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domenica 20 maggio 2012

CRISI, CONTRIBUENTI.IT: DILAGA L’USURA IN ITALIA, + 155,2% NEL 2012

NAPOLI – Allarme usura in tutta Italia. 


“Nel 2012 sta dilagando l'usura in tutta Italia +155,2%, ed in particolare in Campania +183,2%, a seguito della grave situazione di difficolta' economica in cui versano le famiglie e le piccole imprese. Il sovra indebitamento delle famiglie in Italia, ad aprile 2012, è cresciuto del 227,4%, rispetto allo stesso mese del 2011 e l’usura è aumentata del 155,2%”. 
Lo rilevano i dati di Krls Network of Business Ethics diffusi  a Napoli nel corso del convegno “Il sovra indebitamento delle famiglie e la riscossione dei tributi in Italia”, che saranno pubblicati prossimamente su Contribuenti.it Magazine dell’Associazione Contribuenti Italiani.

“In Italia nel 2012 sono a rischio d’usura 3.110.000 famiglie e 2.530.000 piccoli imprenditori - afferma Vittorio Carlomagno presidente di Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani – Ad aprile 2012 il debito medio delle famiglie italiane ha raggiunto la cifra di 43.400 euro, mentre quello dei piccoli imprenditori ha raggiunto il tetto dei 64.200 euro”.

“Al primo posto delle regioni esposte all’usura – afferma Vittorio Carlomagno presidente dell’Associazione Contribuenti Italiani – troviamo la Campania +183,2%, Calabria + 179,3%, Liguria +175,3%, Valle d’Aosta +169,4%, Toscana +167,6%, Sicilia +167,1%, Lombardia +164,2%, Piemonte +160,4%, Abruzzo +157,7%, Puglia +156,8%, Emilia Romagna +154,1%, Veneto +153,2%, Lazio +152,9%, Liguria +152,7%, Friuli V-Giulia +152,4%, Umbria +151,8%, Trentino-A.Adige +151,7%, Sardegna +151,6%, Basilicata +150,4%, Marche +149,7% e Molise +148,2%.

''L’aggressione al patrimonio familiare da parte delle esattorie, dei compra oro, e dei giochi d’azzardo, la impossibilità di accesso al credito bancario, l’aumento delle tasse sul consumo – continua Carlomagno – stanno trascinando migliaia di famiglie e piccole imprese nelle mani di spregiudicati usurai”.

''I dati – conclude Carlomagno - confermano che il fenomeno sta aumentando e l’apice potrebbe essere raggiunto nel mese di giugno in coincidenza con il pagamento dell’IMU e delle tasse annuali. In passato, ogni qual volta l'economia ha segnato brusche frenate, l'usura ha subito delle forti crescite. Ora c'e' un ulteriore problema: oltre la poca propensione alla elargizione del credito associata a commissioni insopportabili applicate dalle banche e dalle esattorie, si sta registrando una aggressione al patrimonio familiare da parte del fisco, sia direttamente mediante la riscossione coattiva, che indirettamente attraverso l’uso spregiudicato dei giochi d’azzardo legalizzati, costringendo numerose famiglie monoreddito a richiedere prestiti a spregiudicati usurai o a vendere a prezzi stracciati il proprio patrimonio ai compra oro”.

Contribuenti.it chiede urgentemente al governo di sospendere la riscossione delle imposte nei confronti di tutti coloro che sono assistiti dalle benemerite Fondazioni Antiusura o che hanno perso il lavoro negli ultimi anni, di bloccare il gioco di azzardo legalizzato e le aperture indiscriminate dei compra oro in tutti i centri storici delle città e, soprattutto, di riformare urgentemente il fisco, accorpando la funzione di accertamento e riscossione direttamente in testa al Ministero dell’Economia e delle Finanze, che metta al centro dell’azione la trasparenza, equità ed imparzialità, abbandonando per sempre la logica del profitto”.

giovedì 16 dicembre 2010

ITALIA: GLI ARCANI DEI "RIVOLUZIONARI LIBERAL-DEMOCRATICI"

Privatizzazioni, tagli della spesa sociale, competitività
L'assalto alla diligenza non è riuscito perchè il pallino continua a girare e il gioco delle tre sponde intercambiabili -destre-centri-"sinistre"- del "fronte colorato" mostra le terga, come il pavone quando forma la ruota. E' oscuro ed imperscrutabile il dopo, ovvero chi sarà il cocchiere e quale la sua rotta. Di esplicito non è stato detto nulla, tranne ecumenici riferimenti ad una imprecisata "rivoluzione liberal-democratica" che -ohibò- non sarebbe deceduta come le sue consorelle dell'altro secolo.

di Tito Pulsinelli
Stringi stringi, gli iniziati al redivivo "ismo" bofonchiano -in buona sostanza- che si basa su privatizzazioni, taglio della spesa pubblica, recupero della competività (dei banchieri o degli operai?). Siccome questi "rivoluzionari" non amano parlar chiaro, e si muovono come anguille nell'acquitrino, per capirne le intenzioni è preferibile guardare all'operato dei loro patners europei preferiti.

A Madrid, la "rivoluzione liberale" ha suonato la fisarmonica della libertà di licenziamento, abolendo de facto la giurisprudenza del lavoro, poi ha eliminato il sussidio di disoccupazione ai licenziati, e a fine gennaio si appresta ad innalzare l'età pensionabile. Ovviamente per migliorare la cosidetta competitività. 

In Gran Bretagna, decimazione radicale di tutte le voci del bilancio riguardanti gli investimenti sociali, con dosi da cavallo, senza anestesia e in tempi brevissimi. Giova ricordare che i governanti di Londra, l'anno passato batterono ogni record nello svuotare l'erario pubblico per fare trasfusioni alla banca privata e  poi -non domi- comprarono un ragguardevole stock di buoni del debito pubblico degli Stati Uniti. Il segno politico degli inquilini di Downing street è del tutto irrilevante, condividono la stessa fede che ispira i loro confratelli italici. In soldoni, e' lecito finanziare banchieri e bancarottieri, si devono socializzare le loro perdite, vanno annullate le politiche tese a sostenere la domanda con il rafforzamento del reddito sociale. 

In Islanda, Irlanda e Grecia -ma si tace sull'Ungheria, Romania, Polonia e i micro/Stati baltici- l'attacco frontale ai periferici anelli deboli del blocco europeo ha assunto i tratti dell'abolizione definitiva dello Stato sociale e della coesione interna alle società civili nazionali. Annichilimento d'ogni nozione di sovranità, sudditanza piena ai centri finanziari internazionali nelle mani delle élites anglosax.  Di cui, cui quelle continentali, targate UE e con il relativo coro dei ventriloqui ponpon"liberali", ambiscono essere spurie gemelle siamesi di secondo letto. 

La Banca Centrale Europea (BCE), comando operativo dell'UE-a-27, proibisce l'emissione di eurobond e abdica a favore del FMI. Le nazioni dell'UE non possono emettere titoli in euro destinati ai loro cittadini, nè questi possono scegliere se comprarli o no, perchè l'unico autorizzato in questa materia è il FMI. Questa è una strana "banca" che -a differenza di tutte le altre- non si limita a stabilire i tassi di interesse e i tempi dei prestiti. No, costoro stabiliscono dall'esterno quale deve essere la politica finanziaria, monetaria, fiscale, industriale e sociale del polo europeo, e di ogni suo singolo membro. Assumono prerogative e poteri sugli esecutivi europeo e nazionali, a cui sottraggono competenze e sovranità in ogni materia strategica, salvo l'ordine pubblico.       

