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martedì 22 maggio 2012

RISERVA BORSACCHIO, WWF: HA VINTO LA VECCHIA POLITICA DEL CEMENTO"

WWF, Italia Nostra e i comitati locali in difesa della Riserva del Borsacchio intervengono nuovamente sulla scellerata scelta, da parte di un manipolo di consiglieri regionali, di tagliare una delle poche aree protette costiere, scampate finora alla cementificazione.

Lo scorso 8 maggio un variegato e trasversale terzetto di consiglieri regionali (Rabbuffo, FLI, Ruffini, PD, e Venturoni, PDL) è riuscito a far votare al Consiglio regionale la riperimetrazione della Riserva del Borsacchio. Sotto la guida del Governatore.

Si è così segnato un punto veramente basso per il nostro territorio, un tempo chiamato regione dei parchi; è stata scelta la strada per tagliare le aree protette e cementificare anche uno dei pochi tratti di litorale teramano rimasti liberi.

La Riserva del Borsacchio dovrebbe tutelare, come specificato nella relazione dei Professori Pirone e Pacioni del Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università degli Studi dell’Aquila, l’ambiente costiero, uno dei più aggrediti d’Abruzzo ed in particolare del teramano. Tra Martinsicuro e Silvi sono ormai pochissime le aree rimaste prive di costruzioni. Le Istituzioni abruzzesi non sono state finora in grado di tutelare la natura del nostro litorale, ad esclusione di piccolissimi tratti che sono sfuggiti alla cementificazione. Tra questi vi è quello della Riserva Naturale del Borsacchio che i consiglieri regionali hanno voluto tagliare.

Il nuovo perimetro, contrariamente a quanto dichiarato, è di 40 ettari inferiore a quello precedente ed ha tagliato vari chilometri di fascia costiera. In particolare:

ha escluso aree di pregio naturalistico, come la Pineta Mazzarosa che è stata tagliata in due (una dentro e l’altra fuori dalla Riserva);

ha escluso aree già interessate da una sentenza di condanna del Tribunale penale di Teramo con ordine di demolizione delle opere abusive realizzate;

ha buttato via 230.000 euro spesi per il Piano di Assetto Naturalistico della Riserva, in quanto sarà necessario procedere alla predisposizione di un nuovo piano, essendo stato modificato il perimetro della Riserva in maniera sostanziale;

ha escluso l’area di foce del Fiume Tordino, che deve essere invece tutelata e salvaguardata;

ha escluso la foce del torrente Borsacchio, col risultato di creare la prima area protetta al mondo che non contiene al suo interno l’oggetto della sua tutela;

ha aperto la strada ad ulteriori modifiche del perimetro della Riserva, poiché accontentando le pretestuose richieste di qualcuno, si è costituito un grave precedente che aprirà necessariamente la strada ad ulteriori concessioni;

è stata depotenziata la tutela che i comuni di Giulianova e Roseto degli Abruzzi avevano contro la ricerca e l’estrazione di idrocarburi, che, come ben noto, sono vietate all’interno delle aree protette e nei tratti di mare prospicienti fino a 12 miglia marine.

Ci sono voluti tre anni di discussione in consiglio regionale per conseguire tale desolante risultato: i consiglieri regionali abruzzesi hanno discusso del taglio della Riserva del Borsacchio più di quanto abbiano fatto sul terremoto de L’Aquila.


La Riserva del Borsacchio, fin dalla sua nascita, è sempre stata al centro dell’attenzione di alcuni consiglieri regionali: il massimo organo regionale, infatti, dalla legge istitutiva del 2005 fino all’ultima legge dello scorso 8 maggio, ha legiferato su questa area protetta ben 5 volte! 

Il tutto con un unico obiettivo: quello di non rendere operativa la Riserva del Borsacchio. Mentre il Consiglio regionale discuteva dove e come tagliare l’area protetta, i Comuni di Giulianova e Roseto degli Abruzzi, nei cui territori è ricompresa la stessa, non hanno fatto nulla di quanto la legge imponeva loro:

non hanno provveduto alla tabellazione dell’area;
non hanno predisposto il piano di sviluppo sociale ed economico dell’area attraverso il progetto pilota di gestione finalizzato all’occupazione di disoccupati ed inoccupati;

non hanno nominato l’organo di gestione;

non hanno fatto approvare il Piano di Assetto Naturalistico della Riserva (PAN).

Su quest’ultimo punto, il Comune di Roseto degli Abruzzi è riuscito solo a far predisporre un Piano di Assetto Naturalistico della Riserva, costato ben 230.000 euro (cifra mai pagata per nessun altro piano delle riserve abruzzesi, quasi cinque volte più delle tariffe ordinarie), contenente la possibilità di realizzare nuovi insediamenti abitativi su una superficie di 50.000 metri quadrati: una previsione assolutamente illegittima ed insensata, tanto che lo stesso Comune non è riuscito a far adottare il PAN in consiglio comunale.
Di fronte all’inerzia delle Amministrazioni dei due Comuni, la Regione Abruzzo, il 27 novembre 2008 ha commissariato le Amministrazioni comunali assegnandone i compiti all’Amministrazione Provinciale di Teramo.

Ma la situazione non è cambiata: dal novembre 2008, la Provincia di Teramo non ha fatto nulla e la Riserva Naturale è rimasta in una situazione di stallo che le ha impedito di diventare, come tante altre aree protette regionali, strumento di sviluppo economico, sociale e turistico oltre che di conservazione ambientale.

Del tutte pretestuose le ragioni che sono state utilizzate per tagliare la Riserva. In maniera strumentale si è anche voluto cavalcare il contratto di quartiere dell’Annunziata nel Comune di Giulianova. Un vero e proprio falso, dato che lo stesso Piano di Assetto Naturalistico, predisposto come detto al costo di 230.00 euro e mai adottato, nelle sue norme tecniche di attuazione ha fatto salvi gli strumenti urbanistici vigenti, citando espressamente il contratto di quartiere dell’Annunziata.

Per realizzare tale contratto di quartiere, invece di riperimetrare la Riserva, sarebbe stato sufficiente approvare il Piano di Assetto Naturalistico, eliminando la parte illegittima che proponeva nuovi insediamenti abitativi su 50.000 metri quadrati di superficie.

In questi giorni, Comitati ed Associazioni stanno valutando tutte le strade per fermare questa legge: sono stati già evidenziati profili di sua incostituzionalità e sarà interessata l’Unione Europea perché il taglio della riserva compromette la tutela del fratino, uccello che nidifica sulla costa e che è protetto come l’aquila reale.

