lunedì 2 maggio 2011

MASSACRO DI LIBIA

di Marco Cedolin

Inframmezzate fra la sitcom strappalacrime delle nozze fra William e Kate e la beatificazione di Papa Wojtyla, le poche notizie che arrivano dalla Libia sono simili a frustate vigorose che dovrebbero per forza di cose produrre copiose ondate di sincera indignazione, se solo la coscienza popolare non fosse ormai anestetizzata in profondità e l’opinione pubblica gestita a proprio piacimento dai mestieranti della politica.   

Le bombe” intelligenti”  americane o forse i caccia francesi, oppure i droni  in partenza da Sigonella, o ancora i “razzi” di estrema precisione che abitano l'immaginario di Silvio Berlusconi , fanno scempio di Tripoli e dintorni e nonostante le strette maglie della censura mediatica, qualche immagine sfocata riesce a giungere fino a noi. Una scuola per bambini down (obiettivo militare di primaria importanza) rasa al suolo e trasformata in polvere di uranio impoverito, la residenza di Gheddafi sventrata e un suo figlio ammazzato, insieme a tre dei suoi nipoti.....  

Bombardamenti a tappeto che fanno strage di civili, distruggendo case ed infrastrutture e omicidi mirati che applicano sentenze di morte mai discusse in nessun tribunale, il tutto sotto l’ombrello di una risoluzione ONU semplicemente delirante e totalmente infondata, ormai superata dai fatti e dalle azioni dei “volenterosi” che si sono spinti ben oltre il delirio esperito nel palazzo di vetro.

In Italia la politica fa spallucce, mentre il governo si appresta a scaricare sul prezzo della benzina oltre ai costi della “cultura” anche quelli dei bombardamenti, fidando sul convincimento che comunque vadano le cose milioni d’italiani saranno comunque costretti a muoversi forsennatamente con la propria auto, se non per un weekend di sole e mare, almeno per recarsi al lavoro tutte le mattine.

Le uniche proteste, sia pure blande, arrivano da quel partito xenofobo e razzista che è la Lega Nord che sembra deciso (il sembra è indispensabile quando si disserta di politica) ad imporre al premier una mozione in 6 punti, che certo non si manifesta come un documento rivoluzionario, ma comunque tenta affannosamente di mettere qualche paletto sul percorso guerrafondaio intrapreso dal nostro paese.

Contemporaneamente il partito dei diritti umani, ma anche della guerra, dei più deboli, purchè stiano dalla parte giusta e dell’accoglienza, continua a fare orecchie da mercante, trincerandosi dietro la figura dell’amico Obama e alla necessità di proteggere il popolo libico, fingendo di non accorgersi che proprio il popolo libico crepa sotto le bombe sganciate con la sua complicità.

Gli “xenofobi” ed i “razzisti” stanno facendo una sceneggiata di mero stampo utilitaristico ed elettorale. Può darsi.

Ma il PD e buona parte degli “intellettuali” di centrosinistra, compreso il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che xenofobi e razzisti non lo sono affatto e si vantano di essere la quintessenza del pacifismo ed i paladini dei diritti umani sempre e comunque, cosa fanno?

Pontificano sulla necessità di difendere i civili di Bengasi, ammazzando quelli di Tripoli, si rammaricano per una guerra sanguinosa ma necessaria, si offrono come cassa di risonanza per la demonizzazione di Gheddafi e si prodigano a gran voce perché le bombe dei “volenterosi” arrivino presto anche in Siria.

Quanto è triste un paese dove l’unico scampolo di buon senso (ad essere generosi) deve essere affidato al partito che più di ogni altro è additato come razzista ed intollerante, mentre gli altri restano in silenzio ed avallano le stragi con un’alzata di spalle.




SICUREZZA IN RETE: IL RITORNO DI "RANSOMWARE"

Nuova truffa sul web con il malware "Ransomware" che impedisce l'utilizzo del computer per poi richiedere un codice di sblocco, ottenibile collegandosi a siti che pretendono l'acquisto di beni o servizi a pagamento, realizzando una vera e propria estorsione.

