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venerdì 10 dicembre 2010

AFGHANISTAN: BAMBINI SCAPPANO DA UNA MORTE CERTA E SI RIFUGIANO IN EUROPA.

"Viaggiatori invisibili": così si intitola il dossier presentato in occasione della Giornata mondiale dei diritti dell’uomo dalla Fondazione L’Albero della Vita che rivela allarmanti cifre sul fenomeno dei minori afghani in fuga da un paese tormentato da oltre un trentennio di guerre che si rifugiano in Europa. 

Nel 2009 sono stati oltre 5.900 i minori afghani che hanno cercato rifugio in Europa, contro i 3.380 del 2008. Sul totale dei minori richiedenti asilo nel Vecchio continente, il 45% proveniva dall’Afganistan. In Italia nel 2008 hanno fatto richiesta d’asilo 429 minori afghani non accompagnati da genitori o parenti, una cifra pari al 50% di tutti i minorenni richiedenti asilo nel nostro Paese.  
Sono solo alcune delle allarmanti cifre denunciate nel dossier “Viaggiatori Invisibili”, presentato in occasione della Giornata mondiale dei diritti dell’uomo dalla Fondazione L’Albero della Vita, Onlus impegnata da oltre 13 anni sul delicato fronte del disagio minorile, e dedicato al fenomeno dei minori profughi afghani non accompagnati, in fuga da un paese tormentato da oltre un trentennio di guerre.

In Afganistan nel 2009 oltre 1.050 bambini sono rimasti uccisi dalla guerra e circa 200 mila sono rimasti feriti o disabili permanenti. L’Afganistan è il secondo paese al mondo per tasso di mortalità infantile: ben 199 bambini su mille muoiono prima di compiere 5 anni.

“Ogni anno in Europa – afferma il Direttore Generale de L’Albero della Vita Maurizio Montesano – arrivano migliaia di ragazzi afghani, molti dei quali passano per il nostro Paese: un intero popolo di minori in movimento a cui non può essere negato l’inalienabile diritto a una vita migliore. È’ sempre più necessario definire ed attuare in tempi rapidi un sistema comune di asilo europeo, ricordando come già nel 2008 la Commissione Europea abbia pubblicato la Comunicazione Piano strategico sull’asilo”.

In Italia, dove nell’ultimo biennio il numero dei minori afghani richiedenti asilo è aumentato di oltre il 155%, i giovani profughi non accompagnati sono per lo più maschi di età compresa tra i 15 e i 17 anni. La loro presenza è diffusa in tutta la penisola, con prevalenza nell’Italia centrale, in particolare nelle Marche dove rappresentano l’83% dei minori stranieri richiedenti asilo, e nel Lazio (82% circa). Al terzo posto per presenze (70%) il Friuli Venezia Giulia, l’Emilia-Romagna e la Puglia.

Numeri significativi, destinati a crescere se alle presenze “ufficiali” si aggiungono, soprattutto nelle città metropolitane, i minori non accompagnati che risiedono, senza registrazione, in attesa di spostarsi altrove: si tratta dei cosiddetti “viaggiatori invisibili”, giovani profughi afgani che approdano in Italia dopo lunghi e pericolosi viaggi attraverso la Turchia e la Grecia. Non ci sono numeri certi, ma si può parlare senza dubbio di diverse centinaia di minori transitati nel corso di un anno.

L’Italia rappresenta un paese di transito per la maggioranza dei minori afghani non accompagnati, che arrivati dalla Grecia nascosti in camion o container, sbarcano soprattutto nei porti di Bari, Ancona e Venezia, da dove cercano di raggiungere Roma per incontrare altri connazionali e trovare informazioni sulle tappe successive del viaggio.

Nella grande maggioranza dei casi, circa i due terzi, sono i famigliari (padre, madre o lo zio materno) a spingere i ragazzi a partire. La principale motivazione di una decisione spesso condivisa e sempre sofferta è la necessità di lasciare un contesto di grave rischio e disagio, dove i diritti fondamentali dei minori (dall’istruzione alle cure sanitarie) sono sistematicamente violati.

Ma anche il lungo viaggio e la permanenza in Europa comportano gravi rischi per i ragazzi migranti, che in balia dei trafficanti sono sottoposti durante il viaggio a condizioni inumane: dai lunghissimi tragitti sul fondo dei camion a estenuanti marce in montagna, dove i più deboli vengono addirittura lasciati morire lungo il percorso per non rallentare il cammino.