Ma è certo che la riperimetrazione della Riserva non è stata solo una sconfitta degli ambientalisti, ma di tutta la gente abruzzese e dei comuni interessati che vedono il loro territorio sempre più compromesso e che non riescono a salvaguardare neppure le ultime aree non cementificate. 

E questa sconfitta è il risultato della miope azione di una classe politica e dirigente vecchia, capace di vedere l’ambiente solo come luogo da sfruttare e non come occasione di reale sviluppo.



Breve storia dell’area protetta del Borsacchio.

Il Decreto del 27 marzo 1963 del Ministro per la Pubblica Istruzione, di concerto con il Ministro della Marina Mercantile, riconosce che il tratto di territorio che va da Cologna Spiaggia al Borsacchio “ha notevole interesse pubblico perché, costituita da lussureggianti boschetti di pioppo, pini ed altre essenze, con alberi che arrivano in alcuni punti a pochi metri dalla linea di battigia, forma numerosi punti di belvedere aperti al pubblico, a chi percorre la strada n. 16 Adriatica o la ferrovia, dai quali possono godersi meravigliosi e talora estesissimi panorami sul mare, sugli arenili e sui frastagliati profili costieri, così da offrire inoltre un susseguirsi di incantevoli quadri naturali”.

Il successivo Decreto 25 ottobre 1969 del Ministro per la Pubblica Istruzione, di concerto con il Ministro per il Turismo, ha esteso alla collina il vincolo già imposto, attestando che le due zone, fascia costiera e parte collinare, “formano un complesso di punti di belvedere pubblici e di quadri naturali di incomparabile bellezza, interdipendenti fra loro per il concorrere degli stessi punti di vista: dal mare e dalle strade in pianura verso i colli e le alture dell’interno, dalla strada statale e dalla ferrovia verso il mare e le alture suddette e infine da queste ultime e dai loro molti versanti verso la pianura, il mare e il vario andamento della costa e della spiaggia. Tutto concorrente a formare un eccezionale insieme di bellezze panoramiche”.

La legge regionale 8 febbraio 2005 n. 6, al termine di un iter lungo e travagliato, istituisce la Riserva regionale del Borsacchio. 

Con successiva legge 3 maggio 2006 n. 11, la Regione Abruzzo correggee un refuso presente nella legge istitutiva. 

Con legge 9 agosto 2007 n. 27, il Consiglio Regionale approvò un emendamento a firma dei consiglieri regionali Boschetti e Cesaroni, che consentiva, nelle more dell’approvazione del Piano di Assetto Naturalistico, la realizzazione di tutti quegli interventi previsti dagli strumenti urbanistici vigenti e, in particolar modo, di un megavillaggio turistico all’interno della Riserva. 

Con la legge 1° ottobre 2007 n. 34, l’emendamento Boschetti-Cesaroni venne giustamente cancellato ed i confini della Riserva ricevettero la quarta conferma legislativa.


L’8 maggio 2012, dopo quasi 3 anni di discussione, la Riserva regionale del Borsacchio viene riperimetrata. 

lunedì 6 dicembre 2010

REPORT - LA CROCE IN ROSSO

Chi sta sparando sulla Croce Rossa? Ovvero, chi sta svalutando il patrimonio immobiliare hce in decenni è stato donato alla Croce Rossa italiana? Chi sta sperperando, o usando male, i soldi delle donazioni (per Haiti, per l'Abruzzo), i soldi che lo stato ogni anno elargisce a questo ente pubblico, con nomine politiche? Chi sta usando questa associazione che dovrebbe aiutare il prossimo, per fini personali, per tornaconti propri, per assunzioni clientelari alla vigila delle elezioni? 

 Fa male, vedere il servizio della giornalista di Report Sabrina Giannini, perché mostra ancora una volta i due volti del paese: la parte sana, associativa, dei volontari che impiegano parte del proprio tempo libero sulle ambulanze, per la raccolta di fondi e cibo. Le 150000 persone, divisi in comitati locali, che gratuitamente si mettono al servizio degli altri.

E dall'altra parte, i comitati provinciali, regionali e quello centrale in cui invece si assiste ad episodi di assenteismo, come a Bari, poca trasparenza (o assenza) nei bilanci.   Il volontario incazzato, come il signor Scarlino da Livorno, e i commissari a Roma, con stipendi da 200000 euro, che hanno portato i conti dell'ente in rosso, hanno giocato con l'immagine della Croce Rossa per fini politici (ad Haiti, in Iraq, in Abruzzo), hanno assunto persone (nei settori amministrativi, nel settore militare) per non fare nulla. Per arrivare poi al caso ecclatante della Sicilia, col servizio di soccorso messo in piedi dal commissario D'Alcontres, per cui nelle ambulanze han messo macellai, artigiani .. persone assunte in questo carrozzone, la Sise, con l'aiuto dei presidenti di regione Cuffaro e Lombardo.    

Fa male anche vedere come parte del lavoro di assistenza che lo stato non fa, come a Toano, un paese di un migliaio di persone, sulle colline emiliane, lo fanno i volontari: con impegno, con passione, con grandi sacrifici. Allo stato costerebbe circa 1 milione di euro, tra ambulanze, gestione delle chiamate e il resto.   

Eppure, nonostante queste eccellenze, la Croce Rossa italiana è in rosso, non presenta un bilancio dal 2004 e il buco verrà pagato da noi. Di chi la colpa: ogni ex commissario scarica le colpe sui predecessori. Dalla Garavaglia, a Scelli, a Barra. Ognuno di loro ha invece delle colpe: quantomeno il non aver controllato abbastanza. E Scelli, che aveva trovato i conti in ordine, ha lasciato nel 2005 un buco di 60 milioni.  

L'inchiesta ha mostrato casi di assenteismo, di stipendi gonfiati: i 170 milioni annui servono a pagare i 5000 dipendenti assunti, non i 150000 volontari che, come si è visto, si devono pure arrangiare per reperire mezzi, benzina, senza rimborsi.
Le due facce del paese.

Non è solo questo: da Roma accusano i comitati locali di mandare i conti non regolarmente. Peccato che sono solo i comitati provinciali e regionali a prendere uno stipendio: per gli altri, solo adempimenti burocratici. E' stato loro chiesto pure un contributo di solidarietà, che non ha fatto certo piacere ai volontari: con quei soldi si sono sistemate situazione di buco come a Bari.  

Al comitato di Bari anziché lavorare, la gente andava al bar: dopo l'indagine degli investigatori, non sono stati sospesi (un dirigente è stato accompagnato alla pensione, altri sono stati solo allontanati). Chi doveva vigilare non ha vigilato: oltre al danno del mancato lavoro, ci sono stati altri danni materiali: la pasta lasciata scadere in un deposito, una tenda inutilizzata che doveva servire ai volontari (che non ci sono).  