Il Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche del Servizio polizia postale e delle comunicazioni (Cnaipic) ha verificato l'esistenza di una nuova versione del trojan "Ransomware", noto a molti utenti della rete per averli colpiti già dal 2006 con le precedenti versioni.

In alcune delle precedenti versioni, infatti, la vittima veniva costretta ad acquistare farmaci o altri prodotti su siti russi e solo successivamente veniva fornito il codice di sblocco.

Nella versione attuale, il PC infetto mostra all'avvio il seguente messaggio: Attention! Windows activation period is exceeded. This windows copy is illegal and not registered properly.

The further work is not possible.

For activating this copy of windows you must enter registration code. This code you can find in your windows distribution package.

If you not find them you can receive it by the phone: 899 021 233 Registration code must be entered not later then three days, if it entered later the unlocking is not possible.

Di fatto il PC non subirà alcun danno significativo, ma se la vittima dovesse telefonare al numero visualizzato nel messaggio spenderebbe 1,75 euro al minuto e non riceverebbe alcun codice, ma verrebbe semplicemente reindirizzato ad un altro servizio telefonico a pagamento.

Gli utenti italiani non sono i soli destinatari della truffa, perchè il malware è programmato per riconoscere la provenienza geografica e la lingua del target, pertanto sono previste numerazioni anche per utenti di altre Nazioni.

Inoltre il Cnaipic, oltre alle indagine per identificare l'autore della truffa, ha avviato le procedure per bloccare l'utenza 899 021 233, affinché non vi possano essere ulteriori danni per gli utenti della rete. 


CAMORRA: ARRESTATO IL KILLER MARIO "'A BOTTA"

Ancora arresti per i clan camorristici: stamattina è toccato a Mario Caterino, soprannominato "'A botta" considerato un super killer dei Casalesi.

Arrestato dalla Squadra mobile di Caserta, insieme ai poliziotti del Servizio centrale operativo e della Squadra mobile di Napoli, Caterino era il braccio destro del capo indiscusso del clan di Francesco Schiavone, detto Sandokan.

Il boss, inserito nell'elenco dei latitanti di massima pericolosità, era ricercato dal 2005; infatti era stato condannato all'ergastolo nell'ambito del processo Spartacus per associazione mafiosa, omicidio aggravato e estorsione.

Come ogni boss che si rispetti Mario Caterino non aveva lasciato la sua città: Casal di Principe (Caserta), lì dove gli agenti lo hanno arrestato. Si nascondeva in via Toscanini, una zona tranquilla della cittadina dell'agro Aversano, in casa di un insospettabile, alla quale era possibile accedere solo dal giardino attraverso cui sono entrati i poliziotti.

Mario Caterino era considerato fino ad oggi il numero due del clan dopo Michele Zagaria, primula rossa dell'organizzazione criminale, latitante da 16 anni.

Il ministro dell'Interno Roberto Maroni, congratulandosi per l'arresto con il capo della Polizia Antonio Manganelli, ha sottolineato che "L'operazione è frutto del lavoro pressante della task force di investigatori che lavora incessantemente, secondo il "modello Caserta", per ripristinare la legalità in un territorio vessato dalla presenza dei Casalesi". 


ABBIAMO FAME: L’AFRICA IN RIVOLTA, NEL NOME DI SANKARA

Abbiamo fame». Semplice gesso bianco su un povero foglio di cartone trasformato in manifesto, dietro al quale spuntano occhi penetranti. Occhi scuri, quelli dell’Africa nera. Che fino a ieri esprimevano urgenze elementari: fame e paura. Da qualche giorno, la paura sta perdendo terreno: gli Uomini Integri, i “puri” burkinabé, sono in rivolta. Come il Maghreb, il Medio Oriente e metà del continente nero. Fame, paura e rabbia: la speculazione finanziaria mondiale gonfia i prezzi del grano e del riso, la corruzione locale frena la distribuzione e le redini del potere sono ancora in mano ai dittatori-stampella dell’Occidente, che ora è sul piede di guerra anche nel Mediterraneo, dove si sta giocando il suo futuro post-coloniale e l’accesso alle risorse strategiche. 