Il FMI usurpa un potere che il suffragio universale conferisce ad altri attori istituzionali, abroga la democrazia rappresentativa, demolisce d'acchitto lo Stato sociale e la sovranità, per poi andare all'arrembaggio dei settori sani ed appetibili delle economie. Finalmente trasferisce il bottino ai centri finanziari di Wall street. Eppure hanno fallito la tombola, gli è imploso nelle tasche il Casinò globale, e l'esodo delle imprese verso il millenarista eldorado globale ha trasformato la Cina nella seconda economia reale.

Il FMI è stato sfrattato dall'ex "cortile di casa" dove poté alimentare la sua genetica bulimia, ed il blocco sudamericano fa passi avanti decisivi articolandosi sull'ascendente economia del Brasile, le materie prime ed energetiche del Venezuela e il gigantesco surplus alimentario dell'Argentina. Allora come riesce a recuperare terreno in Europa? Succhia vampirescamente una linfa che gli è vitale grazie ad un'èlite che sta facendo harakiri. Preferisce rincorre i mulini a vento di un'annaspante e instabile "grande mercato transatlantico", privo di materie prime e con una sopraproduzione che non si sa dove piazzare. Sembrano come quei patrizi romani che al decimo saccheggio dell'urbe erano ancora convinti che l'impero aveva solo un raffreddore.   

Il composito fronte dei "rivoluzionari liberal-democratici", per ora non può schierare in prima fila Draghi, nè richiamare dalla Grecia il pro-console fondomonetarista Padoa Schioppa, cui delegare l'esecuzione materiale delle privatizzazioni -quali?- taglio della spesa pubblica -dove, quanto e quale?- o per titillare la competitività (come?). Hanno solo abbozzato un  tentato-golpe contro l'ENI e Finmeccanica. Su tutto il resto preferiscono la politica del "non dire", cioè le vie di fatto della dittatura economica.     

Dai salotti buoni di Washington, a cui D'Alema si è guadagnato l'accesso dopo il bombardamento di Belgrado, ci fa sapere che "..abbiamo finalmente capito che l’idea che mercati autoregolati potessero continuare a lavorare senza regole era pura illusione..." Meglio tardi che mai. C'è solo voluto un disastro maggiore a quello del 1929, per smettere di reggere il moccolo alla globalizzazione. Ammette persino che è improprio che lo Stato finanzi le banche con le tasse dei cittadini (1). Bene, ma allora che si fa?  Per avere una "globalizzazione giusta" (sic), l'ex ministro degli esteri più amato dagli Stati Uniti, ammonisce che non si deve assolutamente tornare alla "ri-nazionalizzazione delle nostre politiche" (2). Sarà la sovranità nazionale? No. Quella del blocco europeo? Neppure, perchè la nuova governance dovrà garantirla -udite, udite!- la triade FMI-Banca Mondiale-G20. Ovvero: il medico sará quello che ha propagato l'epidemia che si vorrebbe sanare. 

L'unico problemino è che il FMI e la BM sono stati il braccio armato della globalizzazione finanziaria, del trionfo del capitalismo di Casinò, dell'eliminazione dello Stato sociale e della sovranità nazionale. E sta lavorando con lena alla fine dell'autonomia del polo europeo, della volontà popolare sovrana e della democrazia rappresentativa. In pratica, si riconsegna ai poteri forti globali il destino delle genti e delle nazioni. E' tempo di guardare con umiltà e cercare di impare dagli emergenti, cioè da quelli che  hanno limato gli artigli del FMI-BM o se ne sono liberati. E' tempo di prender atto che c'è bisogno di democrazia partecipativa, e questa non si ottiene artificialmente con i trucchetti di nuove leggi elettorali.    

Il trasferimento del potere reale dalle istituzioni legali a quelle parallele o occulte (nazionali e sovranazionali) impone di scrutare con attenzione oltre gli attori del cabaret romano e del circo mediatico. Se questa via rimane sbarrata, prenderà forza la protesta della piazza europea. Il fondamentalismo del BCE ha dimostrato che non c'è futuro con una moneta senza Stato. Non c'è mercato verace senza una reale sovranità economica, finanziaria e monetaria. Non c'è UE senza politica estera o con un esercito a mezzadria, comandato da forze che collidono o sono antitetiche agli interessi dei popoli d'Europa. Il FMI è una creatura nata dal trionfo bellico nordamericano del 1945, quando il 65% dei prodotti consumati nel mondo provenivano da lì. Oggi non rispecchia i nuovi rapporti di forza del mondo multipolare, men che mai la realtà della nuova Europa.  

(1) “..il casino capitalism” che emerse dall’era della deregulation è stato colpito da una catastrofe di proporzioni inaspettate. Piuttosto che esercitare autonomia, i contribuenti - attraverso il lavoro del tanto criticato Stato – sono stati costretti a sostenere quelle istituzioni finanziarie “troppo grandi per fallire”».      

(2)Abbiamo bisogno di una Europa più unita e integrata in un mondo nel quale la spinta politica dovrebbe essere data da un triangolo composto da agenzie dell’Onu, dagli organismi internazionali (inclusi il FMI, il WTO e la Banca Mondiale), e dal G20».

di Tito Pulsinelli

mercoledì 8 dicembre 2010

ITALIA, UNA DONNA SU TRE FUORI DAL MERCATO DEL LAVORO

L'indagine di Eurostat sul 2009: nella Ue è inattiva una su cinque, il nostro paese agli ultimi posti. Il primo motivo sono "ragioni famigliari". Restano differenze significative con gli uomini, ma negli ultimi nove anni 5 mln di donne entrano sul mercato. 

                                     di rassegna.it
In Europa una donna su cinque è fuori dal mercato del lavoro, in Italia una su tre. E' quanto emerge dai dati diffusi oggi (martedì 7 dicembre) da Eurostat, che si riferiscono al 2009. L'Ufficio statistico della Ue analizza i soggetti femminili tra i 25 e 54 anni, rivelando che l'Italia è tra i paesi "maglia nera" dell'Unione. I motivi sono soprattutto "ragioni famigliari". 

Considerando le donne tra i 15 e i 64, la percentuale dell'anno scorso sale ancora e arriva per la Ue al 35,7% e per l'Italia al 48,9%. Quasi una donna su due è quindi fuori dal mercato. Tra gli Stati membri, secondo la ricerca, ci sono "significative differenze" dovute all'atteggiamento più o meno attivo delle studentesse che cercano lavoro durante gli studi. 

Il paragone tra donne e uomini presenta differenze ancora più consistenti. Tra i maschi tra 15 e 64 anni - prosegue Eurostat -, il tasso di inattività nel 2009 è stato pari al 22,2%, solo leggermente in diminuzione rispetto a quello del 2000, pari al 22,8%. Percentuale molto più alta per le donne (35,7%), che però scende rispetto al 2000, quando si attestava al 39,9%.  

Nell'arco di nove anni, dunque, oltre 5 milioni di donne sono entrate sul mercato del lavoro. Inoltre, nonostante la crisi economica tra il 2008 e il 2009 le donne sono cresciute: il tasso di inattività è passato dal 36,1% al 35,7%.   

Per gli uomini si è verificato il contrario. Questi sono i più colpiti dalla crisi: la percentuale di inattivi è aumentata per la prima volta dal 2002, passando dal 22% al 22,2% del 2009. In particolare, sono stati i ragazzi tra i 15 e i 24 anni ad averne soprattutto fatto le spese, passando da un tasso del 52,1% nel 2008 al 53% nel 2009.   