Forse, spiegava la giornalista, qui a Bari la priorità non è stata distribuire la pasta, ma posti di lavoro. Altra stortura i militari nella croce rossa, che non provengono dalle caserme, ma sono addestrati per intervenire nelle emergenze. Non dovrebbero esserci, ma la realtà è che sono stati richiamati e 370 di loro, pure assunti. E mai dismessi. Militari che ad Haiti, ad esempio, non ci sono andati.

La missione di Haiti.

Gli italiani hanno donato alla Croce Rossa 3 milioni di euro: come sono stati impiegati? 

La situazione ad oggi è ancora bloccata, in attesa che qualcuno sblocchi gli appalti (pare che gratis non si faccia nulla).  

La Croce Rossa italiana ha tirato su un campo base per tutta la federazione della Croce Rossa, con una mensa in cui si mangia la pasta, ma solo per gli operatori della CR.

Non per gli haitiani.

Forse saremo rimborsati dalla federazione Svizzera, per questi pasti, o forse anche questo finirà nel dimenticatoio.

Il progetto di accoglienza per i bambini, è ancora in fase di progettazione, per problemi di autorizzazione sui terreni. Eppure Medici Senza Frontiere sta già costruendo un ospedale e ha moltiplicato i presidi.

Ad Haiti, con tanto di telecamere al seguito, è arrivata anche la portaerei Cavour: non riuscendo a sbarcare ad Haiti, ha attraccato nella Repubblica Dominicana.

I feriti sono stati portati sulla nave con elicotteri: in due mesi ci sono state 70 operazioni.

Il costo dell'operazione è stato di 200000 euro/giorno , cioè 15 milioni di euro.

Forse era meglio usare gli aerei cargo per portare lì direttamente gli aiuti.

Lo spiegava bene l'ex commissario Barra: la CR è governativa, dunque terreno per il clientelismo “tutto il potere [politico] ha usato la Croce Rossa, è un riverginimento per il potere”.
Governativo è il commissario, come Scelli (200000 euro anno), come Barra, come Rocca. E come i dirigenti regionali e provinciali. 

E vai allora con gli spot, per far vedere come il governo del fare si da da fare.
Anche nelle missioni internazionali, accanto ai soldati, appare il simbolo della CR italiana: n Iraq abbiamo rischiato l'espulsione.

Dunque, è la politica che fa male all'immagine della CR, ai suoi conti e al suo patrimonio, talvolta abbandonato e mal gestito. La giornalista ha anche raccontato del caso abruzzese, con l'episodio dei pacchi dell'azienda Giostyle, donati ai terremotati e finiti invece ai volontari.  Episodio collegato alle segnalazioni su casi di malagestione dei fondi, da parte del maresciallo Lo Zito nei confronti di Maria Teresa Letta, sorella del sottosegretario. 

Il maresciallo è stato trasferito e in una lettera, la stessa dirigente Letta parla dei conti da sistemare in Abruzzo.

Conti da sistemare anche in Sicilia, dove la CRI sarebbe stata usata come sede di collocamento dalla politica regionale: 3000 persone assunte, per la gestione del 118, in una società inventata per fare gli affari che la CR non poteva fare per statuto, la Sise.

Questo ha portato ad una spesa che è esplosa negli anni: dai 9 milioni l'anno del 2002, agli 87 milioni del 2009, solo per il personale. Perché i presidenti, ad ogni tornata elettorale, hanno fatto la loro campagna assunzioni per dipendenti e nelle ambulanze. Il risultato è stato un danno di immagine, un buco all'erario (che pagheremo noi), personale non qualificato per gestire le emergenze, personale assunto senza la necessità, che è stato pure stabilizzato.  

Il responsabile della CR in Sicilia di quegli anni si chiama D'Alcontres, che dall'ultima busta paga ha percepito uno stipendio lordo di 528000 euro (260000 come commissario).

La Corte dei conti ha citato a giudizio Cuffaro e la giunta regionale. E chi doveva controllare, prima, come mai non è stato segnalato prima alla corte dei conti?  

Una domanda Tremonti e ai fautori dei tagli indiscriminati: dopo il servizio di Report siete ancora dell'idea che sia proprio nella scuola e nell'università che si debba tagliare?
Non è forse vero il contrario, ovvero che ogni volta che la politica si impossessa di qualcosa, la sporca? 

Qui potete trovare la risposta della Croce Rossa italiana a Report.


 
Tratto da: http://unoenessuno.blogspot.com/
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domenica 5 dicembre 2010

USA, BIMBI A DIGIUNO PER GLI F-35

La Camera dei Rappresentanti blocca il disegno di legge sulle mense gratuite per gli scolari indigenti, mentre si fatica a trovare un accordo sulla riduzione delle commesse per i 2500 F-35.

La nuova maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti si è imposta ancora sul partito di governo bloccando un'altra legge a favore della popolazione indigente. Per mezzo di un manovra procedurale, il Grand Old Party (Gop) ha temporaneamente sbarrato la strada al "Child Nutrition Bill", il disegno di legge che garantisce pasti gratuiti nelle mense scolastiche ai bambini in condizioni economiche svantaggiate. 

La scure dell'austerity non si è fermata neanche di fronte alla necessità di garantire il programma di refezione rivolto agli scolari più poveri. "Ognuno riconosce l'importanza di estendere i programmi per la nutrizione infantile, ma estendere non significa espanderli" questo il commento del deputato repubblicano del Minnesota, John Kline. La manovra, del valore complessivo di 4,5 miliardi di dollari, avrebbe, infatti, coinvolto nel programma 20 milioni di mense scolastiche in più, rispetto a quelle attualmente sovvenzionate in tutto il Paese. Il disegno di legge, fortemente caldeggiato dalla first lady Michelle Obama, avrebbe inoltre aumentato di 6 centesimi di dollaro, il rimborso su ogni pranzo che, ad oggi, costa agli istituti scolastici 2,72 dollari. Senza gli emendamenti proposti, e quindi senza il blocco repubblicano, il disegno avrebbe segnato il primo aumento dei programmi mensa dal 1973. Nulla da fare. Dopo i disoccupati, colpiti ieri dal taglio dei sussidi federali, è stata la volta dei loro figli che, se il progetto dovesse essere definitivamente troncato, potrebbero veder ridursi il diritto a un pasto gratuito a scuola.   

Il piano di risanamento dello Stato, dettato dalla National Commission on Fiscal Responsibility and Reform, un gruppo bipartisan creato dallo stesso presidente Barack Obama per "affrontare le sfide fiscali del Paese", sembra avere fatto presa sui legislatori che, in soli due giorni, hanno evitato che Washington si impegnasse per circa 65 miliardi di dollari, tra i sussidi ai disoccupati e quelli alle mense scolastiche.   

