Visualizzazione post con etichetta Armi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Armi. Mostra tutti i post

sabato 11 dicembre 2010

SPESE MILITARI BLINDATE

Una risoluzione all'esame della commissione Difesa del Senato impegna il governo a non diminuire le spese di riarmo e a promuovere la propaganda militare.  

La commissione Difesa del Senato discuterà (e forse approverà) lunedì 13 dicembre una risoluzione sul 'Potenziamento delle capacità dell'Unione europea nel settore della sicurezza e della difesa', che impegna il governo italiano, crisi o non crisi, a non diminuire le spese militari per il riarmo e a rafforzare la propaganda militare nella società civile.   

Lo schema di risoluzione presentato dal senatore del Pdl Giuseppe Esposito, impegna l'esecutivo ''a reperire le necessarie risorse affinché i programmi di ammodernamento dello strumento militare non subiscano un rallentamento o, quelli in corso, non siano annullati, così da garantirne il rinnovamento e l'adeguamento tecnologico e per consentire, attraverso un adeguato impegno finanziario, che non ci siano nuovi ulteriori ostacoli sulla via dell'integrazione e della cooperazione''. 

L'altro impegno al quale questa risoluzione vincola il governo è quello di ''promuovere una maggiore cultura popolare di sostegno ed appoggio alle Forze armate, di pubblica sicurezza e di protezione civile, anche attraverso una maggiore consapevolezza delle attività, dei rischi e dell'efficacia degli stessi''. 

''Questa risoluzione - dichiara a PeaceReporter Luca Marco Comellini, segretario del Partito per la tutela dei diritti di militari e forze di polizia (Pdm) - tutela da una parte gli interessi economici di Finmeccanica, che si vede così garantite le sue commesse, e dall'altra i progetti militaristi del ministro La Russa, dalla 'mini naja' alla propaganda nelle scuole. In entrambi i casi stiamo parlando di impegni politici e finanziari che nulla hanno a che vedere con i reali bisogni delle nostre forze armate, che continuano invece a rimanere ignorati''. 

Il senatore Giuseppe Esposito, interpellato da PeaceReporter, non è d'accordo. 
''Questa risoluzione non mira a tutelare gli interessi di un'azienda, bensì quelli del sistema-paese, che in assenza di adeguati investimenti nel settore militare rischia di rimanere tagliato fuori dalla Difesa europea. Per capirci: se l'Eda, l'Agenzia europea per la difesa, stabilisce uno standard tecnologico per certi armamenti comuni, e quelli di fabbricazione italiana non li soddisfano, siamo poi costretti a rifornirci in altri paesi. Si tratta semplicemente di stare al passo con un'importante sfida tecnologica''.  

E sulla propaganda, il senatore campano ammette: ''Forse quel passaggio è stato scritto male'', e precisa che ''si tratta semplicemente di cambiare l'immagine pubblica dei militari, che non devono più essere visti come strumento di guerra, ma come operatori di protezione civile e sicurezza. Insomma, l'intenzione è quella di dissociare i militari dal concetto di 'morte', per associarli a quello di 'aiuto', in linea con le funzioni della difesa comune europea delineate dall'Alto rappresentante per la politica estera e di difesa dell'Unione europea Catherine Ashton''.  

''Mentre si spendono miliardi di euro - ribatte Comellini - per gli F-35 e altri armamenti inutili a unico vantaggio di certe lobby industriali o si pagano 7 milioni di euro solo per riparare i blindati Lince danneggiati sul fronte di guerra afgano, si tagliano gli stipendi del personale militare e i fondi per l'ordinaria amministrazione. Ma non è solo una questione di soldi'', precisa Comellini. ''La propaganda efficentista e ottimista sulle forze armate, nasconde una realtà lavorativa militare fatta di rinunce, sofferenze, frustrazioni e umiliazioni. Una realtà invisibile, censurata, a cui bisogna dare voce: noi del Pdm proveremo a farlo in un libro che si intitolerà 'Cittadini in divisa'.
di Enrico Piovesana



Fonte: PeaceReporter

domenica 5 dicembre 2010

USA, BIMBI A DIGIUNO PER GLI F-35

La Camera dei Rappresentanti blocca il disegno di legge sulle mense gratuite per gli scolari indigenti, mentre si fatica a trovare un accordo sulla riduzione delle commesse per i 2500 F-35.