Nel particolare dei paesi considerati, il tasso di inattività maggiore stato rilevato a Malta (51,1%), seguita dall'Italia (35,5%), dalla Romania (29,4%) e dalla Grecia (29%). I più bassi sono in Slovenia (12.1%), Svezia (12.9%) e Danimarca (13.0%).  Il numero di donne che indicano "motivi di famiglia" è pià marcato Malta (40,4%), seguita dalla Grecia (16,2%) e dal Lussemburgo (15,6%). E' minore Danimarca (1,4%), Svezia (1,8%) e Slovenia (3,6%).  

lunedì 29 novembre 2010

PENSIONARE L’ÉLITE CHE HA DISTRUTTO IL POLO EUROPEO E LO STATO SOCIALE

Il canovaccio che ispira la narrazione del latifondo mediatico si riduce ad uno scarno slogan manicheo: non importa chi verrà dopo, bisogna voltare pagina. Poco importa qual’è la pagina seguente, nè la credibilità del nuovo racconto in via di elaborazione, le cui bozze –tese a diventare trama credibile- sono sparse in vari meandri del potere romano. Nazionale ed internazionale, republicano e monarchico, europeo ed imperiale, italiano e anglosax. C’è un frontismo strisciante e rampante che chiama a pigiarsi in un unico contenitore: da Draghi a Montezuma, agli esangui frammenti “nano-partitici” che mendicano comparsate alla greppia mediatica.          

E’ la fronda di chi ha fretta di incolonnare in un unico fronte banchieri e pensionati, confindustriali ed artigiani, casta e disoccupati, parassiti della rendita e salariati. E’ il grido della jungla già rimbombato ad Atene, Madrid, Dublino, Lisbona, Parigi, dove varia il colore della livrea dei valletti al governo, ma è identico lo spartito che ispira gli omologati cori funebri.      Scalpitano le controfigure italiane che vogliono finalmente “fare come l’Europa”: dare in piena libertà capitali pubblici all’élite finanziaría che ha distrutto l’economia europea e la coesione generata dallo Stato sociale. Gli emuli nostrani della debacle, reclamano la libertà di socializzare le perdite generate dal fondamentalismo monetarista della Banca Centrale Europea. La loro genialità si manifesta nell’allungamento della vita lavorativa ai settantenni e nella moltiplicazione esponenziale della disoccupazione dei ventenni.

L’attuale governo in carica ha fornito truppe per l’Afganistan e Iraq, si appresta ad ospitare tutto l’arsenale atomico di cui gli Stati Uniti dispone sul teatro d’operazione europeo, compra F35 all’ingrosso alla depressa economia a stelle e strisce…ma di quali gravi colpe si è macchiato? Le luci rosse? Mmumm. La crisi? Il debito estero viene da molto lontano e qualsiasi governo ha sborsato 70 miliardi di euro annuali per pagare gli interessi.

Come già anticipammo nei mesi scorsi, si è fatto palese l’attacco a Finmeccanica con l’apertura di un’indagine giudiziaria. E’ il preludio ad un’offensiva che ha nel mirino soprattutto l’ENI, vale a dire la ghiotta sostanza finanziaria e strategica dell’industria nazionale, sopravvissuta alla sarabanda privatizzatrice iniziata negli anni ottanta. I suoi artefici –palesi ed occulti- sono molto attivi nel fronte colorato del cambio senza obiettivi dichiarati. D’altronde, già da tempo Goldamn Sachs e le “qualificatrici di rischio” –ed altra ferramenta della spoliazione anglosax- toccano insistentemente il tasto delle due grandi parastatali nazionali. Raccomandano “disinterassatamente” di scorporare, fare spezzatini, poi loro compreranno il filetto e lasceranno le cotiche.

Tra i “frontisti colorati” c’è chi dà loro retta, e si spinge a stroncare le relazioni dirette istaurate dall’Italia con i grandi fornitori di gas e petrolio (Libia, Iran, Russia, Venezuela), senza però dire dov’è lecito comprare gli idrocarburi. Forse alla BP, Exxon e Shell (dopo che si saranno aggiudicate a buon mercato l’ENI)? Bocciano qualsiasi iniziativa tesa a rafforzare l’autonomia energetica nazionale, e sposano tutte le politiche che negano un ruolo attivo italiano nell’ambito delle sponde del Mediterraneo. E’ il concubinaggio senza velo con i nemici d’una più accentuata sovranità europea, resa possibile dall’accellerato posizionamento del multipolarismo e dal declino inoccultabile degli Stati Uniti.

I mesti cantori del “Paese normale” di ieri, incastrato nello scenario hollywoodiano della salvifica “globalizzazione”, in nome della quale –al pari di qualsiasi sclerotizzata nomenklatura- misero all’asta il patrimonio pubblico italiano, oggi approdano ai più provinciali lidi della “globalizzazione giusta” (sic). Nel frattempo, è avvenuta la distruzione dell’economia edificata con successo dal 1945 agli anni 90. Con la catastrofica realtà di generazioni che staranno peggio dei loro padri e nonni, e il più grave dei fattori negativi: paralisi demografica e paura del futuro.



I loro sodali europei sono quei schizofrenici “napoleoni” che -in pochi anni- passarono dall’Europa dei 10 all’ammucchiata “a 27”, con basi sulla sabbia del bancomat del mercato&moneta, senza politica estera e senza esercito. Avevano fretta, dovevano ingurgitare con furia bulimica tutte le centralizzate economie statali dell’area del Patto di Varsavia. Gli “strateghi” d’Europa furono –e sono- banchieri centrali formati ed attivi nelle madrasse anglosax del liberismo finanziario, che in un batter d’occhi trasformarono i monopoli statali in altrettanti monopoli privati. Voila!            

Questa elite ha distrutto gli sforzi pazienti e prudenti dei padri fondatori dell’Europa imperniata su sei nazioni, ha fatto la fortuna dei grandi speculatori finanziari reintroducendo il darwinismo sociale, annichilendo la stessa nozione di sovranità e autonomia. Più liberisti della Tatcher, ma con  meno buonsenso e con la testa sprofondata nella Borsa. E’ necessario metterli in condizione di non nuocere, in primo luogo evitando che mettano o tolgano governi a loro piacimento, quando non applicano integralmente la loro ricetta. E’ imperdonabile che mentre gli Stati Uniti perdono terreno rispetto ai nuovi blocchi emergenti del multipolarismo, i responsabili del fallimento europeo si apprestano a consegnargli la supestite argenteria di famiglia. Questa élite non vuol prendere atto che le nuove potenze emergenti sono tali perchè hanno limitato lo strapotere delle banche centrali, esaltato la sovranità in tutti gli ambiti, grazie ad un affidabile sistema di difesa reale ed autonomo.  

La pagina che bisogna cominciare a scrivere prevede la pensionabilità di questa élite che ha riconsegnato l’Europa al FMI, dopo aver definitivamente abdicato al consolidamento del polo europeo. Sulla tratta Tel Aviv-Washington si affollano i candidati in cerca di nuove o estreme unzioni per riportare l’Italia all’essenza di “espressione geografica”. Comprese le new entry (Maroni, Vendola), innovatori del lessico maccheronico e di metafore ardite, per tarsfigurarsi dal ruolo di operatori alternativi degli Stati Uniti Occidentali fondati sulla NATO. Non c’è futuro per gli italiani se non difendono gli unici poteri ed istituzioni che possono ancora scegliere o che le forze occulte e parallele non si sono ancora annessi definitivamente.





FonteFFFFF

venerdì 26 novembre 2010

CNA: UN PENSIONATO SU DUE A RISCHIO POVERTÀ E TIMORE PER FUTURO

Un pensionato su due vive in condizioni economiche disagiate e per il 32% dei senior italiani l'assegno dell'Inps non basta ad arrivare a fine mese e per condurre una vecchiaia dignitosa.