In un rapporto dall'emblematico titolo, "il momento della verità", i 18 membri della commissione consigliano il taglio del deficit pubblico di 3.800 miliardi entro il 2020; la riduzione drastica delle aliquote fiscali; il contenimento dei costi per realizzare il Medicare (programma di assicurazione medica statale ndr) attraverso la condivisione dei costi, la riforma delle negligenze mediche e il prezzo dei farmaci; l'abbassamento della spesa pubblica mediante la riduzione delle dimensioni della forza lavoro federale e, infine, la preservazione della sicurezza sociale e la tutela di anziani e poveri.     

Una direttiva programmatica, questa, che potrebbe non essere rispettata, visto che proprio la fascia più povera della popolazione verrà privata di tutti quei benefits legati alle loro necessità economiche.       

La materia su cui permangono i dubbi sembra invece essere quella delle spese militari. Ancora una volta il governo potrebbe lasciare intatti gli esborsi messi in preventivo per le proprie Forze Armate. In particolare questa volta si considera l'affare degli F-35, i caccia anti-radar, dei quali il Pentagono vorrebbe acquistare ben 2500 esemplari. "È il cuore del futuro trasporto aereo da combattimento tattico per i nostri servizi, per cui l'importanza di questo programma può difficilmente essere sopravvalutata", in questo modo il Segretario della Difesa, Robert Gates, ha fatto capire che se c'è qualcosa a cui si può rinunciare per diminuire il deficit pubblico, questa cosa non è certamente la flotta aerea militare.  Poco importa che per pagare l'intera commessa siaono necessari 382 miliardi di dollari dei 715 miliardi che attualmente costituiscono il budget della Difesa. Per la Commissione deficit l'ideale sarebbe quello di optare per modelli più economici, rinunciando al decollo rapido e all'atterraggio verticale, per le forniture dei Marines e andando a risparmiare 17,6 miliardi di dollari entro il 2015. Riduzioni nette, invece, sono quelle pensate per Aviazione e Marina, che, per il pool di risparmiatori, dovrebbero ottenere solo la metà dei velivoli previsti, salvando 9,5 miliardi di dollari dalle casse del Pentagono. 

A quel punto, però, il problema sarebbe un altro: "Se si riduce l'acquisto a qualche centinaio per l'Air Force la Marina Militare - ha sostenuto Winslow T. Wheeler del Center for Defense Information - pagheremo ben oltre 250 milioni di dollari per ogni copia di questo aereo". 

 E allora, l'unica soluzione possibile per far risparmiare dollari alla Difesa, è quella di attuare un giro di vite sui sussidi ai disoccupati e ai poveri. 

di Antonio Marafioti

Fonte: http://it.peacereporter.net/
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mercoledì 1 dicembre 2010

GLI ARTIGLI DELLA FINANZA SUL CLIMA

Elena Gerebizza, specialista di finanza per lo sviluppo per la Campagna per la riforma della Banca Mondiale, spiega a PeaceReporter perchè il protocollo di Kyoto non ha funzionato e quali dovrebbe essere la strada da seguire a Cancun.

"Tenteremo di ottenere un pacchetto equilibrato". Nelle parole di Connie Hedegaard, commissario Ue per il clima, c'è abbastanza realismo per capire che a Cancun le sorprese saranno poche. A stento l'Ue riuscirà a racimolare la quota 2010 per il "fast start": gli aiuti comunitari ai paesi in via di Sviluppo, e i singoli Stati continuano a spingere per un maggiore coinvolgimento della finanza privata. A quanto pare la comunità internazionale potrebbe presto smarcarsi dalla lotta contro il riscaldamento globale e permettere che su di essa continui una speculazione finanziaria vecchia di 15 anni. PeaceReporter ha intervistato Elena Gerebizza, specialista di finanza per lo sviluppo per la Campagna per la riforma della Banca Mondiale.  

A quanto pare la prima notizia uscita dalla giornata inaugurale del vertice, è quella sull'austerity, che da oggi dovrà applicarsi anche alla lotta contro il global warming. 

Per quanto riguarda i cambiamenti climatici si dice già da molto tempo che che non ci sono i fondi. La realtà è che manca ancora, ed è mancata anche l'anno scorso a Copenaghen, la volontà politica di trovare una soluzione accettabile per tutti i governi, sia per quelli dei Paesi sviluppati che quelli in via di sviluppo che poi sono quelli che soffrono di più gli impatti e hanno bisogno dei finanziamenti per fare gli interventi necessari alla loro salvaguardia. 

Il commissario Connie Hedegaard ha sostenuto che si possono raccogliere i 7,2 miliardi di euro per il pacchetto "fast start" ma che mancano ancora 200 milioni per la manovra 2010. Manca l'impegno economico degli Stati?

Attorno alla questione finanziaria si snodano tutte le altre questioni discusse al negoziato. Fino a che non si troverà un accordo su tutte le altre parti, inclusa la riduzione delle emissioni interne, nessuno metterà i soldi sul tavolo. Inoltre, ieri, si è annunciato che si parlerà dopo Cancun del come generare le risorse fiscali necessarie. Questo significa che manca la volontà di affrontare il problema; è vero che servono quantità di denaro mai viste prima, cifre che viaggiano sulle centinaia di miliardi di euro all'anno e che sono più di dieci volte superiori a quelle destinate all'aiuto pubblico allo sviluppo, però non è vero che non è possibile trovare la maniera di generarle, e di farlo da risorse pubbliche. 

Invece c'è chi azzarda con maggiore insistenza la necessità di coinvolgere la finanza privata nella battaglia per il clima. È una strada percorribile?  

Questa è la strada su cui spingono i governi europei, gli Stati Uniti e istituzioni internazionali come la Banca Mondiale. È ancora un quesito irrisolto: quello che, ad oggi, si sa è che il mercato dei crediti di carbonio, che poi viene visto come la principale fonte di finanza privata e come lo strumento che permetterebbe di trovare gli strumenti necessari direttamente sui mercati finanziari, non ha portato ai risultati attesi. Se guardiamo alle riduzioni di emissioni, il risultato è stato negativo, in quanto le emissioni complessive sono aumentate nei quindici anni in cui questo strumento ha iniziato a essere sperimentato e sviluppato. La stessa Banca Mondiale ha ammesso che il Clean Development Mechanism (uno dei due meccanismi flessibili del protocollo di Kyoto) non ha funzionato. Il sistema dovrebbe permettere alle aziende di realizzare progetti al di fuori dei Paesi sviluppati (chiamati annex 1 ndr), e in questa maniera non solo aiutare alla transizione verso un'economia a basse emissioni, ma anche contribuire a raccogliere i finanziamenti necessari a fare questi investimenti.   