La nuova maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti si è imposta ancora sul partito di governo bloccando un'altra legge a favore della popolazione indigente. Per mezzo di un manovra procedurale, il Grand Old Party (Gop) ha temporaneamente sbarrato la strada al "Child Nutrition Bill", il disegno di legge che garantisce pasti gratuiti nelle mense scolastiche ai bambini in condizioni economiche svantaggiate. 

La scure dell'austerity non si è fermata neanche di fronte alla necessità di garantire il programma di refezione rivolto agli scolari più poveri. "Ognuno riconosce l'importanza di estendere i programmi per la nutrizione infantile, ma estendere non significa espanderli" questo il commento del deputato repubblicano del Minnesota, John Kline. La manovra, del valore complessivo di 4,5 miliardi di dollari, avrebbe, infatti, coinvolto nel programma 20 milioni di mense scolastiche in più, rispetto a quelle attualmente sovvenzionate in tutto il Paese. Il disegno di legge, fortemente caldeggiato dalla first lady Michelle Obama, avrebbe inoltre aumentato di 6 centesimi di dollaro, il rimborso su ogni pranzo che, ad oggi, costa agli istituti scolastici 2,72 dollari. Senza gli emendamenti proposti, e quindi senza il blocco repubblicano, il disegno avrebbe segnato il primo aumento dei programmi mensa dal 1973. Nulla da fare. Dopo i disoccupati, colpiti ieri dal taglio dei sussidi federali, è stata la volta dei loro figli che, se il progetto dovesse essere definitivamente troncato, potrebbero veder ridursi il diritto a un pasto gratuito a scuola.   

Il piano di risanamento dello Stato, dettato dalla National Commission on Fiscal Responsibility and Reform, un gruppo bipartisan creato dallo stesso presidente Barack Obama per "affrontare le sfide fiscali del Paese", sembra avere fatto presa sui legislatori che, in soli due giorni, hanno evitato che Washington si impegnasse per circa 65 miliardi di dollari, tra i sussidi ai disoccupati e quelli alle mense scolastiche.   

In un rapporto dall'emblematico titolo, "il momento della verità", i 18 membri della commissione consigliano il taglio del deficit pubblico di 3.800 miliardi entro il 2020; la riduzione drastica delle aliquote fiscali; il contenimento dei costi per realizzare il Medicare (programma di assicurazione medica statale ndr) attraverso la condivisione dei costi, la riforma delle negligenze mediche e il prezzo dei farmaci; l'abbassamento della spesa pubblica mediante la riduzione delle dimensioni della forza lavoro federale e, infine, la preservazione della sicurezza sociale e la tutela di anziani e poveri.     

Una direttiva programmatica, questa, che potrebbe non essere rispettata, visto che proprio la fascia più povera della popolazione verrà privata di tutti quei benefits legati alle loro necessità economiche.       

La materia su cui permangono i dubbi sembra invece essere quella delle spese militari. Ancora una volta il governo potrebbe lasciare intatti gli esborsi messi in preventivo per le proprie Forze Armate. In particolare questa volta si considera l'affare degli F-35, i caccia anti-radar, dei quali il Pentagono vorrebbe acquistare ben 2500 esemplari. "È il cuore del futuro trasporto aereo da combattimento tattico per i nostri servizi, per cui l'importanza di questo programma può difficilmente essere sopravvalutata", in questo modo il Segretario della Difesa, Robert Gates, ha fatto capire che se c'è qualcosa a cui si può rinunciare per diminuire il deficit pubblico, questa cosa non è certamente la flotta aerea militare.  Poco importa che per pagare l'intera commessa siaono necessari 382 miliardi di dollari dei 715 miliardi che attualmente costituiscono il budget della Difesa. Per la Commissione deficit l'ideale sarebbe quello di optare per modelli più economici, rinunciando al decollo rapido e all'atterraggio verticale, per le forniture dei Marines e andando a risparmiare 17,6 miliardi di dollari entro il 2015. Riduzioni nette, invece, sono quelle pensate per Aviazione e Marina, che, per il pool di risparmiatori, dovrebbero ottenere solo la metà dei velivoli previsti, salvando 9,5 miliardi di dollari dalle casse del Pentagono. 