Un pensionato su due vive in condizioni economiche disagiate, quota che sale al 70% tra gli artigiani in pensione. Per il 32% dei senior italiani e per il 45% degli ex artigiani l'assegno dell'Inps non basta ad arrivare a fine mese e per condurre una vecchiaia dignitosa; in 10 anni il quadro è decisamente cambiato in peggio e il 33% degli over 60 guarda al futuro "con timore e vede avvicinarsi tempi ancora peggiori".  E' quanto emerge da una ricerca della Cna sulle condizioni di vita degli anziani realizzata da Swg e presentata oggi nel corso di un convegno della Cna Pensionati.

Il quadro generale che emerge dalla ricerca, che ha indagato aspetti economici ma anche socio-culturali, raffigura un processo di lento ma inesorabile depauperamento dell'universo dei senior italiani, con una caduta non solo del potere di acquisto, ma anche con un mutamento del percepito esistenziale che incide profondamente sulle visioni e sui valori degli over 60.

Il 53% dei pensionati compresi tra i 60 e i 75 anni vive in una condizione di precarietà economica. Rispetto a dieci anni fa, evidenzia lo studio, le condizioni sono nettamente peggiorate: se nel 2000 buona parte dei pensionati pensava di poter progettare con tranquillità gli anni delle propria 'vita verde', 10 anni dopo la situazione è precipitata e nel 2010 il numero dei pensionati che avverte una certa sicurezza è crollato al 37%, al 28% tra i pensionati Cna. Tre pensionati su quattro hanno la netta percezione che l'Italia "stia regredendo" (dieci anni fa la sensazione era condivisa da meno della metà, il 47%).

Oltre alla percezione di indebolimento, si é ampliata l'idea che "l'Italia stia smarrendo il senso e la capacità di costruire il futuro": lo pensa l'81% degli ultrasessantenni. A rimanere stabile nel decennio è il senso di insicurezza e di paura della criminalità: se nel 2000 la paura coinvolgeva il 54% della popolazione anziana, oggi la quota si attesta intorno al 56%. Solo il 30% degli anziani però (contro il 35% della media della popolazione) ritiene gli immigrati responsabili dell'aumento dell'insicurezza nelle città.

Sul welfare, dice ancora lo studio, i pensionati denunciano una complessiva situazione di stagnazione con peggioramenti significativi soprattutto nel trasporto pubblico e una situazione ondivaga per servizi di assistenza e sanità. In calo (meno della metà) chi ritiene superato l'intervento dello Stato nei servizi pubblici e nel sistema pensionistico. Ma è soprattutto sulle pensioni integrative private che i senior nutrono dubbi: nel 2000 oltre il 60% dei pensionati guardava con favore alle pensioni private. Oggi la quota è crollata a poco più del 30%. Qualche sostenitore in più tra gli artigiani che devono fare i conti con assegni pensionistici più risicati.

Frenata della spinta privatistica anche nella sanità: se, nel 2000 poco più del 50% dei senior riteneva che le prestazioni sanitarie dovessero essere pubbliche, oggi la quota é volata oltre l'80% e tale opinione è ancora più forte tra gli ex artigiani. 

“I pensionati artigiani e del lavoro autonomo sono parte integrante della generazione che ha fatto grande questo paese. Sono stati protagonisti di un’Italia vivace, ambiziosa, a volte forse un po’ individualista, ma sicuramente priva di invidia e di rancore sociale”. Ha commentato Sergio Silvestrini, segretario generale della Cna,  concludendo  i lavori del convegno. “I pensionati così come emerge dallo studio Swg presentato oggi – ha proseguito Silvestrini – sono ancorati a un sistema di valori solidi, come l’etica della responsabilità. Sono valori a cui dobbiamo tornare per riportare l’Italia  a essere nuovamente protagonista della cultura e dell’economia. Il modello occidentale è in crisi, per questo è necessario tornare ai valori nei quali da sempre si riconoscono anche le nostre piccole e medie imprese:  il senso del fare, del sacrificio, la capacità di reagire e il raggiungimento dei propri obiettivi. Puntando davvero sulla piccola e media impresa basterebbero soli cinque anni – ha concluso Silvestrini- e l’Italia potrebbe tornare a un  nuovo rinascimento”.

Fonte: CNA

venerdì 19 novembre 2010

DIRITTI DEL MALATO SOLO SULLA CARTA

Presentato a Roma il Rapporto PIT Salute 2010 di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato: "Diritti: non solo sulla carta" In crescita la malpractice e le liste di attesa. L'area materno-infantile in cerca di maggiori tutele.

Nell'ultimo anno crescono le segnalazioni di presunti errori medici, soprattutto in oncologia ed ortopedia; liste di attesa lunghe, soprattutto per le ecografie e TAC. Non accennano a diminuire le dimissioni improprie dagli ospedali. E poi mancano residenze sanitarie e lungodegenze.

A dare la fotografia dei servizi sanitari del nostro Paese dal punto di vista dei cittadini è il Rapporto PIT Salute 2010, dal titolo "Diritti: non solo sulla carta", presentato al Senato da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, alla presenza di numerosi interlocutori fra cui il ministro della Salute Ferruccio Fazio.

Il Rapporto è stato presentato in occasione dell'evento conclusivo del trentennale del Tribunale per i diritti del malato e, per la prima volta, si è scelto di fare il punto sulle segnalazioni ricevute dal servizio di consulenza, informazione e tutela PIT Salute dal 1996, suo primo anno di attività, ad oggi.

Dal 1996 al 2009 Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato ha raccolto complessivamente circa 228.000 segnalazioni in tema di sanità, in media 16.000 l'anno.

Il Rapporto 2010 ne analizza 66.712 che sono state lette alla luce di cinque diritti (cfr. Tabella 1): diritto alla sicurezza (al primo posto nei 14 anni con il 28% delle segnalazioni, in diminuzione nel 2009 con il 24%), diritto all'informazione (25% nel periodo 1996-2009, 22% nel 2009), diritto all'accesso (20% nel periodo 1996-2009, 21% nell'ultimo anno) diritto al tempo (10% nel trend 1996-2009, in crescita nel 2009 che fa registrare il 15%) e diritto all'umanizzazione (8% nel periodo 1996-2009, 9% nell'ultimo anno).

"Nonostante leggi, linee guida, raccomandazioni e tanti altri strumenti per migliorare la nostra sanità, ci spiace constatare che spesso la gran parte di essi resta sulla carta", afferma Francesca Moccia, coordinatrice nazionale del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva. "Succede per gli errori medici, le infezioni ospedaliere, le liste di attesa, ma anche per diritti basilari come quello di avere accesso alla propria documentazione clinica o di essere rispettati nella propria dignità. Non diciamo che la nostra sanità sia peggiorata, ma ci piacerebbe poter presto affermare che al primo posto ci sono davvero i cittadini e i loro diritti. È quello per cui ci battiamo da 30 anni e sul quale non intendiamo abbassare la guardia. Per questo proponitaamo di adottare la Carta europea dei diritti del malato in leggi nazionali e regionali dando seguito all'impegno assunto dal Governo italiano il 14 maggio 2009 con la Mozione n.75 firmata da tutti i gruppi parlamentari e votata in Assemblea dal Senato della Repubblica".

La sicurezza dei servizi sanitari: di nuovo in crescita le segnalazioni di malpractice soprattutto in oncologia ed ortopedia.

Le infezioni ospedaliere non accennano a diminuire.

Al triste vertice della classifica della insicurezza (cfr. Tabella 2) vi sono le segnalazioni sui presunti errori che nel 2009 hanno raccolto il 74% delle segnalazioni, suddivisi in terapeutici (49,5% nel 2009, +1,4% sul 2008 e +2,5% sulla media 1996-2009) e diagnostici (24,5% nel 2009, +5% rispetto al 2008 e +1,5% rispetto alla media storica).