Invece cosa è accaduto rispetto alla teoria?  

Si sono visti, e si vedono, sempre più scandali che riguardano vere e proprie frodi riferite a una compravendita di certificati di riduzione delle emissioni che poi non sono reali. Questo è il terreno più interessante e favorevole per tutti quegli investitori che vogliono fare un profitto facile e a breve termine, senza troppe preoccupazioni. Perché è un mercato ancora non regolamentato, le transazioni avvengono bilateralmente, al di fuori delle regole del mercato. Quindi la percorribilità della strada dipende dalla prospettiva degli attori coinvolti e di ciò che si vuole. Se cerchiamo una soluzione sostenibile che contribuisca realmente a risolvere la questione dei cambiamenti climatici, la risposta è no, se invece parliamo dalla prospettiva degli investitori spregiudicati che cercano solo il profitto, allora il mercato si presenta più interessante.        

Cancun potrebbe essere l'occasione per pensare seriamente al post-Kyoto. In questa nuova visione, dovrebbe essere eliminato il meccanismo dei crediti di carbonio? 

Sicuramente Cancun deve essere il luogo dove si raggiungerà un accordo sulla seconda fase dell'implementazione del protocollo di Kyoto e speriamo sia anche un momento nel quale si faccia un passo in avanti anche sull'accordo globale che i governi stanno cercando di raggiungere da un po'. La critica della società civile sui meccanismi flessibili, introdotti nel protocollo di Kyoto, è molto forte, quindi se da un lato anche le organizzazioni e la parte più radicale della società civile credono che si debba passare a una seconda fase di implementazione, la richiesta è anche che vengano tolti i meccanismi flessibili, proprio perché non hanno portato a un valore aggiunto, sia rispetto ai finanziamenti, che rispetto alla riduzione di emissioni. Inoltre, sempre più progetti collegati al mercato dei crediti di carbonio, come quello sulle foreste, hanno portato a violazioni di diritti umani. Le comunità indigene non sono mai state consultate. Non sono progetti pensati per migliorare la qualità della vita di chi vive sul territorio dove vengono realizzati, ma solamente per creare sulla carta queste riduzioni di emissioni che, poi, vengono comprate e vendute un numero infinito di volte sui mercati finanziari a puri fini speculativi.
di Antonio Marafioti

Fonte: PeaceReporter
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martedì 30 novembre 2010

MONTENEGRO, TUTTI GLI AFFARI DEL PRESIDENTE

Siglato l'accordo per l'elettrodotto con l'Abruzzo, nonostante le ombre su Djukanovic. 

Il pubblico ministero Gennaro Varone, della Procura di Pescara, ha aperto un'inchiesta per vederci chiaro sul mega affare del cavo che porterà energia elettrica dal Montenegro in Italia. In Abruzzo, per la precisione. Non ci sono indagati, ma questa è una storia che non finirà presto.  

La firma posta ieri dal ministro dello Sviluppo Paolo Romani è solo l'ultima tappa di una lunga vicenda iniziata nel 2007. Secondo l'accordo con il governo del Montenegro, un nuovo elettrodotto porterà - a partire dal 2015 - fino a mille megawatt di elettricità in Italia, garantendo alle casse di Roma un risparmio sulla bolletta nazionale fino a 225 milioni di euro all'anno. La parte italiana del consorzio è rappresentata da Terna (con 760 milioni di euro), mentre quella montenegrina da CrnoGorski Elektroprenisni Sistem Ad - Cges (con cento milioni di euro) e con il governo montenegrino in qualità di garante. I lavori partiranno nel 2011 e la lunghezza finale dell'elettrodotto sarà di 415 chilometri. Di questi, 390 saranno sottomarini e a impatto zero - secondo i costruttori - mentre i restanti 25 chilometri in superficie, 15 chilometri in Abruzzo, 10 in Montenegro. Quei quindici chilometri sono il primo problema: secondo gli ambientalisti abruzzesi passerà nel cuore del parco nazionale della Maiella, deturpandolo.  

Le polemiche non finiscono qui. A Pescara è nato subito un comitato che si oppone all'opera, ritenendola inutile. I consiglieri comunali dell'opposizione di centrosinistra, spalleggiati da quelli vicini a Fini e da alcune liste civiche, chiedono al sindaco di Pescara e al presidente della Regione Abruzzo di revocare la delibera che, il 3 novembre scorso, ha dato il via libera al protocollo d'intesa con la Terna per l'elettrodotto. La decisione, infatti, non è passata dall'aula del consiglio comunale come previsto dalla legge, ma è stata approvata quasi in segreto. La somma fissata a titolo di compensazione per il territorio è di quattro milioni e 500mila euro. Cifra fissata, secondo le opposizioni, in modo del tutto arbitrario.   L'amministratore delegato di Terna, però, è quel Flavio Cattaneo, già direttore generale della Rai dal 2003 al 2005, molto vicino al premier italiano Berlusconi. Cattaneo promette che il cantiere darà lavoro ad almeno sessanta imprese locali, mentre a regime creerà non meno di duecento posti di lavoro.         

Questo è da verificare, intanto Terna (e Cattaneo) portano a casa un bel colpo. Visto che l'elettrodotto è solo il primo passo di un accordo quadro più ampio tra l'Italia e il Montenegro. La stessa Terna acquisisce il 22 percento della Cges. L'Italferr costruirà la strada ferrata tra Belgrado e Bar, porto montenegrino, l'Enel costruirà una centrale idroelettricha e l'A2A - azienda quotata in Borsa e nata dalla fusione tra le municipalizzate dei comuni della Lombardia - ben quattro. La stessa A2A, considerata uno dei forzieri della Lega Nord e del partito di Berlusconi, si è garantita un posto in prima fila nello smaltimento dei rifiuti nella ex repubblica jugoslava e acquisisce il 43 percento della società energetica pubblica del Montenegro Elektroprivreda.        

Questo è un altro dei passaggi di questa relazione pericolosa tra Podgorica e Roma.
  
Dei 450 milioni italiani investiti nella privatizzazione di Elektroprivreda, una parte, almeno 300, sono stati versati sui conti della Prva Banka, colosso bancario controllato dal fratello del premier del Montenegro, Aco Djukanovic. Nella banca possiede azioni lo stesso primo ministro, Milo Djukanovic e sua sorella Ana. L'istituto è stato salvato dal crack, nel 2008, con una mega finanziamento del governo. L'opposizione in Montenegro è furibonda e parla di operazione "affrettata e poco trasparente", sponsorizzata da Berlusconi e messa in piedi per favorire il potente clan Djukanovic.    