Al trauma della separazione dai famigliari si aggiungono i pericoli legati al traffico di minori a scopo di sfruttamento lavorativo, accattonaggio e prostituzione. Le reti dei trafficanti attivi in Afghanistan sono coinvolte anche nel trasporto di minori afghani verso l’Europa.


lunedì 22 novembre 2010

BLACKWA(TE)R: LA GUERRA SPORCA DEI CONTRACTORS IN AFGHANISTAN

In seguito all'annuncio di Hillary Clinton di rinnovare i contratti con le security agencies presenti in Afghanistan, il governo Karzai si è visto costretto a rimandarne la messa al bando dal paese. La Blackwater cambia il nome (ora Xe Services) ma non i metodi. In Afghanistan la guerra è una cosa “privata”.  

1. Mentre a Kabul prosegue la trattativa diretta tra il presidente Karzai e alcuni capi talebani per porre fine ad una guerra giunta al nono giro di boa, in Occidente è passata sotto silenzio la decisione del governo afghano, prima annunciata e poi ritirata, di mettere al bando le varie agenzie private di sicurezza che operano nel paese.

Già in estate Karzai aveva disposto con decreto l'allontanamento di tutte le compagnie mercenarie dal paese (definite “ladri di giorno, terroristi di notte”), perché responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in Afghanistan. Il piano del presidente prevedeva lo scioglimento di tutte le compagnie nel termine del primo gennaio prossimo. “Non solo provocano tanto disagio al popolo afghano,” aveva detto Karzai il 16 agosto, “ma sono in realtà in contatto con gruppi mafiosi e, forse, anche dietro il finanziamento di militanti, ribelli e terroristi”. Il primo ottobre il portavoce del governo, Waheed Omar, annuncia la messa in atto dell'operazione. Otto agenzie sono colpite dal provvedimento con effetto immediato: le americane NCL Holdings e Four Horsemen International, l'inglese Compass International, le afghane White Eagle Security Services e Abdul Khaliq Achakza. A queste si aggiungono due compagnie minori delle quali non è stato reso noto il nome. Entro gennaio, ha aggiunto il portavoce, sarebbe scattato il divieto di lavoro per tutte le compagnie (ben 52) registrate presso il Ministero della Difesa. Nonostante l'opposizione di Washington, da agosto in poi Karzai si è dimostrato irremovibile. Almeno fino ad ottobre.

Il primo del mese, infatti, fughe di notizie dal Dipartimento di Stato Usa confermano la firma di un nuovo contratto miliardario tra il governo americano e le security agencies e il loro imminente ritorno in Iraq, mentre quelle già presenti in Afghanistan non sarebbero state ritirate . L'accordo, denominato Worldwide Protective Services Contract, ha durata quinquennale e costerà al contribuente americano oltre 10 miliardi di dollari.

Karzai, a quel punto, si è trovato tra due fuochi: quello popolare, esasperato dai soprusi commessi dai mercenari in nove anni di guerra, e quello degli Usa, che a suon di biglietti verdi riesce sempre a farsi ascoltare. Il presidente ha lasciato trascorrere un mese, incerto sul da farsi, o più prosaicamente alla ricerca di una spiegazione al suo dietrofront che gli consentisse di non perdere la faccia.

Sabato 30 l'annuncio: lo scioglimento delle compagnie è posticipato al marzo 2011. Motivazione ufficiale? Preservare “i progetti di sviluppo e i programmi finanziati dalla comunità internazionale”. Il giorno prima, ad esempio, il governo di Kabul aveva annunciato il completamento della linea ferroviaria, la prima del paese, che collegherà Mazar-i-Sharif all'Uzbekistan, facilitando commerci e rifornimenti, segno che i progetti finanziati dall'Occidente, ogni tanto, vanno anche a buon fine. Ma che il blocco del provvedimento di espulsione sia in ogni caso dovuto alle pressioni degli Stati Uniti, che nelle agenzie private hanno investito un mare di soldi, è evidenziato dagli stessi rapporti istituzionali che circolano a Washington.