Nel 2009 le prime tre aree interessate dalle segnalazioni di presunti errori terapeutici (cfr. Tabella 3) sono state l'ortopedia (24,3%, +3,8% rispetto al 2008 e +2,5% sulla media dei 14 anni), l'oncologia (10,7% nel 2009, +2,9% rispetto all'anno precedente e 2,6% sul trend storico) e l'odontoiatria (9% nell'ultimo anno, sostanzialmente stabile rispetto al passato).

Nel corso del 2009, le sospette errate diagnosi (cfr. Tabella 4) hanno riguardato soprattutto l'oncologia che da sola ha raccolto il 38,6% delle segnalazioni (+5,8% rispetto al 2008, + 13,8% sulla media dei 14 anni).

Dunque, oncologia ed ortopedia risultano le aree in cui si sbaglia con più frequenza. Il boom negativo dell'oncologia merita attenta analisi: sicuramente per i malati oncologici una diagnosi non tempestiva o errata può cambiare o addirittura pregiudicare la vita. Il trend in crescita potrebbe dipendere dalla accresciuta sensibilità dei cittadini che ci chiamano. Ma temiamo sia determinata anche dalle difficoltà di accedere in tempi utili ad accertamenti diagnostici, dai macchinari vecchi, da tempi di lavoro e di organizzazione inadeguati e dalla mancanza di una adeguata formazione degli operatori, specie per quanto attiene alla lettura delle immagini.

L'ortopedia, dal canto suo, è un'area specialistica sempre molto richiesta, a causa dei frequenti incidenti domestici e stradali. Spesso il personale si trova a lavorare in situazioni di emergenza, con eccessi di carico di lavoro: per questo crediamo si debba far fronte al problema con una riorganizzazione e programmazione dell'assistenza, prevedendo per esempio presidi dedicati alle sole emergenze.

Dopo i presunti errori, seguono le segnalazioni sulle infezioni ospedaliere che negli anni hanno avuto un andamento in crescita pressoché costante: nel 2009 si attestano al 10,2%, + 4,1% sul 2008 e +4,9% sul periodo 1996/2009. Contrarre una infezione nosocomiale comporta un peggioramento per la salute del paziente, oltre che il prolungamento della degenza, con la conseguenza di ingenti aggravi di spesa sanitaria, che si può stimare tra i 500-2000 euro al giorno.

L'informazione: quando manca son dolori. Soprattutto per anziani, disabili ed invalidi

I cittadini che si sono rivolti al Tribunale per i diritti del malato vanno a caccia di informazioni (cfr. Tabella 5) sulle prestazioni socio-sanitarie (42,1% nel 2009) e sulle prestazioni assistenziali (30,9%). In particolare, sul versante delle prestazioni socio-sanitarie (cfr. Tabella 6), l'informazione manca proprio laddove sarebbe necessaria, ossia presso gli studi dei medici di famiglia e dei pediatri di libera scelta: per circa un terzo dei cittadini diventa un cruccio sapere come prenotare una visita o quali sono i compiti e doveri di chi l'assiste (c.d. assistenza sanitaria di base, con il 29,1% nel 2009, + 6,5% rispetto al 2008 e + 4,8% rispetto alla media 1996-2009). In seconda posizione, la carenza di informazioni si fa sentire nell'area della salute mentale (16,5% delle segnalazioni nel 2009, in diminuzione dell'1,8% rispetto al 2008, ma in crescita del 3,4% sulla media dei 14 anni), e ancora, a pari merito al terzo posto, la disinformazione interessa l'area delle prestazioni odontoiatriche (10,7% nel 2009, + 2,9% rispetto al 2008, - 0,4% rispetto alla media storica) e dei servizi di riabilitazione (10,7% nel 2009, +1,1% rispetto all'anno precedente, 0,3% sulla media dei 14 anni).

Al secondo posto nelle problematicità legate alla mancanza di informazioni, troviamo le prestazioni assistenziali (cfr. Tabella 7), che per la quasi totalità dei casi fanno riferimento alla invalidità civile (nel 2009 rappresenta l'89,5% delle segnalazioni, valore in aumento rispetto al 2008 di +9% e addirittura più che duplicato rispetto alla media 1996/2009) e all'esenzione dal pagamento del ticket che, pur registrando una percentuale del 3,5% nell'ultimo anno, rappresenta la prima voce nella media dei 14 anni.

Due aree dunque, quella dell'invalidità civile e dell'esenzione dal ticket, in cui la disinformazione comporta disagi enormi, soprattutto di natura economica, su fasce deboli, soprattutto disabili, anziani ed invalidi.

Accesso alle cure: ancora dimissioni improprie dagli ospedali. E sul territorio mancano residenze sanitarie e lungodegenze

Nel 2009 le difficoltà di accesso riguardano soprattutto l'assistenza territoriale, l'assistenza ospedaliera, l'assistenza farmaceutica e, strettamente collegata a quest'ultima, l'esenzione dal pagamento del ticket (cfr. Tabella 8). Le segnalazioni sull'accesso all'assistenza territoriale (28,6% nel 2009) diminuiscono rispetto al 2008 (-1,3 punti percentuali), ma si assestano su valori più alti (di 1,1 punti percentuali) rispetto alla media degli anni passati. In particolare, crescono le segnalazioni di difficoltà ad accedere a Riabilitazione, Residenze Sanitarie Assistite e Lungodegenze (11,1% nel 2009, + 3,6% sul 2008 e +5,7% rispetto alla media dei 14 anni). Le rette aumentano, i tempi medi di degenza vengono ridotti, mancano strutture che sappiano gestire persone che presentano quadri clinici complessi (patologie neurologiche e degenerative allo stadio avanzato, persone in coma stabilizzato, ecc..).

In questo settore i problemi sono i più disparati. In Regioni come la Campania, il Lazio e la Calabria nuove delibere e decreti nel 2009 hanno modificato sia le condizioni di accesso a questo tipo di strutture, sia le rette di pagamento, con costi esorbitanti. In Regioni come la Toscana, l'Emilia Romagna o la Lombardia, le pressioni dei cittadini hanno indotto gli assessorati di mettere in bilancio ulteriori finanziamenti o di precisare oneri e competenze relative al pagamento delle rette che, comunque, continuano a rimanere alte. Nel Lazio, sono stati effettuati altri interventi nel corso del 2009 che hanno comportato la chiusura di lungodegenze e la loro conversione in RSA, modificandone, inoltre, i parametri di integrazione della retta mensile.

Seconda voce nelle difficoltà di accesso è quella dell'assistenza ospedaliera, che nel 2009 raccoglie il 20,6% delle lamentele (+2,1% rispetto al 2008, in diminuzione dell'1,3% sulla media 1996-2009). In particolare ci riferiamo a dimissioni premature e rifiuto del ricovero. Entrambe le voci aumentano nel 2009: le dimissioni passano dal 14% del 2008 al 15,7% nel 2009; il rifiuto di ricoveri dal 4,5% del 2008 al 4,9% nell'ultimo anno. Ad essere colpiti dalle dimissioni sono soprattutto i pazienti ricoverati in neurologia e negli istituti riabilitativi.

Il diritto al tempo: liste di attesa off limits per le ecografie. Attese record nell'oncologia. E per gli interventi chirurgici le liste si allungano anche nel privato

La violazione del diritto al tempo rappresenta in media il 10% delle segnalazioni ricevute dal Tribunale per i diritti del malato dal 1996 al 2009, con un incremento notevole negli ultimi anni: nel 2009 si attesta al 15%.