Milo Djukanovic, se si esclude qualche presidente di alcune ex repubbliche sovietiche, è l'unico leader al mondo a essere totalmente identificabile con lo Stato. Poco più che 50enne, si affaccia nelle stanza che contanto della Lega dei Comunisti in Montenegro alla fine degli anni Ottanta. Economista di formazione, diviene delfino dell'allora presidente Momir Bulatovic, con il quale condivide la linea della federazione con la Serbia qualunque cosa accada. Invece, dopo la guerra, emargina Bulatovic e ne prende il posto, diventando un nemico giurato di Milosevic. Almeno sulla carta, perché invece attraverso il trafficante serbo Stanko Subotic intrattiene lucrosi affari con il vecchio presidente serbo, morto in cella all'Aja nel 2006. Proprio in quell'anno, Djukanovic guida la separazione del Montenegro dalla Serbia, uscendo dalla Federazione e regalando l'indipendenza al suo Paese. Nello stesso periodo, però, le procure di Bari e Napoli indagano e individuano in lui il boss del racket delle sigarette di contrabbando. Nel 2005 viene spiccato addirittura un mandato di arresto nei suoi confronti, ma la carica istituzionale lo mette al sicuro dalla galera. 

Il New York Times, a metà agosto, pubblica un'inchiesta dove Djukanovic viene descritto come un affarista senza scrupoli, che gestisce il Paese a uso e consumo del suo clan. Lui nega, come respinge con disprezzo il rapporto di Reporter senza Frontiere 2010 che pone il Montenegro al 104° posto nella lista della libertà di stampa. Secondo Rsf, Djukanovic e i suoi hanno fatto chiudere la bocca ai quotidiani di opposizione Dan e Vjiesti e al settimanale Monitor minacciando multe esorbitanti (fino a 13 milioni di euro) per ''danni morali'' al premier e alla sua famiglia. Il direttore di Dan, Dusko Jovanovic, è stato assassinato a maggio 2004 e il suo omicidio è ancora irrisolto.   

Trasparency International, ong che si occupa di corruzione nel mondo, da un giudizio pessimo del Paese, che pure attira miliardi di euro di investimenti stranieri grazie alla tassazione al nove per cento di tasse e a controlli poco limpidi. Come dimostrano i capitali russi di dubbia provenienza con i quali è stata cementificata la costa e sono stati avviati i cantieri dei porti turistici extralusso. 

Per tutti questi motivi è per lo meno discutibile il rapporto che la politica italiana ha con Djukanovic. Da dire che il primo accordo con il governo di Podgorica per l'elettrodotto porta la firma, nel 2007, dell'allora ministro per lo Sviluppo Economico Pier Luigi Bersani, attuale leader dellopposizione. Gli accordi chiave, però, li ha firmati il ministro Scajola prima e il ministro Romani adesso. Nel mezzo la visita a Podgorica di Berlusconi, accolto come un idolo, che ha pubblicamente espresso la sua amicizia e la sua stima per Djukanovic. Adesso la procura di Pescara indaga, ma le acque dell'Adriatico sembrano un po' più torbide.
di Christian Elia

Fonte: PeaceReporter
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lunedì 29 novembre 2010

GLI EFFETTI SOFFOCATI DEL TERREMOTO WIKILEAKS

Un silenzio imbarazzato cala sullo scenario internazionale aperto dalle rivelazioni di Wikileaks. Solo l'Onu fa sentire la sua voce e ricorda agli Usa l'inviolabilità dell'Organizzazione. 

Difficilmente gli effetti del terremoto Wikileaks saranno visibili a occhio nudo, almeno nella parte occidentale dell'emisfero politico.  Tutte le cancellerie europee, tendono a minimizzare i contenuti dei cable - i telegrammi interni della diplomazia statunitense - che li riguardano.  Molti si limitano a commentare con un "niente di così grave, nulla che non si sapesse già a livello interno"; altri - più prudentemente - fanno sapere che "stanno studiando i contenuti delle rivelazioni" (è il caso della Turchia); altri ancora - Russia e Cina in testa - hanno scelto la strada del no comment.      

Al momento l'unica reazione arriva dal Palazzo di Vetro di New York: in seguito alla notizia secondo cui la diplomazia statunitense era stata istruita per raccogliere informazioni sui vertici dell'Onu, compreso il Segretario generale Ban Ki-moon, il portavoce delle Nazioni Unite, Farhan Haq ha rivendicato l'immunità ricordando agli Stati Uniti che l'Onu dovrebbe essere considerata inviolabile. In una dichiarazione divisa in tre punti pubblicata sul quotidiano britannico The Guardian, Farhan Haq afferma:   

1. Le Nazioni Unite non sono nella posizione di poter commentare l'autenticità dei documenti in cui si richiede la raccolta di informazioni sulle attività delle Nazioni Unite e su quelle dei suoi diplomatici (ndr, il Dipartimento di Stato Usa richiedeva la raccolta di dati sensibili quali numeri di carte di credito e rotte aeree frequenti per tracciare i movimenti di diversi ufficiali Onu);       

2. L'Onu è per sua stessa natura un'organizzazione trasparente che considera di fondamentale importanza rendere pubbliche le proprie attività al pubblico e ai paesi membri. Gli ufficiali delle Nazioni Unite si incontrano regolarmente con delegazioni degli Stati membri per aggiornarli sulle attività dell'Organizzazione;     

3. La Carta dell'Onu, l'Headquarters Agreement e la Convenzione del 1946 contengono disposizioni relative ai privilegi e alle immunità dell'Organizzazione. L'Onu confida nel fatto che tutti gli Stati membri aderiscano a queste disposizioni. 

Tra tutte le rivelazioni diffuse dal sito fondato dall'australiano Julian Assange, le disposizioni che riguardano le Nazioni Unite sono forse le uniche veramente imbarazzanti per gli Stati Uniti.  

Ben altre conseguenze potrebbero avere i contenuti dei cable in cui si riportavano le richieste avanzate dal re saudita Abdullah bin Abd al-Aziz di bombardare l'Iran: se da un lato non si dice nulla di nuovo, nel senso che è cosa nota l'insofferenza del mondo arabo conservatore nei confronti dell'Iran, queste dichiarazioni mettono il presidente Mahmoud Ahmadinejad - definito in un altri documenti il novello Hitler (anche qui, nulla di nuovo) - in una posizione di vantaggio dal momento che adesso le carte sono scoperte.          