A quel punto, però, il problema sarebbe un altro: "Se si riduce l'acquisto a qualche centinaio per l'Air Force la Marina Militare - ha sostenuto Winslow T. Wheeler del Center for Defense Information - pagheremo ben oltre 250 milioni di dollari per ogni copia di questo aereo". 

 E allora, l'unica soluzione possibile per far risparmiare dollari alla Difesa, è quella di attuare un giro di vite sui sussidi ai disoccupati e ai poveri. 

di Antonio Marafioti

Fonte: http://it.peacereporter.net/
Link

lunedì 29 novembre 2010

GLI EFFETTI SOFFOCATI DEL TERREMOTO WIKILEAKS

Un silenzio imbarazzato cala sullo scenario internazionale aperto dalle rivelazioni di Wikileaks. Solo l'Onu fa sentire la sua voce e ricorda agli Usa l'inviolabilità dell'Organizzazione. 

Difficilmente gli effetti del terremoto Wikileaks saranno visibili a occhio nudo, almeno nella parte occidentale dell'emisfero politico.  Tutte le cancellerie europee, tendono a minimizzare i contenuti dei cable - i telegrammi interni della diplomazia statunitense - che li riguardano.  Molti si limitano a commentare con un "niente di così grave, nulla che non si sapesse già a livello interno"; altri - più prudentemente - fanno sapere che "stanno studiando i contenuti delle rivelazioni" (è il caso della Turchia); altri ancora - Russia e Cina in testa - hanno scelto la strada del no comment.      

Al momento l'unica reazione arriva dal Palazzo di Vetro di New York: in seguito alla notizia secondo cui la diplomazia statunitense era stata istruita per raccogliere informazioni sui vertici dell'Onu, compreso il Segretario generale Ban Ki-moon, il portavoce delle Nazioni Unite, Farhan Haq ha rivendicato l'immunità ricordando agli Stati Uniti che l'Onu dovrebbe essere considerata inviolabile. In una dichiarazione divisa in tre punti pubblicata sul quotidiano britannico The Guardian, Farhan Haq afferma:   

1. Le Nazioni Unite non sono nella posizione di poter commentare l'autenticità dei documenti in cui si richiede la raccolta di informazioni sulle attività delle Nazioni Unite e su quelle dei suoi diplomatici (ndr, il Dipartimento di Stato Usa richiedeva la raccolta di dati sensibili quali numeri di carte di credito e rotte aeree frequenti per tracciare i movimenti di diversi ufficiali Onu);       

2. L'Onu è per sua stessa natura un'organizzazione trasparente che considera di fondamentale importanza rendere pubbliche le proprie attività al pubblico e ai paesi membri. Gli ufficiali delle Nazioni Unite si incontrano regolarmente con delegazioni degli Stati membri per aggiornarli sulle attività dell'Organizzazione;     

3. La Carta dell'Onu, l'Headquarters Agreement e la Convenzione del 1946 contengono disposizioni relative ai privilegi e alle immunità dell'Organizzazione. L'Onu confida nel fatto che tutti gli Stati membri aderiscano a queste disposizioni. 

Tra tutte le rivelazioni diffuse dal sito fondato dall'australiano Julian Assange, le disposizioni che riguardano le Nazioni Unite sono forse le uniche veramente imbarazzanti per gli Stati Uniti.  