In particolare, l'aumento delle segnalazioni in questo ambito (cfr. Tabella 9) è legato alle lamentale sulle liste di attesa per accedere a visite, esami ed interventi chirurgici (47,4% delle segnalazioni nel 2009, + 9,3% rispetto al 2008 e + 4,8% rispetto alla media 1996/2009) e alle lungaggini per l'accertamento della invalidità civile e dell'handicap (42,6% nel 2009, in diminuzione del 6,1% rispetto all'anno precedente, ma in crescita del 5% rispetto alla media dei 14 anni).

In riferimento alle liste di attesa, queste interessano in egual misura l'area diagnostica (36,9%), la specialistica (31,8%), che quella degli interventi chirurgici (31,3%).

L'ecografia, in particolare quella all'addome, risulta essere l'esame diagnostico per il quale si attende di più, anche 340 giorni; nel 2009 essa rappresenta (cfr. Tabella 10) il 27,3% delle segnalazioni sui lunghi tempi di attesa in diagnostica (con un incremento del 3,9% sia rispetto al 2008 che alla media dei 14 anni).

Nel 2009 segnaliamo un evidente incremento delle segnalazioni sulle TAC (segnaliamo tempi di attesa anche di 220 giorni) che da un 10% dell'anno 2008 raggiungono quota 17% e di contro dei trend di pacata diminuzione nelle segnalazioni sulle risonanze magnetiche (-4,2%), mammografie (-2,7%) ed ecodoppler (-3,6%).

Esami questi che si caratterizzano per il loro largo impiego in ambiti clinici di grosso impatto per la salute dei cittadini, come le patologie oncologiche, neurologiche e cardiovascolari.

Nell'area specialistica, notiamo invece allarmanti tendenze nelle liste di attesa per l'oncologia (cfr. Tabella 11): essa balza, insieme all'odontoiatria, al primo posto nelle attese più lunghe (10,2% nel 2009, +2,7% rispetto all'anno precedente). Ma se per l'odontoiatria sappiamo quanto poco, pressoché nulla, garantisca il Servizio sanitario nazionale, ci allarma avere la sensazione che il tumore possa attendere: anche più di un anno per una visita di controllo dopo un melanoma.

Altro dato che mostra un aumento preoccupante è la ginecologia e l'ostetricia che dal 2,5% del 2008 passa ad un 8,2% nel 2009. Dato più che triplicato nell'ultimo anno, specchio delle segnalazioni soprattutto delle future mamme impossibilitate ad accedere in tempi utili a visite di controllo presso il servizio pubblico e che si trovano costrette a rivolgersi, come ormai risaputo, a professionisti privati.

Nell'area della chirurgia (cfr. Tabella 12), il 2009 vede in testa per i lunghi tempi di attesa gli interventi di chirurgia generale (20,7%, +3,7% rispetto al 2008, +2,8% sul periodo 1996-2009), a seguire l'ortopedia (20% nell'ultimo anno, in netta diminuzione dell'8,1% rispetto al 2008 e del 6,7% rispetto alla media dei 14 anni). Si aspetta anche più di un anno per un intervento di chirurgia generale e quasi un anno e mezzo per un intervento ortopedico. Al terzo posto della classifica gli interventi oncologici che si attestano al 18,5% nell'ultimo anno (+4% rispetto al 2008 e +3,2% rispetto alla media); l'oculistica, al quarto posto con il 10,6% delle segnalazioni nel 2009 (oltre il 2% in confronto all'anno precedente e al trend 1996-2009).

Un'importante considerazione va fatta sulla questione liste di attesa per gli interventi chirurgici: riscontriamo che i tempi si sono allungati soprattutto nelle strutture private e convenzionate, segno di un sistema che così com'è non ce la fa a rispondere alle esigenze dei cittadini.

Invalidità civile ed attese incivili. Più di un anno per il riconoscimento. Attese disumane per malati cronici ed oncologici

Anche per il riconoscimento della invalidità civile e dell'handicap si attende troppo: più di un anno contro i nove mesi previsti dalla normativa.

Il meccanismo si inceppa innanzitutto nella consegna del verbale di invalidità (cfr. Tabella 13), segnalato come momento lacunoso della procedura nel 39,5% dei casi, seguito dall'attesa per la prima visita (29,3%) e dalla rivedibilità (14,5%). Riferendoci agli incrementi nelle segnalazioni ricevute nel corso del 2009 rispetto al 2008, scopriamo che ad aumentare sono state soprattutto gli intoppi per ricevere l'assegno di invalidità/accompagno (8,4% nel 2009, +4,1% sul 2008) e quelli per i casi di aggravamento della patologia.

Malati oncologici (il 33,8% delle segnalazioni fa riferimento a loro) e malati cronici (26,1%) sono i soggetti che, paradossalmente, attendono di più; i primi facendo i conti con tempi di attesa che vanno ben oltre i 15 giorni previsti dalla normativa (legge 80/06) per essere visitati al fine del conseguimento della invalidità; i secondi si scontrano soprattutto con l'assurdità di esser richiamati a visita ogni anno, nonostante siano affetti da patologie stabilizzate o ingravescenti e dunque, in perfetto contrasto rispetto a quanto previsto dal decreto ministeriale del 2 agosto 2007.

L'umanizzazione delle cure: vince l'incuria e i comportamenti inadeguati verso i pazienti

In 14 anni di Pit Salute, il tema della umanizzazione delle cure registra un trend sostanzialmente stabile, attestandosi all'8% delle segnalazioni dei cittadini: dal 1996 ad oggi la crescita è stata molto modesta, pari al +1% (9% nel 2009).

La mancata umanizzazione è scambiare il nome di un paziente con un numero di un letto, è passare velocemente vicino al dolore di una persona e non accorgersi che sta soffrendo, è dire la parola sbagliata nel momento sbagliato, è soprattutto non fare quel gesto di attenzione che andrebbe fatto.

Incuria, comportamenti del personale, maltrattamenti, dolore inutile e violazione della privacy, sono i cinque aspetti considerati in questo ambito dell'analisi (cfr. Tabella 14).

Il più segnalato è stato l'incuria (49% nel 2009, +5% circa rispetto al 2008 e alla media dei 14 anni), intesa come mancanza di attenzione e "cura" verso le persone assistite, non lavate o cambiate in modo inadeguato, non aiutate ad alzarsi dal letto o a muoversi per evitare lesioni da pressione. Pensiamo a persone non autosufficienti e ricoverate in lungodegenza o residenze sanitarie assistite. Altrettanto numerosi sono stati i casi di comportamenti inadeguati del personale (40,6% nel 2009, +1,1% rispetto al 2008 e +2,4% rispetto alla media 1996-2009): poca pazienza, frasi poco garbate, più da parte dei medici che degli infermieri, anche se i casi che riguardano questi ultimi stanno aumentando.

Area materno-infantile: il Paese più sicuro per partorire?

Siamo certamente uno dei paesi più sicuri al mondo in cui partorire ma alcuni dati dell'osservatorio di Cittadinanzattiva parlano chiaro e mostrano alcuni elementi da prendere sul serio: nell'ultimo anno le segnalazioni di lunghe liste di attesa per le visite ostetriche e ginecologiche sono arrivate all'8,2%, con un incremento del 5,7% rispetto al 2008 e del 3,3% sulla media dei 14 anni 1996-2009. i presunti errori diagnostici e terapeutici si attestano rispettivamente all'8,2% e al 7,3%, sostanzialmente stabile rispetto agli ultimi anni. Altri dati che emergono dall'Audit civico, ossia dalla valutazione civica effettuata da Cittadinanzattiva su 138 ospedali ci dicono che: meno della metà (44%) dichiara di effettuare il parto indolore; su 64 aziende sanitarie, la metà informa poco o per nulla le mamme su procedure, rischi, complicanze del parto cesareo (nel modulo del consenso informato), e il 25% non adotta misure volte a prevenire il decesso materno durante il parto come previsto dalla Raccomandazione ministeriale. E' giusto applicare sanzioni quando qualcuno commette errori, ma il problema è anche di un sistema organizzativo ormai in crisi: quello dei punti nascita. E' prioritario, pertanto, lavorare a più livelli per garantire in Italia punti nascita accessibili e sicuri, attrezzati per l'emergenza, capaci di prendersi cura di madri e neonati, ma anche pensati per essere più accoglienti e capaci di garantire qualità dell'assistenza e umanizzazione dei percorsi.
 