2. I “contractors”, ossia gli agenti delle compagnie private di sicurezza, sono soldati a tutti gli effetti, in quanto stipendiati dal Dipartimento di Difesa. Tuttavia, il loro reclutamento presenta dei vantaggi rispetto all'impiego delle forze regolari: costano meno, perché sotto contratto a termine, e hanno un minore impatto sull'opinione pubblica, in quanto “meno in vista” rispetto ai militari effettivi. E infine, il governo non è tenuto a ritirarli dal paese entro il termine previsto per l'esercito: insomma, restano finché il Pentagono li paga.

L'esistenza di compagnie private alle quali sono affidati il servizio di sicurezza, nonché altri compiti, una volta di competenza esclusiva dell'esercito, è stata messa in luce dal cosiddetto “Blackwatergate”.

Il nome dell'agenzia Blackwater è conosciuto al grande pubblico dal 16 settembre 2007, giorno in cui alcuni uomini dell'organizzazione, di scorta ad un uomo d'affari nel centro di Baghdad, aprirono il fuoco sulla folla uccidendo 17 civili. La Blackwater finì nell'occhio del ciclone e gli Stati Uniti subirono un danno d'immagine, secondo un'indagine del Washington Post, peggiore dello scandalo di Abu Ghraib.

Due settimane dopo l'incidente, Erik D. Prince, ex marine e fondatore dell'agenzia nel 1997, decise di uscire allo scoperto per prendere le difese dei suoi uomini. “Quello che è avvenuto,” disse, “è stato un deprecabile incidente,” sottolineando che dall'inizio della guerra la stessa Blackwater aveva perso 30 uomini mentre nessuna delle persone scortate aveva subito danni. Nessuna precisazione circa operazioni svolte oltre al servizio di scorta, né tanto meno sul numero di civili uccisi nello svolgimento delle stesse.

La scoperta che il governo americano aveva “appaltato” una larga fetta della sicurezza in Iraq a gruppi di mercenari in perfetto stile “A Team” suscitò un enorme scalpore presso l'opinione pubblica. Al punto che il Congresso Usa nominò una commissione bipartisan, presieduta dal deputato democratico Henry Waxman, per indagare su quanto avvenuto in Iraq. Il rapporto finale, oltre a stigmatizzare le attività militari dell'agenzia (in 163 scontri a fuoco su 195 erano stati i suoi uomini a sparare per primi), non risparmiava accuse all'amministrazione Bush, colpevole di aver coperto l'operato dei contractors. Si scoprì che la Blackwater aveva il suo quartier generale a Moyoc, nel North Carolina, dove addestrava 35000 uomini all'anno, e che possedeva addirittura una flotta di 76 aerei, soventemente concessi in affitto all'esercito regolare per le operazioni più delicate. E che dal 2001 aveva ricevuto dal governo Usa oltre un miliardo di dollari e di cui non è mai stato possibile documentare l'utilizzo. In seguito allo scandalo, Prince decise di sciogliere la compagnia. Per ricostituirla poco più tardi con un altro nome: Xe Services LLC.

In agosto, il Dipartimento di Stato ha condannato la Xe Services ad una multa di 42 milioni di dollari per violazione dell'embargo all'export di armi in Afghanistan. Ma Washington non ha smesso di chiudere un occhio sull'operato della compagnia: il 23 ottobre il Dipartimento di Giustizia ha archiviato il caso di Andrew J. Moonen, ex agente Blackwater, che il 24 dicembre del 2006 uccise con tre colpi di pistola Raheem Khalif, una guardia del corpo del vicepresidente iracheno Adel Abdul Mahdi. L'archiviazione è giunta al termine di un iter giudiziario fatto di insabbiamenti e giustificazioni giuridiche (incertezza sulla legge da applicare, difficoltà nel reperire prove su un campo di battaglia, legittima difesa) o presunte tali. Per la cronaca, ogni processo intentato contro agenti della compagnia si è concluso con un nulla di fatto. Compreso quello per la strage dei 17 civili a Baghdad nel 2007.

Per la verità, in questi anni non è stata l'unica agenzia di sicurezza ad aver evidenziato una condotta (ed una contabilità) inaffidabili. Alla fine del 2007 il Diplomatic Security Bureau, organismo di controllo Usa, rese noto che il Dipartimento di Stato non era stato in grado di documentare come fosse stato speso il miliardo di dollari elargito ad un'altra compagnia, la Dyn Corp International, messa sotto contratto per addestrare la polizia irachena. I revisori incaricati dal Congresso trovarono conti in disordine, pagamenti duplicati e spese per attrezzature mai utilizzate. Senza contare benefits ed extra vari ai dipendenti.