Ben altre conseguenze potrebbero avere i contenuti dei cable in cui si riportavano le richieste avanzate dal re saudita Abdullah bin Abd al-Aziz di bombardare l'Iran: se da un lato non si dice nulla di nuovo, nel senso che è cosa nota l'insofferenza del mondo arabo conservatore nei confronti dell'Iran, queste dichiarazioni mettono il presidente Mahmoud Ahmadinejad - definito in un altri documenti il novello Hitler (anche qui, nulla di nuovo) - in una posizione di vantaggio dal momento che adesso le carte sono scoperte.          

Sul versante russo, le pesanti dichiarazioni sulla Russia etichettata come "virtualmente, uno stato della mafia" e i giudizi poco lusinghieri sul "maschio alfa" Vladimir Putin, potrebbero lacerare di colpo la meticolosa tela che Barack Obama sta cercando di ricostruire nelle relazioni bilaterali. La stessa ratifica del trattato di disarmo nucleare Start potrebbe cadere nel vuoto.  Per ora - è bene dirlo - si tratta solo di supposizioni e bisogna attendere, leggendo attentamente, le prossime mosse sullo scacchiere. La Russia, nonostante la crescita vertiginosa della Cina, rimane pur sempre la potenza che gli Stati Uniti puntano a marcare stretto. D'altronde anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi - mettendo da parte i giudizi personali sull'inettitudine, le lunghe notti, i festini selvaggi e le incapacità politiche - viene segnalato per la sua "stretta relazione d'amicizia" con il premier russo, per il suo ruolo di "megafono" putiniano in Europa, per gli accordi Eni-Gazprom sul fronte del gasdotto Southstream(concorrente del Nabucco sponsorizzato dagli Usa). E non è un caso, forse, che il Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton chieda all'ambasciata di via Veneto di indagare su possibili "affari privati comuni" tra i due leader che possano in qualche modo influenzare la politica internazionale.       

Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, in queste ore viene indicato da più parti come un irresponsabile, incosciente, criminale e, ovviamente, pericoloso terrorista che usa metodi più efficaci e destabilizzanti del terrorismo tradizionale. Ora che è già stato disegnato come l'uomo dal passato oscuro, spia cinese - forse russa, il nuovo Osama Bin Laden, Assange rischia di non poter mettere più piede in molti paesi del globo, compresa la sua Australia che ha annunciato una possibile incriminazione per le rivelazioni. E secondo molti - lo stesso Assange ne è convinto - ha già un piede nella fossa.
di Nicola Sessa 

Fonte: PeaceReporter

venerdì 19 novembre 2010

DIFENDERSI DAGLI ATTACCHI CIBERNETICI

Al vertice Nato di Lisbona si proporrà di parificare gli attacchi cibernetici a quelli armati. I Paesi membri sono pronti a emendare l'articolo 5 del Trattato.  

"Il Cyber Spazio si è trasformato in un nuovo campo di battaglia e ha acquistato un'importanza simile a quella che hanno terra, mare e aria". Alla Nato sembrano aver tenuto in alta considerazione queste parole, pronunciate a settembre da Carroll Pollett, tenente dell'esercito Usa e direttore dell'Agenzia di Sistemi dell'informazione della Difesa. Tra i punti del nuovo concetto strategico che i Paesi membri dell'Organizzazione del Trattato Nordatlantico discuteranno, da venerdì prossimo, al ventiquattresimo summit Nato di Lisbona, ci sarà anche quello della cyber defence. 

L'inserimento del tema potrebbe non essere solo una dissertazione teorica visto e considerato che sono in molti, dentro e fuori l'organizzazione intergovernativa di difesa, a chiedere che gli attacchi informatici siano parificati a quelli armati. E gli attacchi armati contro una o più parti dell'Organizzazione, in Europa e nell'America settentrionale, vengono considerati, secondo l'articolo 5 del Trattato, un "attacco verso tutte" con la conseguenza che "se tale attacco - riporta l'articolo - dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell'esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall'articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente [...]l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'impiego della forza armata".     
      