Trado da: http://www.cittadinanzattiva.it/index.php

mercoledì 17 novembre 2010

IO PRESIDENTE ANTIUSURA IN MANO AGLI USURAI

Arriva il momento in cui alcune verità vanno raccontate superando la vergogna e l’imbarazzo. Ecco la storia di chi per 18 anni ha diretto una delle più importanti associazioni antiusura in Italia, facendo della lotta alla criminalità organizzata uno stile di vita.        

La mia è una storia come tante altre. E’ la storia di un imprenditore che finisce in mano agli usurai per salvare la propria azienda. Come me, ogni anno 200.000 imprenditori in tutta Italia, sono costretti a rivolgersi agli strozzini. Come tutte le imprese che negli ultimi due anni stanno subendo la crisi, anche l’azienda di famiglia che io dirigo si è trovata un anno fa in un momento difficilissimo. “Grazie” alla mediazione di un funzionario di banca, sono finito in mano agli usurai. Non ci sono minacce, né intimidazioni. In questa storia, l’ usura è portata avanti da colletti bianchi, persone che ricoprendo un ruolo finanziario primario, erano a conoscenza delle difficoltà della mia azienda. Così, un anno fa mi furono prestati 20mila euro, restituiti in due mesi al tasso di interesse del 20% ogni 12 mesi. Ho dovuto fare regalie di ogni tipo ai vari funzionari di banca perché mi concedessero altro tempo. A luglio di quest’ anno ho avuto ancora bisogno di denaro: per 4mila euro chiesti, in un mese ne ho dovuiti restituire 5mila con un tasso di interesse del 240% l’anno. E poi ancora ad agosto: a fronte di 4mila euro presi, ho restituito 7mila a fine ottobre sempre con un tasso del 240%.     

Fin qui la storia, il dramma e la vergogna. Una storia che ho interamente videoregistrato in tutti i suoi passaggi, dall’ incontro con il direttore di banca, il primo a mettermi in contatto con l’usuraio. L’usuraio che mi consegna i soldi, io stesso che emetto gli assegni. Questo video non verrà mai divulgato da me, né lo userò per fare denuncia. La storia avevo però il diritto morale di raccontarla. Ecco perchè mi sono dimesso da presidente dell’associazione “S.o.s racket e usura”. Non ero più credibile nel ruolo che ho ricoperto per 18 anni: convincere e spronare le centinaia di vittime che ogni mese si rivolgono alla mia associazione a denunciare quanto accade loro.         

Io ora ho finito di pagare i miei usurai. Il 4 novembre di quest’anno sono stato invitato alla Commissione affari istituzionali della Regione Lombardia per un’audizione. Volevano che esprimessi il mio parere su una legge in materia di usura in Lombardia che dovrebbe essere approvata. In quella sede ho ripetuto quello che sostengo da 18 anni: in Italia non c’è alcuna volontà politica e istituzionale di combattere seriamente questo fenomeno.           

Le persone non denunciano perchè non hanno più fiducia nelle istituzioni. Non denunciano perchè passano anni prima di riuscire ad accedere ai fondi messi a disposizione. Non denunciano perchè chi non ha la partita Iva non può accedere al fondo. Non denunciano perchè non hanno i soldi per pagarsi gli avvocati. Non denunciano perchè quei pochi che lo fanno, sono lasciati soli. Intanto sono nate un gran numero di associazioni antiusura che beneficiano di milioni di euro l’anno e che si possono permettere di organizzare (sabato prossimo a Roma in un lussuoso hotel) un cocktail party. Nel frattempo le persone vittime di usura si ammazzano per disperazione. Nel 2008 ci sono stati 600 suicidi, quasi 2mila l’anno seguente.     

In Italia c’è una massiccia campagna pubblicitaria sui nuovi giochi d’azzardo. La gente è invitata, spronata, incitata a indebitarsi sempre di più. Aumenta il numero delle sale da gioco. Intorno ad esse prolifera un sottobosco di usurai. Nessun aiuto concreto però arriva a chi è vittima degli strozzini. Ecco perchè non sono più nella posizione di convincere gli altri a denunciare. Il mio è un atto di lealtà e coerenza, di rispetto della giustizia e delle sue istituzioni, nelle quali finora avevo sempre creduto.

di Frediano Manzi

Fonte: il Fatto Quotidiano

mercoledì 10 novembre 2010

Salerno, Lotta alla contraffazione alimentare: Nucleo Antifrodi dei Carabinieri sequestra falsi formaggi DOP “Valpadana ”

I Carabinieri del Nucleo Antifrodi di Salerno, coadiuvati dall'Arma territoriale, a seguito di ispezioni presso i punti vendita di una grande catena di supermercati, hanno proceduto al sequestro di "Provolone Valpadana D.O.P." riportante falsamente in etichetta la denominazione di origine protetta "Valpadana" in violazione del disciplinare di produzione del consorzio di tutela provolone "Valpadana".

La merce, prodotta da una ditta della provincia di Bergamo, era stata commercializzata con false indicazioni D.O.P. in quanto il luogo di produzione non ricade tra i comuni dell'area geografica a denominazione protetta.

Nel corso dell'operazione sei persone sono state deferite all'Autorità Giudiziaria per frode nell'esercizio del commercio, vendita di prodotti industriali con segni mendaci e contraffazione di indicazioni geografiche o denominazione di origine dei prodotti agroalimentari.

Nell'ultimo mese i Nuclei anti frode dei Carabinieri hanno sequestrato anche 385 tonnellate di pomodori pelati indicati come “San Marzano Dop” e 460 tonnellate di concentrato di pomodoro cinese commercializzato come “Made in Italy" , per un valore complessivo di 600mila euro

Fonte: Carabinieri.it

venerdì 5 novembre 2010

WWF: L’AGONIA DEL MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLE POLITICHE AMBIENTALI IN ITALIA

Dossier WWF fotografa tutti i tagli contro natura del IV Governo Berlusconi.

In tre anni il bilancio del Ministero dell’ambiente subisce un taglio del 60% (nel 2009 venivano destinati a questo dicastero 1,2 miliardi di euro, mentre nel 2011 la disponibilità sarà di circa 514 milioni di euro).

E’ il WWF che denuncia questa situazione di progressiva estinzione delle politiche ambientali del IV Governo Berlusconi in un argomentato dossier, rilevando, tra l’altro, che nel 2011 al Ministero dell’ambiente, che è di gran lunga all’ultimi posto dei dicasteri con portafoglio verrà assegnata una cifra equivalente al costo di una Fregata Multimissione FREM (500 mln).

Il WWF fa notare che anche i dicasteri che intervengono su terreni analoghi a quello del Ministero dell’Ambiente quali Ministero per i beni e le attività culturali e quello delle Politiche agricole subiranno nel triennio 2011-2013 riduzioni di spesa (stabilite dai decreti governativi), che si aggirano però attorno, rispettivamente al 20 e 30%, mantenendo comunque una disponibilità nel 2011 rispettivamente di 1,4 miliardi di euro e di 1,5 miliardi di euro.