Del Burkina Faso, l’ex Alto Volta sperduto nel cuore dell’Africa, non era mai importato nulla a nessuno: poteva restare per sempre un semplice snodo logistico per il trasferimento protetto di minerali pregiati, estratti alle vicine frontiere. Ma quando nel 1984 il piccolo paese prese letteralmente fuoco, infiammato dalla rivoluzione più anomala dell’era della  decolonizzazione, terzomondista e libertaria, nonviolenta e neutralista, allora anche il Burkina Faso cominciò a preoccupare i padroni del mondo, spaventati da quel giovane kamikaze della libertà, evangelico e comunista, che rispondeva al nome di Thomas Sankara. Un capitano dell’esercito – l’unica struttura statale funzionante nel paese – capace di ripensare la vita collettiva in modo democratico, togliendo veleno all’economia e liberando la politica dall’abuso sistematico del potere. Da allora, per quattro anni, il Burkina Faso smise di avere fame. Cibo e assistenza sanitaria: minimo garantito, ma per tutti. Per la prima volta nella storia. 

«Abbiamo tutto quello che ci serve», ripeteva Sankara, «è inutile impegnarci con il commercio internazionale». Un’intenzione sana, letta come una minaccia dai gestori del trading mondiale, protagonisti della futura globalizzazione delle merci. Peggio: «Rifiutiamo l’aiuto finanziario della cooperazione», aggiungeva Sankara, «perché produce nuova schiavitù: non ci servono quei dollari, ci basta e avanza la nostra agricoltura». Il colpo di grazia arrivò nel giro di quattro anni, dopo il celebre discorso pronunciato alla conferenza panafricana di Addis Abeba. Un appello pericoloso, anche se tutt’altro che bellicoso, per la cancellazione del debito. «Ci avete sempre preso tutto, non vi dobbiamo niente: lasciateci in pace, e proviamo a vivere insieme, in modo dignitoso e autonomo». Avvertenza: «Se il Burkina Faso resterà solo nella richiesta di cancellazione del debito, io l’anno prossimo non sarò più qui a questa conferenza». Detto fatto: Sankara fu assassinato nella capitale Ouagadougu da un commando militare.

Dell’omicidio è tuttora sospettato l’attuale presidente Blaise Compaoré, vassallo della Francia, sotto la cui custodia politica si è affrettato a riportare l’eretico Burkina. Nonostante l’invito dell’Onu a «fare piena luce» sull’assassinio, nessuna indagine ufficiale è mai stata condotta. A parlare sono soltanto inchieste indipendenti. Che accusano Compaoré e il “signore della guerra” Charles Taylor, alle cui milizie Sankara aveva negato il territorio burkinabé. Tra i grandi accusati anche il libico Muhammar Gheddafi, che vedeva in Sankara – rivoluzionario autentico – un pericoloso rivale nel continente africano. Ma i mandanti, ripetono i giuristi firmatari della petizione internazionale per ottenere giustizia, vanno cercati altrove: sicuramente a Parigi, la capitale che tremò a lungo per il timore che l’intera Africa francese potesse imitare il Burkina ed emanciparsi dalla schiavitù neo-coloniale. 

Un omicidio eccellente, quello di Sankara, di cui si sospetta fosse al corrente anche la Cia: eliminare il leader della rivoluzione più libera e “autarchica” del mondo, profeta africano di una economia a chilometri zero, faceva comodo un po’ a tutti i dominus del grande business mondiale, quello che di lì a poco – caduta l’Urss – avrebbe finanziarizzato l’economia, mondializzando il traffico delle merci senza più limiti e gonfiato a dismisura il ricatto del debito, giungendo alla “crisi di sistema” che oggi tanto allarma Wall Street, la Casa Bianca e Bruxelles, ma al tempo stesso – grazie all’altra rivoluzione, quella mediatica e informatica – fa galoppare le informazioni in tempo reale. In questi giorni, anche i giovani di Ouagadougu si mobilitano via Facebook al grido “Compaoré degage”, via il dittatore, “Blaise come Ben Alì, ladro e assassino”.  