Il concetto è chiaro: se attaccano qualcuno dei membri, gli altri correranno in sua, o loro, difesa. Per rafforzare il pilastro della "sicurezza collettiva", ampliandolo agli attacchi cibernetici, i Paesi membri dovranno decidere di emendare il Trattato proprio all'articolo 5.          

Nonostante la sua chiarezza, la disposizione non specifica cosa debba essere considerato attacco armato, lasciando agli Stati la discrezionalità di decidere, volta per volta, quali offensive considerare tali. Dall'anno della sua formulazione, il 1949, l'articolo 5 del Trattato del Nordatlantico, è stato invocato solo una volta: dopo gli attacchi sul World Trade Center, l'11 settembre del 2001. Quello che l'articolo 5 non prevede, perché sessantanni fa era imprevedibile, sono gli attacchi non armati e, nello specifico, quelli cibernetici. 

Attualmente le minacce più concrete di un cyber attacco riguardano gli Stati Uniti che, infatti, sono in prima fila nel gruppo di Paesi che si è detto favorevole a un allargamento dell'articolo 5.  

A settembre il governo di Washington ha sciolto la squadra operativa della rete globali del Dipartimento della Difesa, integrandolo nel nuovo Cybercomando governativo (Cybercom).  

La necessità è quella di prevenire attacchi come quello che la Russia, che non ha mai confermato, sferrò sull' Estonia il 18 maggio 2007 e che gettò nel caos uffici governativi, banche e mezzi d'informazione. Più recentemente, il 23 settembre scorso, Stuxnet, un malware (software maligno ndr), penetrò nei sistemi informatici iraniani facendo temere un attacco cibernetico da parte di qualche potenza nemica


di Antonio Marafioti


Fonte: PeaceReporter

domenica 31 ottobre 2010

I mercenari restano in Afghanistan

Il governo di Kabul ha prorogato la dead-line sul ritiro dei contractor dal Paese. La nuova data dovrebbe essere marzo 2011.

Era solo questione di tempo, e soldi. Entrambi sono serviti al presidente Hamid Karzai per fissare una proroga della dead-line per il disimpegno delle società di sicurezza private in Afghanistan. Il tempo è quello intercorso, in doppia battuta, dal 16 agosto a oggi.

In estate il presidente si impegnò, con un decreto, a espellere tutte le compagnie mercenarie dal Paese, "Ladri di giorno, terroristi di notte" le additò in quell'occasione. Ieri la retromarcia, affidata ad un essenziale comunicato stampa diramato dall'ufficio di presidenza che rende noto come il differimento mira a preservare "i progetti di sviluppo e i programmi finanziati dalla comunità internazionale".

Il cambio di rotta lo si legge nel periodo di mezzo fra agosto e oggi. All'inizio di ottobre tutto sembrava far credere che il governo di Kabul non sarebbe retrocesso di un centimetro dalla propria posizione. Karzai aveva confermato la sua precedente decisione mettendo al bando ben otto compagnie private le quali, in virtù di ciò, avrebbero dovuto lasciare l'Afghanistan entro la fine dell'anno. Contemporaneamente da Washington giungeva notizia che il Dipartimento di Stato, guidato da Hillary Clinton, aveva rinnovato il "Worldwide Protective Services Contract", l'accordo quinquennale da 10 miliardi di dollari a favore delle compagnie di sicurezza private.