Una gestione disastrosa, insomma. Alla quale la Clinton ha scelto di accordare una rinnovata fiducia.

3. Quella in corso in Afghanistan passerà alla storia come la più imponente guerra “privata” di sempre. All'inizio dell'anno il Pentagono impiegava nel paese 104.000 contractors e 68.000 soldati regolari, e il Congressional Research Service stimava che ai 33.000 soldati inviati da Obama sulla scia del modello (il surge) già sperimentato in Iraq si sarebbe aggiunto un ulteriore numero di mercenari tra i 26.000 e i 56.000. in Afghanistan, secondo l'organismo, la percentuale di agenti privati impiegata è la più alta che in ogni altro conflitto nella storia degli Usa. Dopo aver privatizzato i servizi pubblici, la sanità, le poste, i trasporti, lo zio d'America dimostra che si può appaltare anche la guerra. Con l'inevitabile corollario della “deregulation”, che nel caso di specie significa agire nell'impunità più assoluta.

Attualmente il numero di contractors si attesterebbe sui 26.000, di cui 10.000 statunitensi e 16.000 stranieri, per lo più locali. Le loro mansioni non si limitano al servizio di sicurezza, ma finiscono per sovrapporsi ai compiti operativi dei militari. In pratica, sono un doppione dei soldati in divisa. Se non fosse che loro non hanno regole da rispettare, a cominciare da quelle previste nelle Convenzioni sui diritti umani. E poco importa se la loro condotta sfocia in veri e propri abusi ai danni della popolazione, ci pensano i tribunali a mettere le cose a posto (rectius: a tacere).

4. Non sono solo i “vip” ad affidarsi alle cure delle compagnie di sicurezza private: anche la gestione della sicurezza delle basi Usa nel paese è affidata dai comandanti ad agenzie di contractors, che subappaltano il servizio ai signori della guerra locali. Con il risultato che i vertici militari Usa non sanno nulla di chi vigila sulle loro installazioni in terra afghana, e che secondo un rapporto del Senato sarebbero legate ai taliban, o all'intelligence iraniana. Ma c'è di più.

Il 22 giugno un rapporto del Congresso Usa intitolato Warlord Inc, frutto di un'indagine durata sei mesi, evidenziava che i principali finanziatori degli insorti in Afghanistan sono proprio gli Stati Uniti. Questo perché il Pentagono appalta i trasporti logistici di rifornimenti per i militari Usa in Afghanistan a otto ditte private (civili) accreditate nell'ambito del programma chiamato «Host nation trucking» (trasporti nella nazione ospite), per cui spendono 2,1 miliardi di dollari. E il contratto prevede che siano le ditte stesse a provvedere alla sicurezza del trasporto. Considerato che le strade sono controllate da piccoli gruppi di signori della guerra (warlord, appunto), ne consegue che la sicurezza dei servizi di rifornimenti è affidata ai vari warlord presenti lungo il cammino. Si parla di 500 dollari per un camion da Kandahar a Herat (dove ha sede il contingente italiano) e di 50 dollari da Kabul a Gazni, per fare qualche esempio; ma in alcune zone più instabili si arriva anche a 1500 dollari. Un sistema formato da centinaia di agenzie private che dà lavoro a circa 70000 uomini armati. E che alimenta una spirale di corruzione che rafforza gli insorti. Finanziando la guerra dalla parte sbagliata.

di Luca Troiano

mercoledì 17 novembre 2010

NATO: ALMENO ALTRI QUATTRO ANNI DI GUERRA

Al vertice Nato di Lisbona che si apre venerdì, Obama presenterà il suo piano per l'Afghanistan: altri 48 mesi di guerra sempre più dura, dopo i quali le truppe occidentali rimarranno, senza limiti, a sostegno dell'esercito afgano.


La guerra d'occupazione degli Stati Uniti e della Nato in Afghanistan durerà almeno altri quattro anni, ma la presenza militare occidentale nel paese proseguirà, senza limiti, ben oltre il 2015.      