Si chiama Sankara anche l’attuale leader delle opposizioni civili, Bénéwendé Sankara: non è parente del presidente-martire, ma intanto il cognome è lo stesso. La parola Sankara basta da sola a svegliare un fantasma buono, più vivo che mai oggi che l’intera Africa minaccia di sollevarsi: avesse avuto a disposizione YouTube, Thomas Sankara forse oggi sarebbe ancora vivo. Era un comunicatore eccezionale, il Barack Obama dell’Africa nera. Dotato di una visione prodigiosamente acuta: tutto quello che sta succedendo oggi, dal Mediterraneo al cuore del continente più ricco e più sfruttato del mondo, è esattamente quello che il giovane leader rivoluzionario auspicava: lottare per rompere le dipendenze, spezzare le catene finanziarie e commerciali, restituire sovranità ai popoli, non far mancare a nessuno pane e speranza. Cibo, innanzitutto: perché chi sa prodursi il necessario per sopravvivere non ha più bisogno di “aiuti” rischiosi. Non è l’Africa che ha bisogno di noi: siamo noi che, fingendo di assisterla, la deprediamo da sempre. 

Le ultime cronache del Burkina Faso snocciolano un rosario di sofferenze e atrocità, simboleggiate dall’omicidio dello scomodo giornalista Norbert Zongo, il primo di una lunga serie di testimoni imbarazzanti. La lista si è allungata: il regime di Compaoré, che Sarkozy ha promosso “campione della pace” nella regione centrafricana, non ha esitato ad arrestare, torturare e sterminare oppositori, giovani e donne. Lo studente Justin Zongo, massacrato dalla polizia, ha dato il via all’ultima stagione di rivolte, tuttora in corso, con anche clamorosi ammutinamenti nelle file delle forze di sicurezza e dell’esercito. Settimane di cortei, disordini e scontri. Bilancio: centinaia di feriti e almeno 13 morti. L’ultimo era un ragazzino di 11 anni, ucciso il 29 aprile da una pallottola vagante. Spenta anche la voce libera del cantante Sams’K Le Jah: chiusa la sua trasmissione su Radio Ouaga, seguita via web in tutto il mondo (http://www.ouagafm.bf/).

Uganda, Nigeria, Costa d’Avorio: da una parte le dittature che presidiano le risorse strategiche per conto di un Occidente sempre più in crisi e terrorizzato dall’espansione della Cina, e dall’altra i popoli africani ridotti alla fame, esasperati dalla corruzione dei loro regimi dispotici e sanguinari. Thomas Sankara fu l’unico capo di Stato a invocare ufficialmente la liberazione di un certo Nelson Mandela, che all’epoca subiva il carcere duro a Robben Island. Oggi l’eroe anti-apartheid, Premio Nobel, è un’icona mondiale dei diritti, del riscatto e della libertà. Ma gli eredi del suo primo, strenuo difensore, dopo tanti anni vivono ancora nel terrore, sotto il pugno di ferro di uno spietato tiranno. «Abbiamo fame», ripetono i ragazzi di Ouagadougu. Qualcuno riuscirà ad ascoltarli?


DERIVATI: CON UN BUCO DA 52 MILIARDI DI EURO PER LE BANCHE, IL TESORO PREPARA BOZZA REGOLAMENTO ANCOR PIU’ OSCURA E MENO TRASPARENTE ! A QUALE GIOCO, GIOCANO CONSOB E TREMONTI ?