Sul versante russo, le pesanti dichiarazioni sulla Russia etichettata come "virtualmente, uno stato della mafia" e i giudizi poco lusinghieri sul "maschio alfa" Vladimir Putin, potrebbero lacerare di colpo la meticolosa tela che Barack Obama sta cercando di ricostruire nelle relazioni bilaterali. La stessa ratifica del trattato di disarmo nucleare Start potrebbe cadere nel vuoto.  Per ora - è bene dirlo - si tratta solo di supposizioni e bisogna attendere, leggendo attentamente, le prossime mosse sullo scacchiere. La Russia, nonostante la crescita vertiginosa della Cina, rimane pur sempre la potenza che gli Stati Uniti puntano a marcare stretto. D'altronde anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi - mettendo da parte i giudizi personali sull'inettitudine, le lunghe notti, i festini selvaggi e le incapacità politiche - viene segnalato per la sua "stretta relazione d'amicizia" con il premier russo, per il suo ruolo di "megafono" putiniano in Europa, per gli accordi Eni-Gazprom sul fronte del gasdotto Southstream(concorrente del Nabucco sponsorizzato dagli Usa). E non è un caso, forse, che il Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton chieda all'ambasciata di via Veneto di indagare su possibili "affari privati comuni" tra i due leader che possano in qualche modo influenzare la politica internazionale.       

Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, in queste ore viene indicato da più parti come un irresponsabile, incosciente, criminale e, ovviamente, pericoloso terrorista che usa metodi più efficaci e destabilizzanti del terrorismo tradizionale. Ora che è già stato disegnato come l'uomo dal passato oscuro, spia cinese - forse russa, il nuovo Osama Bin Laden, Assange rischia di non poter mettere più piede in molti paesi del globo, compresa la sua Australia che ha annunciato una possibile incriminazione per le rivelazioni. E secondo molti - lo stesso Assange ne è convinto - ha già un piede nella fossa.
di Nicola Sessa 

Fonte: PeaceReporter

venerdì 19 novembre 2010

DIFENDERSI DAGLI ATTACCHI CIBERNETICI

Al vertice Nato di Lisbona si proporrà di parificare gli attacchi cibernetici a quelli armati. I Paesi membri sono pronti a emendare l'articolo 5 del Trattato.  

"Il Cyber Spazio si è trasformato in un nuovo campo di battaglia e ha acquistato un'importanza simile a quella che hanno terra, mare e aria". Alla Nato sembrano aver tenuto in alta considerazione queste parole, pronunciate a settembre da Carroll Pollett, tenente dell'esercito Usa e direttore dell'Agenzia di Sistemi dell'informazione della Difesa. Tra i punti del nuovo concetto strategico che i Paesi membri dell'Organizzazione del Trattato Nordatlantico discuteranno, da venerdì prossimo, al ventiquattresimo summit Nato di Lisbona, ci sarà anche quello della cyber defence. 

L'inserimento del tema potrebbe non essere solo una dissertazione teorica visto e considerato che sono in molti, dentro e fuori l'organizzazione intergovernativa di difesa, a chiedere che gli attacchi informatici siano parificati a quelli armati. E gli attacchi armati contro una o più parti dell'Organizzazione, in Europa e nell'America settentrionale, vengono considerati, secondo l'articolo 5 del Trattato, un "attacco verso tutte" con la conseguenza che "se tale attacco - riporta l'articolo - dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell'esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall'articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente [...]l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'impiego della forza armata".     
      
Il concetto è chiaro: se attaccano qualcuno dei membri, gli altri correranno in sua, o loro, difesa. Per rafforzare il pilastro della "sicurezza collettiva", ampliandolo agli attacchi cibernetici, i Paesi membri dovranno decidere di emendare il Trattato proprio all'articolo 5.          

Nonostante la sua chiarezza, la disposizione non specifica cosa debba essere considerato attacco armato, lasciando agli Stati la discrezionalità di decidere, volta per volta, quali offensive considerare tali. Dall'anno della sua formulazione, il 1949, l'articolo 5 del Trattato del Nordatlantico, è stato invocato solo una volta: dopo gli attacchi sul World Trade Center, l'11 settembre del 2001. Quello che l'articolo 5 non prevede, perché sessantanni fa era imprevedibile, sono gli attacchi non armati e, nello specifico, quelli cibernetici. 

Attualmente le minacce più concrete di un cyber attacco riguardano gli Stati Uniti che, infatti, sono in prima fila nel gruppo di Paesi che si è detto favorevole a un allargamento dell'articolo 5.  

A settembre il governo di Washington ha sciolto la squadra operativa della rete globali del Dipartimento della Difesa, integrandolo nel nuovo Cybercomando governativo (Cybercom).  

La necessità è quella di prevenire attacchi come quello che la Russia, che non ha mai confermato, sferrò sull' Estonia il 18 maggio 2007 e che gettò nel caos uffici governativi, banche e mezzi d'informazione. Più recentemente, il 23 settembre scorso, Stuxnet, un malware (software maligno ndr), penetrò nei sistemi informatici iraniani facendo temere un attacco cibernetico da parte di qualche potenza nemica


di Antonio Marafioti


Fonte: PeaceReporter

domenica 31 ottobre 2010

I mercenari restano in Afghanistan

Il governo di Kabul ha prorogato la dead-line sul ritiro dei contractor dal Paese. La nuova data dovrebbe essere marzo 2011.

Era solo questione di tempo, e soldi. Entrambi sono serviti al presidente Hamid Karzai per fissare una proroga della dead-line per il disimpegno delle società di sicurezza private in Afghanistan. Il tempo è quello intercorso, in doppia battuta, dal 16 agosto a oggi.

In estate il presidente si impegnò, con un decreto, a espellere tutte le compagnie mercenarie dal Paese, "Ladri di giorno, terroristi di notte" le additò in quell'occasione. Ieri la retromarcia, affidata ad un essenziale comunicato stampa diramato dall'ufficio di presidenza che rende noto come il differimento mira a preservare "i progetti di sviluppo e i programmi finanziati dalla comunità internazionale".

Il cambio di rotta lo si legge nel periodo di mezzo fra agosto e oggi. All'inizio di ottobre tutto sembrava far credere che il governo di Kabul non sarebbe retrocesso di un centimetro dalla propria posizione. Karzai aveva confermato la sua precedente decisione mettendo al bando ben otto compagnie private le quali, in virtù di ciò, avrebbero dovuto lasciare l'Afghanistan entro la fine dell'anno. Contemporaneamente da Washington giungeva notizia che il Dipartimento di Stato, guidato da Hillary Clinton, aveva rinnovato il "Worldwide Protective Services Contract", l'accordo quinquennale da 10 miliardi di dollari a favore delle compagnie di sicurezza private.