“La situazione economico-finanziaria del Ministero dell’Ambiente è unica e drammatica. Le cose sono talmente gravi da mettere in discussione il ruolo stesso di questo dicastero, la possibilità materiale d’incidere nelle politiche, di contare nei contesti internazionale, di guidare ed indirizzare le azioni settoriali d’interesse nazionale anche in ambiti delicati che riguardano la vita delle persone come quelli della difesa suolo e dell’assetto idrogeologico. Occorre al più presto equilibrare la ripartizione dei tagli su tutti i Ministeri in modo che la manovra sia più equa e non vessatoria rispetto al Ministero dell’Ambiente.” commenta il Presidente del WWF, Stefano Leoni.

Nel dossier del WWF si denuncia che proprio con riguardo agli interventi di prevenzione del dissesto idrogeologico mentre nel 2010 c’erano risorse per 175 milioni di euro (per interventi sul rischio idrogeologico e per gli interventi strategici di mitigazione) nel 2011 i fondi destinati a questo scopo, in presenza di un’emergenza che non è mai finita a partire dal disastro di Messina del 2009 per finire con la richiesta di stato di emergenza da parte di 5 Regioni, ammontano a 32,7 milioni di euro con un taglio dell’81%.

Il WWF nel suo dossier denuncia, inoltre, che anche in campi di intervento chiave per la stessa economia del Paese il Governo in carica non propone alcuna misura innovativa rischiando concretamente di perdere il treno dell’economia pulita. Infatti:

1. al momento si attende di capire se verrà riconfermata la detrazione fiscale del 55% per la riqualificazione energetica degli edifici e ci sono solo nel Bilancio 2011 del Ministero dell’Ambiente 30 milioni di euro per interventi per il risparmio energetico, mentre sono scomparsi 50 milioni di stanziamenti per l’efficienza energetica e per gli incentivi finalizzati al risparmio energetico (tutte misure introdotte con la Legge Finanziaria 2007);

2. al momento non c’è un euro sul Fondo rotativo per Kyoto, istituto nel 2007 con una dotazione di 200 mln di euro e a questo titolo ci sono solo 31,7 mln di euro nel 2011 nel Bilancio del Ministero dell’ambiente per l’attuazione della Convenzione sui cambiamenti climatici.

Sottovalutata anche la tutela del nostro patrimonio naturalistico.

Infatti se da una parte il WWF riconosce al Ministero dell’ambiente di essere riuscito a contenere i danni dei tagli ai parchi nazionali del 50% previsti dal Ministro Tremonti, la riduzione in un anno di circa 26 milioni di euro (dai 62 mln circa del 2010 ai 36 mln circa del 2011: -42%) avrà comunque conseguenze sulla capacità di intervento delle aree protette.

E a questo bisogna aggiungere il taglio del 60% (da 89 mln circa a 40 mln) della disponibilità di spesa destinata a “la tutela e conservazione della fauna, salvaguardia della biodiversità e dell’ecosistema marino”. Il WWF si augura che il pressing della Prestigiacomo per le aree protette su Tremonti abbia successo e si trovino almeno quei pochi milioni per fare politiche attive di tutela e valorizzazione della biodiversità a conclusione del 2010 Anno internazionale della biodiversità.

Fonte:WWF

mercoledì 3 novembre 2010

DISSESTO IDROGEOLOGICO, WWF : "5 AZIONI URGENTI PER DIFENDERCI DALLE ALLUVIONI"

La causa principale del diffuso dissesto idrogeologico è la quotidiana “mala gestione” dei fiumi e dei versanti, non tanto il fatto che in poche ore in molte parti d’Italia è caduta l’acqua che sarebbe dovuta cadere in un mese. Le intense piogge di questi giorni non bastano infatti a giustificare il continuo stato di calamità naturale in cui si trova il nostro territorio.

Per risolvere il problema è necessario superare la logica emergenziale d’intervento e per questo il WWF ritiene fondamentale e urgente:

1) Istituire le Autorità di distretto, come previsto dalle direttive europee (dir 2000/60/CE “Acque”, 2007/60/CE “Rischio alluvionale”), conferendo loro un ruolo vincolante per il coordinamento delle misure e degli interventi di difesa del suolo e di qualità delle acque a livello di bacino idrografico;

2) riferirsi al bacino idrografico – e non ai confini amministrativi delle Regioni – per qualsiasi programma di difesa del suolo, manutenzione del territorio e di tutela e gestione delle acque;

3) Ripristinare i finanziamenti ordinari per la difesa del suolo drasticamente tagliati anche nell’ultima finanziaria;

4) Garantire l’interdisciplinarietà nella progettazione delle misure e degli interventi di difesa del suolo: la solo ingegneria idraulica, infatti, è totalmente insufficiente ed è necessario progettare anche con competenze di idrogeologia, ecologia, scienze forestali, pianificazione….

5) Avviare un’azione diffusa di rinaturazione del territorio –come sta avvenendo nei più grandi bacini europei come la Loira, il Reno, il Danubio, la Drava… - basata sul recupero della capacità di ritenzione delle acque in montagna (rimboschimenti, governo delle foreste sostenibile) e sul recupero delle aree di esondazione naturale in pianura (ampliamento delle aree golenali, ripristino e ricostruzione zone umide….)

Queste cinque azioni se portate avanti in modo serio possono contribuire ridurre drasticamente il rischio idraulico in Italia.

Qui i Comuni infatti continuano a costruire o a prevedere urbanizzazioni nelle naturali aree di esondazione dei fiumi togliendo lo spazio vitale alle acque. S’impermeabilizza il territorio e l’alveo dei corsi d’acqua viene ristretto e canalizzato, spesso, fin dalle sorgenti; la vegetazione ripariale, che difende le sponde dall’erosione e rallenta la furia delle acque, viene regolarmente tagliata; i boschi in montagna non sono governati, ma sono abbandonati o sfruttati all’eccesso perdendo l’importante capacità di trattenere le acque nel terreno.

Il WWF Italia quest’anno ha avviato una campagna “Liberafiumi” dalla quale è purtroppo emerso un quadro allarmante: vi sono tratti di fiumi in gran parte canalizzati e tra questi il Lambro e il Seveso che ancora una volta hanno messo in ginocchio interi quartieri di Milano (la città dell’EXPO), piuttosto che l’Oreto in Sicilia, o il Sangro in Abruzzo. Molti corsi d’acqua sono sbarrati o interrotti come l’Agri in Basilicata nel quale in pochi chilometri sono presenti 74 tra briglie e sbarramenti. Ma anche l’Adda, il Tevere e il Po stesso presentano tratti canalizzati anche in zone non urbanizzate, dove il fiume potrebbe espandersi e distribuire la propria energia, evitando di farlo all’interno dei centri abitati. Il Chiese, in Lombardia, ha allagato vari centri abitati, costringendo la popolazione a lasciare le case; ma una delle poche valvole di sfogo di quel fiume è un’Oasi del WWF, la riserva naturale Le Bine (MN) , dove una zona umida posta in un’ampia zona golenale dell’Oglio – poche centinaia di metri a valle dell’entrata del Chiese in Oglio - consente al fiume di espandersi naturalmente e riducendo la forza. Lo stesso avviene in altre due zone gestite dal WWF tra S.Giuliano Milanese e Melegnano, dove il Lambro può trovare un po’ di naturale sfogo e, quindi, a ridurre eventuali danni nei centri abitati che attraversa.

Purtroppo stiamo anche pagando il conflitto tra Stato e Regioni sulle competenze sulla difesa del suolo che paralizza l’applicazione corretta delle direttive europee che dovrebbero garantire sicurezza e tutela delle acque (dir 2000/60/CE “Acque”, 2007/60/CE “Rischio alluvionale”).



Fonte: WWF