Il disatro derivati delle grandi banche, per fortuna alla sbarra nei Tribunali,con l’ultima sconfitta di Unicredit,la banca dei derivati avariati con la pronuncia 5118/2011 della VI sezione civile del Tribunale di Milano (presidente Laura Cosentini, relatore Francesco Ferrari) che ha annullato tre collar swap stipulati il 10 gennaio 2006 fra UniCredit e il Comune di Ortona (CH), a cui è stato riconosciuto un risarcimento da quasi 345mila euro, continua a gonfiare i debiti degli enti locali e delle piccole imprese taglieggiate dagli istituti di credito,con un nozionale negativo di oltre 52 miliardi di euro al 31 dicembre 2010.

Le banche infatti non hanno resistito ai lauti profitti consentiti da altri derivati Over the counter (Otc, scambiati cioè fuori da mercati regolamentati) di "copertura" contro il rialzo dei tassi di interesse venduti a enti territoriali, imprese, società finanziarie e piccoli istituti di credito nostrani. Al 31 dicembre scorso, infatti, le perdite potenziali sui derivati Otc del "sistema Italia" nei confronti degli istituti di credito (italiani e quelli esteri con filiali nel nostro paese) sono di 52,2 miliardi di euro. Le cifre complessive che i sottoscrittori di questi contratti dovrebbero versare ai grossi istituti di credito operanti nel nostro paese nel caso in cui decidessero (oppure fossero costretti a farlo) di chiudere anticipatamente gli swap, con perdite potenziali pari a 52,2 miliardi di euro, tratti dalla base informativa di Bankitalia sul "fenomeno" derivati (swap sui tassi d'interesse e, in minima parte, sui tassi di cambio),sono stati fatti da Il Sole 24 Ore,in un articolo pubblicato sul settimanle Plus.

E mentre dai dati Bankitalia si ricava un rischio di controparte per le banche di ben 52,2 miliardi e che nel corso di sei anni (dal 2005 vengono rese note le perdite in derivati in Centrale Rischi di Bankitalia) i disavanzi sono man mano cresciuti, la nuova bozza di regolamento del ministero dell’Economia previsto dall’art.62 della legge 112/2008,invece di rendere chiari i rischi per gli enti locali ed i sottoscrittori che vogliono intentare vere e proprie scommesse sull’azzardo morale,in ossequio ai desiderata di Abi, banche e banchieri,è ancora più oscura e meno trasparente.

A che gioco,stanno giocando il ministro dell’Economia Tremonti ed il presidente della Consob Vegas, quando piegano i regolamenti,la cui prima bozza conteneva disposizioni in materia di trasparenza prevedendo che agli enti locali fosse data un’informativa sull’approccio probabilistico risk-based con le reali probabilità di perdita e/o di guadagno nella sottoscrizione del derivato, agli interessi delle banche,dell’Abi e dei banchieri,che vogliono continuare a sguazzare nella opacità più totale, per frodare enti locali e piccole e medie imprese con contratti capestro di derivatai avariati con posticce analisi di “sensitività” chimate in gergo wath-if ?

Adusbef e Federconsumatori,indignate dalle posizioni della Consob e di un ministro dell’Economia che sembra sia diventato il bieco esecutore esterno, il collettore degli esclusivi interessi delle banche, che possono così continuare a frodare,con la vendita dei derivati avariati,enti locali e piccole e medie imprese ancor più di prima per pagare un oscuro pedaggio ai banchieri, si riservano di impugnare al Tar una bozza di regolamento fraudolento, della trasparenza contrattuale e di una legalità violata e calpestata con il concorso dei distratti controllori,quali Consob e Bankitalia.

BIN LADEN MORTO, LA FOTO DEL CADAVERE È UN FALSO

ROMA - E' giallo sulla fotografia del cadavere di Bin Laden, diffusa sui media di tutto il mondo e che secondo alcuni siti web sarebbe un falso. Secondo il sito pacifista PeaceReport, l'immagine sarebbe in realtà un «falso clamoroso». «Si tratta - si legge - di una immagine evidentemente elaborata con un programma di editing di immagini, ripresa dal sito 'unconfirmedsources'. Il nome del file, peraltro, 20060923-torturedosama.jpg dovrebbe bastare a chiarire l'equivoco: si tratta di una foto del 23 settembre 2006 il cui nome è'osama torturato'».