Dopo di allora il silenzio e l'imbarazzo di Kabul che tra la risolutezza contro i contractors e la debolezza nei confronti della "comunità internazionale", ha lasciato trascorrere un mese. Un mese per accordare la proroga e per trovare il modo migliore di non perdere la faccia. "Una commissione - ha sostenuto Kabul - stilerà entro il 15 novembre un piano per il disimpegno delle società private di sicurezza nel Paese. Da quella data i contractor avranno novanta giorni di tempo per lasciare l'Afghanistan". Una dilazione voluta dagli altri, le compagnie di sicurezza sono prevalentemente statunitensi e inglesi al servizio di Usa e Nato, ma formalmente attuata dal governo della Repubblica Islamica. Marzo 2011 dovrebbe essere l'ultima data utile per attuare il piano Karzai. L'obiettivo dichiarato è quello di far acquistare maggior autorevolezza alle forze di polizia afghane, attualmente addestrate anche dai mercenari occidentali. Gli stessi pagati da Karzai per accompagnarlo durante il giorno e difendere la sua incolumità.

Il "rais di Kandahar" sembra, pertanto, al centro di due fuochi: quello popolare che, viste le numerose prevaricazioni, vorrebbe i contractor fuori dal Paese, e quello degli Usa che, nonostante le promesse di disimpegno e le denunce del loro operato, continua a ricoprirli di denaro. L'espediente trovato dal governo di Kabul per la deroga è quello della protezione dei progetti di sviluppo. Ma le Organizzazioni non governative, soggetti impegnati in prima linea in tali lavori, continuano a ribadire che "non solo la chiusura delle società private di sicurezza non avrà alcuna implicazione negativa sull'operato delle Ong, ma avrà un impatto positivo dato che ci sarà meno gente armata in giro". Queste le parole di Laurent Sailard, direttore di Acbar, organismo di coordinamento di oltre cento agenzie umanitarie afgane e straniere.

Che il blocco del provvedimento di Karzai sia dettato dalle pressioni dei governi che nei servizi delle società private di sicurezza hanno investito un mare di quattrini, lo si evince anche dalla stessa condanna della Commissione del Senato Usa sui Servizi Armati. In un rapporto di 105 pagine, dal titolo "Inchiesta sul ruolo e la sorveglianza delle imprese di sicurezza privata in Afghanistan", i senatori del pool d'indagine, scrivono diverse volte la parola "Failure", fallimento. Il fallimento, tutto del governo Usa, in una serie di questioni riguardanti l'impiego dei borghesi armati in territorio di guerra: a partire dal loro addestramento, per terminare ai servizi che le agenzie sotto contratto del Pentagono avrebbero subappaltato a individui noti nel giro del terrorismo talebano.

Uno di essi sarebbe, secondo il rapporto, il responsabile della morte di un sottocaporale dei Marines il cui nome viene censurato (si trattava di Joshua H. Birchfield, di 24 anni, ndr). La mattina del 19 febbraio, il militare stava perlustrando il perimetro intorno alla base Barrows nel nordest della provincia di Farah quando, riporta il documento d'indagine, "poco dopo l'alba, la guardia afgana ha iniziato a sparare su i marines che hanno cercato di identificarsi urlando "US Marines" e sparando in aria razzi di segnalazione. Il fuoco si fermò, ma il sottocaporale dei marine Marine caporale rimase ucciso". Le interviste e i rapporti esaminati dal pool inquirente hanno rivelato che le guardie che fecero fuoco erano sotto l'effetto di oppio. "I contraenti di sicurezza - ha sostenuto un testimone - fanno regolarmente uso di droghe sul posto di lavoro". Una circostanza inquietante se si pensa che attualmente in Afghanistan sono presenti 26 mila contractor, una buona percentuale dei quali è assunta fra la popolazione locale, che nessuno addestra sufficientemente.

Intanto, ha chiarito l'indagine, "la Commissione ha scoperto le prove che le società di sicurezza privata incanalano i soldi dei contribuenti statunitensi ai signori della guerra afghani e a uomini forti legati a omicidi, rapimenti, corruzione nonché ai talebani e alle altre attività anti-coalizione". Conclusioni che fanno riflettere sul fatto che, forse, in Afghanistan il primo nemico degli Stati Uniti sono gli Stati Uniti stessi.

 
di Antonio Marafioti
Fonte: PeaceReporter

Italia, appello per gli imputati della manifestazione pacifista di Firenze del 1999

Dopo gli scontri davanti all'ambasciata statunitense tredici persone furono condannate a sette anni di carcere. Ora il secondo grado

Un appello in favore dei pacifisti condannati per i disordini di Firenze del 1999 è disponibile on line per esprime la propria solidarietà verso gli imputati. Tra i primi firmatari: Alessandro Santoro, Andrea Satta, Angela Staude Terzani, Enzo Mazzi, Folco Terzani, Luigi Ciotti, Ornella De Zordo, Marco Vichi, Sandro Veronesi, Sergio Staino, Simona Baldanzi, Maso Notarianni e Gino Strada.

Il 13 maggio 1999 un gruppo di manifestanti si ritrovò per le strade di Firenze per protestare contro la guerra in Jugoslavia. Il corteo arrivò fin sotto l'ambasciata statunitense dove la polizia presidiava la zona. Ne seguirono una serie di tafferugli di lieve entità. Dieci anni dopo, il 5 novembre 2010, inizierà il processo di appello per tredici manifestanti ritenuti colpevoli di resistenza aggravata a pubblico ufficiale.

"Nessuno, sul momento, fu fermato o arrestato, ma in seguito vi furono identificazioni e denunce", si legge nell'appello. "Si è arrivati così alle condanne di primo grado, molto pesanti per i 13 imputati: ben sette anni, per le accuse di resistenza aggravata a pubblico ufficiale". Le pene inflitte sembrano sproporzionate alla realtà dei fatti. Alcuni manifestanti rimasero contusi mentre una donna si dovette operare ad un occhio.

"Non intendiamo sindacare le procedure legali, né esprimere giudizi tecnico-giuridici sulla sentenza, ma ci pare che le pene inflitte in primo grado e le loro conseguenze sulla vita delle persone imputate, siano del tutto sproporzionate rispetto alla reale portata dei fatti", si legge ancora. Secondo i promotori la sentenza è soprattutto politica. "Perciò esprimiamo la nostra pubblica preoccupazione in vista del processo d'appello, convinti come siamo che la giustizia non possa mai essere sinonimo di vendetta e nemmeno strumento per mandare messaggi "esemplari" a chicchessia.

L'appello si conclude con una richiesta di sottoscrizione per salvaguardare la democrazia e la giustizia. "Questa non è una storia che riguarda solo 13 persone imputate, ma un passaggio significativo per la vita cittadina e per il senso di parole e concetti che ci sono cari, come democrazia, giustizia, equità."



Fonte: PeaceReporter