Questo è il piano che il premio Nobel per la pace, Barak Obama, presenterà venerdì al vertice dell'Alleanza atlantica di Lisbona: altri 48 mesi di guerra 'dura' alla Petraus (con un'escalation dei bombardamenti aerei e un sempre più massiccio ricorso ai raid notturni delle forze speciali), al termine dei quali dovrebbe avvenire il ritiro del grosso delle 'truppe combattenti' (da completare, talebani permettendo, entro la fine del 2014), lasciando comunque sul campo decine di migliaia di truppe Nato con il compito di assistere l'esercito afgano nella prosecuzione della guerra (il che presuppone molti altri anni di operazioni militari a sostegno delle truppe afgane).        

Mark Sedwill, il rappresentante civile della Nato in Afghanistan, parlando oggi a Kabul ha già messo le mani avanti sulla scadenza dei qattro anni per il ritiro delle truppe combattenti. "Il termine della fine del 2014 non va considerato come una deadline, ma come un obiettivo: nelle aree del paese con maggiori problemi di sicurezza, il passaggio di consegne alle truppe afgane potrebbe protrarsi anche nel corso del 2015 e oltre".        

Dopo aver subìto nove anni di occupazione e di guerra, al popolo afgano vengono garantiti altri anni di passione, quattro, cinque o forse più. E saranno gli anni peggiori.          

Da quando, lo scorso 5 luglio, il generale David Petraues ha preso il comando delle operazioni di guerra alleate in Afghanistan, i bombardamenti aerei alleati sono diventati sempre più frequenti: 400 nel mese di luglio, 500 in agosto, addirittura 700 in settembre. In ottobre è giunta al largo delle coste pachistane una seconda portaerei americana (la USS Lincoln) e presto dovrebbe arrivarne anche una francese (la De Gaulle): tutto questo in preparazione di un'ulteriore escalation della campagna aerea in Afghanistan.        

A preoccupare gli afgani, forse anche più dell'aumento dei bombardamenti aerei, è il crescente ricorso alla tattica dei 'night raid': i famigerati blitz notturni compiuti dalle forze speciali (americane e non solo) nelle abitazioni civili 'sospette'. Azioni brutali che terrorizzano la popolazione e che spesso si concludono con l'uccisione a sangue freddo di donne, uomini e bambini innocenti, accompagnate da violenze gratuite e umiliazioni, furti e danneggiamenti. Una pratica sempre più diffusa da quando c'è Petraeus al comando, e di cui il presidente afgano Hamid Kazrai ha chiesto con forza la cessazione: una richiesta seccamente bocciata sia dal generalissimo Usa, che ha espresso "stupore e disappunto" per le "pericolose" parole di Karzai, sia dal segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, che ha difeso i raid notturni come "componente chiave" della strategia militare americana.             

Pianificare altri quattro anni di guerra significa mettere in conto altre decine di migliaia di civili afgani uccisi, altre centinaia di migliaia di innocenti feriti, mutilati e sfollati, e almeno altri 2.500 giovani militari occidentali caduti (stando alla media dell'ultimo anno di guerra). Per non parlare delle decine di miliardi di euro che verranno gettati al vento in un momento di grave crisi economica: solo l'Italia spenderà almeno altri 3 miliardi di euro se deciderà di rimanere in Afghanistan fino al 2014.

di Enrico Piovesana

Fonte: PeaceReporter

martedì 9 novembre 2010

Capire l’Afghanistan: la testimonianza di un’operatrice umanitaria

Challiss McDonough, portavoce del WFP

in Afghanistan, parla condelle ragazze in
una scuola nella campagna afghana.
WFP/Afghanistan
Si aprono nuove opportunità per le donne afghane che si avviano ad avere un maggior ruolo nella vita economica del paese. Challiss McDonough, che lavora per il WFP a Kabul, racconta come assistere a tale trasformazione la stia aiutando ad affrontare le difficoltà che incontra, nel suo lavoro, per il solo fatto di essere donna.

Qual è la condizione delle donne in Afghanistan e che cosa vuol dire per te, in quanto donna, lavorare lì?

Beh, gli aggettivi “impegnativa e difficile” descrivono certamente bene la vita di molte, se non della maggior parte delle donne in Afghanistan. È stato molto difficile in passato per le donne ricevere un'istruzione. Ora qualcosa sta cambiando, ma è un cambiamento che avviene più velocemente in alcune zone piuttosto che in altre. Questo è un paese dove la povertà è estrema e molto diffusa, e questo ha un impatto devastante sulla vita delle donne.

Descrivi una giornata tipo di una donna afghana delle comunità rurali.