La stessa tesi è sostenuta dagli internauti jihadisti, che smentiscono la morte del leader di al-Qaeda sostenendo che il 10 dicembre del 2010 un sito di informazione iraniano, Tabnak.ir, avrebbe già mostrato quella foto nel quale si vede il volto di Bin Laden, con una barba sorprendentemente molto nera e con la parte superiore della faccia lacerata dalle ferite. A quell'epoca il sito iraniano aveva pubblicato l'immagine accanto al titolo: «È forse questo cadavere di Osama Bin Laden?».

Si legge nell'articolo, infatti, che «i media arabi hanno mostrato la foto di un uomo ucciso in una battaglia in Afghanistan il cui volto assomiglia molto a quello di Bin Laden. Nonostante questa grossa somiglianza nessuna fonte indipendente ha però confermato che si tratti dell'immagine di Osama Bin Laden». La stessa foto con la stessa dicitura è apparsa in quei giorni anche sul sito informativo iracheno 'al-Jewar.org'.

L'immagine è stata poi accostata da alcuni blogger a un'altra del leader di al-Qaeda scattata quando era ancora in vita. Le due foto sono state rilanciate dal sito italiano UniversiNet. Nel primo scatto, il volto di Bin Laden appare sfregiato, con la fronte e gli occhi insanguinati, senza copricapo e con i capelli arruffati. Ma l'espressione del volto appare perfettamente sovrapponibile a quella del secondo scatto. Il profilo e l'angolazione da cui è presa la foto coincidono, l'apertura della bocca è la stessa, identica la lunghezza dei baffi e della barba. Il primo scatto fa pensare quindi a un pesante ritocco del secondo. Molti sul web guardano con sospetto anche alla precipitosa sepoltura di Bin Laden in mare, che a loro giudizio è avvenuta per impedire un riconoscimento del cadavere.

TV PAKISTANE: "FOTO E' FALSA" Le reti televisive pachistane, che hanno diffuso oggi una foto presentandola come quella del cadavere di Osama Bin Laden, hanno ammesso che si trattava di un falso e l'hanno ritirata. Diverse reti avevano presentato una foto del volto parzialmente sfigurato e insanguinato di un uomo con una folta barba nera affermando che si trattava del volto di bin Laden, pur precisando di non poter garantire l'autenticità. «Era in realtà una foto falsa, già circolata nel 2009», ha detto Rana Jawad , il capo dell'ufficio di Islamabad di Geo Tv. Le tv americane non hanno mostrato la foto.


domenica 1 maggio 2011

TERREMOTI, TSUNAMI, TORNADO. IL MONDO CI CROLLA ADDOSSO, E NOI LI' A LITIGARE COL VICINO?

Piu' di trecento morti e piu' di duemila feriti, al momento. Sono dati che arrivano dagli Usa sugli effetti devastanti dei tornado che da giorni stanno spazzando alcuni Stati meridionali, in particolare l'Alabama.

Se pensiamo a quando fenomeni atmosferici avvengono in posti disgraziati dal punto di vista strutturale, tipo Bangladesh, ci vengono i brividi perche' cio' possa accadere e con un cosi' tragico strascico di vittime. E poi c'e il Giappone, con tsunami e centrali atomiche e le migliaia di morti. E poi, e poi... l'elenco non finisce e non finira'.

Cio' che stupisce, rispetto agli Usa, e' che questo bilancio di vittime sia avvenuto in uno dei luoghi al mondo piuì' evoluti dal punto di vista strutturale, urbanistico e civico. Proprio come in Giappone. Ma se in quest'ultimo Paese sembra che proprio l'organizzazione infrastrutturale abbia evitato un peggio maggiore di quanto peggio ci sia stato (capitolo a parte la centrale nucleare), non si capisce perche' gli Usa siano stati cosi' gracili rispetto a fenomeni atmosferici conosciuti, preannunciati e diverse volte manifestatisi in passato.
Forse lo sapremo quando le cronache saranno solo di ricostruzione. Forse. 