Dopo di allora il silenzio e l'imbarazzo di Kabul che tra la risolutezza contro i contractors e la debolezza nei confronti della "comunità internazionale", ha lasciato trascorrere un mese. Un mese per accordare la proroga e per trovare il modo migliore di non perdere la faccia. "Una commissione - ha sostenuto Kabul - stilerà entro il 15 novembre un piano per il disimpegno delle società private di sicurezza nel Paese. Da quella data i contractor avranno novanta giorni di tempo per lasciare l'Afghanistan". Una dilazione voluta dagli altri, le compagnie di sicurezza sono prevalentemente statunitensi e inglesi al servizio di Usa e Nato, ma formalmente attuata dal governo della Repubblica Islamica. Marzo 2011 dovrebbe essere l'ultima data utile per attuare il piano Karzai. L'obiettivo dichiarato è quello di far acquistare maggior autorevolezza alle forze di polizia afghane, attualmente addestrate anche dai mercenari occidentali. Gli stessi pagati da Karzai per accompagnarlo durante il giorno e difendere la sua incolumità.

Il "rais di Kandahar" sembra, pertanto, al centro di due fuochi: quello popolare che, viste le numerose prevaricazioni, vorrebbe i contractor fuori dal Paese, e quello degli Usa che, nonostante le promesse di disimpegno e le denunce del loro operato, continua a ricoprirli di denaro. L'espediente trovato dal governo di Kabul per la deroga è quello della protezione dei progetti di sviluppo. Ma le Organizzazioni non governative, soggetti impegnati in prima linea in tali lavori, continuano a ribadire che "non solo la chiusura delle società private di sicurezza non avrà alcuna implicazione negativa sull'operato delle Ong, ma avrà un impatto positivo dato che ci sarà meno gente armata in giro". Queste le parole di Laurent Sailard, direttore di Acbar, organismo di coordinamento di oltre cento agenzie umanitarie afgane e straniere.

Che il blocco del provvedimento di Karzai sia dettato dalle pressioni dei governi che nei servizi delle società private di sicurezza hanno investito un mare di quattrini, lo si evince anche dalla stessa condanna della Commissione del Senato Usa sui Servizi Armati. In un rapporto di 105 pagine, dal titolo "Inchiesta sul ruolo e la sorveglianza delle imprese di sicurezza privata in Afghanistan", i senatori del pool d'indagine, scrivono diverse volte la parola "Failure", fallimento. Il fallimento, tutto del governo Usa, in una serie di questioni riguardanti l'impiego dei borghesi armati in territorio di guerra: a partire dal loro addestramento, per terminare ai servizi che le agenzie sotto contratto del Pentagono avrebbero subappaltato a individui noti nel giro del terrorismo talebano.

Uno di essi sarebbe, secondo il rapporto, il responsabile della morte di un sottocaporale dei Marines il cui nome viene censurato (si trattava di Joshua H. Birchfield, di 24 anni, ndr). La mattina del 19 febbraio, il militare stava perlustrando il perimetro intorno alla base Barrows nel nordest della provincia di Farah quando, riporta il documento d'indagine, "poco dopo l'alba, la guardia afgana ha iniziato a sparare su i marines che hanno cercato di identificarsi urlando "US Marines" e sparando in aria razzi di segnalazione. Il fuoco si fermò, ma il sottocaporale dei marine Marine caporale rimase ucciso". Le interviste e i rapporti esaminati dal pool inquirente hanno rivelato che le guardie che fecero fuoco erano sotto l'effetto di oppio. "I contraenti di sicurezza - ha sostenuto un testimone - fanno regolarmente uso di droghe sul posto di lavoro". Una circostanza inquietante se si pensa che attualmente in Afghanistan sono presenti 26 mila contractor, una buona percentuale dei quali è assunta fra la popolazione locale, che nessuno addestra sufficientemente.

Intanto, ha chiarito l'indagine, "la Commissione ha scoperto le prove che le società di sicurezza privata incanalano i soldi dei contribuenti statunitensi ai signori della guerra afghani e a uomini forti legati a omicidi, rapimenti, corruzione nonché ai talebani e alle altre attività anti-coalizione". Conclusioni che fanno riflettere sul fatto che, forse, in Afghanistan il primo nemico degli Stati Uniti sono gli Stati Uniti stessi.

 
di Antonio Marafioti
Fonte: PeaceReporter