Le donne che fanno parter delle comunità rurali fanno moltissimi lavori agricoli, oltre ai lavori di casa, e la maggior parte della loro giornata è dedicata a questo. Circa l'80 per cento delle famiglie afghane dipende dall'agricoltura anche se di solito non è la loro unica fonte di reddito. Molti uomini sono costretti a fare anche lavori occasionali e spesso devono spostarsi per trovarli, quindi se ne vanno lasciando alle donne tutte le responsabilità.

E questo che tipo di problemi comporta?

In alcune zone è culturalmente inaccettabile che le donne escano di casa da sole. Quindi, se hanno un’emergenza medica o hanno necessità di andare al mercato e non c'è un loro parente maschio che le possa accompagnare, non riescono a sostenere la famiglia. Se hanno un figlio, a volte può essere lui l’accompagnatore, ma le donne non sposate senza figli hanno molte difficoltà, come le vedove, che sono tante perché questo è un paese che ha attraversato 30 anni di guerra.

Raccontaci del lavoro del WFP in Afghanistan.

La nostra missione principale in Afghanistan è aiutare le persone che si trovano in situazioni di emergenza come catastrofi naturali e conflitti. Abbiamo anche attività di ricostruzione per aiutare le comunità a diventare meno dipendenti dagli aiuti alimentari. Uno dei miei progetti preferiti consiste nell’insegnare alle donne competenze che possano spendere sul mercato come cucire, mettere cibi in salamoia per venderli. Insomma tutti lavori che consentono di aumentare il reddito delle loro famiglie.

Come reagiscono gli uomini nei confronti delle donne che fanno questi lavori?

Reagiscono bene, le attività sono state progettate per essere culturalmente accettate. Talvolta vi è una qualche resistenza, ma le razioni di cibo che le famiglie ricevono come parte del programma costituiscono per gli uomini un importante incentivo ad acconsentire alla partecipazione delle donne alla formazione. Una volta che cominciano a vedere un ritorno economico, di solito gli uomini sono conquistati dai risultati del programma.

Raccontaci qualcosa di più della tua esperienza di operatrice umanitaria. Cosa significa per te, che sei una donna, lavorare in Afghanistan?

È un’esperienza affascinante. Non ho mai rimpianto nemmeno per un attimo di essere qui. Penso che sia la cosa più importante che abbia fatto sino ad ora. È sicuramente estremamente impegnativa e ci sono un sacco di cose nella vita di tutti i giorni, come fare una passeggiata, che io semplicemente non posso fare.

E come fai ad andare in giro? Chi ti accompagna?

Di solito, se ho bisogno di andare a fare una commissione chiedo ad uno dei miei colleghi maschi di accompagnarmi. Ho un paio di colleghi abbastanza sportivi e a cui non pesa venire al mercato con me quando ho bisogno di comprare dei vestiti o cibo. Credo capiscano che io subisco più restrizioni di loro

Ti viene in mente qualche storia particolare sulle donne?

Ho incontrato una famiglia che si trovava in grande difficoltà economica e il marito sfogava le sue frustrazioni sulla moglie. Lei era iscritta al programma che ho citato prima e stava imparando a cucire e a fare vestiti per bambini da vendere al mercato locale. Mi disse che suo marito aveva ricominciato a rispettarla non appena aveva visto che era in grado di contribuire al reddito familiare, e che la tensione si era di molto alleviata.

Pensi che storie del genere stiano diventanto più frequenti adesso?

Credo di sì. Ho incontrato molte donne coinvolte nei nostri programmi, che hanno iniziato ad assumere un ruolo sempre più importante nelle loro comunità e hanno cominciato a chiedere di più. Hanno visto che è possibile e ora dicono "dopo vogliamno macchine per cucire e corsi di alfabetizzazione". Questo era del tutto impensabile cinque o dieci anni fa

Fonte: Programma alimentare mondiale

Teatro di guerra

La scena è la sala del pronto soccorso dell'ospdeale di Emergency a Lashkargah. I personaggi sono Zakiria, Zinullah e Samiullah, bambini afgani di 10, 9 e 7 anni.La sceneggiatura, che si ripete più volte al giorno, è sempre la stessa: i piccoli arrivano in fin di vita, feriti nei combattimenti tra truppe Nato e talebani, e a volte non sopravvivono. Purtroppo non è una rappresentazione teatrale, ma la realtà della guerra.