Ma oggi facciamoci una domanda: siamo sicuri che stiamo vivendo e organizzando la nostra vita in senso armonioso, o piuttosto stiamo solo continuando a fare salti nel buio, ignari dei danni dei salti fatti in precedenza e, soprattutto, non concentrandoci su quello che violentemente ogni giorno ci viene ricordato essere priorita'?

Faccio alcuni esempi andando a razzolare in cio' che mi sembra oggi piu' irrazionale e su cui vengono fatti grossi investimenti senza, tra l'altro, mai arrivare ad una soluzione se non, addirittura, peggiorare le situazioni.

Penso alle droghe illegali. Miliardi di dollari e di euro e di rubli e di yuan. E milioni di persone impegnate nella lotta. Dagli Usa alla Bolivia e alla Colombia, passando per il Messico, saltando in Africa per giungere nei laboratori europei nelle ex-repubbliche sovietiche, in Afghanistan, nel Triangolo d'oro, in Cina... e finendo nei mercati d'eccellenza come Usa, Europa ed Australia. Piu' di mezzo secolo di lotta dura con risultati opposti di quelli paventati e sistemi giudiziari intasati per gli spinelli dei ragazzi. A che serve questa lotta, in un mondo di droghe legali ovunque, dove le illegali sono piu' pericolose solo perche' illegali... a che serve se non a se stessa?

Penso alle migrazioni. Miliardi di dollari e di euro e di rubli e di yuan. E milioni di persone impegnate per contenerle, respingere, reprimere. Invece di organizzare il mondo nuovo che abbiamo avviato negli ultimi decenni grazie all'informazione a 360 gradi, sembra che gli Stati e i Governi abbiano fino ad oggi scherzato. Cosa si pensava potesse accadere in parte del mondo che ogni giorno vede, sente e prende atto di come alcuni modelli politici e sociali possono dare maggiore benessere rispetto ad altri? Che se ne stessero buoni a sopportare le proprie dittature e il proprio malessere? Allora non dovevamo far arrivare Internet e le immagini delle tv. Impossibile, ovviamente. E, per noi italiani, le vicende dei migranti albanesi alcuni anni fa, non ci hanno insegnato nulla: con le tv italiane che mostravano in quella terra malmessa il nostro benessere e loro che venivano in Italia e noi che li respingevamo... fino a che i nostri governati hanno capito che il fenomeno andava governato, anche in territorio d'Albania, ed oggi forse sono piu' gli albanesi che tornano dai loro cari che quelli che vengono in Italia. E non credo di azzardare che fra un po' questo Paese dovra' entrare a far parte della Ue.

E perchè questo no con Tunisia, Marocco, Egitto e, quando sarà più chiaro il contesto politico, Libia, Algeria, Siria, Giordania, Libano, etc. perchè no gli Stati Uniti Euromediterranei?

E per fare un salto oltre l'oceano, perche' gli Stati Uniti d'America non devono comprendere anche Messico, Honduras, Guatemala, San Salvador, Belize, Panama, etc.? Non era questo il sogno/progetto iniziale per cui si chiamavano d'America e non di “parte del nord America”?

Fantapolitica e fantaeconomia? Ora si', ovviamente. Ma conviene usare tante energie per mantenere gli attuali assetti quando il terreno sotto i piedi ci viene meno, a tutti, e quando dal cielo, dopo che lo abbiamo sforato andando fin sulla Luna, ci arriva ancora morte e distruzione? Tutti fenomeni conosciuti e in parte prevedibili, che diventano tragedie, piu' di quanto non lo siano in se', per il solo fatto che le energie che vi si dedicano non sono allo stato sufficienti. Siamo consapevoli che il nostro vicino con cui trovarsi d'accordo non e' piu' quello del pianerottolo?

di Vincenzo Donvito