprimere giudizi tecnico-giuridici sulla sentenza, ma ci pare che le pene inflitte in primo grado e le loro conseguenze sulla vita delle persone imputate, siano del tutto sproporzionate rispetto alla reale portata dei fatti", si legge ancora. Secondo i promotori la sentenza è soprattutto politica. "Perciò esprimiamo la nostra pubblica preoccupazione in vista del processo d'appello, convinti come siamo che la giustizia non possa mai essere sinonimo di vendetta e nemmeno strumento per mandare messaggi "esemplari" a chicchessia.

L'appello si conclude con una richiesta di sottoscrizione per salvaguardare la democrazia e la giustizia. "Questa non è una storia che riguarda solo 13 persone imputate, ma un passaggio significativo per la vita cittadina e per il senso di parole e concetti che ci sono cari, come democrazia, giustizia, equità."



Fonte: PeaceReporter