Alle 16.30, dal pronto soccorso del nostro ospedale qui a Lashkargah, i nostri colleghi afgani ci avvisano che è arrivato un ferito da proiettile.
Sulla barella c'è un corpicino di dieci anni, si chiama Zakiria. Si lamenta del dolore alla pancia: in effetti, c'è un piccolissimo foro di entrata sull'addome e uno altrettanto piccolo di uscita sul suo gluteo sinistro. Il proiettile, nel suo tragitto all'interno del corpo di Zakiria, ha bucato il suo intestino in almeno quattro punti diversi provocandogli anche una frattura dell'ileo, una delle ossa del bacino.

Era seduto fuori da casa sua, a Sangin, quando i combattimenti sono iniziati e non ha nemmeno visto il proiettile che l'ha ferito, si è trovato per terra e suo zio l'ha portato direttamente da noi in macchina.
Gli infermieri lo assistono e lo preparano per l'operazione che avviene da lì a venti minuti.
Alle 17.20, nella stessa sala di pronto soccorso appena pulita e riordinata, il personale sanitario viene chiamato per un altro ferito da proiettile: è Zinullah, nove anni, avvolto da una coperta di fortuna. Il proiettile gli ha sfondato il cranio, ha del materiale cerebrale che cola. E' già morto quando arriva, il padre Fidaghull ha una smorfia forzata sul viso mentre il medico gli spiega che purtroppo nessuno avrebbe potuto fare nulla per suo figlio.
Se ne va disperandosi di non aver trovato in tempo una macchina con la quale portare prima suo figlio.

Alle 18.30 la stessa scena si ripete ancora una volta: sulla barella c'è un corpicino ancora più piccolo, si chiama Samiullah, ha sette anni e due occhi color nocciola bellissimi.
Lui non si lamenta, è intontito dalla morfina fatta sul luogo dell' 'incidente': un proiettile piccolissimo gli è entrato dall'addome ed è uscito a velocità supersonica dal suo gluteo, forando almeno in cinque punti il suo piccolo intestino e provando anche a lui la frattura dell'ileo.

Stava dando da mangiare al suo asino, quando ha visto bene degli 'uomini enormi' super armati che hanno cominciato a sparare. Altri uomini enormi super armati l'hanno poi portato con l'elicottero fino a Lashkargah.
Anche lui è assistito e mandato in sala operatoria velocemente per essere operato.

Come sarebbe bello che questa fosse una rappresentazione teatrale, seppur tragica, dove alla fine si accendono le luci, i protagonisti salutano con inchini il pubblico che applaude e tutti se ne vanno poi a casa a meditare.

La realtà è ben diversa, nonostante qualcuno chiami questi luoghi 'teatri di guerra'.

Matteo Dell'Aira*


(*Coordinatore medico dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, Helmand)

Fonte: PeaceReporter

domenica 31 ottobre 2010

I mercenari restano in Afghanistan

Il governo di Kabul ha prorogato la dead-line sul ritiro dei contractor dal Paese. La nuova data dovrebbe essere marzo 2011.

Era solo questione di tempo, e soldi. Entrambi sono serviti al presidente Hamid Karzai per fissare una proroga della dead-line per il disimpegno delle società di sicurezza private in Afghanistan. Il tempo è quello intercorso, in doppia battuta, dal 16 agosto a oggi.

In estate il presidente si impegnò, con un decreto, a espellere tutte le compagnie mercenarie dal Paese, "Ladri di giorno, terroristi di notte" le additò in quell'occasione. Ieri la retromarcia, affidata ad un essenziale comunicato stampa diramato dall'ufficio di presidenza che rende noto come il differimento mira a preservare "i progetti di sviluppo e i programmi finanziati dalla comunità internazionale".

Il cambio di rotta lo si legge nel periodo di mezzo fra agosto e oggi. All'inizio di ottobre tutto sembrava far credere che il governo di Kabul non sarebbe retrocesso di un centimetro dalla propria posizione. Karzai aveva confermato la sua precedente decisione mettendo al bando ben otto compagnie private le quali, in virtù di ciò, avrebbero dovuto lasciare l'Afghanistan entro la fine dell'anno. Contemporaneamente da Washington giungeva notizia che il Dipartimento di Stato, guidato da Hillary Clinton, aveva rinnovato il "Worldwide Protective Services Contract", l'accordo quinquennale da 10 miliardi di dollari a favore delle compagnie di sicurezza private.

Dopo di allora il silenzio e l'imbarazzo di Kabul che tra la risolutezza contro i contractors e la debolezza nei confronti della "comunità internazionale", ha lasciato trascorrere un mese. Un mese per accordare la proroga e per trovare il modo migliore di non perdere la faccia. "Una commissione - ha sostenuto Kabul - stilerà entro il 15 novembre un piano per il disimpegno delle società private di sicurezza nel Paese. Da quella data i contractor avranno novanta giorni di tempo per lasciare l'Afghanistan". Una dilazione voluta dagli altri, le compagnie di sicurezza sono prevalentemente statunitensi e inglesi al servizio di Usa e Nato, ma formalmente attuata dal governo della Repubblica Islamica. Marzo 2011 dovrebbe essere l'ultima data utile per attuare il piano Karzai. L'obiettivo dichiarato è quello di far acquistare maggior autorevolezza alle forze di polizia afghane, attualmente addestrate anche dai mercenari occidentali. Gli stessi pagati da Karzai per accompagnarlo durante il giorno e difendere la sua incolumità.

Il "rais di Kandahar" sembra, pertanto, al centro di due fuochi: quello popolare che, viste le numerose prevaricazioni, vorrebbe i contractor fuori dal Paese, e quello degli Usa che, nonostante le promesse di disimpegno e le denunce del loro operato, continua a ricoprirli di denaro. L'espediente trovato dal governo di Kabul per la deroga è quello della protezione dei progetti di sviluppo. Ma le Organizzazioni non governative, soggetti impegnati in prima linea in tali lavori, continuano a ribadire che "non solo la chiusura delle società private di sicurezza non avrà alcuna implicazione negativa sull'operato delle Ong, ma avrà un impatto positivo dato che ci sarà meno gente armata in giro". Queste le parole di Laurent Sailard, direttore di Acbar, organismo di coordinamento di oltre cento agenzie umanitarie afgane e straniere.

Che il blocco del provvedimento di Karzai sia dettato dalle pressioni dei governi che nei servizi delle società private di sicurezza hanno investito un mare di quattrini, lo si evince anche dalla stessa condanna della Commissione del Senato Usa sui Servizi Armati. In un rapporto di 105 pagine, dal titolo "Inchiesta sul ruolo e la sorveglianza delle imprese di sicurezza privata in Afghanistan", i senatori del pool d'indagine, scrivono diverse volte la parola "Failure", fallimento. Il fallimento, tutto del governo Usa, in una serie di questioni riguardanti l'impiego dei borghesi armati in territorio di guerra: a partire dal loro addestramento, per terminare ai servizi che le agenzie sotto contratto del Pentagono avrebbero subappaltato a individui noti nel giro del terrorismo talebano.

Uno di essi sarebbe, secondo il rapporto, il responsabile della morte di un sottocaporale dei Marines il cui nome viene censurato (si trattava di Joshua H. Birchfield, di 24 anni, ndr). La mattina del 19 febbraio, il militare stava perlustrando il perimetro intorno alla base Barrows nel nordest della provincia di Farah quando, riporta il documento d'indagine, "poco dopo l'alba, la guardia afgana ha iniziato a sparare su i marines che hanno cercato di identificarsi urlando "US Marines" e sparando in aria razzi di segnalazione. Il fuoco si fermò, ma il sottocaporale dei marine Marine caporale rimase ucciso". Le interviste e i rapporti esaminati dal pool inquirente hanno rivelato che le guardie che fecero fuoco erano sotto l'effetto di oppio. "I contraenti di sicurezza - ha sostenuto un testimone - fanno regolarmente uso di droghe sul posto di lavoro". Una circostanza inquietante se si pensa che attualmente in Afghanistan sono presenti 26 mila contractor, una buona percentuale dei quali è assunta fra la popolazione locale, che nessuno addestra sufficientemente.

Intanto, ha chiarito l'indagine, "la Commissione ha scoperto le prove che le società di sicurezza privata incanalano i soldi dei contribuenti statunitensi ai signori della guerra afghani e a uomini forti legati a omicidi, rapimenti, corruzione nonché ai talebani e alle altre attività anti-coalizione". Conclusioni che fanno riflettere sul fatto che, forse, in Afghanistan il primo nemico degli Stati Uniti sono gli Stati Uniti stessi.

 
di Antonio Marafioti
Fonte: PeaceReporter